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    Predefinito Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici.

    Berlino, un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici. Parla la regista Sander L' Armata Rossa a caccia di tedesche <Vittime almeno due milioni di donne. Ho incontrato ragazze di quattordici anni violentate oltre cento volte>


    BERLINO DAL NOSTRO INVIATO Ancora la Storia recente, le sue amnesie non innocenti, le parentesi tra cui sono rimasti chiusi episodi terribili; e ancora il cinema che arriva, a volte prima degli storici o dei giornalisti, a ripercorrere fatti specialmente atroci o politicamente scomodi. L' ha fatto il regista francese Bertrand Tavernier, con il suo film documento sulla guerra d' Algeria. L' hanno fatto i registi italiani Caracciolo e Marino, con il loro film documento I 600 giorni di Salo'. Lo fa la regista tedesca Helke Sander, in un film documento in programma sabato prossimo al FilmFest, Befreier und Befreite Krieg, Vergewaltigungen, Kinder (Liberatori e liberate Guerra, stupri, bambini), che indaga, riflette e rende testimonianza su un tema sinora sempre ignorato: gli <stupri di massa> perpetrati dai soldati dell' Armata Rossa quando entrarono vittoriosi a Berlino nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale. Helke Sander, berlinese, cinquantacinque anni, ex attrice e femminista militante, regista ammirata e rispettata, condirettrice dell' Istituto per il cinema e la televisione di Brema, e' una donna bruna, pallida, sottile, tenace. La interroghiamo sul suo film e sulle lunghe ricerche che lo hanno preceduto. Lei parla di <stupri di massa>. Cosa vuol dire <di massa> ? Vuol dire di massa. E' cosi'. A Berlino vennero stuprate nel 1945 dai soldati dell' Armata Rossa, soprattutto nei mesi di maggio e giugno, almeno 100 mila donne; 500 mila donne vennero stuprate nella zona d' occupazione sovietica, in quella che sarebbe poi stata la Repubblica democratica tedesca; un milione e 400 mila donne vennero stuprate nei territori dell' Est oltre il fiume Oder, in quella che e' oggi la Polonia. Due milioni di donne hanno subito stupro. E' davvero una cifra minima: certo non furono di meno, probabilmente furono molte, molte di piu'. Durante il lavoro di ricerca, ho parlato con cento donne che ebbero allora questa esperienza feroce, per scegliere le venti testimoni che la raccontano nel mio film. A tutte ho chiesto: <Quante saranno state, a patire violenza? >. Hanno risposto: <Almeno il 70 per cento delle donne tedesche>. Sembrano cifre molto alte. Le cifre sono assai piu' alte, ma non possiamo provarlo. Quasi meta' delle donne berlinesi violentate sono state stuprate piu' volte, in varie occasioni, da militari diversi. Ho incontrato donne che sono state violentate oltre cento volte: e avevano tredici, quattordici anni. Soprattutto alle ragazzine e' successo ripetutamente. Il 25 per cento delle donne violentate sono rimaste incinte. Sinora, non se ne sapeva nulla. Nella maggior parte dei casi, le donne non hanno parlato di quanto avevano subito neppure con i parenti stretti. Hanno taciuto. Avevano paura. Sentivano la violenza sofferta come una vergogna. Temevano di venir cacciate dalla famiglia, rifiutate dai mariti. I tempi erano diversi, eppure anche adesso l' identico silenzio si ripete nel Kuwait, dove moltissime donne sono state violentate durante la guerra del Golfo da militari soprattutto iracheni. Politicamente, l' argomento e' rimasto soffocato da un tabu' assoluto: i liberatori dal nazismo non potevano essere anche violentatori. Soltanto nell' ex Unione Sovietica se n' e' discusso, specialmente nella pubblicistica dei dissidenti. Socialmente, in Germania non e' accaduto che queste vittime si unissero in associazione, e soltanto in rari casi isolati e' stata rivolta allo Stato una richiesta di aiuto, di sussidio. In teoria era possibile chiedere un indennizzo, ma occorreva fornire documentazione, dare prova di essere state violentate: gli unici testimoni possibili sarebbero stati i violentatori. Nella generale rimozione silenziosa in che modo ha potuto condurre la sua ricerca, arrivare alle sue conclusioni? Durante quarantasei anni, nessuno aveva mai condotto una ricerca del genere: ho cominciato io, sono stata la prima a interessarmi a questo pezzo di Storia. Ci ho lavorato per cinque anni, iniziando da Berlino: ho dovuto fare una ricerca trasversale che ha richiesto moltissimo tempo, tra grandissime difficolta'. Purtroppo non mi e' stato possibile consultare gli archivi militari a Mosca: molti soldati sovietici furono fucilati o duramente puniti per aver stuprato donne tedesche, ogni rapporto con la popolazione tedesca era loro severamente vietato, e i rapporti disciplinari certo recano traccia delle violazioni. I documenti degli uffici amministrativi tedeschi, dove potevano risultare le malattie veneree, gli aborti, le nascite che furono conseguenze degli stupri vennero distrutti dopo trent' anni e non esistono piu'. Per fortuna esistono ancora, e sono risultati i piu' utili, alcuni archivi di ospedali: in molte registrazioni di nuove nascite sta scritto <padre russo, sconosciuto>. Perche' ha concentrato la sua ricerca sull' Armata Rossa? I primi ad arrivare a Berlino, nel 1945, furono i sovietici. Americani, francesi e inglesi arrivarono poi, a luglio. Nella Storia, gli eserciti vincitori hanno sempre violentato le donne dei Paesi sconfitti. Le sembra che questo caso presenti caratteri particolari? Per le sue proporzioni, in questo secolo e' paragonabile soltanto a quanto hanno fatto i giapponesi a Nanchino, in Cina. Anche i militari tedeschi hanno stuprato donne sovietiche durante la campagna di Russia, ma in misura assai minore Ci sono fattori... Bisogna pensare all' oppressione dello stalinismo, alle pressioni cui i soldati sovietici erano sottoposti nell' esercito, all' odio che avevano per i nazisti: arrivavano, erano i vincitori... Erano soldati molto giovani, ventenni, agivano sempre in gruppo: e pure l' alcol c' entrava la sua parte. Violentavano anche per sfregio, ma soprattutto per sfogo sessuale. Volevano <vivere>, farlo il piu' possibile. Molti non credevano che la guerra fosse finita, avevano paura di venir mandati in Estremo Oriente. Molti erano impressionati dalla ricchezza in Germania: anche se eravamo alla fine e sotto le macerie d' una guerra disastrosa, nelle case c' erano le vasche da bagno, i quadri, i cristalli, i tappeti, le ghiacciaie. I soldati sovietici non arrivavano a crederci, lo raccontano ancora oggi, e si puo' intuire il loro furore: avevate tutto, perche' siete venuti a saccheggiare le nostre case? Abbiamo vinto e ci prendiamo tutto, anche le donne. Nel suo film venti donne tedesche testimoniano la violenza subita. E' stato difficile indurle a parlare? Dopo aver spiegato e chiarito le mie intenzioni, no. Anzi, ora sono assediata da donne violentate e dai loro figli nati dalla brutalita', non c' e' giorno che nuove persone non mi telefonino per denunciare, per parlare. Soprattutto le donne che erano allora ragazzine, hanno patito traumi profondi: era la prima volta che ne parlavano, e parevano provare quasi un senso di sollievo. Lei ha anche raccolto, a Minsk in Bielorussia, testimonianze di uomini e donne dell' Armata Rossa. Cosa hanno detto? Le donne soldato hanno detto di non averne saputo nulla, di non averne mai sentito parlare. I soldati non hanno negato, hanno ammesso tutti di essere al corrente; e hanno avanzato le giustificazioni della guerra, della paura di morire, del bisogno sessuale, della loro giovinezza. Uno soltanto ha riconosciuto d' aver violentato una tedesca: oggi non riesce a capire, ha detto, come sia stato possibile. Come, perche' ha preso a interessarsi a questa tragedia? Da bambina, sono stata testimone di un episodio del genere. Avevo otto anni, con mia madre e mio fratello dormivamo in un vagone ferroviario in quella che e' oggi la Cecoslovacchia. Le donne che abitavano in quello e in altri scompartimenti del treno letto avevano molta paura: si diceva che stessero per arrivare i liberatori ma non si sapeva chi fossero, se i russi, gli americani, i neri. Dominava un terrore quasi isterico: quelle donne, senza nessuno accanto che potesse proteggerle perche' gli uomini erano tutti in guerra o chissa' dove, cercavano di imbruttirsi, di sporcarsi, di rendersi sgradevoli per non essere prese. Soprattutto di sporcarsi. La notte, sulle cuccette superiori dove dormivamo, mio fratello ed io nascondevamo col nostro corpo il corpo di mia madre e di un' altra signora, perche' si sapeva che i bambini li lasciavano stare. Una notte, vennero i soldati russi e si presero le due donne che dormivano nelle cuccette inferiori: le prelevarono con modi cortesi, gentilmente, ma poi le sentimmo piangere e gridare nel buio. .. Quale utilita' sociale pensa possa avere il suo <Liberatori e liberate> ? Tutta la storia del dopoguerra deve essere riconsiderata, e io vorrei che questa riscrittura avvenisse con la coscienza pure del destino delle donne. Nella Storia, la dimensione femminile non e' mai stata riconosciuta ne' registrata: bisogna cominciare.

    Lietta Tornabuoni

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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Lo stupro? E' un diritto dei liberatori

    BERLINO - Lo stupro, e la guerra: un documentario in due parti (221 minuti in totale) di Helke Sander, mostrato per la prima volta ieri al Festival, e intitolato, con dolore che vuol fingersi ironico, I Liberatori-Le Liberate.

    I "liberatori" sono i soldati dell' Armata Rossa, ma anche i francesi e gli americani, e le"liberate", le donne tedesche: i liberatori hanno, per così dire,"festeggiato" l' occupazione di Berlino e della Germania, stuprando le liberate.

    Il documentario si apre sui capelli bianchi e la voce piana di una dottoressa, che prende una serie di cartelle ormai coperte di polvere dall' archivio dell' ospedale presso il quale lavora, e lavorava al tempo: "Il 3,7 per cento delle donne tedesche sono state violentate dai russi; il 2,7 per cento dai francesi e gli americani".
    Il tutto si traduce in milioni: milioni di donne violentate a Berlino, nella Turingia, e in quella che oggi è la Polonia.

    La prima parte del documentario dà la parola ai russi di Berlino: uomini e donne. Le donne, eroine decorate, con molte medaglie, "non hanno visto, non hanno sentito, non hanno saputo".
    L' uomo, con tanti denti d' oro che scopre in quel sorriso osceno che hanno sempre gli uomini, specie i più anziani, quando parlano di "certe cose", dice:
    "L' uomo ha più esigenze sessuali della donna, come si sa: lo si vede anche negli animali. E poi, allora, erano altri tempi: per le donne occidentali di oggi, lo stupro è un problema; per noi, all' epoca, non lo era quasi per niente... I soldati russi hanno violentato per bisogno di sesso, non per vendetta: gli uomini vogliono rimanere uomini, anche in guerra. E quanto alle donne che sono andate con loro, anche se costrette, sono state considerate patriote: hanno aiutato i russi...".

    Helke Sander domanda, seria e severa. Una donna che è nata allora, nel ' 46, figlia di uno stupro su sua madre compiuto, insieme, da due ufficiali francesi, racconta: "Avevo quattordici anni, quando l' ho saputo. Era di Carnevale, volevo uscire, mia madre non voleva, e mi ha inseguito urlando 'sei un maiale, come tuo padre...''

    Ho chiesto, e mi ha raccontato: molto poco però. Non gliela perdono ancora oggi, la rabbia con la quale mi ha comunicato quella verità...
    " Quanto a mio padre, me lo immagino francese, ufficiale, imbecille, con tante medaglie...".


    TESTATA: REPUBBLICA
    DATA: 23/2/1992
    PAGINA: 41
    OCCHIELLO: 42. INTERNATIONALE FILM
    FESTSPIELE BERLIN Il documentario di Helke Sander
    TITOLO: LO STUPRO? E' UN DIRITTO DEI LIBERATORI
    AUTORE: di ANNA MARIA MORI

    ************************************************** ****


    Centomila figli della violenza

    Berlino - A raccontare l' orrore, a volte, bastano i numeri: a Berlino, subito dopo la liberazione, sono state stuprate dai "liberatori" centomila donne, vale a dire il 9 per cento di tutta la popolazione femminile berlinese dell' epoca (e i dati sarebbero stati forniti per difetto: ci sono fonti secondo le quali, ad essere stuprate, sarebbero state il 60 per cento delle berlinesi); in quella che allora era la Prussia orientale, dal dicembre ' 44, quando è iniziata la ritirata dei tedeschi, fino alla fine della guerra, le violentate da soldati dell' Armata Rossa furono due milioni: di queste, duecentomila sono morte, alcune ammazzate direttamente dai soldati che le violentavano. Altre in conseguenza dello stupro. E ancora: il venti per cento delle violentate, sono rimaste incinte: in Germania ci sono trecentomila figli dello stupro di massa del ' 45 (e anche questi sarebbero dati calcolati per difetto).

    Tutto questo appare nel documentario presentato al Festival di Berlino dalla regista e scrittrice Helke Sander (un suo libro di racconti è stato pubblicato due anni fa anche in Italia) e intitolato I liberatori e le Liberate: quattro ore di documenti ripescati in archivi trascurati da tutti, interviste a protagoniste e vittime, e ai figli delle vittime.

    Il documentario si apre e si chiude sul volto di una donna, in penombra, in fondo a un tavolo lunghissimo: è stata stuprata cento volte, ed esistono certificati d' ospedale che lo provano.
    E ci sono ancora documenti a proposito di una donna violentata centoventotto volte in una notte, davanti ai familiari: alla quindicesima volta è svenuta, ed è rimasta svenuta fino alla fine.
    Ci si chiede prima di tutto: come mai solo adesso?
    La Sander racconta i cinque anni di battaglie prima di poter cominciare materialmente il lavoro: non c' era televisione che la volesse finanziare. L' obiezione di tutti era politica: proprio adesso che c' è Gorbaciov, e che i rapporti tra la Germania e l' Unione Sovietica vanno così bene...

    Alla fine è stata una donna, capo struttura di una televisione pubblica, che, contro tutti, ha deciso di investire l' intero budget a sua disposizione nel progetto di Helke Sander: il risultato è qui, a disposizione di chi voglia fare ulteriori pensieri sul passato e sul
    presente.
    E, a guardare la platea che ha seguito tutte e quattro le ore del documentario, a Berlino, si direbbe che, sul tema, continuino a riflettere solo le donne: gli uomini erano praticamente assenti.

    Helke Sander, è stata solo la simpatia per Gorbaciov ad ostacolare per cinque anni la realizzazione del suo documentario?
    "Anche il fatto che la tragedia degli stupri sulle donne tedesche, attuati soprattutto dai russi dell' Armata rossa, e in misura infinitamente minore dagli americani e dai francesi, è sempre stato un argomento usato dalla destra contro la sinistra: tutti sapevano, da noi, tutti sussurravano, ma nessuno ne voleva parlare".

    Anche lei ci ha messo del tempo a decidere: anche se ha cominciato a pensarci cinque anni fa, erano comunque passati quarant' anni...
    "Forse anche a me è mancato il coraggio: ci pensavo, lasciavo andare il pensiero, poi dopo un po' di tempo ci tornavo su... Finché mi sono sentita forte: e ho deciso... Devo però anche aggiungere che se non ci fosse stata la caduta del Muro, mi sarebbero venute a mancare molte testimonianze, e molti documenti: per esempio quelli, importantissimi, dell' ospedale di Berlino Est, la 'Charité' , con i certificati di stupro, e le nascite di figli dello stupro".

    Molti suicidi.

    E' sicura che siano duecentomila, i figli della violenza dei russi...?
    "Non ci sono i documenti per tutti. E, comunque, quelli che abbiamo ci consentono di fare questi numeri... Non c' è neanche da meravigliarsi tanto: a testimoniare tragicamente, al presente, della verità del nostro passato, è di questi giorni la notizia delle donne kuwaitiane: in cinquemila sono rimaste incinte in conseguenza degli stupri dei soldati iracheni, durante l' occupazione e la guerra; a nessuna è stato concesso di abortire; tutte sono state torturate psicologicamente in maniera drammatica; molte sono state mandate a partorire in Svizzera. Tutte hanno avuto un destino tremendo".

    Che conseguenze porta essere figlio di uno stupro?
    "Ne ho intervistati tre, ne conosco altri che però non hanno voluto parlare: è più difficile parlare con i figli, che con le madri stuprate. I figli vivono la loro nascita con un oscuro senso di colpa. Molti di loro si sono anche suicidati".

    E le donne? Quali conseguenze hanno subito?
    "Alcune sono impazzite, molte si sono suicidate: abbiamo le cifre dei suicidi a Berlino, e nell' aprile del ' 45 si passa dalla quota massima dei mesi precedenti, che allora era rappresentata da centocinquanta suicidi (era comunque tempo di guerra, e non sono pochi) a tremilaottocento. Normalmente, a suicidarsi, sono più gli uomini che le donne. Nell' aprile ' 45 le proporzioni cambiano: a suicidarsi sono state sicuramente di più le donne, come risulta dalla ricerca fatta allora in alcuni quartieri di Berlino".

    E' atroce, però si sa, è in tutti i libri di testo, a proposito di tutte le guerre: prima si conquista, poi si saccheggia e si stupra.
    E' la tragica normalità della guerra: che cos' è che l' ha spinta a fare questo documentario, il bisogno di dimostrare che anche quelli che una gran parte dell' umanità credeva migliori, e cioè i russi-sovietici, erano uguali o peggiori degli altri?
    "Io non pensavo che fossero migliori. Volevo solo capire perché tutto quello che si andava dicendo da quarant' anni sugli stupri dei russi, sotto forma di mormorio, non veniva detto pubblicamente. Un voto contro. Volevo anche spiegare pubblicamente quello che non siè capito per anni: e cioè come mai, subito dopo la fine della guerra, le donne tedesche (perché gli uomini non c' erano più) hanno votato Cdu, anziché i socialisti, anche a Berlino, dove, prima, c' era una forte componente socialista e comunista.
    Le donne, come si è continuato a dire in quei medesimi mormorii, 'hanno votato contro i loro amanti-violentatori russi' . Questa è la verità".

    Nel suo documentario, lei ne ha intervistati parecchi di russi: dicono, più o meno, ' l' uomo è cacciatore' , ' le donne che si sono fatte violentare dai nostri soldati, noi le abbiamo considerate come patriote...' .
    "I russi hanno tutti accettato di parlare nella mia inchiesta. E nella loro assoluta ingenuità, si sono anche rivelati simpatici".

    Sempre nel documentario, lei dice che quelli che hanno stuprato di meno, sono gli inglesi...
    "E' così. Forse perché l' esercito inglese era il più omogeneo. Mentre quello francese aveva una forte componente di marocchini e tunisini, che non tenevano minimamente conto dei regolamenti che vietavano lo stupro, e, a loro volta, non erano assolutamente controllati da chi li doveva controllare. Molti continuano a dire ancora oggi che lo stupro, in guerra, è naturale: non è vero, non tutti gli eserciti lo praticano con tanta naturalezza. Alcune divisioni di cosacchi e dell' esercito prussiano, non hanno mai violentato".

    Nel film lei mostra i cadaveri nudi e orrendamente mutilati di donne, con accanto ufficiali della Wehrmacht...
    "Ci sono stati villaggi della Prussia orientale, prima occupati dai tedeschi, poi presi dai russi, e dopo ancora riconquistati dai tedeschi: i tedeschi, a scopi propagandistici, hanno fotografato le donne stuprate e uccise dai russi: ci sono moltissimi documenti fotografici in questo senso. Esistono, in proposito, immagini ben più agghiaccianti di quelle che ho mostrato: non ce la facevo a guardarle... I russi hanno anche crocifisso le donne, inchiodate alle porte delle loro case".

    Anche i tedeschi, in Russia, non hanno scherzato...
    "In Russia sappiamo solo, dai rapporti della Wehrmacht, che esistono un milione di figli dei tedeschi occupanti: ma sembra che siano figli di un rapporto davvero consensuale. Comunque, le violenze ci sono state, eccome, anche se non abbiamo ancora i dati. Sappiamo solo con certezza che, a violentare, non sono stati quasi mai gli uomini della Wehrmacht, bensì i soldati delle Ss".

    Da una parte la tragedia orribile degli stupri, ancora oggi in Kuwait, e in Jugoslavia.
    Dall' altra i processi per molestie sessuali in cui ci sono ragazze americane che accusano uomini anche dopo averli scelti, dopo aver accettato di salire in camera con loro... Cosa pensa, in proposito?
    "Ho seguito poco: stavo lavorando accanitamente per finire il documentario per il Festival. Da quel poco che ho letto, mi pare che adesso ci sia un po' di esagerazione da parte delle donne... Però non fatemi dire di più: non sono documentata a sufficienza".
    "Tuttavia trovo terribile che gli uomini continuino a non occuparsi del problema degli stupri in guerra. Continuano a considerarli ' argomenti femminili' .
    E andando a scavare, scopri che argomentano: lo stupro è un modo come un altro di sentirsi vivi, di difendersi dalla paura della guerra. La logica, insomma, sarebbe: ' vorrei e dovrei ammazzare, violentare i politici che hanno voluto la guerra; non potendolo fare, mi sfogo sulle donne...' ".


    TESTATA: REPUBBLICA
    DATA: 25/2/1992
    PAGINA: 37
    SEZIONE: CULTURA
    TITOLO: CENTOMILA FIGLI DELLA VIOLENZA
    SOMMARIO: A colloquio con la regista e scrittrice Helke Sander che ha presentato un documentario sconvolgente sulle donne berlinesi stuprate durante l' occupazione da parte dei russi
    AUTORE: di ANNA MARIA MORI


    Lo stupro? E' un diritto dei liberatori di Anna Maria Mori - Il Corriere d'Italia nel Nuovo Mondo
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    CRIMINI RUSSI E ALLEATI CONTRO I PRIGIONIERI DI GUERRA E LA POPOLAZIONE CIVILE TEDESCA

    La tragedia dei prigionieri di guerra italiani in Russia
    "Non ci trovo assolutamente niente da dire se un buon numero dei prigionieri (italiani) morirà.... Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti".
    Palmiro Togliatti



    Scrivere delle stragi avvenute nel mondo e soprattutto in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale a distanza di oltre mezzo secolo non aiuta di certo ad esporre con precisione i massacri avvenuti nei Gulag e durante le marce. A pagarne le conseguenze non furono solo i soldati italiani, ma tutti quelli coinvolti nel grande conflitto mondiale. Iniziamo dal più eclatante, l'eccidio di Katyn: 15.000 ufficiali polacchi uccisi dai russi, che fecero credere per mezzo secolo al mondo che erano stati i tedeschi gli autori della strage; senza contare la triste sorte toccata ai prigionieri di guerra tedeschi (di cui, secondo la commissione Maschke, un milione morì nei campi dell'URSS), romeni e ungheresi. Gli stermini di prigionieri di guerra, perpetrati quindi persino in tempo di pace, sono fatti gravissimi da sottolineare inequivocabilmente. Soffermiamoci ora sul bilancio della campagna di Russia dei nostri soldati. Nel marzo 1943 i resti di quello che era l'ARMIR vengono rimpatriati e si fanno i primi conti delle perdite. La forza complessiva presente all'inizio dell'offensiva era di circa 200.000 uomini di cui, secondo i dati pubblicati dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore, ne mancavano all'appello 84.830. Oggi, dopo rigorose indagini presso ciascun Comune e Distretto Militare da parte dell'Ufficio dell'Albo d'Oro (sezione del Ministero della Difesa che funziona da anagrafe di tutti i militari), il numero degli italiani che non hanno fatto ritorno dal fronte russo è stato di circa 100.000 soldati. Tenendo conto che circa 5.000 erano caduti prima del 15 dicembre 1942, le perdite della ritirata assommano a 95.000 uomini circa. Secondo i calcoli più recenti, derivati soprattutto dalla documentazione esistente negli archivi russi (finalmente aperti ai ricercatori), 25.000 sono morti combattendo, o di stenti, durante la ritirata e 70.000-75.000 sono stati catturati dai russi. Solo 10.000 prigionieri sono stati restituiti dai sovietici dopo tre anni di prigionia (temevano che se fossero rientrati a casa prima del 2 giugno 1946 avrebbero potuto compromettere l'esito del referendum votando per la monarchia). Tutti gli altri sono deceduti sia nelle tremende marce di centinaia di chilometri sia durante gli estenuanti trasporti ferroviari di intere settimane in condizioni di vita allucinanti, caratterizzati dall'assenza quasi assoluta di alimentazione e assistenza medica oppure, gravemente denutriti, feriti, ammalati o congelati, reclusi in lager di smistamento improvvisati, disorganizzati e in condizioni igieniche spaventose. Tutto ciò ha creato le condizioni ideali per la diffusione di epidemie che hanno falcidiato molti di coloro che avevano resistito fino allora. A fine giugno del 1943 i prigionieri italiani in URSS erano 15.000 circa, detenuti, secondo documenti russi, in circa 400 lager: tra i più tristemente famosi quelli di Tambov, dove sono morti circa 10.000 italiani,di Miciurinsk, Hkrinovaja e Tiomnikov. La maggior parte dei prigionieri italiani sopravvissuti fu poi mandata in un campo dell'Asia Centrale, dove fu adibita alla coltivazione del cotone.

    Giorgio Saroglia
    (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia)




    Giusti Italiani in Russia

    Mio padre è in Russia, coperto di fango e di ghiaccio nella fossa comune di Oranki. Era un capitano comandante la Compagnia Comando del Battaglione "Pieve di Teco". Amava e proteggeva con tutte le forze i suoi alpini ed avrebbe continuato ad occuparsene se la prigionia non li avesse divisi, se la morte non glielo avesse impedito. Conobbe le marce del "davai", i lager di Krinovaja e di Oranki, morì due mesi e due giorni dopo la sua cattura in quel di Valujki. Per seguire la sua storia in Russia ho percorso la sua via, ho letto tanti libri e ascoltato testimonianze in cui si conferma che agli orrori di tante tragedie corrisponde sempre la presenza dei Giusti e degli Eroi. Ricordo i soldati ed i loro ufficiali che insieme perirono in combattimento, durante la ritirata, fucilati alla cattura, di sfinimento o eliminati durante le marce del "davai", sulle tradotte per i trasferimenti, nei lager di smistamento ed in prigionia. Parlo dei tanti medici, sanitari e dei cappellani che non si arrestarono davanti al pericolo del contagio e della morte, durante le tragiche epidemie della prigionia: la loro tomba fu la fossa comune, insieme ai compagni che inutilmente avevano cercato di salvare. Il Dottor Enrico Reginato , medico del battaglione "Monte Cervino", scriveva difatti che insieme ai medici occorreva ricordare i cappellani militari, uniti ai medici nella stessa missione: i primi per curare i corpi, i secondi per portare rassegnazione e speranza oltre la morte. Le loro opere, in questa collaborazione, si accostano e si completano. Durante la ritirata le slitte, sovraccariche di feriti, erano prese di mira e fatte saltare in aria dall'aviazione. Venivano perciò costituiti ospedali da campo nelle isbe, con medici ed infermieri volontari contrassegnati dalla bandiera internazionale della Croce Rossa. Ma i russi, e specialmente i partigiani, di certe "leggi"e "convenzioni"non ne conoscevano l'esistenza.... Tanti furono trucidati e le isbe stesse date alle fiamme: si udirono grida di disperazione e spasmodiche urla di dolore. Molti cappellani militari erano in Russia e tutti han fatto miracoli. Cito coloro che ho conosciuto e che conosco:

    Don Giuseppe Vallarino , del "Pieve di Teco"; Monsignor Italo Ruffino , della Divisione "Torino", che ha 95 anni e continua a scrivere; Don Carlo Gnocchi , che tutti conosciamo; Don Carlo Caneva , il costruttore del Tempio delle Memorie e dei Caduti in Russia; Monsignor Carlo Chiavazza , giornalista e rettore di San Lorenzo, della Divisione "Tridentina", che si occupò di me e di mia sorella sino alla fine dei suoi giorni (lo aveva promesso al maggiore Carmelo Catanoso, comandante del Battaglione "Pieve di Teco", quando lo accompagnò, al ritorno dalla prigionia nel '46 a casa nostra, per raccontare di nostro Padre). Ricordo Don Giuseppe Re , cappellano del Battaglione "Ceva", che fece una fine orrenda in mano ai partigiani sovietici soltanto perchè era un prete. Ed inoltre Monsignor Elenio Franzoni , cappellano della "Pasubio", che si rifiutò di tornare in patria per non lasciare i suoi soldati. In prigionia, insieme ai medici, curò e confortò tutti - russi, romeni, ungheresi, tedeschi, italiani e gli alpini - tanto che in una cerimonia ufficiale fu donato, a lui fante, il cappello con la penna nera. Egli è Alpino "ad honorem"per mano del generale Franco Magnani , capitano nella campagna di Russia e medaglia d'oro al valor militare. Quello stesso cappello fu posato sulla cassa il giorno del funerale di Don Elenio, che morì a Bologna il 5 marzo di quest'anno (2007). Da ogni parte d'Italia arrivarono per lui a rendergli l'estremo commosso meritato omaggio. Aveva 94 anni, sicuramente spesi in modo esemplare. Fu decorato con la medaglia d'oro al valor militare che egli volle dedicare ai suoi Fanti, ai suoi Alpini, ai suoi Bersaglieri. La data che rimase scolpita nelle sue parole e nei suoi ricordi fu il 16 dicembre 1942. Il giorno in cui fu fatto prigioniero sul Don stava celebrando messa quando un capitano entrò urlando "Via anche lei, Don Elenio, arrivano i russi!""Vengo solo se portiamo via i feriti", rispose con calma il sacerdote (cosa realisticamente impossibile da attuare). E così Don Franzoni, dall'ultima trincea seguì i "suoi ragazzi ", quelli feriti, quelli più deboli, al campo di prigionia ed a loro rimase fedele sino alla fine dei loro giorni. Per ricordare il Dottor Reginato occorrerebbe trascrivere qui le sue memorie: "12 anni di prigionia in U.R.S.S.", perchè ogni sua parola, ogni virgola sono necessarie per raccontare e capire la sua terribile esperienza: le atroci sofferenze dei prigionieri, gli orrori delle epidemie, le vessazioni della polizia, le suggestioni della propaganda, le costrizioni della segregazione, l'incubo delle inquisizioni culminate nei processi e le fatiche estenuanti e umilianti nei cosiddetti "campi di rieducazione socialista". Quando partì per la Russia suo padre gli raccomandò: "Preoccupati solo della salute dei tuoi soldati, alla tua penserà il Signore". Il primo capitolo dei suoi scritti è dedicato alla figura del medico militare in prigionia. Fu catturato nell'aprile del '42 e portato al campo 27 di Krasnogorsk; poi a Oranki, dal novembre '42 al novembre '43; a Suzdal, dal novembre '43 al novembre '44; poi a Kramatorsck, con altri medici, per curare migliaia di prigionieri romeni catturati dai russi in Bessarabia; dal gennaio '45 al settembre '46 nel campo di punizione 171 a Suslangher, nella Repubblica dei Mari (Marijskaija Respublika), oltre il Volga, a 2.000 km. ad est di Mosca, dove trovò parecchi ufficiali che condivisero con lui le vicissitudini degli anni successivi: alcuni in parte, altri tutte. Nel '46, quando i pochi prigionieri ritornarono in patria, fu processato con altri 28 sventurati come delinquente comune e condannato a 20 anni di lavori forzati dal tribunale di Kiev. Nell'ultimo anno di detenzione potè comunque ricevere posta e, tra le lettere dei familiari, anche le cartoline di "zio Luigino"e di "zio Alcide": erano di Luigi Einaudi e di Alcide De Gasperi. Suo padre morì durante la sua prigionia. Ritornò in patria nel 1954 e fu decorato con la medaglia d'oro al valor militare, un'altra decorazione la ricevette dallo Stato Romeno. Durante tutti questi anni non smise mai di essere medico.

    Marisa Granata
    (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia)




    Crimini degli "Alleati"contro i Prigionieri di Guerra

    Con la sconfitta subita dai tedeschi di fronte a Stalingrado il 2 febbraio 1943, le armate della Wehrmacht di Hitler cominciarono la loro ritirata dal territorio sovietico, costituendo così il preludio per la sconfitta del Terzo Reich. Insieme ai soldati tedeschi si unirono nell'esodo verso l'Occidente circa 5.000.000 di cittadini sovietici intenzionati a sfuggire al totalitarismo comunista o perché collaboratori dei tedeschi. Nel 1944 sir Robert Anthony Eden (poi Lord Avon), allora Ministro degli Esteri britannico, convinse il Capo del governo di coalizione in tempo di guerra (e futuro Primo Ministro) Churchill a ordinare il rimpatrio forzato di tutti i cittadini sovietici stanziati in Occidente, così da poter ottenere, da parte sovietica, la restituzione di prigionieri di guerra alleati. Alle prime voci di rimpatrio nei campi di prigionia inglesi si verificarono numerosi suicidi al grido di "meglio la morte che Stalin!". In quel solo anno vennero riconsegnati ai sovietici circa 2.750.000 persone, uomini, vecchi, donne e bambini, in gran parte riluttanti, poiché ben sapevano cosa li aspettava al loro rientro in patria: chi non veniva fucilato o impiccato sul posto veniva internato nei famosi "gulag"staliniani, campi di concentramento situati nell'inospitale e gelida regione della Siberia, per essere sottoposti a torture e privazioni di ogni tipo poiché, come sosteneva Stalin, "il prigioniero di guerra è un traditore, pericoloso perché ha visto l'Occidente", anche se lo ha fatto da un lager nazista.

    Non solo furono riconsegnati i militari russi catturati dai tedeschi e detenuti per anni nei campi nazisti (il decreto n° 270 del 1942, modificando il codice penale, stabiliva che un soldato caduto in mano al nemico diventava immediatamente un traditore), ma addirittura i cittadini russi, o di origine russa, che erano emigrati dopo la rivoluzione del 1917. Sempre con l'illusione di un ridislocamento in territori sicuri, nel 1945 gli inglesi riconsegnarono alle armate comuniste di Tito migliaia di slavi meridionali anticomunisti che furono anch'essi massacrati e gettati in fosse comuni. Questi accordi tra gli inglesi e i comunisti Stalin e Tito vennero tenuti segreti a tutti in Occidente, non solo agli americani, ma all'intero alto comando alleato: solo recentemente infatti questa storia è venuta alla luce. In questa vicenda si inserisce la storia di un Uomo, che merita sicuramente grande rispetto, e che scelse di morire per restare fedele alla sua gente, pur avendo la possibilità di salvarsi. Quest'uomo, la cui storia è rimasta sconosciuta per lungo tempo, è il generale Helmut Von Pannwitz , che decise di condividere il destino dei suoi uomini e degli altri ufficiali cosacchi riconsegnati dagli inglesi a Stalin, sebbene avrebbe potuto facilmente salvarsi dichiarandosi tedesco e restare così con gli Alleati, godendo del trattamento riservato dalla "Convenzione di Ginevra"ai prigionieri di guerra, che (mai sottoscritta da Stalin) non valeva invece per i cittadini sovietici caduti in mano nemica: non è poco, in questo nostro povero mondo, dove con disinvoltura e naturalezza troppi uomini sono soliti salire sul carro del vincitore, chiunque esso sia, per godere ogni possibile vantaggio personale e partecipare senza alcun ritegno e senso etico alla spartizione del potere. Si presume che Von Pannwitz sia morto il 17 gennaio 1947, giorno in cui il Governo sovietico annunciò il processo e l'arbitraria esecuzione degli ufficiali cosacchi.

    Livia Rossi




    L'Olocausto del Popolo Tedesco

    "Colonne di profughi sono schiacciate sotto i cingoli dei carri o mitragliate sistematicamente dall'aviazione. La popolazione di intere agglomerazioni è massacrata con raffinata crudeltà. Donne nude sono crocifisse sulle porte dei fienili. Alcuni bambini sono decapitati o hanno la testa schiacciata a forza di calci, o gettati ancora vivi nei porcili. Tutti quelli che non hanno potuto fuggire o che non hanno potuti essere evacuati dal Kriegsmarine nei porti del Baltico sono puramente e semplicemente sterminati. Il numero delle vittime può essere valutato dai 3 ai 3,5 milioni (…). Senza raggiungere un tale livello, questa follia omicida si estende a tutte le minoranze tedesche del Sud-est europeo, in Iugoslavia, in Romania ed in Cecoslovacchia, alle migliaia di Sudeti. La popolazione tedesca di Praga, installata nella città sin dal Medioevo, è massacrata con raro sadismo. Dopo essere state violentate, alcune donne hanno i tendini di Achille tagliati e condannate a morire quindi di emorragia sul suolo tra atroci sofferenze. Alcuni bambini sono mitragliati all'uscita delle scuole, gettati sulla carreggiata dai piani più elevati dei palazzi o annegati nelle vasche o nelle fontane. Degli infermi sono murati vivi nelle cantine. In totale, più di 30.000 vittime. La violenza non risparmia i giovani ausiliari delle trasmissioni della Luftwaffe gettati vivi nei pagliai infiammati. Per settimane il Vltava (Moldau) trasporta migliaia di corpi, famiglie intere sono inchiodate su delle zattere. Allo stupore dei testimoni, tutta una parte della popolazione ceca ostenta una ferocia d'altri tempi. Questi massacri derivano, in realtà, da una volontà politica, da un'intenzione di eliminazione, a favore del risveglio delle più bestiali pulsioni. A Yalta, davanti all'inquietudine di Churchill dl veder nascere delle nuove minoranze nel quadro delle future frontiere dell'URSS o della Polonia, Stalin non potrà astenersi dal dichiarare con aria beffarda che non dovevano più esserci molti tedeschi in queste regioni..."

    (Philippe Masson)


    Abbiamo parlato in questo libro di crimini atroci perpetrati dai nazisti, e sottolineo, non a caso, "dai nazisti". E'luogo comune, difatti, certamente a torto, identificare i termini "nazista"e "tedesco", come se ogni abitante della Germania fosse stato nel contempo necessariamente un convinto nazionalsocialista, razzista e seguace del Fuhrer, e questo non è assolutamente vero. Spesso nelle storia i ruoli di carnefice e di vittima possono cambiare da un giorno all'altro: alla fine rimane di solito solo il male che si contrappone ad altro male, sangue che si contrappone ad altro sangue, vendetta che si contrappone a vendetta, in un panoramma di violenza che miete nell'una e nell'altra parte tante vittime innocenti. In prossimità della fine del 2° conflitto mondiale, e per lungo tempo dopo, sulla Germania si abbattè l'Apocalisse, che colpì soprattutto chi coi crimini nazisti non c'entrava affatto: di certo le tremende responsabilità di questi ultimi non potevano - e non dovevano - essere addebitate alle milioni di donne tedesche stuprate, ai loro bimbi barbaramente uccisi, a gente comune che non aveva colpa alcuna. Si pensi poi all'ampiezza "biblica"di un esodo di 15/16 milioni di civili tedeschi scacciati o deportati dai territori della Germania Orientale, occupati dall'Armata Rossa, di cui più di 2 milioni (alcune fonti affermano molto di più) non sopravvisse. Si pensi al trattamento, in stato di schiavitù, riservato ai prigionieri tedeschi, nei campi di concentramento alleati: tutto ciò in evidente contrasto con l'articolo 75 della Convenzione di Ginevra, che vietava la schiavizzazione dei prigionieri di guerra. Perchè tale immane tragedia è a tutt'oggi ignorata? Perchè al sacrificio di milioni di uomini, donne e bambini tedeschi è negata la dignità della Memoria? Chi ha mai chiesto scusa e fatto pubblica ammenda per queste pagine atroci della nostra storia contemporanea? Occorre o no cercare di riparare in qualche modo a questo "vuoto abissale"della Memoria? Personalmente ho sempre cercato di combattere contro qualsiasi forma di razzismo, a cominciare dalla piaga dell'antisemitismo, ed è per questo che mi batto in favore del Diritto alla Memoria di tutte le Vittime dell'Odio, di qualunque natura (razziale, sociale, per motivi di appartenenza politica, religiosa e quant'altro...), anche tedesche (perchè no?), ed invito storici, studiosi, ricercatori e giornalisti a "scavare"nelle tenebre di quei giorni funesti, anche per scoprire e far conoscere, nell'ambito di quegli eventi, le storie dei Giusti, che sempre esistono in qualsiasi momento della storia del mondo, presso tutti i popoli. Almeno nei Paesi del mondo che si proclamano liberi e democratici, non bisogna aver paura ad aprire tutte le porte della conoscenza e ad abbattere qualsiasi tabù. Non possono esistere, a livello di principio, avvenimenti che si possono raccontare in maniera integrale ed altri che è meglio "occultare": non è concesso, pena il discredito morale, "fare sconti"a chicchessia, né balbettare ipocrite "giustificazioni"per sminuire la portata di crimini orrendi. Un mondo di pace si fonda solo su presupposti di Verità e di ricerca di una Memoria il più possibile condivisa, lievito naturale di qualsiasi aspirazione di Giustizia.

    Pasquale Totaro

    Memorie dimenticate: crimini russi e alleati contro i prigionieri di guerra e.. | Miradouro
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Germania: E' diventato un film il libro «segreto» della Hillers
    La tragedia di Marta
    nella Berlino dei russi
    «Eine Frau in Berlin» ricorda ai tedeschi il clima di terrore imposto nel 1945 dai soldati dell'Armata Rossa


    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    BERLINO — L'unico grammo di verità uscito dalla mente di Goebbels non fu meno orribile di tutto il resto. Mentre, nei primi mesi del 1945, l'Armata Rossa sovietica avanzava in territorio tedesco, il ministro della Propaganda faceva leva sulle antiche paure dei berlinesi per «i barbari che vengono dall'Est»: avrebbero violentato donne, saccheggiato la città, ucciso — faceva sapere. Quello che successe nella realtà è rimasto per decenni sotto il tappeto della coscienza nazionale tedesca, traumatizzata e impaurita, ma finalmente ora diventa conoscenza di massa: Goebbels vide giusto. Nei mesi seguiti alla capitolazione del Terzo Reich, si consumò lo stupro di Berlino. Il 20 aprile 1945, mentre stava in un bunker, una donna trentenne iniziò a tenere un diario.

    È il racconto delle violenze e delle umiliazioni che lei e migliaia di altre berlinesi subirono nei giorni successivi. Ed è la spiegazione del dramma di non poterlo gridare, della vergogna ma anche del senso di colpa e di punizione di un popolo che scopriva gli orrori del nazismo (in Italia lo ha pubblicato Mondadori: Una donna a Berlino). Ora, oltre sessant'anni dopo, quel racconto ha preso la forma di un film, da ieri nei cinema tedeschi. Si chiama Anonyma, Eine Frau in Berlin, perché fino alla morte, nel 2001, chi l'ha scritto, Marta Hillers, una giornalista, non ha voluto far sapere il suo nome. Fa diventare pubblica una pagina di storia che le nonne e le madri al massimo sussurravano, che i maschi rifiutavano. «Komm, Frau, Komm» — si sente urlare nel film. «Vieni, donna, vieni»: l'ordine dei soldati sovietici alle donne tedesche, tra le macerie di Berlino. Seguiva lo stupro, spesso di gruppo, spesso ripetuto. C'è chi parla di decine di migliaia di violenze, chi di due milioni: più probabilmente, centomila. Terrore, comunque: suicidi, aborti, nascita di Russenbabies. Gli «Ivan» erano padroni, nella zona di città da loro occupata. Preferivano le donne grasse, dice Hillers. Ma trattavano tutte peggio dei loro cavalli, «ai quali almeno parlavano con voce umana».

    Con le figlie del nazismo, con le mogli e le madri dei soldati che avevano messo a ferro e fuoco la Russia, nessun rispetto, nessuna pietà. Alito di tabacco, di aglio, di vodka, mani violente: impossibile sfuggire alla degradazione imposta dall'occupante. Hillers, come altre, per salvarsi cerca qualche ufficiale del quale diventare cortigiana, amante, almeno è uno solo e forse gli stupri collettivi finiranno. Marta — sul set Nina Hoss — ne trova uno. Nel diario ci sono momenti di tenerezza, il film fa avvicinare la storia più a un innamoramento da Sindrome di Stoccolma. Quando a Berlino riprende un minimo di normalità e i soldati tedeschi tornano a casa, non vogliono sapere. E le donne non vogliono dire. «Dobbiamo tenere la bocca chiusa — dice la protagonista —. Ognuna di noi deve agire come se fosse stata risparmiata. Altrimenti nessun uomo vorrebbe toccarci mai più». Lei, forse più coraggiosa, consegna il diario al fidanzato, Gerd. Il quale lo legge, non dice una parola, se ne va. Nella Germania dell'Est, dello stupro di Berlino non s'è parlato perché l'Armata Rossa era eroica, punto e basta. All'Ovest, perché l'angoscia, la vergogna, i più complicati sensi di colpa dettavano la loro legge.

    La tragedia di Marta nella Berlino dei russi - Corriere della Sera
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Può essere vero ed è una triste realtà che in Italia conosciamo molto bene (nel Lazio e nel Veneto vennero violentate e massacrate donne inermi), ma onestamente avanzo dubbi su una regista di nome Sander, militante femminista di cinquanta anni, amicadi Gorbaciov, col suo montaggio uscito proprio nel 1992 in pieno fermento anti-comunista e sponsorizzato da La Repubblica.
    Credo che fare un film sul milione di ragazzi tedeschi lasciati morire di stenti da Eisenhower dopo la fine dello scontro, sia più problematico (eufemismo) e non avrebbe mai avuto eccessivo spazio sulle cronache.
    Chiunque sia il responsabile di quelle violenze (americano o russo) è comunque un mostro, naturalmente.

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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Tanto verrà presentato con la solita avvertenza: "questi scabrosi e ingiustificabili atti non giustificano ciò che venne fatto dalla Germania nazionalsocialista".

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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    L’ARMATA ROSSA IN GERMANIA. Ecco come la Germania fu “liberata” dai sovietici :

    “Uccidete!!Uccidete!! I tedeschi non sono innocenti, né quelli vivi, né quelli che devono ancora nascere. Eseguite gli ordini del compagno Stalin, annientando per sempre la bestia fascista all’interno della sua stessa caverna! Annientate con la violenza la fierezza delle donne tedesche! Prendetele come legittimo bottino! Uccidete!, uccidete!, valorosi soldati dell’Armata Rossa, nel corso del vostro invincibile assalto!!”.

    «Le truppe della 1° Armata furono estremamente violente con i Tedeschi. Gli ufficiali tedeschi e i soldati arrestati spesso non riuscivano a raggiungere le zone di concentramento o di prigionia. Venivano fucilati durante il tragitto”, aveva scritto il capo del NKVD del 1° Fronte Serov Bielorussia.” (p. 120).

    Un certo Grossman (corrispondente di guerra sovietico e ebreo) osservò: “Terribili cose succedono alle donne tedesche. Un tedesco mi ha spiegato a gesti e in un misero russo che sua moglie è stata violentata da dieci soldati in un giorno”. (p. 124).

    “Si è stimato che nei due ospedali più importanti di Berlino siano passate 95.000-130.000 vittime di stupro. Un medico ha stimato che di 100.000 donne vittime di stupro a Berlino, quasi 10.000 sono morte, la maggior parte delle quali si è suicidata. Nel complesso, almeno 2.000.000 di Tedesche sono state violentate e una quota significativa di esse, se non la maggior parte, sembrano avere subito più di uno stupro”. (p. 548).

    «Ma ancora più sconvolgente è il fatto che gli ufficiali e i soldati dell’Armata Rossa abbiano stuprato anche donne e ragazze Ucraine,Russe e Bielorusse rilasciate dai campi di lavoro in Germania”(p. 174).

    «La notte del 16 aprile, la nave ospedale Goya, con 7.000 rifugiati, fu affondata da un sommergibile sovietico. Solo 165 passeggeri si salvarono». (p. 274).

    «Anche se i comandanti sovietici l’hanno negato, l’artiglieria e l’aviazione hanno indubbiamente utilizzato fosforo o altri proiettili incendiari» (p. 452).

    «La propaganda sovietica sulla “liberazione dalla cricca fascista” cominciò ad avere effetti negativi, soprattutto quando le mogli e le figlie dei comunisti tedeschi furono brutalmente trattate allo stesso modo delle altre donne». (p. 552).

    “Alcuni vedevano nei piccoli tedeschi le future SS e ritenevano che dovevano essere uccisi prima di crescere. Lo scrittore Lev Kopelev, allora leader politico, fu arrestato dai Servizi del Controspionaggio perchè si era fatto coinvolgere dalla propaganda della pietà borghese e dal dolore per quanto stava succedendo al nemico”. Egli ebbe anche il coraggio di criticare la brutalità degli articoli di Erenburg”. (p. 75).

    «Stalin dichiarò la sua intenzione di spogliare l’industria tedesca, come anticipo dei 10 miliardi di dollari chieduti dall’Unione Sovietica come risarcimento. Commissioni governative, composte da ragionieri sovietici seguivano gli eserciti nella loro avanzata. La loro missione era la confisca sistematica dell’ industria e della ricchezza tedesche». (p. 140).

    «Il saccheggio iniziò subito, accompagnato dal grido ” Uri! Uri! ” mentre le truppe sovietiche marciavano arraffando orologi. Frugavano nelle valigie dei profughi e ne sequestravano i contenuti». (p. 188).

    «Il saccheggio e il trattamento dei sopravvissuti sembrarono aver scioccato che anche le autorità militari sovietiche:” All’interno dell’esercito si svolgono vergognosi e politicamente dannosi incidenti con cui, con il pretesto di vendetta, alcuni ufficiali e soldati commettono atti di violenza e saccheggi ». (p. 191).

    «Gli Shturmovik sovietici non facevano distinzione tra obiettivi civili e militari. Una chiesa non veniva distinta da una fortificazione, specialmente quando l’evidente scopo era di livellare ogni edificio che si innalzava dal terreno. I feriti,in attesa sulla banchina di essere trasferiti a bordo delle navi furono colpiti dai proiettili sparati contro le ambulanze. Decine di migliaia di donne e bambini che aspettavano di lasciare la città, furono un facile bersaglio »


    L’ARMATA ROSSA IN GERMANIA. Ecco come la Germania fu ?liberata? dai sovietici : Sito ufficiale di Baldo Borrelli
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Si dimentica un piccolissimo particolare: l'invasione tedesca in URSS provocò circa venti milioni di perdite tra civili e esercito. Nella sola Stalingrado le vittime furono due milioni e mezzo.
    Credo che una cosa simile sia irremovibile dalla memoria che comunque, e son daccordo, deve essere di tutti.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Stalinator Visualizza Messaggio
    Credo che una cosa simile sia irremovibile dalla memoria che comunque, e son daccordo, deve essere di tutti.
    memoria condivisa?
    «Puoi togliere il selvaggio dalla foresta, ma non puoi togliere la foresta dal selvaggio.»
    Paolo Sizzi

  10. #10
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    Predefinito Rif: Un film porta alla luce il drammatico <stupro di massa> dei liberatori sovietici

    Citazione Originariamente Scritto da Schwerpunkt Visualizza Messaggio
    memoria condivisa?
    Ovvio. Ma il libro nero sui crimini americani, quello manca.. Ne han fatti decine (e molti falsificati) sui totalitarismi in compenso..

 

 
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