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  1. #1
    NazionalComunista
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    L'opera di Stalin vive e vince!
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    Predefinito Stalin E Il Comunitarismo

    Riporto la prefazione di Vincenzo Cialini al libro di Stalin IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE con in appendice LA QUESTIONE NAZIONALE (tratta da "Principi del leninismo") - con l'intento di sondare le opinioni degli altri compagni Comunitaristi, Comunisti Nazionalitari, NazionalComunisti, in questo forum.
    Tengo a precisare che eviterò di inserirmi nei commenti di risposta, affinchè i compagni siano liberi di esprimere nel modo più libero le loro opinioni.

    In ultima istanza, ricordo che il libro in questione è stato ristampato dalle edizioni Comunitarismo, dell'omonima rivista. Essa contiene inoltre altre due note introduttive:
    L'EPOCA DEL SOCIALISMO di Maurizio Neri, direttore politico ed editore della rivista Comunitarismo, e
    CONSIDERAZIONI A MARGINE di Davide D'Amario, componente della redazione della rivista Comunitarismo.

    Chi fosse interessato ad approfondire e ad acquistare il libro, può versare la somma di 10 euro (8 euro costo del libro + 2 euro per spese di spedizione) per vaglia postale o in busta ben chiusa all'indirizzo:
    VINCENZO CIALINI
    casella postale 44
    64021 - Giulianova Alta (TE)

    Il libro verrà spedito a pagamento ricevuto con in OMAGGIO l'opuscolo LETTERA A STALIN di Konstantin Rodsaevskij, ex capo dell'Unione Fascista Russa convertitosi al Comunismo di Giuseppe Stalin, stampato dal Gruppo NazionalComunista "G. Stalin" di Teramo.

    ATTENDO VOSTRI GIUDIZI, OPINIONI ED EVENTUALI COMMENTI SULL'ARTICOLO!


    STALIN E IL COMUNITARISMO

    «Può un Comunista, che in quanto tale è internazionalista, essere al tempo stesso un patriota? Noi sosteniamo che non solo può, ma deve esserlo. Il contenuto specifico del patriottismo è determinato dalle condizioni storiche. C’è il “patriottismo” degli aggressori giapponesi e di Hitler, è c’è il nostro patriottismo. I comunisti devono risolutamente opporsi al “patriottismo” degli aggressori giapponesi e di Hitler. (…) Causare la sconfitta degli aggressori giapponesi e di Hitler con ogni mezzo possibile è negli interessi del popolo giapponese e di quello tedesco, e quanto più completa sarà la sconfitta, tanto meglio sarà. (…) Infatti, le guerre scatenate dagli aggressori giapponesi e da Hitler nuocciono al popolo dei loro paesi come pure ai popoli di tutto il mondo. Il caso della Cina, però, è differente poiché essa è vittima dell’aggressione. I Comunisti cinesi devono perciò unire all’internazionalismo il patriottismo. Noi siamo al tempo stesso internazionalisti e patrioti e la nostra parola d’ordine è “combattere in difesa della patria contro gli aggressori”. Per noi, il disfattismo è un crimine e lottare per la vittoria nella Guerra di resistenza è un dovere a cui non possiamo sottrarci. Solo combattendo in difesa della patria possiamo sconfiggere gli aggressori e raggiungere la liberazione nazionale. E solo con la liberazione nazionale, il proletariato e gli altri lavoratori potranno raggiungere l’emancipazione. La vittoria della Cina e la sconfitta degli imperialisti invasori saranno di aiuto ai popoli degli altri paesi. Nelle guerre di liberazione nazionale, il patriottismo è dunque un’applicazione dell’internazionalismo»[1].

    Mao Zedong



    Il prof. Costanzo Preve, in un suo interessantissimo articolo, riportando la definizione staliniana di nazione, proseguì scrivendo che «Stalin, in una definizione di tre righe, usa tre volte la parola “comunità”. Chi usa tre volte in tre righe la categoria di comunità è certamente un teorico anche (se pure non solo) del cosiddetto “comunitarismo”»[2].

    La definizione di cui parlava il prof. Preve è la seguente: «la nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, che ha la sua origine nella comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comunità di cultura»; essa è contenuta nell’opera «Il marxismo e la questione nazionale» che riproponiamo in questa nostra agile edizione.
    Ma qual è il motivo che ha spinto noi del gruppo della rivista Comunitarismo a ripubblicare un così vecchio testo, per giunta scritto da un personaggio apparentemente mostrato e dipinto in maniera negativa dalla superficiale e faziosa storiografia contemporanea?
    La risposta è, che la rivista che portiamo avanti ormai da molti anni, è essenzialmente un luogo di ricerca. Ci siamo prefissi l’arduo compito di ricercare e di elaborare una nuova sintesi politica ed ideologica, che sorga dallo sviluppo e dall’analisi approfondita del discorso Comunitario. Comunitarismo è fusione di “Comunismo” e di “nazionalitarismo”, dove per comunismo non s’intende (parafrasando il prof. Preve) una società socialista ulteriormente egualizzata e livellata, bensì una comunità di libere individualità; mentre per nazionalitarismo è da intendersi la «coscienza del fatto che un retaggio culturale comune, assai variegato e composito, caratterizza comunque la persona che vive ed opera in un determinato luogo geografico; è un “dato” evidente che non è di natura né razziale, né biologica, bensì di natura “storica”. Questo dato fa sì che un dato individuo abbia usi, costumi, tipi di comportamento che assunti in senso “comunitario” ne determinano l’appartenenza»[3].
    Il nostro essere “comunisti nazionalitari” rispecchia pertanto il binomio “classe-nazione”, individuando e sostenendo nei due elementi che lo compongono una perfetta e precisa conciliabilità e congruenza. Essere nazionalitari altresì, non preclude il nostro internazionalismo. «Siamo internazionalisti perché auspichiamo la fraterna solidarietà dei popoli. Nazionalitarismo e internazionalismo dunque sono complementari. Non può esistere l’uno senza l’altro. (…) La questione sociale ha come presupposto l’identità nazionale. La questione sociale – che poi è la lotta di classe – è internazionalista e nazionalitarista al tempo stesso. (…) L’internazionalismo è il solidarismo tra popoli, classi e nazioni. Nel mondo globalizzato dall’imperialismo capitalista, la solidarietà nella lotta è l’unico modo per spezzare le catene dello sfruttamento “democratico” del pianeta Terra. Oggi la solidarietà tra classi e Nazioni oppresse è una necessità di sopravvivenza del globo»[4]. Crediamo dunque che «il movimento sociale debba essere nazionale, ma al contempo e logicamente, deve essere solidale a tutti i movimenti nazionali di liberazione dal capitalismo e dall’imperialismo. Dunque nazionalitarismo e internazionalismo non si escludono a vicenda, ma si integrano e si completano»[5]. Al tempo stesso però «il recupero in senso comunista dello spirito identitario e nazionalitario (…) è la cruna dell’ago attraverso il quale deve necessariamente passare una seria proposta antimperialista»[6]. A legittimazione di quanto detto, aggiungiamo che anche «il marxismo-leninismo rigetta ogni tentativo di considerare gli interessi nazionali come separati da quelli di classe. L’esperienza storica dimostra che, quali portatori del movimento nazionale, intervengono sempre determinate classi e che la lotta nazionale ha sempre un determinato contenuto di classe. (…) Si riconosce apertamente che la soluzione della questione nazionale è subordinata agli interessi del proletariato»[7].
    Dunque ricapitolando, possiamo individuare nel Comunismo, nel Nazionalitarismo, nell’Internazionalismo, nell’Anticapitalismo e nell’Antimperialismo, gli elementi necessari ed indispensabili per definire l’essenza del nostro Comunitarismo. Ma questi, non sono anche i capisaldi della prassi staliniana? Certo. Ed è proprio nei valori, nell’esempio, nell’analisi e nella prassi di questo grande statista, che si cela il motivo per cui oggi ripubblichiamo questo vecchio testo, apparso poco meno di cent’anni fa in Russia, a firma Koba Stalin. L’esame che egli condusse per risolvere il problema delle nazionalità è importante e non trascurabile. Per chi, come noi, intende affrontare la questione delle nazionalità ed inserirla in un contesto comunitario ed egualitario, non può tralasciare la lettura di questo scritto, né può far finta che esso non esista.
    Per quanto riguarda la questione nazionale in sé, c’è però da precisare che, «nei veri e propri “classici del marxismo” (Marx ed Engels) non si può trovare una teoria coerente della questione nazionale. (…) Come comunista (Marx) la questione nazionale propriamente detta non lo interessava, ed infatti la sua posizione era “proletari di tutto il mondo unitevi”»[8]. In realtà, «Marx ed Engels, volgendo l’attenzione principale alla teoria delle classi e della lotta di classe, poterono dare soltanto le idee principali e direttive sulla questione nazionale. Nell’epoca dell’imperialismo, invece, quando il movimento di liberazione nazionale assunse su scala mondiale proporzioni di grande rilievo, si rese necessario ordinare queste idee di Marx ed Engels in un organico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali e legare tale questione a quella del rovesciamento dell’imperialismo, considerandola come parte integrante del problema generale della rivoluzione proletaria internazionale. Ed è ciò che è stato fatto da Lenin e da Stalin»[9]. Lenin, d’altro canto, poté dare solo l’avvio alla soluzione pratica della questione nazionale, nei territori dell’Unione Sovietica. Stalin si assumerà il compito di portare a compimento tale operazione, riuscendoci per altro brillantemente. Alla luce di ciò, potremmo dunque facilmente e felicemente affermare, trovandoci pienamente concordi con il prof. Preve, che, oltre ad essere un teorico del comunitarismo «il georgiano Stalin fu anche il maggior patriota russo di tutti i tempi»[10]in quanto «era un uomo “radicato”, e radicato sia nella classe che nella nazione, categorie che egli pensava infatti sotto il minimo comun denominatore della comunità di cultura»[11].

    Commissionato da Lenin ad occuparsi e ad approfondire il problema delle nazionalità, Stalin redasse questo scritto che sarebbe apparso a puntate sulla rivista “Просвещение” (istruzione pubblica), nei numeri 3, 4, 5 del 1913.
    Da ciò sarebbe successivamente nato il piccolo volume “Il marxismo e la questione nazionale”. Esso si articola in 7 paragrafi e la trattazione argomenta linearmente il percorso che conduce alla soluzione TEORICA (nel 1913 i bolscevichi non avevano ancora preso il potere) della questione nazionale. L’analisi compiuta fu apprezzata da Lenin ed in molti riconobbero la sua validità. Anche l’ex comandante dell’Armata Rossa, divenuto successivamente il nemico numero uno dell’Unione Sovietica, l’anticomunista di origini ebraiche Lev Davidovič Bronstein detto Trozkji, pur riconoscendo la validità di questo scritto, ma a costo di non addebitarla a Josif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin, cercò di contrabbandarla come opera redatta da un altro nemico dell’Urss, Nikolaj Ivanovič Bucharin, anch’egli come Trozkji super traditore del Comunismo.

    Venendo all’analisi dello scritto dell’Uomo d’Acciaio (сталь [stal’] in russo significa appunto “acciaio”), si inizia la trattazione delineando nel primo paragrafo (I. La nazione) la definizione di nazione, come somma tra gli elementi comunicativo, territoriale, economico e culturale comune, arrivando a stabilire che ogni elemento ha la sua indispensabilità, in quanto «nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, è sufficiente a definire la nazione. Anzi,basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale»[12]. Si confutano in seguito le definizioni date da due dei maggiori studiosi socialdemocratici del problema nazionale, gli austriaci O. Bauer e R. Springer (l’attento lettore noterà di certo che la critica a questi due personaggi ed alla socialdemocrazia mitteleuropea si estende per tutto lo scritto).
    Nel paragrafo inerente la nascita e lo sviluppo del nazionalismo interno ai popoli (II. Il movimento nazionale), l’autore ci fa notare come la categoria di nazione sia tipica dell’epoca del capitalismo ascendente, facendoci osservare anche che la lotta tra nazioni non è propriamente tale, ma è lotta «tra le classi dirigenti delle nazioni dominanti e di quelle oppresse»[13]ed in questa lotta «la borghesia è la protagonista»[14]. Nel paragrafo III. Impostazione del problema egli ci avverte che da tutto ciò «ne consegue che la soluzione della questione nazionale è possibile solo in relazione alle condizioni storiche, considerate nel loro sviluppo. Le condizioni economiche, politiche e culturali, nelle quali si trova una data nazione, sono l’unica chiave per decidere come precisamente essa debba organizzarsi, quali forme debba assumere la sua futura costituzione»[15].
    Per quanto concerne l’autonomia culturale nazionale (in paragrafo IV. L’autonomia culturale nazionale) da tanti individuata come soluzione del problema, Stalin invece ci spiega che essa «non risolve la questione nazionale. Anzi l’acutizza e la complica, creando un terreno favorevole alla rottura dell’unità del movimento operaio, alla divisione degli operai secondo le nazionalità, al rafforzamento degli attriti nelle loro file»[16].
    Ad un identico fine propendeva il Bund, organizzazione socialdemocratica dei proletari di origine ebraica, il cui compito era quello di «conservare tutto ciò che è ebraico, conservare tutte le particolarità nazionali, anche quelle notoriamente dannose per il proletariato, isolare gli ebrei da tutto ciò che non è ebraico, costruire perfino ospedali speciali, ecco dove è arrivato il Bund!»[17]. Stalin dedica un paragrafo specifico alla questione del Bund (V. Il Bund, il suo nazionalismo, il suo separatismo) in cui critica aspramente l’attività di questa organizzazione, che a suo dire arriva a non differire affatto dai nazionalisti borghesi. In tal caso è utile ricordare quanto scrive in riguardo il prof. Preve: «l’insistenza staliniana sul “territorio”, insistenza che è di fatto polemica verso le soluzioni deterritorializzate di nazione, tipiche dei teorici dell’austro-marxismo del tempo, è di fatto anche polemica verso la teoria di una nazione ebraica in Russia (…). Tuttavia il favore con cui poi Stalin sostenne la formazione di un focolare territoriale ebraico nel Birobidzan, con conseguente bilinguismo russo-yiddish, testimonia di fatto un cambiamento posteriore di posizione. Faccio notare, del tutto incidentalmente, la maggiore civiltà della soluzione staliniana rispetto alla soluzione sionista, perché la soluzione staliniana dava una “patria territoriale” agli ebrei senza scacciare via nessuno (…), mentre la soluzione sionista implica la cacciata del popolo palestinese»[18]. Nel paragrafo VI. I caucasiani e la conferenza dei liquidatori, l’autore ci dice altresì che «le nazioni hanno il diritto di organizzarsi come desiderano, hanno il diritto di conservare qualsiasi loro istituzione nazionale nociva o utile, e nessuno può (…) intervenire con la violenza nella vita di una nazione. Ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia[19] non lotterà e non condurrà un’agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate. Al contrario, la socialdemocrazia ha l’obbligo di condurre questa agitazione e di influire sulla volontà delle nazioni in modo che le nazioni si organizzino nella forma meglio rispondente agli interessi del proletariato.»[20].
    Nell’ultimo paragrafo (VII. La questione nazionale in Russia) si porta a conclusione l’analisi. Stalin ci ricorda «di tener conto non solo della situazione interna, ma anche di quella estera»[21], dopodiché individua ne:
    · il diritto di autodecisione
    · l’autonomia regionale
    · l’uguaglianza nazionale dei diritti in tutti i suoi aspetti
    · il principio di unione internazionale degli operai
    gli elementi necessari ed indispensabili per la soluzione della spinosa questione nazionale.

    C’è da dire però che il testo, pur fornendo importantissimi e non trascurabili spunti di riflessione, utili solo in parte però per l’epoca in cui viviamo, offre un’analisi ormai obsoleta. Non siamo noi, che quasi da novelli intellettuali diciamo ciò, ma è lo stesso Stalin a riconoscerlo nelle seguenti parole: «La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco. (…) La questione nazionale si è trasformata, da questione particolare interna di uno stato singolo, in questione generale e internazionale, è diventata il problema mondiale della liberazione dal giogo dell’imperialismo dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie»[22]. La soluzione è, dunque, «appoggiare quei movimenti nazionali che tendono a indebolire, ad abbattere l’imperialismo e non a consolidarlo e a conservarlo»[23]. A nostro parere, questa espressione riassume in sintesi il concetto rivoluzionario ed ancora perfettamente attuale, che la nostra rivista si propone di perseguire nell’immediato. Dunque «la lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e coloniali contro l’imperialismo è l’unica via della loro liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento»[24].
    Il paragrafo 6 dedicato a «La questione nazionale», estratto dai «Principi del leninismo» di Stalin, ci appare così molto più moderno, costituendo non solo compendio per una soluzione PRATICA di tale tema, ma innanzitutto perché contenente insegnamenti a nostro dire ancora validi, soprattutto in questi anni di “guerre preventive”, nei quali la libertà popolare e l’indipendenza nazionale (ieri della Serbia, oggi dell’Iraq, domani dell’Iran, dopodomani forse di Cuba?) vengono lese e violentate da una nazione supercapitalista e turboimperialista come gli Stati Uniti d’America. Il monito di Stalin, il quale ci ricorda che «quando un gruppo di nazioni (…) vive dello sfruttamento di un altro gruppo di nazioni, l’”eguaglianza delle nazioni” non è che una presa in giro dei popoli oppressi»[25], non deve essere mai dimenticato.
    Anzi, deve essere tenuto costantemente presente, trovando anche in esso dei motivi per agire e per intensificare la lotta contro l’Impero. Contrariamente a chi vuole relegare questo statista d’Acciaio nelle pagine nere della Storia, noi opponiamo la nostra resistenza, e da Comunitaristi non possiamo che far tesoro della teoria e della prassi nazionalitaria del grande Koba.
    Stalin fu il maestro del marxismo-leninismo. Il degno successore di Vladimir Ilič Uljanov detto Lenìn. Noi Comunitaristi, nel percorso di elaborazione della nostra nuova sintesi, lontani dalle vecchie ideologie novecentesche e lungi dal divenire adepti di sette nostalgiche, sterili e molto spesso comiche (che relegano questo grande Uomo niente meno che in cornici polverose di vecchie sedi di partito o in vecchi e retorici slogan urlati per “romanticismo”), in silenzio rispolveriamo e studiamo le sue opere, collocandole nelle nostre personali “cassette degli attrezzi” dove si celano armi e strumenti per abbattere questo sistema razzista, capitalista, imperialista, usurocratico e genocida.


    Vincenzo Cialini

    Componente comitato di redazione della rivista Comunitarismo.






    [1] Il ruolo del Partito Comunista Cinese nella guerra nazionale, ottobre 1938, Opere scelte, Vol. II

    [2] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.

    [3] Maurizio Neri, Questione nazionalitaria e classe, rivista Comunitarismo, marzo 2003.

    [4] Nazionalismo e internazionalismo, rivista Comunitarismo, ottobre 2001.

    [5] Ibidem.

    [6] Patrioti e comunisti, rivista Comunitarismo, giugno-luglio 2001.

    [7] Classe e nazione, Voprosy filosofij (rivista teorica mensile dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss) n°3, 1949.

    [8] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.

    [9] Classe e nazione, Voprosy filosofij (rivista teorica mensile dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia delle Scienze dell’Urss) n°3, 1949.

    [10] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.

    [11] Ibidem.

    [12] Josif Stalin, Il marxismo e la questione nazionale, 1913.

    [13] Ibidem.

    [14] Ibidem.

    [15] Ibidem.

    [16] Ibidem.

    [17] Ibidem.

    [18] Costanzo Preve, Stalin fra comunismo e geopolitica, rivista Eurasia n°2, anno 2005.

    [19] Nel testo più volte viene citata la Socialdemocrazia. Con questo termine non è da intendersi l’attuale movimento socialdemocratico liberalcapitalista, bensì l’organizzazione di ispirazione marxista operante in Europa agli inizi del secolo scorso.

    [20] Josif Stalin, Il marxismo e la questione nazionale, 1913.

    [21] Ibidem.

    [22] Josif Stalin, Principi del leninismo,1924

    [23] Ibidem.

    [24] Ibidem.

    [25] Ibidem.

  2. #2
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    A seguito della discussione iniziata in un altro 3d del forum comunitarista, in questi giorni sto rileggendo l'opera di Stalin "il marxismo e la questione nazionale". Quest'opera indubbiamente va situata nel dibattito durato anni tra Lenin e Bucharin che vedeva da una parte un Lenin che vedeva nella questione nazionale un perno importante per la rivoluzione e la causa comunista ed un Bucharin scettico e su posizioni che potrebbero essere definite prototroskiste.
    L'originalità della visione leniniana sull'importanza della questione nazionale va ricercata nella sua assoluta distanza dal nazionalismo russo e patriottardo tipico ad esempio di Plechanov.
    Fin dallo scoppio della guerra lenin si leva contro il nazionalismo russo e panslavistico, contro il patriottismo nazionalista di Plechanov, proprio perchè questo dominio di popoli europei ed asiatici costituisce l'essenza dell'"imperialismo russo".

    "Per noi, rappresentanti della nazione dominante dell'estremo oriente dell'Europa e di buona parte dell'Asia, sarebbe sconveniente dimenticare l'enorme importanza della questione nazionale, soprattutto in un paese che viene chiamato "prigione dei popoli", in un momento in cui nell'estremo oriente dell'Europa e dell'Asia il capitalismo risveglia alla vita e alla coscienza molte nazioni "nuove", piccole e grandi". (tratto da Quadermi sull'imperialismo)

    E qui si inserisce il discorso portato avanti da Sultan-Galiev. Per Sultan-Galiev, proprio i popoli oppressi sono la base della rivoluzione mondiale e li identifica infatti con il proletariatointernazionale nel suo discorso al Congresso regionale del partitocomunista a Kazan del marzo 1918:

    "Tutti i popoli musulmani colonizzati sono popoli proletari, e poichè quasi tutte le classi della società musulmana sono state in altri tempi oppresse dai colonialisti, tutte hanno il diritto di essere considerate proletarie... Dal punto di vista economico, esiste un'enorme differenza fra il proletariato inglese ofrancese, ad esempio, e il proletariato afghano o marocchino. E' dunque possibile affermare che il movimento nazionale nei paesi musulmani ha il carattere di una rivoluzione socialista"

    In effetti, Sultan-Galiev nutre profonda diffidenza nei confronti del proletariato europeo, che giudica interessato allo sfruttamento coloniale. I suoi articoli pubblicati nell'ottobre-novembre 1919 sul settimanale del commissariato per gli Affari delle nazionalità, "Zizn' Nacional'nostej" partono da premesse leniniste, ma si sivuluppano in un marxismo diverso e se vogliamo populistico:

    "In virtù di questa legge fondamentale e indiscutibile dello sviluppo della rivoluzione sociale, la rivoluzione russa dovrebbe trasformarsi, din dai suoi primi giorni, in rivoluzione mondiale: se così non fosse stato, i soviet in Russia non sarebbero stati che una piccola oasi nel mare scatenato dell'imperialismo, rischiando ad ogni momento di essere cancellati dalla faccia della terra dal baccanale dell'imperialismo mondiale".

    E Sultan-Galiev rimprovera al comunismo e alla rivoluzione russa di essere "male orientati":
    "L'attenzione dei dirigenti rivoluzionari è rimasta rivolta interamente verso l'Occidente. La trasformazione della rivoluzione d'Ottobre in rivoluzione socialista mondiale è stata concepita unicamente come trasmissione dell'energia rivoluzionaria russa verso l'Occidente, ossia verso quella parte del globo dove apparentemente le contraddizioni fra gli interessidi classe del proletariato e della borghesia erano più acute e pertanto il terreno sembrava più propizio allo sviluppo della rivoluzione. Per conto l'Oriente, con la sua popolazione di un miliardo e mezzo di esseri oppressi dalla borghesia dell'Europa occidentale era quasi completamente dimenticato".

    Nella conclusione, egli rovescia il rolo dell'Oriente, indicandolo come il focolare più importante dell'oppressione e quindi della rivoluzione. Si è ben lontani dalle posizoni di Stalin, che in un articolo pubblicato sullo stesso settimanale, Non dimenticate l'Oriente, trovava "naturale che gli sguardi di tutti siano rivolti verso l'Occidente" dove "il movimento rivoluzionario sale, i vecchi troni crollano, cadono le vecchie corone, cedendo il posto ai soviet rivoluzionari deglioperai e dei soldati", e indicava nell'Oriente " un'inesauribile riserva e una sicurissima retroguardia per l'imperialismo mondiale".

    Probabilmente è questo contrasto di vedute che ha portato poi (e questo è uno dei tanti punti per cui critico e condanno Stalin) a epurare dai quadri dirigenti della sezione orientale del partito Sultan-Galiev, creando alla fine il reato di sultangalievismo.
    A mio modo di vedere sebbene anche Sultan-Galiev abbia commesso errori di valutazione talvolta come già detto populistica, egli comprese ancor prima di Mao Tzedong il potenziale rivoluzionario dell'Oriente e intuì la possibile resistenza dell'Occidente. E alcuni fatti indubbiamente gli diedero ragione. Non a caso è poco ricordata (purtroppo) la seconda rivoluzione socialista e comunista mondiale per ordine cronologico (1921), avvenuta nell'ambito della liberazione nazionale e a mio parere nazionalitaria ovvero la Mongolia sotto la guida di quello che oggi potrebbe essere definito un comunista comunitaristicamente orientato ovvero Damdin Sukhbataar. E poi ci fu la Cina, e il Vietnam e il Laos (ed oggi potremmo dire il Nepal con un pò di azzardo), mentre l'Occidente rimaneva a parer mio schiacciato dall'altro grande errore e misfatto di Stalin (sempre a parer mio) ovvero la teoria della coesistenza pacifica e della nazione guida e del partito guida che per prima cosa contraddiceva la visione leniniana esposta sopra e contraddice secondo me anche la visione nazionalitaria e allo stesso tempo internazionalista del comuniatarismo.
    L'errore e il misfatto che ha portato ala creazione dell'imperialismo sovietico complementare a quello americano e antagonista al tempo stesso (secondo la visione dell'imperialismounitario di Cervetto) è stato il trasformare l'Unione Sovietica da esempio e modello a guida della rivoluzione mondiale ed allo stesso tempo (dopo Yalta) la dottrina della nazione guida e della coesistenza pacifica. Questo binomio agli antipodi a parer mio creò un vero e proprio cortocircuito schizofrenico nel movimento comunista nazionale mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale non c'è stata una rivoluzione di stampo socialista e nazionalitario (Cuba, Nicaragua, Guatemala, Laos, Angola, Mozambico, Burkina Faso etc.)che sia stata appoggiata dai partiti comunisti locali (nel caso di Cuba in effetti le cose sono diverse in quanto il partito comunista venne creato dopo la rivoluzione), e uno dei fattori comuni delle sconfitte delle altre rivoluzioni nella periferia imperialista e capitalista è statosempre il negato appoggio del Partito comunista locale. Dove è allora nelle teorie di coesistenza pacifica e di nazione guida lo spirito nazionalitario ed internazionalista di Preve?
    Questo secondo me è il punto focale della critica che un comunitarista o comunista nazionalitario può portare alle teorie staliniane.

    A luta continua

  3. #3
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Non ho letto la precedente discussione, che mi dicono essere stata molto fuori le righe, cosa che non dovrebbe accadere, ma si sà, la tastiera è difficile governarla.
    Questo 3d è partito in modo corretto, spero che continui in questo modo, comunque voglio precisare che, la nuova teoria Comunitarista-Comunista Nazionalitaria, che stiamo cercando di elaborare, non può appartenere a nessuna corrente del Comunismo storico novecentesco, può essere influenzato, ma non si può dire stalinista, maoista, luxemburghiano, trotskista, ecc...ecc...., di certo c'è Marx e Lenin, in parte, Preve e La Grassa, presto uscirà il libro di Preve e molti dubbi verranno chiariti, comunque è naturale che ognuno di noi abbia delle "simpatie", ma il nostro compito è costruire una nuova teoria anticapitalista e per fare questo non possiamo guardare, solo, al passato


    TUTTO E' DI TUTTI

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer
    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Non ho letto la precedente discussione, che mi dicono essere stata molto fuori le righe, cosa che non dovrebbe accadere, ma si sà, la tastiera è difficile governarla.
    Questo 3d è partito in modo corretto, spero che continui in questo modo, comunque voglio precisare che, la nuova teoria Comunitarista-Comunista Nazionalitaria, che stiamo cercando di elaborare, non può appartenere a nessuna corrente del Comunismo storico novecentesco, può essere influenzato, ma non si può dire stalinista, maoista, luxemburghiano, trotskista, ecc...ecc...., di certo c'è Marx e Lenin, in parte, Preve e La Grassa, presto uscirà il libro di Preve e molti dubbi verranno chiariti, comunque è naturale che ognuno di noi abbia delle "simpatie", ma il nostro compito è costruire una nuova teoria anticapitalista e per fare questo non possiamo guardare, solo, al passato


    TUTTO E' DI TUTTI

    Aspettiamo dunque il nuovo libro del buon Preve ELOGIO DEL COMUNITARISMO...
    Se è vero che farà chiarezza su molti punti, vorrà dire che Preve ci fornirà finalmente una spina dorsale, ovvero una direzione più precisa su cui poter lavorare.

    Fino ad ora mi sono trovato sempre al 90% d'accordo con le tesi di fondo del pensiero "previano", seppur certi palesi miei riferimenti al marxismo-leninismo.

    Il marxismo è una scienza e non una filosofia. Sono d'accordo sul fatto che certe cose ormai sono obsolete e che dunque Marx sia in un qual modo "inattuale" per certi versi. Ma non dimentichiamoci che la prassi marxista non si ferma solo a Lenin, ma continua con Stalin, Mao, Ho Chi Min, Hoxa, ecc.

    Siamo d'accordo sull'elaborazione di una nuova sintesi.
    Ma, attenzione: se ci definiamo comunisti dobbiamo partire dalla teoria marxista e dalla pratica leninista.

    Ma se spizzichiamo di quà e di là, soprattutto inserendo riferimenti a movimenti borghesi e poco proletari (a mio dire) come i situazionisti, i primitivisti,gli anarchici, ecc, allora faremmo bene a lasciar stare il termine Comunismo con tutto il suo bagaglio storico, filosofico e soprattutto scientifico.

    Riflettiamo bene, cari compagni. Se si farà ulteriore chiarezza con il libro di Preve dovremmo fare andare tutti i nodi al pettine.
    E se è vero che Marx è inattuale e del marxismo e leninismo c'interessa solo quello che ci pare, faremmo bene a togliere il termine "comunismo" di fronte al "nazionalitario". (Se poi il nostro intento è, a tuo dire, di costruire una nuova teoria "anticapitalista", che bisogno c'è di usare il termine e i connotati riferenziali ideologici del -comunismo-?)

    Altrimenti, a mio avviso, si tornerebbe ad un'accezione del termine di Comunismo molto più vicino ad un certo idealismo e dunque lontano dal materialismo storico, scientifico e dialettico, che Marx, Lenin, Stalin e Mao ci hanno insegnato a conoscere, ad approfondire ed a mettere in pratica.

    Fino ad ora, compreso il sottoscritto, hanno fornito degli spunti utili, seppur da diverse angolazioni e con diverse sfumature ideologiche, per l'elaborazione di una nuova idea che dovrà essere il Comunitarismo.
    Questo era il compito della rivista fino all'ultimo numero.

    Se poi Preve ci fornirà una teoria su cui lavorare, saremo tutti d'accordo nel marciare compatti nell'approfondimento di questa teoria.

    Ma nel momento in cui c'è una teoria, bisogna sviluppare anche una prassi. Altrimenti è comodo disutere di politica e filosofia senza mettere in atto le nostre idee comunitariste.

    Nascerebbe qui dunque, a mio dire (e purtroppo contrariamente a quanto dice Preve nel suo ultimo articolo in Eretica) l'esigenza di un'organizzazione che, pur avendo i lineamenti basilari di un partito, rinneghi la pratica elettoralista ed accetti la prassi militante. Un partito senza elezioni.

    Ma se l'obiettivo della rivista invece non vuole essere politico, ma solo culturale, beh, allora sarà meglio strutturarci come circoli, redazioni e corrispondenti.

    Altrimenti mi sorge spontaneo mettere in dubbio il motivo dell'esistenza della rivista ed il suo intento politico.

    Attendo risposta Muntzer.
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    [quote=Dr. Jeckyll]Aspettiamo dunque il nuovo libro del buon Preve ELOGIO DEL COMUNITARISMO...
    Se è vero che farà chiarezza su molti punti, vorrà dire che Preve ci fornirà finalmente una spina dorsale, ovvero una direzione più precisa su cui poter lavorare.

    Fino ad ora mi sono trovato sempre al 90% d'accordo con le tesi di fondo del pensiero "previano", seppur certi palesi miei riferimenti al marxismo-leninismo.

    Il marxismo è una scienza e non una filosofia. Sono d'accordo sul fatto che certe cose ormai sono obsolete e che dunque Marx sia in un qual modo "inattuale" per certi versi. Ma non dimentichiamoci che la prassi marxista non si ferma solo a Lenin, ma continua con Stalin, Mao, Ho Chi Min, Hoxa, ecc.

    Siamo d'accordo sull'elaborazione di una nuova sintesi.
    Ma, attenzione: se ci definiamo comunisti dobbiamo partire dalla teoria marxista e dalla pratica leninista.

    Ma se spizzichiamo di quà e di là, soprattutto inserendo riferimenti a movimenti borghesi e poco proletari (a mio dire) come i situazionisti, i primitivisti,gli anarchici, ecc, allora faremmo bene a lasciar stare il termine Comunismo con tutto il suo bagaglio storico, filosofico e soprattutto scientifico.

    Riflettiamo bene, cari compagni. Se si farà ulteriore chiarezza con il libro di Preve dovremmo fare andare tutti i nodi al pettine.
    E se è vero che Marx è inattuale e del marxismo e leninismo c'interessa solo quello che ci pare, faremmo bene a togliere il termine "comunismo" di fronte al "nazionalitario". (Se poi il nostro intento è, a tuo dire, di costruire una nuova teoria "anticapitalista", che bisogno c'è di usare il termine e i connotati riferenziali ideologici del -comunismo-?)

    Altrimenti, a mio avviso, si tornerebbe ad un'accezione del termine di Comunismo molto più vicino ad un certo idealismo e dunque lontano dal materialismo storico, scientifico e dialettico, che Marx, Lenin, Stalin e Mao ci hanno insegnato a conoscere, ad approfondire ed a mettere in pratica.

    Fino ad ora, compreso il sottoscritto, hanno fornito degli spunti utili, seppur da diverse angolazioni e con diverse sfumature ideologiche, per l'elaborazione di una nuova idea che dovrà essere il Comunitarismo.
    Questo era il compito della rivista fino all'ultimo numero.

    Se poi Preve ci fornirà una teoria su cui lavorare, saremo tutti d'accordo nel marciare compatti nell'approfondimento di questa teoria.

    Ma nel momento in cui c'è una teoria, bisogna sviluppare anche una prassi. Altrimenti è comodo disutere di politica e filosofia senza mettere in atto le nostre idee comunitariste.

    Nascerebbe qui dunque, a mio dire (e purtroppo contrariamente a quanto dice Preve nel suo ultimo articolo in Eretica) l'esigenza di un'organizzazione che, pur avendo i lineamenti basilari di un partito, rinneghi la pratica elettoralista ed accetti la prassi militante. Un partito senza elezioni.

    Ma se l'obiettivo della rivista invece non vuole essere politico, ma solo culturale, beh, allora sarà meglio strutturarci come circoli, redazioni e corrispondenti.

    Altrimenti mi sorge spontaneo mettere in dubbio il motivo dell'esistenza della rivista ed il suo intento politico.

    Attendo risposta Muntzer.
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Caro doc, ti rispondo brevemente, utilizzando un mezzo non mio devo sbrigarmi.
    Il Comunismo esisteva ben prima di Marx, uno può essere Comunista e non necessariamente marxista, dopo due ore di discussione moreno è riuscito a convincermi, anche io la pensavo come te, ricordiamoci che Marx diventò comunista "strada facendo", detto questo, mi sembra evidente la nostra "teoria & prassi", ma non cadiamo nell'ortodossia e/o nel ridicolo (non x te), già ci sono divrsi gruppi ad assolvere questa funzione.
    Qui nessuno a mai spizzicato qua e la, abbiamo fatto delle incursioni, leggiti la Società dello spettacolo e dimmi se, oggi, è più o meno utile di Stalin, io credo che sia più utile, ma questo non vuol dire essere situazionisti, dalla seconda fase del nostro percorso, 2000, i nostri punti di riferimento, fissi, sono stati, Marx e Lenin, Preve e La Grassa, anche altri naturalmente, ma questi sopra tutti, ancora oggi è così.
    Scusa se vado avanti in modo confusionario è la fretta.
    Di Marx e Lenin non prendiamo quello che ci pare, prendiamo quello che è utile oggi e usiamo il termine Comunismo perchè vogliamo costruire una società Comunistica, certamente diversa dal Socialismo realizzato.
    Sono molto contento dei contributi dati x sviluppare un nuovo Comunitarismo, molto libertari direi, forse eri ancora preso dasl tuo "anarcostalinismo", ma quello dovevi fare, cercare di trovare un modo di attualizzazione del tuo pensiero, e questo dovresti continuare a fare.
    Organizzazione politica e/o circoli culturali? Bella domanda a cui, tutti, dovremmo dare risposta, io, come sai, o cercato di costruirlo il gruppo politico, UCN, cosa che ritengo ancora valida, ma non basta la sola teoria, occorre anche la prassi, così x fare i circoli e il giornale, qui mi blocco, non credo sia il luogo x discutere dettagli "tecnici", poi non capisco, "altrimenti è comodo discutere di politica e filosofia senza mettere in atto le nostre idee Comunitariste", a chi ti riferisci?

    TUTTO E' DI TUTTI

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Jeckyll
    Aspettiamo dunque il nuovo libro del buon Preve ELOGIO DEL COMUNITARISMO...
    Se è vero che farà chiarezza su molti punti, vorrà dire che Preve ci fornirà finalmente una spina dorsale, ovvero una direzione più precisa su cui poter lavorare.

    Fino ad ora mi sono trovato sempre al 90% d'accordo con le tesi di fondo del pensiero "previano", seppur certi palesi miei riferimenti al marxismo-leninismo.

    Il marxismo è una scienza e non una filosofia. Sono d'accordo sul fatto che certe cose ormai sono obsolete e che dunque Marx sia in un qual modo "inattuale" per certi versi. Ma non dimentichiamoci che la prassi marxista non si ferma solo a Lenin, ma continua con Stalin, Mao, Ho Chi Min, Hoxa, ecc.

    Siamo d'accordo sull'elaborazione di una nuova sintesi.
    Ma, attenzione: se ci definiamo comunisti dobbiamo partire dalla teoria marxista e dalla pratica leninista.

    Ma se spizzichiamo di quà e di là, soprattutto inserendo riferimenti a movimenti borghesi e poco proletari (a mio dire) come i situazionisti, i primitivisti,gli anarchici, ecc, allora faremmo bene a lasciar stare il termine Comunismo con tutto il suo bagaglio storico, filosofico e soprattutto scientifico.

    Riflettiamo bene, cari compagni. Se si farà ulteriore chiarezza con il libro di Preve dovremmo fare andare tutti i nodi al pettine.
    E se è vero che Marx è inattuale e del marxismo e leninismo c'interessa solo quello che ci pare, faremmo bene a togliere il termine "comunismo" di fronte al "nazionalitario". (Se poi il nostro intento è, a tuo dire, di costruire una nuova teoria "anticapitalista", che bisogno c'è di usare il termine e i connotati riferenziali ideologici del -comunismo-?)

    Altrimenti, a mio avviso, si tornerebbe ad un'accezione del termine di Comunismo molto più vicino ad un certo idealismo e dunque lontano dal materialismo storico, scientifico e dialettico, che Marx, Lenin, Stalin e Mao ci hanno insegnato a conoscere, ad approfondire ed a mettere in pratica.

    Fino ad ora, compreso il sottoscritto, hanno fornito degli spunti utili, seppur da diverse angolazioni e con diverse sfumature ideologiche, per l'elaborazione di una nuova idea che dovrà essere il Comunitarismo.
    Questo era il compito della rivista fino all'ultimo numero.

    Se poi Preve ci fornirà una teoria su cui lavorare, saremo tutti d'accordo nel marciare compatti nell'approfondimento di questa teoria.

    Ma nel momento in cui c'è una teoria, bisogna sviluppare anche una prassi. Altrimenti è comodo disutere di politica e filosofia senza mettere in atto le nostre idee comunitariste.

    Nascerebbe qui dunque, a mio dire (e purtroppo contrariamente a quanto dice Preve nel suo ultimo articolo in Eretica) l'esigenza di un'organizzazione che, pur avendo i lineamenti basilari di un partito, rinneghi la pratica elettoralista ed accetti la prassi militante. Un partito senza elezioni.

    Ma se l'obiettivo della rivista invece non vuole essere politico, ma solo culturale, beh, allora sarà meglio strutturarci come circoli, redazioni e corrispondenti.

    Altrimenti mi sorge spontaneo mettere in dubbio il motivo dell'esistenza della rivista ed il suo intento politico.

    Attendo risposta Muntzer.
    Se vuoi anche privata.

    Il problema di chi come me e te viene da una formazione marxista-leninista credo sia proprio questo. Il dover abbandonare o meglio ridimensionare alcune visioni scientifiche del marxismo. Non per tutti il marxismo è una scienza (per alcuni è una pseudoscienza in base al modello popperiano di classificazione, per altri è ideologia). Partendo da questi presupposti credo sia normale (partendo indubbiamente da un analisi marxista che lo stesso Preve mi sembra ammetta) per il progetto comunitarista cercare anche altre vie e altre forme di analisi marxista non scientifica (lo so sembra un controsenso ma è una possibilità valida a parer mio). Personalmente dopo aver passato tanto tempo a leggere ogni possibile critica marxista-leninista al comunismo ufficiale (su tutti Cervetto) credo sia importante per chi come te e me hanno deciso di credere ad un nuovo progetto politico abbandonare una certa "rigidità ideologica" per entrare in quel campo per così dire eretico che tuttavia la storia stessa ha dimostrato essere sempre fecondo di idee e speranze. Daltronde la scienza stessa si basa sulla sua continua ricerca e sul divenire e mutare delle teorie, secondo il principio per cui quando una teoria non è più soddisfacente con l'osservazione ed il riscontro della realtà va o abbandonata o migliorata. A mio parere credo che il marxismo-leninismo-maoismo (o il guevarismo o il sandinismo) non vadano abbandonati, semplicemente credo che il progetto comunitarista possa per così dire contaminare(termine che uso nella sua accezione positiva) e dare linfa vitale e nuove visioni di lotta.
    Il discorso è sicuramente molto più amplio e non credo di poterlo racchiudere in queste poche righe. Però credo che questa discussione potrebbe essere un buon punto di partenza.

    A luta continua

  7. #7
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    poi non capisco, "altrimenti è comodo discutere di politica e filosofia senza mettere in atto le nostre idee Comunitariste", a chi ti riferisci?
    [/quote]

    Tranquillo che non mi riferisco a nessuno.
    Certo è, però, che con quella frase qualcosa volevo intendere. E cioè, avere la nostra teoria Comunitarista e svilupparla in un tangibile progetto politico.
    Altrimenti avere solo la teoria non serve a niente. In parole povere... Se abbiamo il pensiero, ma non agiamo,a che giova pensare se non si può influire COMUNITARISTICAMENTE PARLANDO sulla società?

    Ecco, come vedi non mi riferisco a nessuno. Ed assolutamente mi passa in mente di criticare l'operato tuo, magnifico, o di altri nella rivista.

    Se ben ti ricordi, quando sono entrato, l'esperienza dell'UCN era terminata da poco...ma io mi ostinavo a voler riportare un minimo in auge quella sigla...

    La rivista è il miglior mezzo che ci hai messo a disposizione. Non capita certo tutti i giorni delle occasioni come quella che ci hai fornito tu.

    Ti invito a riflettere però su una cosa.
    La rivista è la casa dentro cui ci permetti di studiare.
    Ma noi abbiamo anche bisogno di una macchina per uscire e far conoscere, in maniera più semplicistica e meno culturale, le nostre idee al popolo. Questa auto la si potrebbe chiamare: organizzazione, partito, circoli, ecc, come vuoi.

    Ma lungi da utilizzare sigle e siglette che non ci identificano chiaramente (parlo di Legittima Difesa, Comunità Resistenti Anticapitaliste, Socialismo e Liberazione) sarebbe ad esempio molto più utile ed interessante la cara e vecchia UCN, Unione dei Comunisti Nazionalitari, la quale identifica al pieno la nostra ideologia.

    Adesso credo di concludere qui questo scambio di idee, che certamente potremmo approfondire in privato.

    Ma, per favore, rifletti su ciò che ho detto. Sono sicuro che lo stai già facendo. Poi, è probabile che io stia anche sbagliando...

    Con il rispetto di sempre.

    Tuo Jeckyll.

    PS. Occhio a quello che dice Moreno...
    Uscire dal marxismo per intendere un comunismo premarxista, ripeto, equivale a ripercorrere le strade dell'idealismo, da quello più rozzo e metafisico a quello più raffinato. Ma sempre fuori dal materialismo si è.

    Anche Tommaso Campanella era Comunista. Anche Platone e Tommaso Moro. Senza parlare di Gesù Cristo. Ma questi erano utopisti...rozzi idealisti...comunque non di certo materialisti.

    Il materialismo è la realtà. L'idealismo e l'utopismo invece sono metafisica dura e pura.

    A presto.

    STALIN VIVE

 

 

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