LA STRATEGIA DEL PAPA E QUELLA DEI CREDENTI


Un popolo solo, un Papa solo”: era il titolo di un articolo letto ieri, buttato là, come se dicesse cose serie, mentre suonava solamente sgradevole nella sua involontaria ironia. Avrebbe voluto suggerire l’idea di un Papa sprovveduto, che se ne sta in montagna, senza idee e senza strumenti, davanti all’infuriare di una rischiosa guerra in Medio Oriente. Ma non si era ancora asciugato l’inchiostro della penna acre, che le agenzie battevano l’invito accorato di Benedetto XVI alla sua Chiesa, al mondo intero, per un atto generoso, corale, volto appunto a fermare le ostilità. "Il Santo Padre segue con grande preoccupazione le sorti di tutte le popolazioni interessate...": così iniziava il testo della comunicazione vaticana. E non poteva essere diversamente: il Papa vigile sulla tolda della nave, vigile naturalmente a modo suo, con le sue risorse, le sue iniziative, note e non note, con l’aiuto dei suoi collaboratori vecchi e nuovi. Chi manca alzi la mano.
Il Papa prega, e con dolore e dolcezza invita a pregare: tutti insieme, domenica 23 luglio, in un gesto sommamente impegnativo, proprio come aveva già fatto in precedenti drammatiche congiunture Giovanni Paolo II.
Il Papa per chiamata è solo davanti a Dio, ma anche - realistico paradosso - sempre è in compagnia del suo popolo, senza lasciar solo nessuno. Soprattutto chi patisce e muore.
Ecco l’arma totale dei cristiani e del Papa, e - ad un tempo - la loro più illuminata strategia: la moltitudine delle voci in preghiera. Ognuna fusa alle altre, ognuna unita alla sua: con l’impazienza dei figli che ricorrono al Padre. Troppo poco? È il massimo.