di Juan Gelman

Ha detto che l’operazione delle forze armate israeliane a Gaza “è fuori da ogni misura” e che “si vergogna di essere amico d’Israele”. Queste parole non provengono da un qualsiasi “ebreo che odia se stesso”, come Tel Aviv e le sue lobby occidentali qualificano gli ebrei della diaspora –e non solo– che respingono le politiche di colonizzazione ed aggressione al popolo palestinese. Appartengono a Mario Vargas Llosa, il cui nome non entra in quella categoria per ovvie ragioni: non è ebreo né odia se stesso. Il grande romanziere ha formulato queste affermazioni in un’intervista al giornale israeliano Haaretz (www.haaretz.com, 9-7-06): “Israele –ha aggiunto– è diventato un paese potente ed arrogante e tocca agli amici essere molto critici nei confronti delle sue politiche”. Cosa avrà pensato in materia di proporzioni il premio Gerusalemme 1995 e membro onorario dell’università ebrea di Gerusalemme quando nei giorni successivi truppe israeliane, in rappresaglia per la cattura di due dei loro soldati, hanno attaccato nel sud del Libano, assediato i porti, bombardato l’aeroporto di Beirut e due basi militari libanesi, causato la morte di 53 civili e provocato la risposta degli Hezbollah (Reuters, 13-7-06).

Tel Aviv riceve dagli USA in media 15 milioni di dollari giornalieri in funzione di sussidi ed aiuto militare. Le ONG palestinesi ricevono soltanto 232.000 dollari giornalieri, che –inoltre- la Casa Bianca ha sospeso dal trionfo alle urne di Hamas. Grazie all’aiuto nordamericano, le forze di difesa d’Israele contano su più di 3800 carri armati, 1500 pezzi di artiglieria pesante, 2000 bombardieri, elicotteri da combattimento e cacciabombardieri, compresi gli F-16 di fabbricazione statunitense, ed un numero indeterminato di bombe nucleari che si stimava in 300 alla fine del decennio scorso. Il prossimo anno è il 40° dacché Israele ha occupato i territori palestinesi con mano pesante e le sue truppe sono entrate nuovamente in Gaza. La risposta, quegli attentati suicidi che tolgono la vita ad innocenti civili israeliani, è certamente ripudiabile. Sembrerebbe, come ha segnalato Vargas Llosa, che “paradossalmente, gli estremisti di uno e dell’altro lato abbiano la stessa agenda il cui proposito è impedire ogni possibilità di negoziazioni e di concessioni reciproche”. Certo che una cosa è una cosa ed un’altra cosa è un’altra cosa.

La nota giornalista israeliana Amira Hass ha fatto le distinzioni. “Un palestinese è un terrorista quando attacca civili israeliani e quando attacca soldati israeliani accantonati alle porte di una città palestinese… quando un’unità dell’esercito israeliano irrompe con carri armati nel suo paese ed il palestinese spara contro un soldato israeliano che emerge per un istante della torretta del suo carro armato… quando è raggiunto dal fuoco proveniente da un elicottero mentre impugna la sua carabina. I palestinesi sono terroristi tanto se uccidono soldati come se uccidono civili.” E aggiunge: “Il soldato israeliano è un combattente quando spara un missile da un elicottero, o un obice da un carro armato, contro un gruppo di persone riunite a Kahn Yunis (paese di Gaza)… quando spara una granata contro una casa (palestinese) da cui l’esercito israeliano afferma essere uscito un missile Qassam ed uccide un uomo o una donna… il soldato israeliano uccide gente armata ed uccide civili… uccide comandanti di battaglioni di terroristi assassini ed uccide bimbi ed anziani che sono nelle loro case. Anzi, questi cadono sotto il fuoco israeliano” (Haaretz, 9-10-02).

Non è l’unico modo di morire che conoscono i palestinesi. La Croce Rossa Internazionale ha informato ad Il Cairo che tra 3000 e 7000 palestinesi attendono da fine giugno il permesso per tornare a Gaza. Si ammucchiano sul lato egizio della casetta di incrocio al posto di frontiera di Rafah e 578 di loro hanno bisogno d’attenzione medica urgente (Haaretz, 11-7-06). Martedì 4 sono morti una giovane palestinese di 19 anni che era stata operata in un ospedale cairota e le cui condizioni sono peggiorate durante l’attesa finché è arrivata la morte, ed un bambino di un anno ed mezzo per infarto. Due malati hanno attraversato quell’altra frontiera, un uomo di 68 anni ed un ragazzo di 15 che erano stati curati per malattie cardiache nella capitale dell’Egitto (Reuters, 11-7-06). Gli altri aspettano ancora il permesso israeliano per tornare a Gaza mentre scrivo queste righe.

Non sono gli unici ad aspettare: per la prima volta dalla guerra dei Sei Giorni di 1967, Tel Aviv vieta adesso l’entrata di palestinesi con cittadinanza straniera, la maggioranza statunitense, ma anche europei. Parecchie migliaia non possono ritornare alle loro case e posti di lavoro, o visitare le loro famiglie, nel territorio palestinese occupato della riva occidentale. Questa misura include inoltre stranieri sposati con una palestinese od un palestinese, e professori visitatori. Bisogna essere in possesso di un permesso emesso dalle autorità palestinesi ed autorizzato dai funzionari israeliani, ma questo meccanismo fu interrotto nel settembre 2000. “Il Ministero degli Interni e l’Amministrazione Civile (d’Israele) si sono rifiutati di commentare il fatto che per 40 anni i cittadini palestinesi residenti in paesi occidentali non hanno avuto bisogno di un «permesso di visita»” (Haaretz, 11-7-06). Ma questo è solo un particolare e il governo d’Israele non è così minuzioso.

Originale da pagina12.com.ar

Tradotto dallo spagnolo da Gonzalo Hernández Baptista e revisionato da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore e la fonte.