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    Intervista Sul Neofascismo

    20/07/2006- 18:197 | autore: Maurizio Murelli
    Conversando tanto per telefono quanto per e-mail (nonché "de visu"), mi sono trovato spesso a rispondere a delle domande sul neofascismo. Tempo fa, poi, ci fu chi voleva realizzare con me una intervista-conversazione. Parte dell'intervista fu realizzata e ancora la conservo (il progetto editoriale abortì perché l'editore che la commissionò restò orripilato dalle risposte). Recentemente, dopo l'ultima tornata elettorale, le domande che mi vengono poste si sono intensificate. Ho quasi sempre rifiutato di rilasciare interviste, ultimamente, in un momento di debolezza, ho risposto ad alcune domande nel quadro della stesura di un libro che verrà stampato verso novembre. In questa circostanza ho avuto l'opportunità di riflettere sulla diversa qualità e natura delle domande. Mao diceva che la risposta sta nelle domande e non era lontano dal vero. La domanda è sempre femmina non solo grammaticalmente ma anche e sopra tutto per sua intrinseca natura: la curiosità, come tutti sanno, ha buona cittadinanza nella psiche femminile.
    Ma mentre le domande "professionali" del giornalista intervistatore mi paiono sempre necessitate dalla femminea curiosità materiale ed estetica (ruotano attorno all'apetto, all'apparenza, alla storicizzazione) molte di quelle che mi son state poste da interlocutori dal variabile grado di conoscenza e confidenza mi sono parse spesso molto poco femminili... Anzi, frequentemente c'è dell'autentica virilità proprio in virtù della citata idea di Mao sulla domanda: la risposta sottaciuta elaborata nella domanda.
    Mi piaccia oppure no, io per amici e nemici sono un neofascista e quindi, quando le domande non riguardano i miei gusti alimentari (ma forse anche li...) la domanda posta parte sempre dall'idea che si ha di me in quanto neofascista (inteso positivamente o negativamente).
    Comunque sia ho collezionato un certo numero di domande interessanti di natura ideologica, dottrinaria, etica, culturale, politica. E molte di queste domande mi sono piaciute e mi hanno spinto a convincermi che messe tutte assime possono costituire quell'intervista che non ho mai rilasciato. Ma mi sono anche convinto che probabilmente quanti mi leggono in "Orion" o nelle (al momento) poche cose riporatte in questo sito hanno domande che vorrebbero farmi.
    Rispetto alla comunità a cui appartengo non mi considero un dispensatore di saggezza o una intelligenza al di sopra della media. Resta il fatto che la mia storia personale mi ha portato a fare un certo tipo di esperienze straordinarie e ad avere confidenza con non poche persone e personaggi. È quindi plausibile che le mie risposte possano avere contenuti e toni che vanno oltre l'ordinario, siano insomma di un certo interesse. Anche perché poi da un po' di tempo, qua e là si sono aperti dibattiti sull'"area" e sull'"ambiente", sul dove si è e dove e come si deve andare. A questi dibattiti, sopra tutto ultimamente, non ho partecipato anche perché noto che spesso cominciano bene, ad un giusto livello e magari con buona intenzione e poi spesso (quasi sempre) scadono al rango di seduta psicanalitica.
    Per venire al dunque, mi sono chiesto: e se oltre ad amalgamare tutte quelle domande e risposte collezionate, dare risposte alle domande a cui non ho ancora risposto, se oltre a ciò invitassi chi lo desidera (sopra tutto coloro che mi detestano e avversano, che non condividono quel che dico e penso) a farmi domande? Mettendo tutto assieme che libro-intervista ne verrebbe fuori? È l'ipotesi di un progetto. Dunque chi ha domande sulla punta della lingua utilizzi l'indirizzo e-mail che appare cliccando su Maurizio Murelli. L'idea è di un'intervista sul neofascismo con annessi e connessi. Non è detto che poi si concretizzi editorialmente ma c'è buona possibilità che ciò avvenga. In caso di pubblicazione le domande non riporteranno il nome dell'auote, quindi è indifferente che chi scrive usi il proprio nome (cosa che preferisco) o l'anonimato.

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    Fascismo, fascismi e neofascisti

    | Lunedi 24 Luglio 2006 - 149 | Jacopo Barbarito |

    25 aprile 1945, piazzale Loreto. La fine del Fascismo repubblicano e sociale, la fine di Mussolini, la fine di un’era. Sono passati oltre 61 anni da quel giorno, ma molti non sono ancora usciti dalla “sindrome” del 25 aprile. Molti, troppi anzi, hanno visto quel giorno come un punto di “non ritorno” e non come la tappa della vita di un’idea, di un pensiero, di un’ideologia, di un modo di essere. La seconda guerra mondiale ha visto la caduta dei fascismi, ma non la scomparsa delle loro anime. L’ideale mussoliniano-gentiliano, alla base del Fascismo italiano, ha continuato a vivere nei cuori di molti, ieri come oggi. Nel Fascismo di ieri vi sono state varie correnti: dai monarchici ai nazionalisti, dai cattolici ai socialisti, dai “borghesi” agli squadristi; anche dopo ce ne saranno tante, che prenderanno vie diverse, spesso opposte. Allora c’erano tante forze che lavoravano all’interno di un solo organismo, per un solo fine, tenute insieme da un mirabile direttore d’orchestra. Finito quel mondo – per alcuni fatto esplodere, per altri imploso, per altri ancora abbattuto “a mazzate” – ci siamo trovati in un altro mondo, dove l’Italia aveva perso tante cose di quelle che si era guadagnate ma, in compenso, ne aveva ricevute molte altre. Ma le condizioni storiche erano mutate e così ci si è ritrovati a fare i conti con quel che era rimasto, umanamente e idealmente. Vi era un’eredità storica, umana, ideologica: chi ne era l’erede, il detentore? Cosa tenere? Come comportarsi? È un dibattito che divide ancora oggi. Alla fine del 1946 nacque il Movimento Sociale Italiano, dopo l’amnistia generale di Togliatti, che liberò le galere dai tanti fascisti e presunti tali. Fra “sfilate”, parate, cerimonie e saluti romani il MSI riuscì ad inserirsi nella vita politica italiana, istituzionalizzando certe tendenze, domandone molte altre, ingabbiandone diverse. Da partito di ispirazione fascista, composto innegabilmente da fascisti, si prese la strada destrorsa, con forti accenti filo-americani, vetero-nazionalisti, anche borghesi. C’era la guerra fredda, appoggiare l’America era una “scelta obbligata”, sempre che si ritenga obbligatorio schierarsi a tutti i costi. Evidentemente è un “vizio di famiglia”. Iniziano strani giochi di potere, collaborazioni più o meno lecite, strane casualità ed il carattere sociale e “rivoluzionario” del partito inizia a scemare: il potere, i soldi, possono uccidere gli ideali. Così molti iniziano ad uscire, si tenta di battere quelle vie extraparlamentari, rivoluzionarie, che vogliono essere avanguardie giovanili e dinamiche. Molti i fermenti positivi e vitali di un’area che, per quanto vessata, non china mai il capo. Nemmeno quando iniziano a moltiplicarsi gli scontri, ad uscire i morti. Fra i giovani “camerati” non si perde mai la voglia di cambiare il mondo, combattere per quello in cui si crede, confidando nell’onestà e nella pulizia morale di chi li comanda. Sono gli anni bui, repressivi, tristi: sono gli anni dei neofascisti. Fra una strage vera ed una presunta, fra interminabili processi, arresti, reati d’opinione, esili più o mento volontari, vite stroncate e tradimenti vari si arriva alla fine dei cosiddetti “anni di piombo”, anni in cui il clima delle guerra civile del 1943-1945 sembrava davvero non essere cessato. Distrutto, da dentro e da fuori, un ambiente che aveva convogliato il meglio della gioventù non omologata al sistema, rimane un’eredità costante, una missione. Si placano gli animi, passano gli anni, ma il dibattito storico ed ideologico non riesce ad essere mai obiettivo. Usati e poi gettati, i movimenti ed i personaggi del tormentato venticinquennio che va dal 1959 al 1983, vengono alla ribalta altre realtà associative, altra gente meno compromessa. Passa il tempo, cambia l’Italia: ci si trasforma sempre più in una realtà globale, consumistica, in una società dell’immagine, della comunicazione. Cambia anche la realtà degli altri paesi, cambia il modo di veicolare messaggi ed i punti di aggregazione. Solo il MSI resiste, constante nella sua presenza, costellata anche da discreti successi, ma sempre su una via che non è quella fascista. Un’idea sconvolgente inizia a balenare nelle menti degli “addetti ai lavori”: il partito ha usato i fascisti per renderli inoffensivi per il sistema antifascista vigente, è stato tradito l’ideale primigenio. E così, al momento della definitiva chiarificazione in merito (anni ’90), che purtroppo confermava l’idea dei più, inizia una diaspora che pare non avere fine. Tante realtà in questi anni, tanti modi diversi di vedere la vita e rapportarsi ad essa, ma un denominatore comune: nulla o poco più di realmente positivo è stato raggiunto. Ma a prescindere dalle divergenze ideologiche che hanno sempre diviso l’ambiente nazionalpopolare – così lo si suole chiamare in modo “politicamente corretto” – per questioni dottrinarie o storiche, esse non costituiscono, di per sé, il male maggiore. Quello che, a mio avviso, affligge maggiormente questa area è il rapporto con il suo passato, remoto e prossimo, proprio ora che si potrebbe – e dovrebbe – aver maturato un certo distacco, una lucida capacità di analisi e di superamento, come tante volte la si invoca per i “nemici”, che ancor oggi vedono fascisti ovunque. Da troppo tempo si è voluto rincorrere un passato che ogni giorno era più lontano; da troppo tempo la scena è stata dominata dai soliti personaggi dall’immagine oramai bruciata; da troppo tempo si pensa a come rapportarsi col sistema, quali siano gli indirizzi ideologicamente corretti, quali sono i dogmi da cui non ci si può distaccare, mentre il mondo cambia sempre più velocemente e si scorda di noi; da troppo tempo si fanno processi interni, alle azioni o alle intenzioni, favorendo la divisione all’unione; da troppo tempo ci si è limitati ad una sterile ri-proposizione di idee e modi vincenti al loro tempo, adeguati a certe situazioni, ma superati dai nuovi eventi; da troppo tempo si è assistito passivamente alle gesta altrui, senza essere capaci di proporre nulla di nuovo, comunicare cose diverse, essere alternativa. Solo posizioni di protesta, di allontanamento, di rifiuto: la costruzione di un ghetto in cui inserirsi, un mondo “artificiale” a cui solo pochi sono iniziati sono ammessi, dove si coltiva il culto della nostalgia ed i ricordi dei bei tempi antichi, di fogazzariana memoria. E il distacco dalla realtà aumenta, costellata di attentati, uccisioni, stragi come segni di protesta – ripeto: vere o presunte – o di manifesta impotenza e di gente che per attuare la “terza via” ha deciso di dar voce alle armi e alla violenza, in uno scontro – per forza di cose – sempre impari. Non è questa la “bella morte” cantata da Pavolini o la pratica delle ultime volontà del Duce. Ma l’errore più grave fu sicuramente quello di addossarsi ed incarnare i più appariscenti e vuoti emblemi di un tempo che la società avrebbe voluto condannare alla damnatio memoriae, finendo per dare al mondo quell’immagine che il mondo anti-fascista voleva che fosse data al fascismo. Bando alla socializzazione, al corporativismo, agli ideali spirituali che questa società dimentica, bando alle proposte coraggiose in campo economico e sociale, bando allo studio della società di oggi, per cercare di essere agenti attivi ed operosi, protagonisti del proprio tempo, assumendo quel ruolo che deve spettarci. Sì invece a parate, camice nere, gagliardetti, labari, commemorazioni, distintivi e mere iniziative di protesta e incondizionata fiducia in quell’imprecisato domani, che sicuramente ci appartiene, ma che non arriva mai. Una minoranza che accetta di fare la minoranza, con accenti folcloristici quando capita. Un atteggiamento sicuramente comodo per chi abbia voluto neutralizzare un ambiente, delle spinte sociali senz’altro pure e positive, per chi abbia voluto pilotare e rendere inoffensiva un’idea che ad oggi, fa ancora molta paura. Già, è questo un punto dolente: chi può generare un modello alternativo a questo che ci hanno imposto, ed a cui ci siamo supinamente adattati, fa paura. E non si parla di dittatura, ma di stato etico, stato sociale, diritti garantiti per tutti: l’antitesi della realtà attuale. Parlando di queste cose si finisce inevitabilmente per toccare una miriade di argomenti che meriterebbero trattazioni specifiche, argomenti molto complessi e molto scottanti, perché un tale andazzo di cose ha giovato a molta gente che, ieri come oggi, non si trova certo dentro ad una bara o in galera come molti dei giovani che ha usato, ma in ben altre altolocate posizioni. Ma questa è un’altra storia. Oggi la nostra prospettiva deve essere rivolta al domani, senza rinnegare, senza dimenticare ma imparando a vivere il nostro tempo, a capire il mondo in cui viviamo, a comprendere che il nostro passato deve essere una base di partenza, non un punto di arrivo. Perché a noi, quel suffisso “-neo” non piace, ci ricorda tempi passati, ricchi di eventi ancora poco chiari. Se la pessima situazione odierna è figlia di quella io, francamente, vorrei archiviarla, come modi di agire, di essere, di pensare. Guardiamo sì a ieri, ai successi e alle sconfitte, ma guardiamoci da chi ripropone lo stesso insieme, con fini reconditi e scelte non chiare. Perché noi vogliamo e dobbiamo lottare per essere una vera realtà alternativa, capire l’oggi e prevedere il domani, affinché sin da oggi possiamo davvero essere sempre domani!
    Jacopo Barbarito

 

 

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