DI KATHLEEN CHRISTISON (Ex analista CIA)
Counterpunch



Le parole non bastano; i termini normali sono inadeguati a descrivere gli orrori perpetrati giornalmente da Israele, e che ha perpetrato per anni contro i palestinesi. La tragedia di Gaza è stata descritta centinaia di volte, come le tragedie del 1948, di Qibya, di Sabra e Shatila, di Jenin --sessant'anni di atrocità perpetrati nel nome del Giudaismo. Ma l'orrore in genere non trova ascoltatori in gran parte di Israele, nell'arena politica Usa e nei maggiori media Usa. Coloro che sono inorriditi -- e ce ne sono tanti -- non riescono a penetrare lo scudo di impassibilità che impedisce all' elite politica e dei media in Israele, ancora di più negli Usa, sempre di più ormai in Canada e in Europa, di vedere e di prestare attenzione.

Ma ora bisogna dirlo a voce alta: coloro che pianificano e compiono le politiche di Israele hanno fatto di Israele un mostro, ed è giunta l'ora per tutti noi -- tutti gli israeliani, tutti gli ebrei che permettono che Israele parli per loro, tutti gli americani che non fanno nulla per fermare l'appoggio Usa a Israele e alle sue politiche assassine -- di riconoscere che ci macchiamo moralmente continuando a starcene seduti mentre Israele compie le sue atrocità contro i palestinesi.

Una nazione che assegna ad un'etnia o a una religione il primato su tutte le altre finirà per diventare psicologicamente malata. Narcisisticamente ossessionata dalla sua stessa immagine, dovrà combattere per mantenere la sua superiorità razziale a tutti costi e finirà inevitabilmente per vedere ogni resistenza contro questa immaginaria superiorità come una minaccia alla sua esistenza. Infatti ogni altro popolo diventa automaticamente, solo per il fatto di esistere, una minaccia all'esistenza. Cercando di proteggersi contro minacce fantasma, lo Stato razzista diventa sempre più paranoico, la società chiusa e isolata e intellettualmente limitata. Gli ostacoli lo fanno infuriare; l'umiliazione lo fa impazzire. Lo Stato attaccherà in uno sforzo folle, senza alcun senso della proporzione, per rassicurare se stesso sulla sua forza.

Questo schema si mostrò nella Germania nazista che cercava di mantenere una mitica superiorità ariana. Si sta mostrando ora in Israele. "Questa società non riconosce più alcun confine geografico o morale," scrisse l'attivista antisionista e intellettuale israeliano Michel Warschawski nel suo libro del 2004 “Towards an Open Tomb: The Crisis of Israeli Society” [Verso una fossa aperta: la crisi della società israeliana n.d.t.]. Israele non conosce limiti, sta attaccando perchè trova che il suo tentativo di sottomettere i palestinesi e ingoiare l'intera Palestina viene intralciato da un popolo palestinese silenzioso e dignitoso che rifiuta di sottomettersi senza protestare e di abbandonare la resistenza all'arroganza di Israele.

Noi negli Stati Uniti siamo diventati insensibili alle tragedie inflitte da Israele, e cadiamo facilmente nella propaganda che automaticamente, con un qualche trucco dell'immaginazione, trasforma le atrocità di Israele in esempi di come Israele sia reso vittima. Ma un establishment militare che sgancia una bomba da 500 libbre su un edificio residenziale nel mezzo della notte e uccide 14 civili durante il sonno, come accaduto quattro anni fa a Gaza, non è un esercito che opera secondo regole civili.

Un establishment militare che sgancia una bomba da 500 libbre su una casa nel mezzo della notte e uccide un uomo, sua moglie e sette dei loro figli, come accaduto a Gaza quattro giorni fa, non è un esercito di un paese morale.

Una società che può cancellare come non importante il brutale omicidio, da parte di un ufficiale dell'esercito, di una ragazzina di 13 anni -- una dei quasi 700 bambini palestinesi uccisi da Israele dall'inizio dell' intifada -- con l'affermazione che ella aveva minacciato i soldati di una postazione militare non è una società con una coscienza.






Un governo che imprigiona una ragazzina di 15 anni -- una tra le diverse centinaia di bambini detenuti da Israele -- per il crimine di avere spinto ed essere scappata da un soldato maschio che cercava di perquisirla mentre entrava in una moschea, non è un governo con una condotta morale. (Questa storia, che non è del genere che comparirà mai nei media Usa, è stata raccontata dal London Sunday Times. Alla ragazza fu sparato tre volte mentre scappava ed è stata tenuta per 18 mesi in prigione dopo che fu uscita dal coma.)

I critici di Israele notano sempre più che Israele è autodistruttivo, quasi una catastrofe per la sua stessa costruzione. Il giornalista israeliano Gideon Levy parla di una società in " collasso morale".

Michel Warschawski scrive di una "follia israeliana" e di una "folle brutalità", "putrefazione" di una società civilizzata, che ha messo Israele sulla strada del suicidio. Egli prevede la fine dell'impresa sionista; Israele, egli dice, è una "banda di teppisti", uno stato "che si fa beffe della legalità e della moralità civile. Uno Stato che arriva a disprezzare la giustizia perde la forza di sopravvivere."

Come fa notare amaramente Warschawski Israele non conosce più alcun limite morale -- se mai lo ha conosciuto. Coloro che continuano ad appoggiare Israele, che lo giustificano mentre scende nella corruzione, hanno perso la loro bussola morale.

Kathleen Christison è un ex analista politica della C.I.A. e ha lavorato per trent'anni su questioni mediorientali. E’ l'autrice di “Perceptions of Palestine and The Wound of Dispossession” [Percezioni della Palestina. La Ferita dell' espropriazione n.d.t.].
Può essere contattata a [email protected]

Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link: http://www.counterpunch.org/christison07172006.html
17.07.2006