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  1. #1
    denty
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    Predefinito Fini: la casa delle libertà come l'abbiamo conosciuta non esiste più

    Fini: «An nel Ppe alle prossime Europee»
    Il presidente di Alleanza nazionale: la Casa delle Libertà come l’abbiamo conosciuta non c’è più. Partito unico il punto di arrivo







    ROMA -
    Ventuno pagine. Per costruire la nuova An e portarla verso un Partito Unico del centrodestra (via il trattino del centro-destra) che si collochi nel Partito Popolare europeo. Un «partito accoglienza» che trovi la sua fonte in un conservatorismo solidale che punti a rilanciare con forza i temi della democrazia economica, della partecipazione e della sussidiarietà «quali punti di convergenza tra cultura nazionale cattolica e socialismo riformista ». È questo il progetto che il presidente Gianfranco Fini porterà questa mattina all’esame dell’Esecutivo di An per una prima discussione, che dovrà allargarsi non solo a tutti i livelli del partito ma che conta su «contributi di idee da parte delle altre forze della coalizione di centrodestra». Insomma, spiega Fini in questa intervista al Corriere, un documento scritto con la testa rivolta al partito unico. Che di tutto questo dovrebbe essere punto naturale di approdo.
    Dunque, presidente, l’obiettivo primo che vi siete dati è uscire dallo «sconfittismo» e riprendere l’iniziativa. Si parte dall’eliminazione del famoso trattino e si arriva al «tutti nel Ppe».
    «Certo, via quel trattino perché solo in pochi casi l’elettore che vota per i partiti della Cdl si ritiene elettore di centro o di destra. In generale si ritiene elettore di centrodestra. Dieci anni di bipolarismo, di democrazia dell’alternanza hanno determinato effetti forse più percepiti nella gente che non nelle classi dirigenti. Penso che, fermo restando che questo governo può cadere da un momento all’altro, noi dobbiamo porci come obiettivo di svolta le elezioni europee del 2009. Su questo dobbiamo costruire la nostra strategia».
    A proposito di tenuta del governo, ieri il sottosegretario Enrico Letta ha parlato di allargamento della maggioranza a settori moderati: «Non possiamo pensare di durare cinque anni in Senato con i voti dei senatori a vita», ha affermato.
    «Per quanto mi riguarda, nel momento in cui l’attuale maggioranza non fosse autosufficiente, è ovvio che il governo Prodi dovrebbe dimettersi».
    Anche la Cdl, peraltro, ha i suoi problemi. Lei parla di strategia ma stando agli scambi di colpi tra Berlusconi e Casini, pare ci si concentri più sulla leadership.
    «Non annetto alcuna importanza ora al tema della leadership. Anche perché non ha senso. Il risultato elettorale è stato chiarissimo: Berlusconi ha preso il 24 per cento. Di che discutiamo? E c’è una legge elettorale proporzionale. Adesso, lo ripeto, il tema è la strategia».
    Non c’è da discutere perché Berlusconi ha il 24 per cento, altrimenti?
    «Perché discutere di un elemento che ora non è determinante? Non è in discussione con chi tornare a vincere ma come e quando. E torneremo a vincere nel momento in cui la strategia complessiva del centrodestra riuscirà a dar voce al ceto medio diffuso, a coniugare i bisogni dei produttori di reddito — dagli operai agli artigiani, ai professionisti — con quelli di valori, come le casalinghe e i pensionati. Riuscendo a conquistare i giovani, i «produttori del futuro», sui quali la Cdl ha perso in parte la capacità di rappresentanza anche per non aver saputo darsi un’immagine culturale capace di far sognare. Per fare tutto questo, abbiamo due anni e mezzo».
    Se non ci fossero state le vicende giudiziarie che hanno investito alcuni esponenti di An, oggi sarebbe qui a raccontarmi questo documento?
    «Sì perché i tempi sono maturi. La necessità di ribadire nei comportamenti quello che chiamiamo il senso dello Stato, il rispetto della cosa pubblica, quella c’è, ovviamente, nel documento. Non dico che siamo all’anno zero, ma che abbiamo un patrimonio che c’era e che c’è. Che va rivalutato sulla base di comportamenti rigorosi. Anche perché potremo essere tanto più fermi nella denuncia delle campagne di aggressione scandalistica, quanto più saremo credibili».
    Non le sembra, in queste vicende recenti, di aver giocato troppo in difesa e aver fatto poca autocritica?
    «Ripeto: la questione morale riferita ad An non esiste. Detto questo, dobbiamo essere rigorosi con noi stessi e lavorare per conquistare tutta quella gente che finora ci ha magari guardati con simpatiama alla fine non ci ha votati. Ecerto non partiamo da zero. Voglio sottolineare che oggi An ha maggiori consensi nel Veneto che in Calabria, in Friuli che in Campania, è la seconda forza della Cdl nel Nord. Esiste un blocco valoriale e sociale che è maggioranza in tutto il Paese: ma va ricomposto e indirizzato in un nuovo grande progetto politico all’insegna dei valori del centrodestra».
    Su una serie di temi che coniugano economico e sociale, il centrosinistra è tradizionalmente più avanti, più bravo.
    «La sinistra è più forte nelle grandi città come lo era ieri nelle aree operaie perché riesce a coniugare anche il dinamismo di alcune amministrazioni locali con i timori di ceti impiegatizi, in gran parte statali, borghesia impoverita dall’effetto euro e della globalizzazione, nuovo sottoproletariato secondo la cultura marxiana. Ma ricordiamoci che al Nord la maggioranza degli operai ha votato per la Cdl insieme ai piccoli e medi imprenditori, commercianti, artigiani e professionisti, ma anche casalinghe e pensionati».
    Forse è anche per questo che il governo ha ripreso la strada della concertazione con le parti sociali.
    «Attenzione, perché da quella concertazione ci sono molti soggetti esclusi. E, al di là di questo, esiste un problema di rappresentanza di associazioni produttive che sono in cerca di nuovi interlocutori. Parte di Confindustria, ad esempio, è consapevole che il baratto che la sinistra le offre è iniquo e illusorio. Più in generale, il ceto medio è diverso, più largo, esteso di dieci anni fa. Non è solo un blocco sociale. Io penso che noi dobbiamo puntare su un quadro che veda la persona e non solo il consumatore al centro dell’azione politica, la famiglia e non le convivenze occasionali, l’impresa e non solo la finanza. E, mentre lavoriamo su questo, realizzare un’opposizione intelligente, riformista e non distruttiva, intransigente e non preclusiva. Dobbiamo varare una nuova fase della destra, che dovrà essere sempre più percepita come capace di accoglienza, inclusiva, aperta e mai arrogante. Il partito, è scritto nel documento, della "modernità responsabile" e della "modernizzazione inclusiva"».
    Sembra facile ma, con tutto il rispetto per la classe dirigente di An, se non arriveranno contributi «esterni »... Anche perché nei cinque anni appena trascorsi uno dei vostri punti deboli è stata proprio l’incapacità di attrarre nuove forze intellettuali.
    «Non ho dubbi che la classe dirigente sia all’altezza. E del resto se avessi dei dubbi, dovrei averli per primo su me stesso. Credo che la leadership non possa mai essere followship, anche se in Italia questa tendenza c’è. Detto questo, tradizionalmente c’è nel mondo culturale italiano che non si riconosce nella sinistra un tasso di individualismo superiore a quello che c’è dall’altra parte. Esiste una difficoltà oggettiva a far gioco di squadra. Al tempo stesso non ho difficoltà a dire che il problema di come utilizzare delle risorse intellettuali e spunti e stimoli in termini politici c’è. Ed è proprio per questo che nel documento si pone l’accento sul confronto con Fondazioni e Associazioni culturali e sociali, anche internazionali. E questo è un problema di tutto il centrodestra, non solo nostro».
    La via che emerge con forza dal documento è quella del conservatorismo solidale che accomuna i partiti del centrodestra dell’Europa latina con quelli nordici. Si cita con enfasi il francese Sarkozy per la sua capacità di coniugare l’etica e la religione con l’azione politica.
    «Questo elemento delle religiosità è il senso profondo dell’identità. Sempre di più, secondo me, occorre pensare al cittadino come persona, non solo come consumatore o lavoratore. Le motivazioni che spingono una persona a fare o non fare alcune cose non sono solo di natura economica. C’è questo aspetto collegato a un’identità più profonda e quindi ad un senso etico della vita, spirituale o anche religioso. Quella di Sarkozy è una provocazione culturale alta, che ce ne propone una tutta nostra. Penso, ad esempio, che il mondo dei valori che si pone davanti a una forza di destra, popolare ed europea, non possa non partire dal riferimento primo di ogni politica volta al futuro, il tema delle politiche familiari, della natalità, dell’educazione».
    Volgarizziamo: esistono i Pacs in questa idea di politiche familiari?
    «Non possiamo far finta che, al di fuori del matrimonio, non esistano altre forme di convivenza. E quando parlo di matrimonio parlo unicamente di unione tra uomo e donna. Non si tratta neanche di equiparare le unioni di fatto al matrimonio, né di copiare i Pacs francesi, ma di garantire a diritti individuali non riconosciuti soluzioni normative a livello di fisco, di successione, di assicurazioni sociali. Ma escludendo l’adozione o il ricorso alla fecondazione artificiale assistita».
    I temi etici ci portano nella sfera dei diritti civili in generale e su questo fronte nel documento si sostiene che il welfare state «è in declino».
    «Esatto. E bisogna puntare su una welfare community, valorizzando la cultura della sussidiarietà e scardinando privilegi anacronistici in modo da offrire più opportunità soprattutto alle donne e ai giovani».
    E agli immigrati?
    «Penso che occorra conciliare identità e integrazione nella consapevolezza che il melting pot appartiene ad un’altra cultura e ad un altro continente. Quanto ai diritti degli immigrati, nel documento si ripropone il riconoscimento a certe condizioni del diritto di voto amministrativo e si pone una riflessione sul riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati nel rapporto tra ius sanguinis e ius loci».
    Quando lei, nella precedente legislatura, affrontò questi temi, nel suo partito non la presero tutti molto bene...
    «Questo documento è fatto per proporre dei temi, per discutere e confrontarci. Ripeto: dentro il partito e, più in generale all’interno della Cdl. Abbiamo perso le elezioni e il referendum costituzionale,ma c’è un "popolo delle libertà" che ha finalmente e per la prima volta preso coscienza di sé. La Cdl come l’abbiamo conosciuta non c’è più. Né possiamo creare subito un soggetto unitario, che sarà un punto di arrivo. Come quello di portare An nel Partito popolare europeo entro la prossima legislatura europea».

    •   Alt 

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  2. #2
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    Insomma...
    Dalle linee generali del prossimo programma mi sembra di capire che nel PPE non c'è traccia di ideali tipici del PFE (Partito Fascista Europeo).

    Quelli che, come me, considerano Fini come un figlio di Almirante rimarrano delusi...

  3. #3
    denty
    Ospite

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    bè scusa tanto ma mi sembra che fini nn c'entra un cazzo con almirante...

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da denty
    bè scusa tanto ma mi sembra che fini nn c'entra un cazzo con almirante...
    Adesso non più...

    Ma non ricordi i bei tempi andati in cui Fini militava nell'MSI?
    Non ricordi quando, da bambino, marciava con il moschetto di legno il sabato, quando era un piccolo balilla?

    Gianfranco Fini nasce a Bologna il 3 gennaio 1952 da Argenio (detto Sergio) e da Erminia Danila Marani. La famiglia appartiene alla media borghesia bolognese, e non ha una particolare tradizione politica. Il nonno materno Antonio Marani, ferrarese, fascista della prima ora, aveva partecipato alla marcia su Roma con Italo Balbo. Il padre Argenio era stato volontario della Repubblica sociale italiana, nella divisione di fanteria di marina "San Marco", ed iscritto all'Associazione nazionale combattenti della RSI. Un cugino di Argenio, Gianfranco Milani, morì a vent'anni, ucciso dai partigiani, nei giorni seguenti il 25 aprile 1945: in sua memoria il primogenito è stato battezzato Gianfranco.
    Il giovane Gianfranco Fini inizia i suoi studi al ginnasio per passare poi all'istituto magistrale, dove tremina gli studi nel 1971 con ottimi profitti. Nel 1969 inizia ad avvicinarsi alle ideologie dell'MSI (Movimento Sociale Italiano). Si avvicina all'organizzazione studentesca dell'MSI, la Giovane Italia (poi confluita nel Fronte della gioventù), senza peraltro intraprendere una vera e propria militanza politica.
    Con la famiglia si trasferisce da Bologna a Roma, dove il padre era stato nominato direttore di filiale della compagnia petrolifera Gulf. Gianfranco si iscrive al corso di pedagogia della Facoltà di magistero presso La Sapienza di Roma. Si iscrive inoltre alla sezione dell'MSI del suo quartiere.
    Grazie alla sua preparazione culturale Gianfranco Fini diviene in breve una figura di rilievo dell'organizzazione giovanile missina: nel 1973 viene nominato responsabile della scuola del Fronte della gioventù di Roma dal futuro deputato Teodoro Buontempo (allora segretario provinciale del Fronte) e cooptato nella direzione nazionale dell'organizzazione.
    Fini inocontra difficoltà a frequentare regolarmente le lezioni universitarie perché preso di mira dagli estremisti di sinistra del suo quartiere, tuttavia completa rapidamente il corso di studi e nel 1975 consegue la laurea in Pedagogia con indirizzo psicologico, con la votazione di 110 e lode, discutendo una tesi su i decreti delegati e le forme di sperimentazione e partecipazione all'interno della scuola, con attenzione specifica alla legislazione italiana.
    Dopo la laurea Gianfranco Fini insegna lettere per un breve periodo presso una scuola privata.
    Nelle elezioni amministrative che si svolgono contemporaneamente alle politiche del 20 giugno 1976 Fini è candidato al consiglio provinciale di Roma per il MSI-DN nel collegio Nomentano-Italia; ottiene il 13 per cento dei voti, e non viene eletto.
    Nell'agosto 1976 inizia a prestare il servizio militare a Savona, poi al distretto militare di Roma e al ministero della Difesa. Durante la ferma non interrompe l'attività politica: è proprio in questo periodo che la sua carriera politica ottiene una svolta decisiva che fa di lui il "delfino" in pectore di Giorgio Almirante, segretario nazionale e leader indiscusso dell'MSI dal 1969.

 

 

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