di Daniele Scalea

Le elezioni legislative ucraine del 26 marzo scorso, come noto, registrarono un duro colpo per il prestigio e l’autorità degli “arancioni” - i locali agenti atlantisti, assurti al potere nel dicembre 2004 con un golpe orchestrato da Oltreoceano. Il Partito delle Regioni, guidato da quello stesso Viktor Janukovič già rivale dell’attuale presidente Viktor Juščenko durante la “rivoluzione arancione”, si laureò formazione più rappresentativa del paese col 33% dei suffragi, ben più rispetto al Blocco Timošenko (22%), a Nostra Ucraina (14%) ed al Partito Socialista (6%), le tre anime della cosiddetta “coalizione arancione”. Sola altra forza a superare la soglia di sbarramento elettorale fu il Partito Comunista (4%).

Da quel giorno è cominciata una fase particolarmente tormentata della vita politica ucraina: la costituzione d’una nuova maggioranza parlamentare e la nomina del primo ministro entro i termini previsti dalla Costituzione (quattro mesi dalla data dell’elezione). Il 10 maggio, appena riunitasi la Rada (parlamento) neo-eletta, essa palesava la (ipotetica) maggioranza uscita dai colloqui privati nel mese d’aprile: nient’altro che una riedizione della “coalizione arancione” che aveva guidato il paese nell’ultimo anno e mezzo, in un modo giudicato unanimemente fallimentare.

Tuttavia come avevamo previsto anche su queste stesse pagine (”Requiem per le rivoluzioni colorate”, “Rinascita” del 31 marzo 2006), tale esperimento ha avuto vita brevissima: dopo estenuanti e vani negoziati, il Partito Socialista guidato da Oleksandr Moroz ha deciso di piantare in asso i due compagni di viaggio e di schierarsi col Partito delle Regioni e col Partito Comunista. La Rada, ora presieduta dallo stesso Moroz (proprio la sua elezione a sorpresa, con i voti dell’opposizione, ha segnato lo scioglimento della “seconda coalizione arancione”), ha votato la candidatura di Janukovič a primo ministro. Il presidente Juščenko, cui spetta per legge l’accoglimento o il rigetto del verdetto parlamentare, non s’è ancora pronunciato ufficialmente, limitandosi ad accusare la nuova maggioranza di non essere espressione della volontà popolare (il riferimento è al cambio di campo dei socialisti).

Il Presidente ha tempo fino al 25 luglio per proporre un nuovo primo ministro (che dovrà però essere accettato dalla Rada) oppure accettare la candidatura di Janukovič. Alle due opzioni se ne aggiunge in realtà una terza, ch’è però intesa diversamente dalle due parti: secondo Juščenko, senza accordo, si dovrebbero sciogliere le camere e procedere a nuove elezioni, mentre Janukovič ha detto che, qual ora il Presidente non riuscisse a proporre un’alternativa condivisa, egli dovrà accettare la proposta del parlamento. Dunque si profila l’ipotesi d’un nuovo drammatico scontro istituzionale, ma questa volta, probabilmente, esso sarà evitato. Juščenko non può certo sciogliere le camere a ripetizione fino ad una vittoria d’una coalizione a lui gradita: non perché gli manchi l’arroganza, bensì perché Nostra Ucraina è il partito che più di tutti rischia importanti tracolli elettorali.

Inoltre, colloqui segreti tra il Partito delle Regioni e Nostra Ucraina sono già in corso da almeno una settimana (contatti erano già stati stretti l’indomani delle elezioni): è probabile che il partito del Presidente s’unisca alla nuova maggioranza, pur di mantenere il potere, sfidando così le possibili reazioni negative del suo elettorato (del resto già ampiamente sfiduciato). In tal caso, l’ultimo nodo da sciogliere sarebbe ancora quello del primo ministro: Janukovič , in quanto capo del primo partito ucraino rivendica quel posto già ricoperto in passato, ma Juščenko preferirebbe senz’altro un nome meno imbarazzante per lui, che deve la sua fama alla “rivoluzione arancione”. E se si profila un compromesso tra i due grandi rivali, coloro i quali davvero non ci stanno sono gl’irriducibili filo-americani.

Julia Timošenko - forse ispirandosi nel linguaggio a qualche noto politico di casa nostra - ha giurato di lottare con tutte le sue forze contro la “mafia comunista”. Dal canto loro i pochi ma agguerriti giovani (o pretesi tali) di Porà, organizzazione paramilitare studentesca addestrata dalla CIA e già protagonista della “rivoluzione arancione”, sono scesi in piazza a Kiev sperando di rinverdire i fasti d’un tempo: ma la popolazione, disillusa dalla corruzione e dai fallimenti dei politici atlantisti, ha fatto mancare completamente il proprio appoggio agli aspiranti “rivoluzionari”. Inoltre, i patrioti ucraini e filorussi hanno mostrato d’aver imparato la lezione, e d’essere ormai in grado di controbattere con le stesse armi i golpisti filo-americani: sabato, sostenitori di Janukovič hanno sgombrato a forza Piazza Maidan dalla feccia arancione, e solo l’intervento della polizia ha salvato gli “studenti” targati CIA dai meritati calci nel sedere che quelli erano pronti a dispensare loro. Sarà per la prossima volta…

Fonte: “Rinascita”, luglio 2006