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    Predefinito Al Bar dello Sport sotto casa non avrebbero saputo fare di meglio

    Al Bar dello Sport sotto casa non avrebbero saputo fare di meglio
    IL FOGLIO, 18 luglio 2006

    Milano. Al Bar dello Sport sotto casa non avrebbero saputo fare di meglio. La Juventus è stata condannata per non aver commesso il fatto, cioè per non aver comprato o aggiustato o taroccato nessuna partita, nemmeno una (pagina 76). La Caf guidata da Cesare Ruperto ha spiegato che nel calcio italiano non c’era nessuna cupola (pag. 74), che il sistema Moggi è un’invenzione della Gazzetta dello sport (pag. 74), che i sorteggi non erano truccati (pag. 83), che la balla delle ammonizioni mirate per favorire preventivamente la Juventus era, appunto, una balla grande così (pag. 103). Cinque, praticamente sei, arbitri su otto sono stati assolti e i due condannati non sono stati puniti per le partite della Juventus. Ma se è così, ed è così, come mai la Juventus e le altre (tranne il Milan) sono state condannate a uno, due o forse quattro anni di B?
    La tesi colpevolista è questa: i rapporti stretti tra i dirigenti della Juventus e i designatori arbitrali, anzi uno solo: Paolo Bergamo, hanno creato “un’atmosfera inquinata, una insana temperie avvolgente il campionato di serie A” per cui è stata lesa la terzietà, l’autonomia e l’indipendenza del settore arbitrale. Come e dove e con quali arbitri, per i giudici non è importante, perché si tratta di una specie di concorso esterno in campionato di calcio, per cui è sufficiente provare il rapporto di contiguità tra Moggi e un designatore per essere certi che gli arbitri fossero comunque condizionati, anche se non ce n’è prova di alcun tipo. Il problema è che questo reato nel codice sportivo non esiste. Tra l’altro questa contiguità di rapporti tra Moggi e i designatori, più che dalle innocue telefonate intercettate si evince da quelle che non conosciamo, cioè dal fatto che Moggi avesse consegnato a Paolo Bergamo una scheda sim svizzera non intercettabile e che i due si vedessero regolarmente a cena. Un reato che non c’è, basato su telefonate e cene di cui nessuno conosce il contenuto, accertato in un processo che ha saltato a pie’ pari il dibattimento e che è cominciato direttamente con la formulazione delle richieste da parte del procuratore come in Urss.
    Per il resto la sentenza della Caf ha smontato le principali accuse avanzate dalla procura federale e dalle varie gazzette – che a sua volta aveva rigettato lo schema Borrelli della Cupola Juve contrapposta a quella Milan. Ne ha accettato però lo schema accusatorio, che è questo: gli atti commessi dai dirigenti della Juve “di per sé” costituiscono comportamenti contrari a principi di lealtà (art. 1). Una violazione del codice sportivo innegabile sulla base di quelle telefonate, ma che non comporta l’automatica retrocessione a una serie inferiore delle squadre, proprio perché sono atti che, “di per sé”, non configurano alcun illecito sportivo ex articolo 6, cioè non costituiscono il tentativo di alterare lo svolgimento o il risultato di una gara. L’accusa principe quindi è caduta, non c’è, non esiste, è pura Curva Sud, come sa chiunque capisca un pizzico di calcio e abbia seguito il campionato sotto inchiesta senza la sciarpa dell’Inter o della Roma intorno al collo. Eppure la corte ha condannato ugualmente la Juventus, trasformando le tre violazioni dell’articolo 1 in illecito sportivo ex art. 6 (quello che comporta la retrocessione). Più che un principio giuridico, sembra abbiano applicato la regola in vigore nei campi dell’oratorio, dove ogni tre corner viene assegnato un calcio di rigore. Three strikes and you’re out, come se tre reati di diffamazione – per il semplice fatto di essere tre – possano trasformarsi in un bell’omicidio.
    Leggete con attenzione che cosa dice la sentenza: “La Procura federale, con riferimento all’addebito contestato alle persone indicate nel capo di incolpazione in esame, ha individuato talune condotte, costituenti di per sé comportamenti contrari ai principi di lealtà, correttezza e probità in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva (art.1), ed ha ritenuto che l’insieme di tali condotte sia stato idoneo a realizzare il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale a vantaggio della Juventus, e quindi sia stato violato l’art. 6, integrando la pluralità delle condotte l’attività diretta a procurare alla Juventus un vantaggio in classifica”. Quindi, comportamenti di per sé non configuranti l’illecito sportivo diventano arbitrariamente (è il caso di dire) un illecito sportivo perché ripetuti nel tempo. La Caf sostiene che questi comportamenti sleali abbiano procurato un vantaggio in classifica alla Juventus. Ora, come è noto, in natura esistono soltanto due modi per ottenere vantaggi in classifica: chiedere e ricevere aiuti arbitrali nelle proprie partite, colpire i diretti avversari nelle loro gare. La sentenza dice che non c’è stata interferenza su nessun match della Juventus, né in quelli delle dirette avversarie.
    L’articolo 6 è molto chiaro e dice che costituisce illecito sportivo “il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica”. Non c’è traccia del principio secondo cui più violazioni dell’articolo 1 costituiscano una violazione dell’articolo 6. La corte nega che la Juve abbia compiuto atti diretti ad “alterare lo svolgimento di una gara” e nega anche che la squadra campione d’Italia abbia compiuto atti diretti ad “alterare il risultato di una gara”. Condanna la Juve, invece, per aver compiuto atti volti a ottenere “vantaggi di classifica”. Resta da capire quale possa essere il vantaggio in classifica scaturito da altro che l’aver truccato le partite. La Corte non sa spiegarlo. Si limita a dire che “è concettualmente ammissibile l’assicurazione di un vantaggio in classifica che prescinda dall’alterazione dello svolgimento o del risultato di una singola gara”. Concettualmente. “Infatti, se di certo, la posizione in classifica di ciascuna squadra è la risultante aritmetica della somma dei punti conseguiti sul campo, è anche vero che la classifica nel suo complesso può essere influenzata da condizionamenti, che, a prescindere dal risultato delle singole gare, tuttavia finiscono per determinare il prevalere di una squadra rispetto alle altre”. Punto. Sono colpevoli, anche se sono innocenti, per il semplice fatto che sono colpevoli.
    Il capolavoro, più da Paolo Liguori che da Cesare Ruperto, si trova a pagina 79: “Nella valutazione del materiale probatorio la Commissione (la Caf, ndr) si limiterà ad indicare quegli elementi di sicura valenza, che non si prestano ad interpretazioni equivoche, perché già solo dall’analisi di taluni fatti incontrovertibili emerge a chiare lettere ciò che era nella opinione di tutti coloro che gravitavano nel mondo del calcio, e cioè il condizionamento del settore arbitrale da parte della dirigenza della Juventus”. Avete letto bene: “L’opinione di tutti coloro che gravitavano nel mondo del calcio”. Chissà, magari gravitavano al Bar dello Sport. Manca solo “arbitro cornuto”, ma c’è ancora l’Appello.
    Christian Rocca

  2. #2
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    un articolo che vorrei veder contestato dai soloni che pullulano questo forum, no....per capire meglio

  3. #3
    Veneta sempre itagliana mai
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    Leggete con attenzione che cosa dice la sentenza: “La Procura federale, con riferimento all’addebito contestato alle persone indicate nel capo di incolpazione in esame, ha individuato talune condotte, costituenti di per sé comportamenti contrari ai principi di lealtà, correttezza e probità in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva (art.1), ed ha ritenuto che l’insieme di tali condotte sia stato idoneo a realizzare il condizionamento del regolare funzionamento del settore arbitrale a vantaggio della Juventus, e quindi sia stato violato l’art. 6, integrando la pluralità delle condotte l’attività diretta a procurare alla Juventus un vantaggio in classifica”. Quindi, comportamenti di per sé non configuranti l’illecito sportivo diventano arbitrariamente (è il caso di dire) un illecito sportivo perché ripetuti nel tempo. La Caf sostiene che questi comportamenti sleali abbiano procurato un vantaggio in classifica alla Juventus. Ora, come è noto, in natura esistono soltanto due modi per ottenere vantaggi in classifica: chiedere e ricevere aiuti arbitrali nelle proprie partite, colpire i diretti avversari nelle loro gare. La sentenza dice che non c’è stata interferenza su nessun match della Juventus, né in quelli delle dirette avversarie.
    L’articolo 6 è molto chiaro e dice che costituisce illecito sportivo “il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica”. Non c’è traccia del principio secondo cui più violazioni dell’articolo 1 costituiscano una violazione dell’articolo 6. La corte nega che la Juve abbia compiuto atti diretti ad “alterare lo svolgimento di una gara” e nega anche che la squadra campione d’Italia abbia compiuto atti diretti ad “alterare il risultato di una gara”. Condanna la Juve, invece, per aver compiuto atti volti a ottenere “vantaggi di classifica”. Resta da capire quale possa essere il vantaggio in classifica scaturito da altro che l’aver truccato le partite. La Corte non sa spiegarlo. Si limita a dire che “è concettualmente ammissibile l’assicurazione di un vantaggio in classifica che prescinda dall’alterazione dello svolgimento o del risultato di una singola gara”. Concettualmente. “Infatti, se di certo, la posizione in classifica di ciascuna squadra è la risultante aritmetica della somma dei punti conseguiti sul campo, è anche vero che la classifica nel suo complesso può essere influenzata da condizionamenti, che, a prescindere dal risultato delle singole gare, tuttavia finiscono per determinare il prevalere di una squadra rispetto alle altre”. Punto. Sono colpevoli, anche se sono innocenti, per il semplice fatto che sono colpevoli.
    Il capolavoro, più da Paolo Liguori che da Cesare Ruperto, si trova a pagina 79: “Nella valutazione del materiale probatorio la Commissione (la Caf, ndr) si limiterà ad indicare quegli elementi di sicura valenza, che non si prestano ad interpretazioni equivoche, perché già solo dall’analisi di taluni fatti incontrovertibili emerge a chiare lettere ciò che era nella opinione di tutti coloro che gravitavano nel mondo del calcio, e cioè il condizionamento del settore arbitrale da parte della dirigenza della Juventus”. Avete letto bene: “L’opinione di tutti coloro che gravitavano nel mondo del calcio”. Chissà, magari gravitavano al Bar dello Sport. Manca solo “arbitro cornuto”, ma c’è ancora l’Appello.
    Christian Rocca

  4. #4
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    Una sentenza salva-sistema
    nell'Italietta del compromesso

    di GIUSEPPE D'AVANZO

    LO SPETTACOLO evidentemente deve continuare. I centri di potere federale non vanno distrutti. Si trattiene la Juventus nel giro utile per i diritti televisivi e, con una squadra fortemente penalizzata, l'attenzione della tifoseria più numerosa d'Italia. Per il tribunale del calcio, la società bianconera si è liberata dei corruttori e ha mostrato di sapersi rapidamente rigenerare. Merita comprensione.

    La serie B e non il baratro della C. Si condanna all'inferno Fiorentina e Lazio. È vero i viola - sostengono i giudici - hanno subito la violenza di un sistema a cui non volevano piegarsi. Ma, una volta piegati, hanno manipolato più gare. Nessuna comprensione. Si differenzia il Milan con una responsabilità meno grave.

    Si discuterà per giorni se questa sia una sentenza giusta o troppo afflittiva o addirittura evanescente e tenue. Ma, sia detto con franchezza, il destino delle squadre non era l'unica posta in gioco in questo processo. La chiave più autentica di questo esito processuale la si rintraccia non solo nel futuro agonistico delle squadre (che, a ragione, è a cuore degli appassionati), ma nella sorte riservata ai dirigenti federali e agli arbitri coinvolti nella "corruzione strutturale" del mondo del pallone.

    È utile ricordare brevemente qual era il quadro sottoposto al giudizio della commissione d'appello federale, presieduta per l'occasione da Cesare Ruperto. Lo si può tratteggiare con le parole e gli argomenti adoperati da Guido Rossi appena qualche giorno fa alla Camera. "L'aspetto più preoccupante del sistema calcio è la cattura e l'asservimento di parte dei vertici e degli organi di controllo della Figc e delle sue componenti più importanti come l'Associazione Italiana Arbitri".

    Il cuore dello scandalo era dunque "la fortissima capacità di condizionamento e influenza" di alcuni soggetti su altri che avrebbero dovuto garantire, con la loro terzietà, campionati regolari, una corretta distribuzione delle risorse economiche-finanziarie, l'esistenza di meccanismi elettivi dei vertici federali realmente democratici.

    Per farla breve, tutte le istituzioni di controllo e garanzia sono state compromesse dalla "corruzione strutturale" del sistema. Commissioni arbitrali, antidoping, organi inquirenti e tribunali sportivi. La perdita di indipendenza e terzietà dei vertici federali e degli organi di controllo, cioè di quei soggetti deputati a garantire le regole del gioco, è stata accompagnata dal venir meno di tutti i sistemi di controllo, anche esterni.

    Se questo era il bubbone che bisognava incidere o eliminare, al di là della soluzione che salva in qualche modo lo spettacolo, credo che sia giusto chiedersi se la sentenza della Caf è coerente con l'obiettivo di ricostruire le garanzie del sistema e la trasparenza di un'istituzione con pene severamente afflittive per chi ha venduto la sua funzione. Da questo punto di vista, la sentenza è più o meno uno scandalo.


    Franco Carraro ha guidato il calcio negli ultimi vent'anni. Questo calcio corrotto. Non importa qui sapere in quanti episodi neri è stato coinvolto. Qui conta dire che egli era consapevole che il gioco era truccato, in tutti i suoi aspetti. Dall'alto della Federazione e della Lega ha chiuso gli occhi sul traffico di passaporti falsi, di false fideiussioni. Ha iscritto al campionato società fallite. Ha retrocesso o recuperato squadre per via politica o governativa. Ha accettato le prepotenze intorno alla torta dei diritti televisivi. Quest'uomo, uno dei maggiori responsabili della catastrofe che si è abbattuta sul calcio italiano, per i giudici merita soltanto l'inibizione per 4 anni e 6 mesi. Senza radiazione.

    Una sanzione analoga, dunque, alla pena che colpisce Diego Della Valle il quale, con ogni evidenza, ha subito, per così dire, la pressione estorsiva del sistema che lo ha costretto a venire a patti con chi lo governava. Non c'è coerenza. Né proporzione con la condanna inflitta ad Adriano Galliani, un anno.

    Se appena ci si sposta dalle prime file alle seconde, a nomi magari meno luccicanti per il grosso pubblico, la cecità di questa sentenza è ancora più evidente. Pierluigi Pairetto truccava le designazioni degli arbitri. Vendeva la sua funzione. Se la cava con l'inibizione di 2 anni e 6 mesi. Tullio Lanese era il presidente degli arbitri. Era a conoscenza dei maneggi che agitavano la categoria delle giacche nere. Anche per lui 2 anni e 6 mesi. A gennaio del 2009 il signor Lanese uscirà dal purgatorio e, se lo vorrà, potrà trovare di nuovo un posticino sulla Grande Giostra. Massimo De Santis, l'arbitro furbissimo, che "si portava avanti con il lavoro", punendo con una settimana di anticipo gli avversari migliori della Juventus nella settimana successiva, paga pegno per 4 anni e 6 mesi. Nel gennaio 2011, se lo vorrà, potrà tornare in campo. Magari da direttore generale di una grande squadra che potrebbe ingaggiarlo proprio per i segretucci che conosce e per la sua capacità di maneggiare relazioni, contatti ed entrature.

    Un bruttissimo spettacolo. Se mai ce ne fosse stato bisogno, il processo al calcio e la sentenza della Caf rafforzano il dubbio che l'ordinamento sportivo sia in grado di conservare con decoro le prerogative di istituzione separata.

    Questa storia si risolve come sempre gli affari neri nell'Italietta del compromesso e della tolleranza, quell'Italietta che sa diventare feroce con i perdenti. Caduti nella polvere, Antonio Giraudo e Luciano Moggi - amministratore delegato e direttore generale della Juventus - pagano per tutti. Sono "stati ritenuti responsabili di un solo episodio di illecito sportivo, tuttavia - scrivono i giudici - l'illecito è caratterizzato da una condotta continuativa nel corso di tutto il campionato al fine di realizzare l'intento di procurare una vantaggio in classifica mediante il controllo diretto o indiretto della classe arbitrale". Per il tribunale, è un "fatto disciplinarmente più grave di quello si realizza mediante la condotta diretta all'alterazione dello svolgimento di un risultato di una singola partita".

    Traduciamo. Giraudo e Moggi controllavano gli arbitri per avvantaggiare la Juventus e per questo pagano il prezzo più alto. Incomprensibile come non paghi lo stesso prezzo chi "continuativamente" si è lasciato controllare, chi ha chiuso gli occhi dei controllori, chi ha avuto la responsabilità di assicurare la correttezza dei controllati. La rete dei rapporti delle coppia bianconera era descritta con molti dettagli nelle conclusioni degli investigatori di Francesco Saverio Borrelli, ma quel lavoro "interpretativo" è stato per gran parte demolito o amputato . Giraudo e Moggi, capri espiatori, sono gli unici tesserati per i quali il "tribunale" chiede la radiazione.

    Se Guido Rossi non riscriverà per intero le regole dell'organizzazione di questo gioco, il calcio rimarrà quello che è stato finora, quel che è in fondo il Paese. Un mondo condizionato dai conflitti di interesse, governato dalle consorterie, paralizzato dalle lobbies. Senza nessun sistema di controllo intermedio, nessun anticorpo fisiologico, flessibili controlli amministrativi. Sarà un mondo che ha escluso Giraudo e Moggi. Resterà il calcio degli eredi di Franco Carraro, di Pierluigi Pairetto, di Tullio Lanese, di Massimo De Santis.

    (15 luglio 2006)

  5. #5
    Veneta sempre itagliana mai
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    anche in questo articolo si evidenzia il fatto di un un solo illecito sportivo ed è qui che io mi batto...se poi te mi dici che a causa di comportamenti deontologicamente non corretti ci sta la penalizzazione della B e dei - 30 ok....ma toglierci i due scudetti non ci sto se non mi dimostrano dove ci son state le truffe...in quali partite.....ma però ci devono essere elencati sia i favori che i danni ....

 

 

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