Maurizio Blondet
24/07/2006

Il colonnello Sima Vaknin-Gil, in questi giorni, è uno degli ufficiali israeliani più occupati.
E’ il capo della censura militare, e controlla i servizi che i corrispondenti stranieri mandano ai loro media; in cambio, questi ricevono l’accredito, necessario per accedere alle informazioni ufficiali israeliane.
Il colonnello ha rifiutato l’accredito a Silvia Cattori, giornalista svizzera di fama internazionale che collabora a vari periodici e siti on-line: benchè abiti in terra santa, la Cattori non può spostarsi nel Paese né parlare con testimoni.
Contrariamente agli altri giornalisti, la Cattori non ha accettato il «consiglio» del colonnello di tenersi sul vago a proposito dello scontro che ha dato origine, una decina di giorni fa, al conflitto. Secondo la Cattori, sarebbe stato l’esercito israeliano a sconfinare «deliberatamente» in Libano, in località Aita al Chaab, in territorio Hezbollah.
Questo, sempre sul piede di guerra, ha ucciso alcuni soldati israeliani penetrati nella sua zona e ne ha catturati due, come da suo programma, per scambiarli contro due membri Hezbollah detenuti nelle carceri sioniste: Samir el Kantar, in galera dal 1978, e Yahia Skaff, detenuto dall’82.
Insomma la Cattori conferma che è stato Israele a violare la sovranità territoriale del Libano (cosa che del resto fa comunemente con i suoi aerei), mentre Hezbollah si sarebbe fatto giustizia da sé, al posto di uno stato libanese sostanzialmente disarmato.
Può darsi che non sia vero, s’intende: censura e disinformazione sono parte integrante della guerra Ma il particolare si accorda bene con quel che sostiene un analista politico-militare israeliano, Ran HaCohen: che i militari hanno in qualche modo «forzato la mano» al loro stesso governo.



Come fa notare HaCohen, è la prima volta in vent’anni che nel governo israeliano non ci sono dei generali in ministeri importanti.
Sulla poltrona di primo ministro dovrebbe sedere il generale Ariel Sharon; ma il caso e l’emorragia cerebrale gliel’hanno impedito, sicchè ora il premier è Ehud Olmert. Il quale, benchè fedelissimo di Sharon, non ha alle spalle una carriera militare.
Di più: il ministro della Difesa Amir Peretz non solo è un civile senza esperienza bellica, ma un sindacalista di sinistra, alquanto pacifista.
Per recuperare potere, i comandi, spiega il professore, «reclamavano un attacco massiccio su Gaza molto prima che il soldato Shalit fosse sequestrato».
Ma il governo riluttava: la politica di blocco economico di Gaza, in corso da sei mesi, stava avendo succcesso nell’indebolire il seguito di Hamas tra la popolazione, senza bisogno di cannonate.
Per questo, dice testualmente HaCohen, i militari hanno «preparato il terreno alzando il tiro in modo continuo e calcolato: ripetute uccisioni di civili e bambini, assassinio di un alto ufficiale dell’Autorità Palestinese, i cosiddetti ‘arresti’ a Gaza per la prima volta dal ritiro».
Poi, il «rapimento» del soldato Shalit il 26 giugno.
A quel punto il governo «non ha più potuto tenere a freno l’esercito».
L’esercito di Sion ha dunque imposto un altro fatto compiuto (una specialità che fu di Sharon) e i generali hanno ripreso in mano l’iniziativa.
Ma ora, devono strappare un grosso successo sul campo: per non incorrere nelle critiche dei politici e dell’opinione pubblica interna, che hanno forzato alla guerra.



Il che spiega la violenza sproporzionata dell’attacco aeronavale, con la distruzione sistematica di ogni infrastruttura in Libano e l’uso di armi proibite, come bombe al fosforo e gas nervini.
«E’ una classica campagna di bombardamento strategico», dice Stephen Bidden, già direttore di studi militari all’US Army War College ed ora membro del Council on Foreign Relations.
I bombardamenti strategici sono quelli che Italia e Germania hanno sperimentato sulla propria pelle nella seconda guerra mondiale: distruzione a tappeto delle risorse economico-industriali del Paese nemico, per spezzarne la capacità combattiva.
Ma gli specialisti militari USA stanno constatando con disagio crescente i risultati di questa strategia.
Un terzo dei morti sono bambini (nei Paesi arabi, metà della popolazione ha meno di 15 anni) e le immagini che la censura non riesce a bloccare non giovano ad Israele.
«La giustificazione militare di tali bombardamenti sembra vaga, perché i bersagli non hanno relazione con gli Hezbollah», dice James Dobbins, già inviato di Bush in Afghanistan ed ora analista strategico alla Rand Corporation.
«Il fatto è che gli Hezbollah non hanno infrastrutture materiali che possano essere distrutte».
«Gli israeliani stanno cercando di premere su altri [il governo del Libano] perché risolvano i loro problemi, per questo colpiscono le infrastrutture», aggiunge Bidden.
Ma è il rapido ed evidente «successo» sperato?


Altra prova inequivocabile documenta il massacro al fosforo compiuto su Beirut



Stranamente, gli Hezbollah, anche dopo dieci giorni di bombardamenti, riescono ancora a lanciare razzi e Katiushe in territorio israeliano, anche in relativa profondità, tenendo in ansia la popolazione ebraica di Haifa.
Com’è possibile?
L’armata di Israele ha una proverbiale capacità di localizzare ed eliminare con precisione chirurgica le postazioni del nemico.
Ne ha tutti i mezzi: dai sensori elettronici, alle foto satellitari al dominio del cielo.
Ora, basta guardare le foto satellitari dell’area Hezbollah per vedere che praticamente non ha strade, ma tratturi da muli.
Come fanno a passarci i grossi camion su cui sono montate le rastrelliere di Katiushe?
E dovrebbero essere ben visibili dall’alto, tanto più che dovrebbero essere numerosi.
Come mai non vengono liquidati?
Inoltre, la Katiusha è in realtà un’arma da assedio, usata con successo contro i tedeschi a Stalingrado («Organi di Stalin»).
La loro gittata di 20 chilometri è puramente teorica; già dopo un paio di chilometri il tiro perde in precisione ed efficacia.
Come mai raggiungono Haifa, a 35 chilometri dal confine?
Non ci sarà un trucco?
E qui comincia il lavoro del colonnello Sima Vaknin-Gil, il capo della censura e fornitore di notizie selezionate ai giornalisti accreditati.



Il capitano Jacob Dallal, portavoce dei militari, ha spiegato loro: «Una quantità di razzi Hezbollah sono nascosti nelle case nelle aree urbane, vengono sparati da dentro i villaggi, sono trasportati lungo la superstrada Damasco-Beiruth. Se missili sono nascosti nelle abitazioni, queste diventano un bersaglio legittimo».
Crederci o no?
Dipende.
Chi ha visto il grosso auto-articolato che porta sul pianale le Katiushe, fatica a credere che possa essere nascosto in appartamenti.
Tutto è possibile, visto che poche informazioni utili filtrano dal fronte.
Esperti militari, guardando le poche immagini televisive permesse dagli israeliani, hanno notato che i pezzi d’artiglieria cingolati degli israeliani che sparano con gittata di 35 chilometri sussultano pesantemente ad ogni tiro: non sono nemmeno stabilizzati dalle speciali zeppe metalliche che si inseriscono sotto il mezzo per il tiro.
Non è certo la precisione che Israele sta cercando.
E lo dimostrano anche i crateri che le bombe hanno scavato a Beirut: diametro venti metri, profondità dieci.
Fatto sta che le cose vanno per le lunghe.
E fateci caso, dal giorno 21 luglio tutti i giornali e i media occidentali hanno «abbassato» il conflitto in Libano a mezza pagina, calando anche il tono.
Il Corriere della Sera ha aperto addirittura con un’intervista «esclusiva» a Romano Prodi (capirai che scoop).
Stanno seguendo i «consigli» del colonnello Sima?
Dopo quel che abbiamo scoperto su Renato Farina, il giornalista che non si limita a dar notizie perché si considera un «soldato dell’Occidente», non ce la sentiamo di escludere nulla.



Maurizio Blondet
Da «La Padania»




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