Riporto la prefazione di Vincenzo Cialini al libro di Stalin IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE con in appendice LA QUESTIONE NAZIONALE (tratta da "Principi del leninismo") - con l'intento di sondare le opinioni degli altri compagni Comunitaristi, Comunisti Nazionalitari, NazionalComunisti, in questo forum.
Tengo a precisare che eviterò di inserirmi nei commenti di risposta, affinchè i compagni siano liberi di esprimere nel modo più libero le loro opinioni.
In ultima istanza, ricordo che il libro in questione è stato ristampato dalle edizioni Comunitarismo, dell'omonima rivista. Essa contiene inoltre altre due note introduttive:
L'EPOCA DEL SOCIALISMO di Maurizio Neri, direttore politico ed editore della rivista Comunitarismo, e
CONSIDERAZIONI A MARGINE di Davide D'Amario, componente della redazione della rivista Comunitarismo.
Chi fosse interessato ad approfondire e ad acquistare il libro, può versare la somma di 10 euro (8 euro costo del libro + 2 euro per spese di spedizione) per vaglia postale o in busta ben chiusa all'indirizzo:
VINCENZO CIALINI
casella postale 44
64021 - Giulianova Alta (TE)
Il libro verrà spedito a pagamento ricevuto con in OMAGGIO l'opuscolo LETTERA A STALIN di Konstantin Rodsaevskij, ex capo dell'Unione Fascista Russa convertitosi al Comunismo di Giuseppe Stalin, stampato dal Gruppo NazionalComunista "G. Stalin" di Teramo.
ATTENDO VOSTRI GIUDIZI, OPINIONI ED EVENTUALI COMMENTI SULL'ARTICOLO!
STALIN E IL COMUNITARISMO
«Può un Comunista, che in quanto tale è internazionalista, essere al tempo stesso un patriota? Noi sosteniamo che non solo può, ma deve esserlo. Il contenuto specifico del patriottismo è determinato dalle condizioni storiche. C’è il “patriottismo” degli aggressori giapponesi e di Hitler, è c’è il nostro patriottismo. I comunisti devono risolutamente opporsi al “patriottismo” degli aggressori giapponesi e di Hitler. (…) Causare la sconfitta degli aggressori giapponesi e di Hitler con ogni mezzo possibile è negli interessi del popolo giapponese e di quello tedesco, e quanto più completa sarà la sconfitta, tanto meglio sarà. (…) Infatti, le guerre scatenate dagli aggressori giapponesi e da Hitler nuocciono al popolo dei loro paesi come pure ai popoli di tutto il mondo. Il caso della Cina, però, è differente poiché essa è vittima dell’aggressione. I Comunisti cinesi devono perciò unire all’internazionalismo il patriottismo. Noi siamo al tempo stesso internazionalisti e patrioti e la nostra parola d’ordine è “combattere in difesa della patria contro gli aggressori”. Per noi, il disfattismo è un crimine e lottare per la vittoria nella Guerra di resistenza è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Solo combattendo in difesa della patria possiamo sconfiggere gli aggressori e raggiungere la liberazione nazionale. E solo con la liberazione nazionale, il proletariato e gli altri lavoratori potranno raggiungere l’emancipazione. La vittoria della Cina e la sconfitta degli imperialisti invasori saranno di aiuto ai popoli degli altri paesi. Nelle guerre di liberazione nazionale, il patriottismo è dunque un’applicazione dell’internazionalismo»[1].
Mao Zedong
Il prof. Costanzo Preve, in un suo interessantissimo articolo, riportando la definizione staliniana di nazione, proseguì scrivendo che «Stalin, in una definizione di tre righe, usa tre volte la parola “comunità”. Chi usa tre volte in tre righe la categoria di comunità è certamente un teorico anche (se pure non solo) del cosiddetto “comunitarismo”»[2].
La definizione di cui parlava il prof. Preve è la seguente: «la nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comunità di cultura»; essa è contenuta nell’opera «Il marxismo e la questione nazionale» che riproponiamo in questa nostra agile edizione.
Ma qual è il motivo che ha spinto noi del gruppo della rivista Comunitarismo a ripubblicare un così vecchio testo, per giunta scritto da un personaggio apparentemente mostrato e dipinto in maniera negativa dalla superficiale e faziosa storiografia contemporanea?
La risposta è, che la rivista che portiamo avanti ormai da molti anni, è essenzialmente un luogo di ricerca. Ci siamo prefissi l’arduo compito di ricercare e di elaborare una nuova sintesi politica ed ideologica, che sorga dallo sviluppo e dall’analisi approfondita del discorso Comunitario. Comunitarismo è fusione di “Comunismo” e di “nazionalitarismo”, dove per comunismo non s’intende (parafrasando il prof. Preve) una società socialista ulteriormente egualizzata e livellata, bensì una comunità di libere individualità; mentre per nazionalitarismo è da intendersi la «coscienza del fatto che un retaggio culturale comune, assai variegato e composito, caratterizza comunque la persona che vive ed opera in un determinato luogo geografico; è un “dato” evidente che non è di natura né razziale, né biologica, bensì di natura “storica”. Questo dato fa sì che un dato individuo abbia usi, costumi, tipi di comportamento che assunti in senso “comunitario” ne determinano l’appartenenza»[3].
Il nostro essere “comunisti nazionalitari” rispecchia pertanto il binomio “classe-nazione”, individuando e sostenendo nei due elementi che lo compongono una perfetta e precisa conciliabilità e congruenza. Essere nazionalitari altresì, non preclude il nostro internazionalismo. «Siamo internazionalisti perché auspichiamo la fraterna solidarietà dei popoli. Nazionalitarismo e internazionalismo dunque sono complementari. Non può esistere l’uno senza l’altro. (…) La questione sociale ha come presupposto l’identità nazionale. La questione sociale – che poi è la lotta di classe – è internazionalista e nazionalitarista al tempo stesso. (…) L’internazionalismo è il solidarismo tra popoli, classi e nazioni. Nel mondo globalizzato dall’imperialismo capitalista, la solidarietà nella lotta è l’unico modo per spezzare le catene dello sfruttamento “democratico” del pianeta Terra. Oggi la solidarietà tra classi e Nazioni oppresse è una necessità di sopravvivenza del globo»[4]. Crediamo dunque che «il movimento sociale debba essere nazionale, ma al contempo e logicamente, deve essere solidale a tutti i movimenti nazionali di liberazione dal capitalismo e dall’imperialismo. Dunque nazionalitarismo e internazionalismo non si escludono a vicenda, ma si integrano e si completano»[5]. Al tempo stesso però «il recupero in senso comunista dello spirito identitario e nazionalitario (…) è la cruna dell’ago attraverso il quale deve necessariamente passare una seria proposta antimperialista»[6]. A legittimazione di quanto detto, aggiungiamo che anche «il marxismo-leninismo rigetta ogni tentativo di considerare gli interessi nazionali come separati da quelli di classe. L’esperienza storica dimostra che, quali portatori del movimento nazionale, intervengono sempre determinate classi e che la lotta nazionale ha sempre un determinato contenuto di classe. (…) Si riconosce apertamente che la soluzione della questione nazionale è subordinata agli interessi del proletariato»[7].
Dunque ricapitolando, possiamo individuare nel Comunismo, nel Nazionalitarismo, nell’Internazionalismo, nell’Anticapitalismo e nell’Antimperialismo, gli elementi necessari ed indispensabili per definire l’essenza del nostro Comunitarismo. Ma questi, non sono anche i capisaldi della prassi staliniana? Certo. Ed è proprio nei valori, nell’esempio, nell’analisi e nella prassi di questo grande statista, che si cela il motivo per cui oggi ripubblichiamo questo vecchio testo, apparso poco meno di cent’anni fa in Russia, a firma Koba Stalin. L’esame che egli condusse per risolvere il problema delle nazionalità è importante e non trascurabile. Per chi, come noi, intende affrontare la questione delle nazionalità ed inserirla in un contesto comunitario ed egualitario, non può tralasciare la lettura di questo scritto, né può far finta che esso non esista.
Per quanto riguarda la questione nazionale in sé, c’è però da precisare che, «nei veri e propri “classici del marxismo” (Marx ed Engels) non si può trovare una teoria coerente della questione nazionale. (…) Come comunista (Marx) la questione nazionale propriamente detta non lo interessava, ed infatti la sua posizione era “proletari di tutto il mondo unitevi”»[8]. In realtà, «Marx ed Engels, volgendo l’attenzione principale alla teoria delle classi e della lotta di classe, poterono dare soltanto le idee principali e direttive sulla questione nazionale. Nell’epoca dell’imperialismo, invece, quando il movimento di liberazione nazionale assunse su scala mondiale proporzioni di grande rilievo, si rese necessario ordinare queste idee di Marx ed Engels in un organico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali e legare tale questione a quella del rovesciamento dell’imperialismo, considerandola come parte integrante del problema generale della rivoluzione proletaria internazionale. Ed è ciò che è stato fatto da Lenin e da Stalin»[9]. Lenin, d’altro canto, poté dare solo l’avvio alla soluzione pratica della questione nazionale, nei territori dell’Unione Sovietica. Stalin si assumerà il compito di portare a compimento tale operazione, riuscendoci per altro brillantemente. Alla luce di ciò, potremmo dunque facilmente e felicemente affermare, trovandoci pienamente concordi con il prof. Preve, che, oltre ad essere un teorico del comunitarismo «il georgiano Stalin fu anche il maggior patriota russo di tutti i tempi»[10]in quanto «era un uomo “radicato”, e radicato sia nella classe che nella nazione, categorie che egli pensava infatti sotto il minimo comun denominatore della comunità di cultura»[11].
Commissionato da Lenin ad occuparsi e ad approfondire il problema delle nazionalità, Stalin redasse questo scritto che sarebbe apparso a puntate sulla rivista “Просвещение” (istruzione pubblica), nei numeri 3, 4, 5 del 1913.
Da ciò sarebbe successivamente nato il piccolo volume “Il marxismo e la questione nazionale”. Esso si articola in 7 paragrafi e la trattazione argomenta linearmente il percorso che conduce alla soluzione TEORICA (nel 1913 i bolscevichi non avevano ancora preso il potere) della questione nazionale. L’analisi compiuta fu apprezzata da Lenin ed in molti riconobbero la sua validità. Anche l’ex comandante dell’Armata Rossa, divenuto successivamente il nemico numero uno dell’Unione Sovietica, l’anticomunista di origini ebraiche Lev Davidovič Bronstein detto Trozkji, pur riconoscendo la validità di questo scritto, ma a costo di non addebitarla a Josif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin, cercò di contrabbandarla come opera redatta da un altro nemico dell’Urss, Nikolaj Ivanovič Bucharin, anch’egli come Trozkji super traditore del Comunismo.
Venendo all’analisi dello scritto dell’Uomo d’Acciaio (сталь [stal’] in russo significa appunto “acciaio”), si inizia la trattazione delineando nel primo paragrafo (I. La nazione) la definizione di nazione, come somma tra gli elementi comunicativo, territoriale, economico e culturale comune, arrivando a stabilire che ogni elemento ha la sua indispensabilità, in quanto «nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, è sufficiente a definire la nazione. Anzi,basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale»[12]. Si confutano in seguito le definizioni date da due dei maggiori studiosi socialdemocratici del problema nazionale, gli austriaci O. Bauer e R. Springer (l’attento lettore noterà di certo che la critica a questi due personaggi ed alla socialdemocrazia mitteleuropea si estende per tutto lo scritto).
Nel paragrafo inerente la nascita e lo sviluppo del nazionalismo interno ai popoli (II. Il movimento nazionale), l’autore ci fa notare come la categoria di nazione sia tipica dell’epoca del capitalismo ascendente, facendoci osservare anche che la lotta tra nazioni non è propriamente tale, ma è lotta «tra le classi dirigenti delle nazioni dominanti e di quelle oppresse»[13]ed in questa lotta «la borghesia è la protagonista»[14]. Nel paragrafo III. Impostazione del problema egli ci avverte che da tutto ciò «ne consegue che la soluzione della questione nazionale è possibile solo in relazione alle condizioni storiche, considerate nel loro sviluppo. Le condizioni economiche, politiche e culturali, nelle quali si trova una data nazione, sono l’unica chiave per decidere come precisamente essa debba organizzarsi, quali forme debba assumere la sua futura costituzione»[15].
Per quanto concerne l’autonomia culturale nazionale (in paragrafo IV. L’autonomia culturale nazionale) da tanti individuata come soluzione del problema, Stalin invece ci spiega che essa «non risolve la questione nazionale. Anzi l’acutizza e la complica, creando un terreno favorevole alla rottura dell’unità del movimento operaio, alla divisione degli operai secondo le nazionalità, al rafforzamento degli attriti nelle loro file»[16].
Ad un identico fine propendeva il Bund, organizzazione socialdemocratica dei proletari di origine ebraica, il cui compito era quello di «conservare tutto ciò che è ebraico, conservare tutte le particolarità nazionali, anche quelle notoriamente dannose per il proletariato, isolare gli ebrei da tutto ciò che non è ebraico, costruire perfino ospedali speciali, ecco dove è arrivato il Bund!»[17]. Stalin dedica un paragrafo specifico alla questione del Bund (V. Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo) in cui critica aspramente l’attività di questa organizzazione, che a suo dire arriva a non differire affatto dai nazionalisti borghesi. In tal caso è utile ricordare quanto scrive in riguardo il prof. Preve: «l’insistenza staliniana sul “territorio”, insistenza che è di fatto polemica verso le soluzioni deterritorializzate di nazione, tipiche dei teorici dell’austro-marxismo del tempo, è di fatto anche polemica verso la teoria di una nazione ebraica in Russia (…). Tuttavia il favore con cui poi Stalin sostenne la formazione di un focolare territoriale ebraico nel Birobidzan, con conseguente bilinguismo russo-yiddish, testimonia di fatto un cambiamento posteriore di posizione. Faccio notare, del tutto incidentalmente, la maggiore civiltà della soluzione staliniana rispetto alla soluzione sionista, perché la soluzione staliniana dava una “patria territoriale” agli ebrei senza scacciare via nessuno (…), mentre la soluzione sionista implica la cacciata del popolo palestinese»[18]. Nel paragrafo VI. I caucasiani e la conferenza dei liquidatori, l’autore ci dice altresì che «le nazioni hanno il diritto di organizzarsi come desiderano, hanno il diritto di conservare qualsiasi loro istituzione nazionale nociva o utile, e nessuno può (…) intervenire con la violenza nella vita di una nazione. Ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia[19] non lotterà e non condurrà un’agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate. Al contrario, la socialdemocrazia ha l’obbligo di condurre questa agitazione e di influire sulla volontà delle nazioni in modo che le nazioni si organizzino nella forma meglio rispondente agli interessi del proletariato.»[20].
Nell’ultimo paragrafo (VII. La questione nazionale in Russia) si porta a conclusione l’analisi. Stalin ci ricorda «di tener conto non solo della situazione interna, ma anche di quella estera»[21], dopodiché individua ne:
· il diritto di autodecisione
· l’autonomia regionale
· l’uguaglianza nazionale dei diritti in tutti i suoi aspetti
· il principio di unione internazionale degli operai
gli elementi necessari ed indispensabili per la soluzione della spinosa questione nazionale.
C’è da dire però che il testo, pur fornendo importantissimi e non trascurabili spunti di riflessione, utili solo in parte però per l’epoca in cui viviamo, offre un’analisi ormai obsoleta. Non siamo noi, che quasi da novelli intellettuali diciamo ciò, ma è lo stesso Stalin a riconoscerlo nelle seguenti parole: «La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco. (…) La questione nazionale si è trasformata, da questione particolare interna di uno stato singolo, in questione generale e internazionale, è diventata il problema mondiale della liberazione dal giogo dell’imperialismo dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie»[22]. La soluzione è, dunque, «appoggiare quei movimenti nazionali che tendono a indebolire, ad abbattere l’imperialismo e non a consolidarlo e a conservarlo»[23]. A nostro parere, questa espressione riassume in sintesi il concetto rivoluzionario ed ancora perfettamente attuale, che la nostra rivista si propone di perseguire nell’immediato. Dunque «la lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e coloniali contro l’imperialismo è l’unica via della loro liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento»[24].
Il paragrafo 6 dedicato a «La questione nazionale», estratto dai «Principi del leninismo» di Stalin, ci appare così molto più moderno, costituendo non solo compendio per una soluzione PRATICA di tale tema, ma innanzitutto perché contenente insegnamenti a nostro dire ancora validi, soprattutto in questi anni di “guerre preventive”, nei quali la libertà popolare e l’indipendenza nazionale (ieri della Serbia, oggi dell’Iraq, domani dell’Iran, dopodomani forse di Cuba?) vengono lese e violentate da una nazione supercapitalista e turboimperialista come gli Stati Uniti d’America. Il monito di Stalin, il quale ci ricorda che «quando un gruppo di nazioni (…) vive dello sfruttamento di un altro gruppo di nazioni, l’”eguaglianza delle nazioni” non è che una presa in giro dei popoli oppressi»[25], non deve essere mai dimenticato.
Anzi, deve essere tenuto costantemente presente, trovando anche in esso dei motivi per agire e per intensificare la lotta contro l’Impero. Contrariamente a chi vuole relegare questo statista d’Acciaio nelle pagine nere della Storia, noi opponiamo la nostra resistenza, e da Comunitaristi non possiamo che far tesoro della teoria e della prassi nazionalitaria del grande Koba.
Stalin fu il maestro del marxismo-leninismo. Il degno successore di Vladimir Ilič Uljanov detto Lenìn. Noi Comunitaristi, nel percorso di elaborazione della nostra nuova sintesi, lontani dalle vecchie ideologie novecentesche e lungi dal divenire adepti di sette nostalgiche, sterili e molto spesso comiche (che relegano questo grande Uomo niente meno che in cornici polverose di vecchie sedi di partito o in vecchi e retorici slogan urlati per “romanticismo”), in silenzio rispolveriamo e studiamo le sue opere, collocandole nelle nostre personali “cassette degli attrezzi” dove si celano armi e strumenti per abbattere questo sistema razzista, capitalista, imperialista, usurocratico e genocida.
Vincenzo Cialini
Componente comitato di redazione della rivista Comunitarismo.
[1] Il ruolo del Partito Comunista Cinese nella guerra nazionale, ottobre 1938, Opere scelte, Vol. II
[2] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.
[3] Maurizio Neri, Questione nazionalitaria e classe, rivista Comunitarismo, marzo 2003.
[4] Nazionalismo e internazionalismo, rivista Comunitarismo, ottobre 2001.
[5] Ibidem.
[6] Patrioti e comunisti, rivista Comunitarismo, giugno-luglio 2001.
[7] Classe e nazione, Voprosy filosofij (rivista teorica mensile dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss) n°3, 1949.
[8] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.
[9] Classe e nazione, Voprosy filosofij (rivista teorica mensile dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss) n°3, 1949.
[10] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.
[11] Ibidem.
[12] Josif Stalin, Il marxismo e la questione nazionale, 1913.
[13] Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] Ibidem.
[16] Ibidem.
[17] Ibidem.
[18] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.
[19] Nel testo più volte viene citata la Socialdemocrazia. Con questo termine non è da intendersi l’attuale movimento socialdemocratico liberalcapitalista, bensì l’organizzazione di ispirazione marxista operante in Europa agli inizi del secolo scorso.
[20] Josif Stalin, Il marxismo e la questione nazionale, 1913.
[21] Ibidem.
[22] Josif Stalin, Principi del leninismo,1924
[23] Ibidem.
[24] Ibidem.
[25] Ibidem.




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