Non è ancora finita la guerra dei Balcani

di Adriano Ascoli

su redazione del 19/07/2006


A sette anni dalla crimanale aggressione alla Federazione Jugoslava e ai popoli balcanici, in un Kossovo in preda alle mafie locali ormai al potere e amputato di oltre trecentomila serbi che lì vivevano e della quasi totalità della comunità rom e di altre minoranze (ebrei, turkomani ecc.) , in questa terra un tempo multietnica, il neo ministro della Difesa italiano, Arturo Parisi, ha avuto modo di pronunciarsi per il proseguo "per diverse annualità" della nostra presenza militare, anche in vista del probabile status di indipendenza del Kossovo che potrebbe realizzarsi "entro l'anno".
E' bene ricordare che tali dichiarazioni, sono in contrasto con l'accordo che sancì l'ingresso delle forze militari straniere in quella regione, esse dovrebbero infatti tutelare la multietnicità della regione, i diritti delle minoranze e la non modificazione dei confini. Le minoranze sono state quasi eliminate, con una pulizia etnica efficace e con la benevolenza delle forze occupanti, una lunga sequela di atti teroristici contro civili, famiglie, chiese e monasteri ortodossi di rara bellezza, senza interventi significativi da parte delle missioni presenti. La modificazione dei confini invece, con la concessione di una indipendenza monoetnica al Kossovo, aprirebbe la strada a nuove guerre. Nel delicato equilibrio balcanico, già precarizzato da decenni di tentativi di destabilizzazione culminati con la guerra illegale e criminale del 1999 si aprirebbe una nuova violenta crisi; dalla Bosnia alla Macedonia, con il pericolo del coinvolgimento di paesi vicini come la Grecia, potrebbe riesplodere una instabilità creata ad arte in questi anni, con una detrminante responsabilità dei governi che si sono succeduti nel nostro paese.

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Lo sterminio psicologico del popolo jugoslavo

di Alexandra Javarone

su stessa fonte del 19/07/2006


Riproduciamo di seguito un breve, ottimo, raro articolo sulla
questione jugoslava.

Che dice cose giuste ed evidenti, eppure ci fa male leggerlo, per due
motivi: il primo, perchè, pur lamentandola e biasimandola, pretende
di decretare la "morte certa" del popolo jugoslavo; il secondo,
perchè appare sul sito delle analisi politiche di... Forza Italia.
Come è possibile che queste giuste, chiare, ovvie parole di rimpianto
per l'Unità e la Fratellanza dei popoli slavi, che la critica contro
la invenzione tutta politica (razzista) delle "neolingue" e contro le
secessioni - ultima in ordine di tempo, quella montenegrina - non si
possano quasi mai leggere sulla stampa di sinistra, e spuntino fuori
invece laddove meno te lo aspetti? (I. Slavo)


http://www.ragionpolitica.it/testo.5...a_nazione.html

Morte di una Nazione

di Alexandra Javarone - 5 giugno 2006

Il processo elettorale in Montenegro è giunto al termine:
l'indipendenza è stata legittimata dalla vittoria del «sì» alla
secessione. Questo piccolo Stato, una volta facente parte
dell'annientata Jugoslavia, si affaccia ora all'idea dell'Unione
Europea. Unione che suona più come una contraddizione in un Paese già
devastato dallo spirito separatista. In parte, l'opinione pubblica
guarda con favore all'apertura dell'Europa verso i Paesi dell'Est.
Questo perché la versione ufficiale dei fatti scaturisce da una
millimetrica sottrazione della scomoda, muta realtà: una verità che
trasuda, invece, dalle parole di una giovane croata che abbiamo
intervistato. Si parla d'indipendenza, ma non di regioni instabili,
economie traballanti o problemi sociali. Si fa avanti il programma
dell'ammissione all'Europa, a condizione di solidità politica ed
economica, ma non si auspica una vera tolleranza tra gli Stati slavi.

Varcando le porte di Zagreb, non pare di entrare nella Croazia libera
dalla guerra e dall'oppressione, pare invece di scorgere un'economia
ed un substrato sociale atterriti dallo spettro del comunismo dagli
effetti devastanti dell'isolamento dal mercato mondiale e dal
conflitto degli anni '90: l'eredità di una guerra mossa da spirito di
autodeterminazione nazionalistica e dall'intolleranza verso i propri
fratelli. In una via del centro di Zagreb, ci accoglie in casa Jelena,
una donna di trentacinque anni, un magistrato. Guadagna bene, circa
cinquecento euro al mese, accetta, con piacere immenso, i vestiti
usati portati in dono dall'Italia. Jelena possiede un'automobile
acquistata a rate, la chiama un «flebile sintomo di benessere» dato
che lei ha potuto permettersela solo perché, vivendo con la sua
famiglia non ha grandi spese e non ha progetti per il futuro:
«probabilmente non mi sposerò mai, gli uomini della mia età hanno
combattuto per l'indipendenza e quelli che non sono morti trovano
un'unica consolazione per i drammi, subiti ed inferti, nelle droghe e
nell'alcol».

Lo scorso inverno questo flagello ha portato via anche suo padre
Stevan, un rinomato professore universitario di slavistica. Ha
dedicato, racconta la figlia, una vita intera all'insegnamento del
comune idioma che, pur presentando delle piccole variazioni da regione
a regione, mai avrebbe avuto bisogno del «dizionario delle differenze
tra la lingua serba e croata» (scritto da V. Brodnjak nel 1993).
Stevan ha dovuto veder infrangersi i suoi sogni di partigiano di una
Jugoslavia libera e non contaminata, ma arricchita dalle diversità
culturali. Racconta: «la campagna delle radio e delle televisioni,
mirante alla sconfessione della lingua comune ed a rendere fermo un
nazionalismo artificiale, fu incessante».

È dunque questo il risultato delle manipolazioni operate delle fazioni
dominanti le quali hanno mascherato i loro sotterranei interessi
politici ed economici con un sentimento etnico fin troppo
sopravvalutato, spingendo al reciproco massacro l'ormai defunto Popolo
Jugoslavo, portandolo al rifiuto del suo proprio patrimonio culturale,
alla negazione del passato, dell'indiscutibile mescolanza di etnie ed
a una feroce intolleranza. «L'indipendenza di questi paesi ha posto
fine alla guerra ma nulla potrà dare senso allo sterminio psicologico
del popolo slavo, alla pesante influenza della falsa ideologia
etnico-separatistica dei signori della guerra».