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  1. #11
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Io penso solo che se esiste un Dio ognuno avrà quel che gli spetta prima o dopo, e verrà un giorno in cui tutti sapranno finalmente la verità su ogni cosa. Questa terra è il regno dell'ingiustizia e della menzogna, noi lo sappiamo bene, altri invece vivono una vita ovattata in un mondo fatato. Non può non esistere un altra terra dove tutto venga capovolto rispetto a questa terra marcia.

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  2. #12
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Astolfo Visualizza Messaggio
    Io penso solo che se esiste un Dio ognuno avrà quel che gli spetta prima o dopo, e verrà un giorno in cui tutti sapranno finalmente la verità su ogni cosa. Questa terra è il regno dell'ingiustizia e della menzogna, noi lo sappiamo bene, altri invece vivono una vita ovattata in un mondo fatato. Non può non esistere un altra terra dove tutto venga capovolto rispetto a questa terra marcia.
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  3. #13
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Solo un cretino può dare spazio ad articoli del genere. Ma non è una novità su questo forum.

  4. #14
    Bello e dannato
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Colonna Visualizza Messaggio
    Solo un cretino può dare spazio ad articoli del genere. Ma non è una novità su questo forum.
    Cretino, per quale motivo?
    Per lo stesso del film su Katyn?
    L'arte di essere P.A.

  5. #15
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Pieralvise Visualizza Messaggio
    Cretino, per quale motivo?
    Per lo stesso del film su Katyn?
    Pieralvise mi spieghi perchè si tira fuori questa roba oggi? Io non nego assolutamente che siano accadute cose terribili, ma guarda caso, è sempre tutta colpa dei russi (sempre russi erano, anche se si chiamavano sovietici). Nessuno fa un film sulle porcate americane.. ma va...chissà perchè.

  6. #16
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Colonna Visualizza Messaggio
    Pieralvise mi spieghi perchè si tira fuori questa roba oggi? Io non nego assolutamente che siano accadute cose terribili, ma guarda caso, è sempre tutta colpa dei russi (sempre russi erano, anche se si chiamavano sovietici). Nessuno fa un film sulle porcate americane.. ma va...chissà perchè.
    Perchè il cinema è comandato da Hollywood.

  7. #17
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Colonna Visualizza Messaggio
    Pieralvise mi spieghi perchè si tira fuori questa roba oggi? Io non nego assolutamente che siano accadute cose terribili, ma guarda caso, è sempre tutta colpa dei russi (sempre russi erano, anche se si chiamavano sovietici). Nessuno fa un film sulle porcate americane.. ma va...chissà perchè.

    Ma cosa c'entra??
    E' un fatto storico, poco importa se vorranno farne un film.
    Se non possono farlo con gli americani ed i giudei è perchè sono troppo forti e, quindi, sarebbe un bel colpo di pistola alle tempie di chi l'ha girato.
    A fare queste porcate furono anche i francesi che sguinzagliarono le loro colonie nel meridione con gli stupri avvenuti in Campania.
    ████████

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    Gli umori corrodono il marmo

  8. #18
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    IL CASO DELLE DONNE ITALIANE STUPRATE DURANTE LA SECONDA
    GUERRA MONDIALE AL CENTRO DI NUOVE RICERCHE

    La ciociara e le altre

    di Giovanni De Luna

    Vennero a combattere in Italia da tutti gli angoli del mondo: americani,
    francesi, inglesi, tedeschi, neozelandesi, indiani, polacchi, senegalesi,
    marocchini, algerini, tunisini, nepalesi, ecc…. Per quasi due anni, dal luglio
    del 1943 al maggio 1945, subimmo una durissima legge del contrappasso: il
    fascismo che aveva inseguito i suoi deliri imperiali in terre lontane, portò la
    guerra sull'uscio delle nostre case, in un turbinio di stragi naziste (15 mila
    vittime civili), bombardamenti (65 mila vittime civili), rappresaglie, battaglie
    campali. Invasori, liberatori, occupanti, comunque si chiamassero, le truppe
    straniere guardarono all'Italia come a un paese vinto. E si comportarono di
    conseguenza.

    Si materializzò così l'incubo delle violenze e degli stupri, l'altra faccia
    della «guerra al femminile». Anni fa, un bel libro curato di Anna Bravo, (Donne
    e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, 1991) ospitava un saggio di Ernesto
    Galli della Loggia che utilizzava quell'espressione per indicare nella seconda
    guerra mondiale una straordinaria occasione di protagonismo per le donne,
    chiamate a interpretare ruoli inediti (per esempio sul lavoro), a svolgere
    compiti difficili, con il peso sulle spalle della salvezza dei propri uomini e
    della sopravvivenza delle proprie famiglie. Il lato oscuro di questa visibilità
    fu l'ondata di violenza di cui furono vittime.

    Lo spiega bene un libro più recente (Donne guerra e politica, a cura di
    D.Gagliani, E. Guerra. L.Mariani e F.Tarozzi, Clueb, 2001): gli stupri diventano
    per gli eserciti vittoriosi l'occasione per l'esercizio di un potere anche
    simbolicamente straripante, in grado di espropriare gli sconfitti non solo della
    loro dimensione pubblica (il loro Stato, il loro territorio nazionale) ma anche
    di quella privata, penetrando nelle loro case, squarciandone gli interni
    domestici, spezzandone i legami di cittadinanza insieme a quelli familiari e
    parentali.

    Tra il 1943 e il 1945 sulle donne italiane si scatenarono violenze di tutti i
    tipi e su tutti i fronti: sulla «linea gotica», i tedeschi infierirono
    soprattutto nei dintorni di Marzabotto, quasi a voler reiterare la strage in
    altre forme (Dianella Gagliani, La guerra totale e civile: il contesto, la
    violenza e il nodo della politica ); sull'appennino ligure-piemontese, nel 1944,
    in sei mesi, si registraroono 262 casi di stupro ad opera dei «mongoli» (i
    disertori dell'Asia sovietica arruolati nell'esercito tedesco). Ma niente può
    eguagliare l'orrore che investì le «marocchinate»: è una brutta parola, ma
    allora la usavano tutti e si capiva subito di cosa si parlava.

    Nel 1960, Vittorio De Sica ne immortalò le sofferenze in un film che valse
    l'Oscar a Sofia Loren. La ciociara era tratto da un romanzo di Alberto Moravia.
    Paradossalmente, mentre il cinema e la letteratura trovarono subito i modi per
    raccontare le scene che si svolsero allora nelle terre in cui, a combattere i
    tedeschi, arrivarono le truppe delle colonie francesi (non solo marocchini, ma
    anche tunisini, algerini, ecc...), gli storici furono come bloccati, lasciando
    praticamente sguarnita di studi e ricerche quella pagina dolorosa della nostra
    storia.

    A rompere questo inquietante silenzio è ora un libro appena uscito in Francia e
    di prossima pubblicazione anche nella sua traduzione italiana: Jean-Christophe
    Notin, La campagne d'Italie. Les victoires oublièes de la France, 1943-1945,
    Perrin, 2002. In realtà, come si capisce immediatamente dal titolo, a Notin
    preme soprattutto indicare nella campagna d'Italia, «l'occasione per la Francia
    di provare agli Alleati, ma anche a se stessa, che continuava a essere una
    grande nazione». Grazie al loro impegno a Cassino, nei furibondi combattimenti
    tratto da: LASTAMPA.it 25 novembre 2002

    che si accesero sulla «linea Gustav», i francesi riuscirono a riconquistare la
    stima degli angloamericani, facendo dimenticare l'ignavia della capitolazione
    del giugno del 1940, il collaborazionismo di Vichy, le ambiguità di Giraud e
    delle truppe rimaste nell'Africa del Nord. E alla fine vennero premiati: il
    trattato di pace del 1947 sancì una rettifica delle frontiere alpine con
    l'Italia che assegnò alla Francia uno spicchio di territorio pari a 709
    chilometri quadrati. Pochi, ma come sottolinea Notin, anche l'unico
    ingrandimento territoriale conquistato in guerra dalla Francia in tutto il
    Novecento!

    I 130 mila francesi furono schierati sul fianco sinistro della V° Armata
    americana e subito scaraventati al fronte, nella fornace ardente di Cassino. E
    furono proprio i soldati agli ordini del generale Juin i primi a sfondare, il 13
    maggio 1944, i capisaldi della linea Gustav. Poi, «la furia francese» (nel libro
    viene usato proprio questo termine) rotolò lungo la valle del Liri, sconvolse il
    frusinate, proseguì verso Nord, verso Roma, verso la Toscana e lì si fermò.
    Nell'agosto del 1944, dopo lo sbarco alleato sulle coste della Provenza, le
    truppe di Juin furono richiamate in patria. Alle loro spalle lasciarono ben 7485
    caduti ma anche una scia di lagrime.

    Per Notin i «marocchini» non si arruolarono per patriottismo ma per altre
    ragioni: la prospettiva di un salario sicuro, la possibilità di acquistare
    prestigio guerriero, la fedeltà ai loro clan. Non erano solo «marocchini» ma
    provenivano da tutte le popolazioni più povere del Maghreb, gente di montagna,
    analfabeti nei cui confronti gli ufficiali francesi dovevano essere di volta in
    volta padri, saggi consiglieri spirituali, capi tribù. Le loro figure
    intabarrate nei mantelli marrone (burnous), i pugnali alla cintura, le voci di
    sgozzamenti notturni, di orecchie e nasi mozzati ai nemici, alimentavano una
    fama da incubo ancestrale.

    Se dobbiamo credere a Notin, andavano all'attacco salmodiando la Chahada, («la
    Allah illah Allah! Mohammed Rassoul Allah!»), catturavano i tedeschi per
    rivenderli (500-600 franchi per un soldato semplice, il triplo per un ufficiale
    superiore) ai militari americani desiderosi di costruirsi una reputazione
    guerriera senza rischiare. La prima notizia di un loro stupro è dell'11 dicembre
    1943; si tratta di 4 casi che coinvolgevano - secondo fonti americane - i
    soldati della 573° compagnia comandata da un sottotente francese «che sembrava
    incapace di controllarli». Notin annota: «sono i primi echi di comportamenti
    reali, o più spesso immaginari, di cui saranno accusati i marocchini».

    Tanto immaginari però non dovevano essere se, già nel marzo 1944, De Gaulle,
    durante la sua prima visita al fronte italiano, parla di rimpatriare i goums ( o
    goumiers, come venivano chiamati) in Marocco e impegnarli solo per compiti di
    ordine pubblico. In quello stesso mese gli ufficiali francesi chiesero
    insistentemente di rafforzare il contingente di prostitue al seguito delle le
    truppe nordafricane: occorreva ingaggiare 300 marocchine e 150 algerine; ne
    arrivarono solo 171, marocchine.

    Dopo lo sfondamento della linea Gustav, la «furia francese» travolse soprattutto
    il paesino di Esperia, che aveva come unica colpa quella di essere stato sede
    del quartier generale della 71° divisione tedesca. Tra il 15 e il 17 maggio
    oltre 600 donne furono violentate; identica sorte subirono anche numerosi uomini
    e lo stesso parroco del paese. Il 17 maggio, i soldati americani che passavano
    da Spigno sentirono le urla disperate delle donne violentate: al sergente Mc
    Cormick che chiedeva cosa fare, il sottotenente Buzick rispose: «credo che
    stiano facendo quello che gli italiani hanno fatto in Africa». Ma gli alleati
    erano sinceramente scandalizzati: un rapporto inglese parlava di donne e
    ragazze, adolescenti e fanciulli stuprati per strada, di prigionieri
    sodomizzati, di ufficiali evirati. Pio XII sollecitò (il 18 giugno) De Gaulle in
    questo senso, ricevendone una risposta accorata accompagnata da un'ira profonda
    che si riversò sul generale Guillaume, capo dei «marocchini».

    tratto da: LASTAMPA.it 25 novembre 2002

    Si mosse la magistratura militare francese: fino al 1945 furono avviati 160
    procedimenti giudiziari che riguardavano 360 individui; ci furono condanne a
    morte e ai lavori forzati. A queste cifre sicure occorre aggiungere il numero,
    sconosciuto, di quanti furono colti sul fatto e fucilati immediatamente (15
    «marocchini» solo il 26 giugno).
    Si tratta comunque di alcune centinaia di casi. Le fonti italiane danno cifre
    molto diverse. Una ricerca in merito (Vania Chiurlotto, Donne come noi.
    Marocchinate, 1944-Bosniache, in DWF, n.17, 1993) parla di 60 mila donne
    stuprate. Un numero enorme, spaventoso.

    Fu proprio a Esperia che nacquero le prime voci sulla «carta bianca». Come
    premio per aver sfondato la linea Gustav, gli ufficiali francesi avrebbero
    concesso 24 ore in cui tutto era permesso. Notin smentisce con forza. Resta il
    fatto che la disposizione dei francesi nei nostri confronti non era delle
    migliori: nessuno aveva dimenticato la pugnalata alle spalle del 10 giugno 1940,
    il bombardamento di Blois senza necessità militari, i mitragliamenti delle
    colonne di rifugiati a sud della Loira .

    Però pur ammettendo una certa riluttanza delle autorità francesi nel punire le
    violenze, la disparità con le cifre di parte italiana resta enorme. I nostri
    dati si fondano sulle 60 mila richieste di indennizzo presentate dalle donne
    italiane. I francesi pagarono da un minimo di 30 mila a un massimo di 150 mila
    fino al 1 agosto 1947. Da quel momento a pagare fu lo Stato italiano, stornando
    i fondi dai 30 miliardi dovuti alla Francia per le riparazioni di guerra. Molti
    problemi nacquero dal fatto che le donne, oltre all'indennizzo, chiesero anche
    la pensione come vittime civili di guerra e che per legge i due benefici non
    erano cumulabili.

    Ne scaturì un groviglio di questioni burocratiche, ritardi, lamentele. A
    organizzare le proteste furono soprattutto le comuniste dell'Udi. Nel 1951
    un'affollatissima assemblea di donne in un cinema di Pontecorvo affrontò la
    questione delle marocchinate, provocando un infuocato dibattito parlamentare. Il
    Pci, in piena guerra fredda, si fece paladino del nostro onore nazionale; nel
    1966, in un clima politico radicalmente diverso, toccò al monarchico Alfredo
    Covelli risollevare la questione dei 60 mila stupri. Nel 1993 su quegli eventi è
    tornato Tahar Ben Jelloun, (Gloria Chianese, Rappresaglie naziste, saccheggi e
    violenze alleate nel Sud, in Italia contemporanea, n.202, 1996).

    Ma, indipendentemente dalle ragioni dell'«uso pubblico della storia», in tutta
    quella vicenda restano interrogativi pesanti e angosciosi. Ammettere di essere
    stata stuprata è per una donna un'esperienza devastante. Eppure furono in 60
    mila a farlo. La spiegazione di Notin è raggelante. Su quegli stupri furono
    messe in giro molte «voci» interessate: dalle autorità francesi in Marocco che
    volevano sollecitare un rapido rientro delle truppe a casa; dalla Santa Sede che
    ingigantiva le dimensioni del pericolo islamico; dai tedeschi per spaventare le
    popolazioni e per nascondere i propri massacri. Per il resto, la colpa fu in
    parte della rilassatezza dei costumi delle donne italiane, in parte delle
    abitudini tribali dei marocchini.

    Per parte nostra, solo una constatazione. Nei paesi colpiti spesso furono i
    sindaci a raccogliere le richieste di indennizzo e, nell'interesse della
    comunità, si arrivò a dichiarare la violenza anche quando non era stata subita.
    Il fatto è che la miseria travolse anche il pudore e le 60 mila marocchinate
    furono costrette a scegliere lo scandalo e la vergogna di uno stupro «falso» per
    ottenere i soldi «veri» che servivano alle loro famiglie e alla loro comunità.

    http://www.dalvolturnoacassino.it/doc/marocchinate.pdf
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  9. #19
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    La Storia dimenticata – gli stupri di massa

    …Sono da prendere in esame soprattutto tre tipologie: violenze che mettono in risalto il carattere di occupante dell’esercito angloamericano.
    L’esempio rimasto più tristemente famoso è costituito dagli stupri delle truppe marocchine, ma è opportuno allargare lo sguardo anche ad altri casi di soprusi ed angherie sulla popolazione civile; violenze che rientrano nell’attività di vere e proprie bande e nei circuiti mafioso e camorrista; violenze che hanno una connotazione antifascista ed antipadronale come le rivolte contadine.
    Lo stupro di massa si configura come una pratica propria del vincitore sulla popolazione civile, in particolare contro le donne. Ad essa non si può opporre alcuna forma di resistenza ed in questo senso costituisce una violenza totale, di cui l’esempio delle migliaia di donne bosniache violentate dai serbi costituisce una recente conferma.

    Il ricordo degli stupri dei marocchini è stato rielaborato nel romanzo di Alberto Moravia “La ciociara” e nel film che Vittorio De Sica ne trasse nel 1960. La ricerca storica si muove con difficoltà su questo terreno, anche perché appare problematico superare la rimozione individuale e collettiva che ne è stata fatta.
    Qualche tempo fa la rivista di studi femministi “Dwf” con un saggio a più voci è tornata sul problema delle violenze dei marocchini ad Esperia, nel Frusinate, con una ricognizione basata soprattutto su fonti orali.
    Ne emergono alcuni importanti elementi di riflessione: i “goumiers” ebbero carta bianca perché riuscirono a sfondare la linea Gustav.

    Nell’area del Cassinate e del Sorano furono violentate sessantamila persone. Il 20 per cento si contagiò di lue; ad Esperia la violenza fu sull’intera comunità. Vennero violentati anche gli uomini, lo stesso parroco e molte donne anziane che non furono in grado di fuggire; le conseguenze si fecero sentire anche nei rapporti interpersonali. Ad esempio per le giovani “marocchinate” fu molto difficile sposarsi ed inoltre, quando gli uomini tornarono dalla guerra, manifestarono disagio e rabbia verso le mogli violentate; lo Stato rimase assente.

    Il Comando francese concesse un indennizzo di cento-centocinquantamila lire. Vi fu inoltre la possibilità di chiedere la pensione come vittime civili della guerra, ma i tempi delle pratiche erano assai lunghi e venne vietato di cumulare l’indennizzo con la pensione.
    Alcune donne non violentate tentarono anch’esse di ottenere l’indennizzo.

    La memoria di tale esperienza è da porre in rapporto con le domande critiche di Tahar Ben Jelloun, che in un’intervista a “Il Mattino” del 10 settembre 1993, cerca di prendere in esame il punto di vista dei marocchini.
    L’equazione marocchino-stupratore, diffusa soltanto in Italia, avrebbe delle valenze razziste. La loro violenza, secondo lo scrittore, era connaturata alla condizione di soldati.

    Egli osserva: “Era soprattutto gente che viveva sulle montagne: pastori, piccoli agricoltori, gente misera. I francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali
    vanno inquadrate in questo contesto.
    I marocchini non erano e non sono degli assatanati sessuali come li descriveva ne ‘La pelle’ Curzio Malaparte. In Marocco ovviamente sono gli eroi di Cassino. Come tutti i soldati che hanno vinto qualcosa sono circondati da una retorica sufficientemente banale“.
    Insomma le violenze dei marocchini sono lette come il frutto della più generale violenza della guerra. Di qui la necessità di superare la meccanica identificazione marocchino/stupratore.

    Le violenze dei marocchini sono segnalate anche da altre fonti, come ad esempio alcuni documenti dell’Oss (Office of Strategic Services) che riportano casi di stupro a Teano e in provincia di Caserta.
    Da ricordare infine una fonte di tipo letterario, il romanzo di Norman Lewis “Napoli 1944″, che si sofferma anche sulle reazioni, per così dire “da
    contrappasso”, della popolazione.
    A Cancello cinque soldati furono uccisi in una sorta di imboscata: “Li hanno attirati offrendo loro delle donne, poi del cibo e del vino che conteneva un veleno paralizzante. Quando erano ancora pienamente in sé li hanno prima evirati, poi decapitati”.

    Si è detto in precedenza che gli stupri dei marocchini costituiscono la forma di violenza più eclatante di un esercito che si comportava da vincitore, ma soprusi ed angherie si ripetevano in continuazione ai danni della popolazione, riproponendo nel quotidiano un clima da truppe di
    occupazione.

    Insomma furti, rapine, stupri costituirono una pratica dei militari angloamericani che ne appannò l’immagine di liberatori, favorendo invece quella di esercito straniero d’occupazione. Il terrore nazista era, a distanza di poche settimane, ormai lontano, ma soprusi ed angherie degli
    “americani” prorogavano una dimensione di quotidiana violenza che costituiva una sorta di coda del conflitto. Insomma la guerra era finita
    perché non c’erano più né bombardamenti, né il terrore nazista, ma si continuava a vivere in una situazione di pace dimezzata proprio a causa del clima di forte insicurezza sociale contro cui lo Stato badogliano, attraverso l’opera di prefetti e questori, continuava a dimostrarsi
    assente, corrotto e, per così dire, a sovranità limitata.
    (da Rappresagli naziste, saccheggi e violenza alleata: alcuni esempi nel sud – di Gloria Chianese)

    Non si conoscono episodi simili e di tale esoensione da parte delle truppe tedesche.

    043 – La Storia dimenticata – gli stupri di massa Ricordare…
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  10. #20
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