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    Arrow Il ventre molle d’Europa propaga l’infezione allogena

    L’Italia di Prodi cala le braghe


    Via libera all’immigrazione

    Chiudiamo per un secondo la spaventosa pagina del Libano, aggredito dalla terza o quarta potenza atomica mondiale “in lotta per la sopravvivenza” che la stampa biecamente sionista cerca di far passare come paese aggressore, per toccare un altro tema vitale : la migrazione selvaggia.

    Il testo è particolarmente lungo ma pensiamo valga la pena fare un ampio giro d'orizzonte, talmente grave, per tutta l'Europa, sarà la decisione italiana, specie se troverà imitatori.

    L’Italia ha criminalmente passato un altro limite. Non bastava ai manutengoli romani di essere il ventre molle d’Europa, una falsa potenza economica piena di debiti: vogliono diventare definitivamente una corte dei miracoli, una minaccia per tutto il continente. Una bomba a orologeria anche per la Svizzera e il Ticino.

    Ma questi sono dettagli.E’ importante capire sino a che punto un’oligarchia criminale stia portando alla rovina i popoli europei.

    L’Italia è l’esempio migliore. Su un punto in Italia tutte le oligarchie sono d’accordo: le sinistre che sono al governo , la Chiesa, le lobby ebraiche ( che sono contro l’immigrazione libera solo in Israele) la confindustria, i sindacati.

    Così con brindisi e applausi di tutti i Prodi antinazionali, il nuovo governo ha fatto saltare una delle poche cose passabili fatte da Berlusconi: la legge Bossi-Fini. Una leggiuncola che serviva a poco o niente ma stabiliva almeno un principio: ci sono ancora delle frontiere.

    Ora non più. La Bossi Fini sarà abrogata. In nome dell’ideologia “progressista”

    Si comincerà come annunciato in campagna elettorale, con la chiusura dei centri di accoglienza. Vogliono chiuderli e spalancare le porte della nazione ai migranti.

    Per arrivare a tanto senno il governo italiano delle siniste aveva prima riunito un trust di cervelli specializzati: Gianni Amelio (regista) (!), Pasquale Piscitelli (direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere), Nicola Prete (direttore centrale dei Servizi civili per l’immigrazione e l’asilo), Luca Pacini (responsabile dell’Ufficio immigrazione e diritto d’asilo presso l’Anci), Le Quyen ngo Dinh (Caritas Italiana), Gianfranco Schiavone (Associazione studi giuridici per l’immigrazione), Annemarie Von Hammerstein Gesmold (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia), Filippo Miraglia (Arci), Giuseppe Gulia (Acli), Daniela Pompei (Comunità di sant’Egidio), Christopher Hein (Cir), Maurizio Falco (Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione).

    Tutti personaggi ed organizzazioni che da anni, sull’immigrazione, ci mangiano a quattro ganasce! Per loro l’immigrazione e gli immigrati sono una vera fonte di ricchezza, altro che conflitto d’interessi...

    Dice un capoccione cattolico, il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero: “Bisogna scommettere su chi scommette sull’Italia. La ricerca evidenzia infatti come il 60% delle famiglie immigrate residenti in Italia intenda rimanere nel nostro Paese in via definitiva. Soprattutto quelle che hanno figli. Queste famiglie sembrano riporre fiducia nel nostro Paese. Noi dobbiamo essere in grado di assecondare il loro investimento, perché saranno proprio loro, e già lo fanno, ad aiutarci costruire il futuro dell’Italia”. Sono balle indegne e lo dimostreremo nel corso dell’articolo.

    Intanto ricordiamo che le associazioni cattoliche sugli immigrati ci investono da decenni.

    E da decenni percepiscono milioni e milioni di euro dallo Stato per accogliere i “nuovi disperati”.

    Ha continuato il cattolico: “Per il 58% delle famiglie migranti il diritto di voto rappresenterebbe il primo passo per non sentirsi più trattate da straniere. La possibilità di votare, almeno alle elezioni amministrative, ma anche un accesso più rapido al diritto di cittadinanza, soprattutto per i bambini nati in Italia, rappresentano le strade obbligate per una piena integrazione.

    L’immigrazione non può continuare ad essere considerata solo un allarme sociale. Bisogna passare dalla logica dell’emergenza a quella della normalità. In questo senso, anche il nesso immigrato e lavoro, per quanto importante, appare insufficiente a cogliere la realtà dell’esperienza migratoria matura”.

    Ha concluso, con particolare sfacciataggine, il presidente dell’Acli: “Se si vuole proporre una nuova politica dell’immigrazione, occorre guardare alle famiglie che gli immigrati costituiscono nel nostro Paese, dando vita ad un progetto di insediamento nella nostra società. Sono infatti le famiglie e non i singoli il vero motore tanto dei processi migratori quanto di quelli d’integrazione. In Italia, invece, la migrazione familiare viene considerata spesso come un escamotage al blocco dell’immigrazione per lavoro”.

    Invitiamo il presidente dell’associazione cristiana a visitare, o meglio, di andare a vivere in quei quartieri o in quei paesi italiani dove si sono concentrate le famiglie di immigrati, poi vediamo se continuerà a dire che l’immigrazione non è un allarme sociale. Abbiamo più volte parlato delle menzogne della lobby ebraica: vale la pena di sottolineare che la lobby cattolica non scherza quando si tratta di mentire per i propri interessi.

    A sostegno delle proposte anti-nazionali della Commissione è arrivata anche il Ministro per la famiglia: “Dobbiamo favorire i ricongiungimenti familiari e investire nelle politiche per l’integrazione. Le famiglie degli immigrati si integrano in Italia anzitutto consentendo loro di formarsi come tali e quindi modificando la legge Bossi-Fini che è stata davvero cinica nei confronti degli immigrati, ingiusta e non adeguata al fabbisogno del nostro Paese”. ( anche di questa scemenza riparleremo)

    Per la Bindi serve anche un’operazione verità (sic!) che accompagni una programmazione seria: “E’ una sfida che il nostro Paese può vincere, anche perché l’immigrazione è una possibilità, una sfida positiva per l’Italia, che può contribuire anche a invertire il suo declino demografico e rappresentare in qualche modo un’interessante competizione per una nuova stagione italiana di natalità”. Demenziale.

    L’Italia del terzo millennio sarà trasformata nel terzo mondo.

    Da un lato ci sono gli italiani a rischio sfratto, senza una casa ed un lavoro, i più fortunati con una sanità ed una pensione privata, gli altri senza, dall’altro lato ci saranno gli immigrati, tutelati, coccolati e finanziati da chi vuole distruggere il vero stato sociale, l’identità nazionale e un minimo di coesione etnica.

    D’altronde è più facile favorire gli interessi della speculazione internazionale avendo a che fare con un popolo povero come quello italiano, dilaniato dalla lotta di classe e di razza e abbandonato al proprio destino.

    Questa è l’Italia che sognano gli ex, post e vetero comunisti a braccetto con i democristiani e ovviamente la nota lobby che tira le fila.

    Una volta li chiamavamo i catto-comunisti...Ma oggi bisogna aggiungere i liberal-caimani.





    Un suicidio programmato






    Niente ferma la criminale politica di immigrazione. Neppure l’evidenza più crassa. Un esempio fra mille : la criminalità. L’ex consigliere di Stato ( si fa fatica a crederlo) Alex Pedrazzini ha dichiarato che non esiste correlazione fra criminalità e immigrazione. Ha scritto testualmente: “Perchè nessuno si è mai dato la pena di allestire una statistica sul tasso di criminalità degli uomini con i baffi? Semplice, perchè si parte dal presupposto che non vi sia nessuna correlazione tra la pilosità e la delinquenza. Perchè è invece usuale proporre tabelle che illustrino il numero di reati commessi dagli stranieri? Semplice,perchè si parte dal presupposto che invece lì si sia confrontati ad un legame a filo doppio. “

    Questo è un esempio grossolano ( Pedrazzini Alex non è mai stato un fine politologo) del livello di manipolazione sistematico della tematica immigrazione che viene comminato ad un opinione pubblica che capisce, perché lo tocca con mano, che l’immigrazione sta uccidendo il paese, ma nm,viene sapientemente fuorviata da una propaganda menzognera ai limiti dell’indecenza, distribuita a piene mai dalla stampa prezzolata.

    Il sillogismo cretino di Pedrazzini ( uomini con i baffi e criminalità – stranieri e criminalità) è certo un estremo: nessun politico serio farebbe proprie simili assurdità. Solo Pedrazzini non riuscirà mai a capire solo il giorno in cui gli uomini con i baffi prenderanno il monopolio della prostituzione ( come è avvenuto con gli albanesi) allora si faranno statistiche correlate fra i portatori di baffi e la propensione al magnaccia. Senza contare che non vi è stata un’immigrazione di baffuti clandestini.

    Si può ridere della amentità di Pedrazzini , ma costui è stato consigliere di Stato e le suoe idee sono quelle dei suoi colleghi: per giunta passa per un mezzo criminologo. Ecco perché l’immigrazione è diventata un problema letale per l’Europa. Perché nella stanza dei bottoni ci sono loro.

    Tanto per dimostrare quanto poco è correlata l’immigrazione alla criminalità basti pensare che a Bologna il sindacao (paracomunista) Cofferati è stato costretto a varare misure speciali dopo l’ondata di stupri che ha colpito la città: i colpevoli erano tutti albanesi e nord africani.

    Le bande di rapinatori nel Nord Italia ( sino in Ticino) colpevoli di aggressioni, sequestri di persona, torture ai rapinati erano tutte dell’Est europeo o zingari. Decine e decini di casi non un italiano.

    Un’altra risposta all’ilare Pedrazzini e ai suoi baffi gliela dà comunque anche un giudice sfegatato di sinistra come Giancarlo Caselli :” : il rapporto tra popolazione di extracomunitari e percentuale di detenuti extracomunitari, questo rapporto è decisamente superiore a quello tra popolazione nazionale e percentuale di detenuti italiani. Ecco le cifre: il rapporto tra popolazione generale e numero dei detenuti italiani è di circa 90 a 100000, meno dello 0,1%. Invece il rapporto tra popolazione di extracomunitari presente sul territorio italiano e percentuale di stranieri detenuti sfiora il livello di 1005 a 100000, ossia l’1,5% della popolazione straniera; 15 volte il rapporto che corre tra popolazione italiana e popolazione detenuta. E’ allora evidente che a parità di popolazione la presenza di extracomunitari è molto maggiore rispetto alla presenza degli italiani.”

    Sono cose arcinote ma ormai in materia di politicamente corretto vige una regola precisa: mentire sistematicamente.

    Basterebbe poi pensare a macro fenomeni come la rivolta dei nordafricani ( generazioni nate in Francia) nelle periferie ghetto desolate della grandi città, per capire come l’immigrazione sia una gigantesca bomba. Un’ultima citazione di Alex Pedrazzini che senza pudore fa il paragone tra l’immigrazione italiana e quella attuale sostenendo che si tratta di piccole differenze che richiederanno qualche tempo in più per l’assimilazione. Questa è in realtà la menzogna più grande, che abbiamo denunciato più volte. Gli immigrati in Europa non erano quasi mai clandestini. Erano un forza lavoro richiesta, molto spesso specializzata, subiva persino visite mediche, no aveva bisogno di centri accoglienza, era comunque limitata e non emigrava infrangendo la legalità.

    Le immigrazioni ci sono sempre state e non sono mai state un problema vitale per il paese di accoglienza. Ma da vent’anni l’Europa è confrontata ad una letale invasione.

    E cosa fa l’Europa? Ecco le ultime decisioni prese a Rabat:

    “ Il fiume di clandestini che attraversa il Mediterraneo e sbarca sulle coste europee non sarà più solo un problema di ordine pubblico. L’ Europa cambia rotta, e accetta l’idea che quei disperati sono anche una risorsa per il vecchio continente. L’Italia, per bocca del vice ministro socialista Intini ( il governo Prodi ha il record assoluto nella Storia di ministri, vice, portaborse e culi di pietra) saluta comunque con favore il deciso cambio di rotta segnato dal vertice: fino a pochi mesi fa di clandestini si parlava in Europa solo a livello di repressione. “

    Cosa significa questo? Che le porte verso il Terzo Mondo sono spalancate. La sovversione sta toccando il suo traguardo principale, il caos. Ci vorrà ancora un po’ di tempo ma il risultato è garantito.





    L’Italia, bassofondo d’Europa






    Il governo socialcomunista di Prodi ha dunque deciso di lasciare entrare un altro mezzo milione ( circa 400.000 per l’esattezza) di migranti, depenalizzare del tutto la clandestinità, aprire i centri di accoglienza. Cosa forse ancora più ignobile, ha deciso di regale mille euro anche ad ogni figlio nuovo di migrante. Come se l’Italia fosse un paese ricco e non un paese malgovernato dove milioni di persone sono alla fame. Per concludere si regalerà la nazionalità italiana dopo pochi anni di residente e tutti i nati in Italia saranno cittadini italiani. L’immigrazione da paesi dell’Est membri dell’UE sarà totalmente libera.

    L’Italia ha ufficialmente oltre tre milioni di migranti con permesso di soggiorno, i clandestini non si sa : almeno un altro milione, probabilmente molti di più.

    Sono una risorsa, dicono gli immondi ciarlatani. Sono una risorsa per loro, gli sfruttatori, non certo per il paese. Ha scritto Alessandro Pansa, vice direttore generale della pubblica sicurezza, direttore centrale della polizia criminale, non un biscaro qualsiasi: “ Ormai cominciamo ad avere molti disoccupati fra gli immigrati regolari. Lavorano invece i clandestini: esiste una rete di sfruttatori che assume solo in nero. Il lavoratore in nero è un vantaggio per l’industriale ma non per lo stato che non riceve contributi né tasse” Ecco un aspetto della grande “risorsa”

    Dice ancora Pansa:” L’afflusso dei migranti non avviene che in minima parte dalle carrette del mare come molti credono. Arrivano da Est via terra. Schengen ( ma guarda! Ndr) ha peggiorato la situazione: chi entra nell’area Schengen dopo può muoversi liberamente e ciò peggiore enormemente il controllo dei flussi illegali” Evviva, ma come erano intelligenti i vari Pelli, Simoneschi, Abate e compagnia cantante! Loro garantivano che Schengen era una garanzia di maggior sicurezza. Sono loro ad essere una garanzia,purtroppo. Di cosa giudichi il lettore, noi rischiamo denunce.

    Ma restiamo all’Italia e all’Europa.

    Da qualche tempo una certa sinistra più intelligente – seppur solo nelle riviste specializzate – comincia a denunciare verità importanti.

    Per anni tra miriadi di altri crimini il fascismo venne accusato di aver voluto, in un paese povero, mantenere alta la crescita demografica. Oggi l’Europa è minacciata di sparizione per denatalità.

    Prima di parlare della folle politica migratoria, sentiamo le ultime nuove sulla crisi demografica.

    Ecco una sintesi di un articolo di Giuseppe Sacco. Un reazionario? No, un progressista della peggior razza liberal di sinistra, professore alla Luiss Guido Carli, fucina di politicamente corretti, fari della globalizzazione. Ecco quel che scrive:

    “Per chi vive nell’Europa del 2006, il 1968 da ormai la sensazione di un'alterità e di una lontananza da misurare in anni luce. Le utopie rivoluzionarie di quei tempi, il sogno egalitario, l'impegno politico totale - e talora sincero - non potrebbero essere in più stridente contrasto col conformismo microborghese di oggi, venato da evidenti tentazioni reazionarie. La pseudorivoluzione che in quell'anno fatidico venne tentata nel nostro paese - ma con sostanziose, e in parte ancora oscure complicità internazionali - (osservazione molto interessante che ovviamente non può essere spigata dai politicamente corretti ndr) e che si è trascinata almeno fino al 1979, sembra addirittura incomprensibiìe. Eppure alcune delle sue conseguenze rimangono incancellabili, perché da un lato il Sessantotto ha spezzato_netto la tendenza_alla_crescita economica e civile in cui l'Italia si era avviata fin dalla fine del secondo conflitto mondiale, (sic!!!) e dall'altro ha determinato uri radicale cambiamento "nel "costume e in particolare nella parte femminile della popolazione, dando vita ad un forte movimento femminista e a tutta una serie di conquiste che erano non più rinviabili in termini di parità professionale e sociale della donna. Soprattutto, quel tentativo pseudorivoluzionario ha prodotto un cambiamento nel costume sessuale che ha rapidamente mostrato di essere incompatbile con l’autoriproduzione della società. Il numero dei nati intorno a quell'anno, oggi più che cinquantenni, segna infatti, un picco numerìco, mentre i dati successivi evidenziano chiaramente un brusco calo delle nascite, che del cambiamento socioculturale è la immediata traduzione demografica. E di conseguenza, qualche decennio dopo, tale cambiamento del costume s'è dimostrato incompatibile anche col_mantenimento di un minimo di equilibrio tra classi di età, e quindi tra la fascia di popolazione in età lavorativa e produttiva e la fascia anziana, che necessita invece del sostegno della società.


    Il fenomeno italiano si innesta in una certa misura su un importante calo della natalità che grosso modo a partire dagli stessi anni si verifica in tutti i paesi sviluppati


    . Le ragioni di questa brusca discesa nel numero delle nascite sono anch'esse da individuare in fattori culturali, come un diverso atteggiamento nei confronti del sesso, non finalizzato solo alla riproduzione, o il diverso ruolo della donna e le sue nuove ambizioni, anche di carriera. Ma sono da ricercare anche in fattori scientifici, come l'invenzione della pillola e il raffinamento di altri strumenti anticoncezionali già esistenti. A questo si aggiunga un complessivo miglioramento della qualità della vita e un allungamento della stessa, con conseguente invecchiamento della popolazione.


    La popolazione, però, rappresenta più di un mero dato numerico: la popolazione è anche ricchezza, nonché fattore di produzione della ricchezza. ( ma guarda: nel drepecato Ventennio, sia detto senza pulsioni nostalgiche, non erano tutti del tutto scemi, ndr) Per questo motivo si può dire che paesi come l'Italia si trovano oggi a fronteggiare un insieme di non semplici problemi derivati da quella pseudorivoluzione ( toh,è una vita che lo diciamo ma troviamo ancora dei reduci del ’68, immarcescibili, convinti di essere stati dei fari di intelligenza, ndr) : problemi nel campo dell'assistenza agli anziani e problemi relativi all'intollerabile carico economico creato dall'attuale sistema assistenziale e previdenziale. Mancano infatti le persone in età da lavoro in grado di pagare, con i propri contributi, le pensioni e le provvidenze sociali per i più anziani.”


    A questo punto viene da chiedersi se questi geni che scoprono con quasi quarant’anni di ritardo quel che noi poveri reazionari avevamo già afferrato ( e non era difficile) quando trionfava l’imbecillità dei sessantottini, siano quelli che rappresentano l’intellighentzia accademica europea: questo spiega tante cose. Detto per inciso se si risparmiassero i soldi per l’ONU, missioni militari assurde, stipendi e prebende ai politici, assistenza a tutto il Terzo mondo , i soldi per le pensioni ci sarebbero anche in Italia. Ma si preferisce pagare un assegno in più agli zingari che agli anziani,

    Ma continuiamo nell’interessante quanto tardiva analisi

    “Ancora più negative appaiono le prospettive future. Le previsioni per il 2025, vedono la base della piramide ( giovani –anziani) si è ulteriormente ridotta. Si delinea una situazione in cui in nessun modo le generazioni in età produttiva potranno provvedere ai bisogni delle generazioni anziane, oltre che dei pochi giovani con meno di 15 anni. Più grave ancora è che, in aggiunta alle abbondanti classi d'età che gravano - perché non producono più reddito - sulle scarse gene*razioni giovani, si manifesta la formazione di un vasto strato di ultraottantacinquenni, che oltre a non produrre nulla è spesso non autosufficiente, e necessita di cure e di assistenza personale. Notevole è in particolare la formazione di una categoria, per la prima volta statisticamente rilevante, formata da donne ultracenarie-


    Per il 2050 si prevede una ulteriore, seppur non vertiginosa, diminuzione del numero delle nascite e un aumento ulteriore del numero degli ultraottantacinquenni.-


    Non ci saranno le risorse per far fronte ai bisogni di larghi strati di, una popolazione molto invecchiata.


    Da due o tre anni si parla spesso in Italia di una ripresa della nata*lità Le donne, si dice, da qualche anno fanno più figli. Non è del tutto falso. Un qualche cambiamento di mentalità si nota tra donne più colte ed evolute e la fertilità femminile è passata dal 2003 al 2004 da 1,26 figli per donna a 1,33. Un incremento, certo, ma minimo. E comunque siamo ancora lontanissimi dal tasso di 2,1 figli per donna che sarebbe ne-- per garantire la riproduzione della specie.”






    Senza contare, nota il Sacco, che le donne in età fertile ( 18 -35 anni) sono troppo poche. L’egoismo del liberismo individualista fa si che i matrimoni vengano ritardati al massimo e una generazione richiede in Italia il doppio degli anni che in Colombia.

    La prima riflessione che si può fare a questo punto è che il modello di sviluppo ma ancor più l’etica liberalprogressista è totalmente sbagliata. Uccide la nazione, stermina la volontà di vivere di un popolo, cancella il DNA di una razza.

    Cosa rispondono a questo punto i politicamente corretti? Tranquilli, dicono. La salvezza sta nell’immigrazione.

    Lasciamo ancora la parola ad uno di loro, il prof. Sacco, che tuttavia, come studioso, è costretto a dar loro qualche delusione.


    Immigrazione, alternativa inesistente








    “L'alternativa ad una improbabile ripresa della natalità viene in genere indicata nell'immigrazione. Da più parti, specialmente tra le forze che vedono soprattutto gli aspetti positivi dell'immigrazione, ( i soliti noti, ndr) si sostiene che i lavoratori stranieri verseran*no nei prossimi anni i contributi sociali necessari per pagare le pensioni ai lavora*tori (italiani) di oggi. E già è stato rilevato, con un calcolo approssimativo ma inco*raggiante, che ogni immigrato occupato regolarmente ( ma gli altri? E sono milioni!, ndr) versa già circa mille euro l'anno al servizio sanitario e ne riceve circa seicento, soprattutto per spese di ma*ternità, cioè per rafforzare la struttura demografica nel suo aspetto più debole. Ma ciò non basta a tacitare chi dell'immigrazione vede soprattutto gli aspetti negativi.


    Nel dibattito di ogni giorno ci si chiede spesso, in Italia, se sia oppor*tuno avere più immigrati. Oppure se i problemi che la loro presenza sembra crea*re suggeriscano invece una riduzione dei flussi. Ci si chiede se si debbano imporre maggiori restrizioni alle frontiere, oppure limitare i problemi attraverso una mag*giore disponibilità all'accoglienza. Addirittura, si pone spesso il problema in termi*ni radicali: immigrazione si o immigrazione no?


    Nel frattempo, gli immigrati continuano in maniera più o meno fortunosa e se*mi illegale ad arrivare, mentre appare sempre più evidente come l'economia abbi*sogni di questa forza lavoro. ( l’economia, sempre l’economia, ndr) Ma scarsissima attenzione viene dedicata all'evoluzione e alle prospettive demografiche dell'Italia. I circoli specialistici e accademici, che studiano tali questioni con grande professionalità, non riescono a far sentire sufficientemente la propria voce nel chiasso della società italiana, dominata da una classe politica assai poco colta e fortemente autoreferenziale. ( Per la verità in Svizzera va anche peggio: studi seri non se ne fanno e la classe partitocratica spesso fa piangere ndr)


    Mentre la questione dell'immigrazione conquista sempre più spazio nelle po*lemiche politiche, su di essa si ragiona e si discute in maniera insufficiente. Eppure esistono dati per un'analisi obiettiva, che lasci più spazio ai fatti che alle opinioni. E sono dati che disegnano un quadro indubbiamente grave.

    I flussi migratori dall'estero verso l'Italia hanno subito in un arco di tempo in definitiva assai breve, una vera rivoluzione. Negli anni Settanta -Ottanta, mentre si esauriva il flusso inverso", quello degli strati meno favoriti della popolazione italia*na verso l'estero, i movimenti in entrata sono passati da fenomeno di quasi elite (chi veniva a vivere in Italia dopo aver fatto fortuna, magari come i politici socialde*mocratici inglesi o tedeschi, comprando una casa nel Chianti) a fenomeno con ca*ratteristiche di massa. Dal punto di vista italiano, gli stranieri che venivano a vivere sono passati da curiosità a necessità del sistema, in assenza dei quali l'Italia fischia un rapido declino demografico, con la perdita dell'unico fattore che può farla considerare uno dei «grandi» della UE


    L’immigrazione già in atto in Italia più che colmare i vuoti creati dalla crisi demografica tende però a correggere le anomalie del mercato del lavoro e a colmare alcune carenze specifiche di manodopera. Senonché tali anomalie non sono quantitative, ma piuttosto qualitative, come risulta evidente dal fatto che circa il 10 per cento degli italiani nel <nel fiore dell'età» risulti disoccupato, mentre in Italia hanno già trovato occupazione quasi due milioni e mezzo di italiani in età lavorativa.” Ecco dati – di un liberalprogressista- che farebbero riflettere. Ma il nostro tace particolari ancor più preoccupanti.


    Un altro milione e forse più di migranti cerca lavoro cui si aggiungono i disoccupati italiani. Non c’è già più posto per tutti e con il boom della Cina e dell’India la situazione peggiorerà vertiginosamente.


    Ecco la grande, criminale menzogna che politicanti , sfruttatori globalisti, preti avidi e falso caritatevoli, demagoghi in cerca di voti e di potere diffondono in Europa.


    Vogliono far credere che l’immigrazione sia indispensabile:no, questa immigrazione, pur utile in certi settori mirati, è letale nel suo contesto generale. Anche sul piano economico.

    Ma i caimani insistono: più immigrati.

    Ecco ancora l’analisi del prof Sacco

    Per ironia della sorte, dell'opportunità di supplire con l'immigrazione ai problemi del mercato del lavoro gli ambienti imprenditoriali ( quelli della Luiss, ndr) hanno cominciato a prendere coscienza proprio in un periodo nel quale le conseguenze sociali e culturali dell'immigrazione stanno letteralmente esplodendo in tutta Europa. Dopo gli incidenti a ripetizione nei ghetti «multiculturali» del Regno Unito, culminati negli attentati del_7 luglio 2005, e la rivolta delle banlieues francesi, le questioni dell'immigrazione hanno mostrato di aver ormai un'importanza centrale nelle nostre società, e di esse si sono impadroniti demagoghi e politici, che le hanno trasformate in armi di lotta elettorale. Ciò spiega l'andamento quasi schizoide delle politiche italiane in questo campo: da una parte si fanno sanatorie e regolarizzazioni, dall'altra si propongono controlli alle frontiere, corpi di polizia europei che dovrebbero effettuarli, o addirittura sanzioni economiche verso i paesi di emigrazione se non collaborano con i necessari «controlli alla fonte». ( ma con Prodi le frontiere cadranno, ndr)

    In Italia, l'atteggiamento dell'opinione pubblica è nettamente più favorevole all'immigrazione. ( questa è una pura scemenza: basta parlare con la gente, ndr) L'immigrazione è già da anni una realtà senza la quale il sistema produttivo non potrebbe funzionare come funziona ora. E infatti, per moltissimi anni, si sono avuti cospicui arrivi di lavoratori, spesso di provenienza nordafricana, che coprivano le «punte» della richiesta di braccia, trattenendosi in Italia per periodi limitati, e che tendevano a rientrare in patria nei momenti in cui la stagione agraria offriva delle occasioni di lavoro. La loro presenza poteva perciò compensare gli squilibri nel mercato del lavoro, ma non poteva in nessun modo soddisfare le esigenze della declinante situazione demografica italiana. Insomma, se in qualche modo una «politica della forza lavoro» c'è stata, non c'è stata invece nessuna politica della popolazione».

    E allora vediamo se l’immigrazione salverà la deficiente politica della popolazione.

    Ecco alcuni dati ONU, elaborati dall’economista Ornello Vitali.

    “L’attuale evoluzione, se non si elaborano cambiamenti e con l’attuale tendenza all’invecchiamento, la popolazione italiana perderebbe 20 milioni di unità. Dai 3,49 lavoratori attuali per ogni pensionato ultrasessanticinquenne, si passerà nel 2049 a 1,73 attivi per ogni pensionato. Cioè a dire che un lavoratore dovrà mantenere quasi un pensionato.


    Per mantenere in essere il. rapporto tra attivi e non attivi che rendere possibile il sistema pensionistico e previdenziale quale esso era alla fine dello scorso secolo si dovrebbe perciò ospitare da qui al 2050 circa 120 milioni di immigrati che verrebbero a costituire circa l'80%di una popolazione totale_di oltre 190 milioni di abitanti. “

    Il solo fatto che si possano prendere in considerazione simili dati dimostra a nostro avviso che siamo in mano ad una massa di dementi che solo una crisi spaventosa potrà spazzare via.

    Certo oggi per la gente comune è impossibile capire che razza di futuro “il mercato” ci riserva: non ha i dati e non è mai informata. Ma i dati ci sono e sono incontrovertibili. E azzerano, per qualsiasi persona dotata di raziocinio, la colossale menzogna secondo cui l’immigrazione è la soluzione del welfarestate a lungo termine.

    Gli stessi esperti della Luiss sottolineano che una popolazione del genere per l’Italia porebbe , bontà loro, gravi problemi. In primo luogo, si manifesterebbe una mancanzadi posti di lavoro. L'aumento del numero di vecchi renderebbe necessario un aumento proporzionale delle fasce d'età in grado di lavorare. Ma a queste bisognerebbe fornire occupazione, creando poco meni di 90 milioni ( avete letto bene) di posti di lavoro nei prossimi 50 anni, cioè un quantitativo incomparabilmente plù grande di quanto può essere considerato realistico sulla base dell 'esperienza attuale.

    In secondo luogo, si manifesterebbe una mancanza di_spazio fisico: la densità toccherebbe i 670 abitanti per km quadrato. Attualmente 196 ab per km2 ( Svizzera 173 ab km2, Stati Uniti 29 abitanti per km2 ed hanno fatto un muro per bloccare l’immigrazione messicana!) .

    Queste cifre sono ampiamente sufficienti per tutti i ciarlatani che vantano l’immigrazione come “una ricchezza”. Anche sul piano meramente economico non risolverà un bel niente. Al contrario, alla prima crisi globale ( le cui avvisaglie sono già evidenti e che diventerà enorme quanto i paese emergenti, non solo Cina e India ma anche la Russia e l’Indonesia, entreranno nel mercato con le loro masse di mano d’opera, ( Cina, India e Indonesia) o con la loro industria pesante e materie prime ( Russia) faranno concorrenza all’Europa, strangolata politicamente dal cappio sionista e americano ( cioè impossibilitata ad una politica estera difensiva) . Allora cosa si farà dei milioni migranti non integrati ( si veda già ora la disoccupazione in Francia fra i nord africani: un problema enorme e insolubile) che si mischieranno ai senza lavoro fra gli europei?





    La totale idiozia delle sinistre italiane in materia di immigrazione libera si basa , più che sulle necessità degli industriali sfruttatori, sulla solita deleteria fede ideologica . Come solo oggi si capiscono, persino fra le file dei progressisti, i danno irreparabili della pseudo rivoluzione del ’68, così domani, troppo tardi, si capiranno le terribili conseguenze della criminale politica di libera immigrazione.

    Anche qui non siamo profeti: i fatti ci sono già, davanti a nostri occhi , evidenti.


    Il bubbone di Torino





    Porta Palazzo negli anni '20




    Scegliamo anche qui una testimonianza, una città martire dell’immigrazione ( lo dice un torinese come chi scrive) : Torino. Zona: Porta Palazzo. Un tempo centro pulsante della Torino popolare. Da ragazzino ci passavo con il tram per andare al liceo. C’erano parecchi immigrati meridionali ma niente di simile ad oggi: al massimo ti vendevano una stecca di sigarette di contrabbando. Ecco la fotografia oggi.

    Una piazza di 52 mila metri quadrati, il più grande mercato all’aperto d’Europa. Una volta. Oggi è un suk africano. Il sabato passano centomila clienti, alla sera restano cinquemila tonnellate di rifiuti da raccogliere. Ci sono circa mille condomini di proprietà privata, di cui il 10% è in gravi condizioni di degrado.

    A Porta Palazzo si parlano quarantacinque lingue diverse e si trova di tutto. Soprattutto spesso quel che non si vorrebbe trovare. il commercio etnico, ma soprattutto spacciatori, prostitute, malavita della più infima specie.

    Ci sono banchi di pesce freschissimo e sottobanchi dove si possono compra permessi di soggiorno falsi e pistole di seconda mano..

    Il palazzo di via La Salle 16 è diventato il simbolo del degrado. Negli quindici anni ha battuto tutti i record di retate, controlli, arresti ed articoli naie. Risultato: sempre peggio.

    Al secondo piano vive la penultima famiglia italiana su cinquantadue. Immaginate cosa vuol dire la penultima in quella casbah dove 40 anni si parlava quasi solo piemontese? Una testimonianza presa da una nota rivista. Emanuela Ciaramella – figlia di immigrati meridionali - ha 21 anni, di mestiere fa l'impiegata e se potesse cambierebbe immediatamente casa, quartiere, vita: «Ma l'agenzia ci ha proposto 80 mila euro per 80 metri quadri. Il che vuoi direbbe potremmo finire solo in un'altra fogna uguale a questa». Fogna.

    Se le domandate se non stia esagerando, la ragazza risponde: prostituiscono, si nascondono nelle cantine. Quando torno a casa tardi, sulle scale trovo di tutto. Urlano e sporcano. I nigeriani sentono la musica a volumi impossibili fino alle sei di mattino. Fanno la brace sul balcone, non hanno il minimo decoro. Se sono ubriachi, si prendono a bottigliate in testa. È non hanno intenzione di rispettare le regole di convivenza civile. Vivono pieni di supponenza». E più parla, più la ragazza si infervora. «Io ero tollerante ( leggi: rincoglionita dalla propaganda) Pensavo: aiutiamoli, sono poveri, mettiamoli alla prova. Mi hanno fatto diventare razzista. 0 La politica non c'entra, non vado neanche più a votare tanto sono schifata, quello che conta è l'esperienza. E la mia esperienza, oggi, dice che questi immigrati dovrebbero tornare a casa loro». Tranquilla: ne arriveranno di più

    Ma non c’è solo la casbah, l’immondo calderone multietnico. C’è soprattutto la delinquenza. Gli spacciatori. Minorenni a decine, gestiti da ragazzi più grandi, a loro volta controllati dalle organizzazioni criminali. Le mani sul quartiere.

    Altra testimonianza raccolta, una signora di sessant’anni che chiede l’anonimato. “Ne va della mia pelle” dice e si può crederle.

    Perché la signora non ne può anche se dice di votare a sinistra ( ci sono demenze inguaribili) si è messa in testa di monitorare la mala magrebina e africana di Porta Palazzo.

    Registra ogni movimento, tutte le ombre che si muovono davanti al suo portone. Ha le prove: trenta videocassette ordinate per data nell'armadio del soggiorno. Punta la telecamera dalla finestra di un vecchio palazzo in corso Regina Margherita , a fianco del supermercato cinese. La prima scena che fa vedere scorre sul televisore: c'è un uomo che di mestiere ripara ascensori. La sua auto di servizio è posteggiata in doppia fila davanti alla fermata del pullman. Ha la siringa conficcata nell'avambraccio sinistro. Si accascia a mezzogiorno e quarantanove minuti. Ora di pranzo. Overdose. Trenta videocassette così. «Sotto casa mia la legalità è un concetto molto relativo. Gli spacciatori fanno quello che vogliono. Minacciano e sporcano. Arrivano a dire : "Chiamate pure la polizia, tanto qui comandiamo noi...". Non hanno paura. Sanno che mezz'ora dopo una retata possono tornare a fare quello che facevano prima». Ora le sinistre vogliono abolire persino la galera: il delirio continua. Scorrono altre immagini: bottigliate in testa, urla, trattative per una pallina di droga che a un certo punto spunta dalla_bocca di un negro. I cinesi che stendono pesci ad asciugare sui balcone, come i calzini. Le ragazze nigeriane che tornano all’alba, dopo la notte passata a vendersi sulle strade della periferia. Un tossicodipendente si fa una specie di culla

    : foglie secche e si mette a dormire sotto gli alberi di corso Regina Margherita.

    Perchè ha filmato tutto? «Perché nessuno voleva credermi. Tutto questo mi serve |non sentirmi stupida. Ora anche i poliziotti mi danno retta». Per quel che gliene frega a loro, poveri diavoli: il loro lavoro è rischioso e inutile, politicanti e magistrati simpatizzano con la feccia, non con i cittadini che si svenano per pagare il loro stipendi.





    Questo è il quadro e chi ha avuto la pazienza di arrivare sin qui può fare gli scongiuri. Che purtroppo saranno inutili. Una piccola , tragica soddisfazione in questo sfacelo però c’è. La politica della nota lobby che da sempre si batte contro la nazione e per l’immigrazione con tutta la forza dei suoi megafoni, finanziari e mediatici attaccando chiunque voglia porvi un freno, stavolta ( vedi l’immonda Fallaci) se la fa sotto. Il motivo è semplice : gli islamici alla fine del 2004 erano circa un milione, se si contano solo i regolari. Gli ebrei, di cui il Corriere della Sera ogni giorno riporta i sospiri, le opinioni, gli anatemi, i veti politici, le irritazioni, i consigli, la storia, i patemi e la memoria picomirandolesca, sono 27.000. Quando ci saranno un paio di milioni di islamici con diritto di voto e cittadinanza, cosa dirà mastro Mieli, la voce di Sion?




    L'imam a Porta Palazzo



    Non per niente un suo tirapiedi , l’islamico convertito al mielismo Magdi Allam, ha già levato una sorprendente protesta: “Accordare automaticamente il diritto di cittadinanza a chiunque nasca in Italia o vi abbia soggiornato per un certo numero di anni, sarebbe contrario, però, all’interesse nazionale.” ha scritto sul Corriere della Sera. Avete letto bene: contrario all’interesse nazionale. Non c’è cosa al mondo di cui questi personaggi se ne freghino di più che dell’interesse nazionale.

    Salvo, beninteso, quello di Israele.


    GM

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    Quando l'immigrazione diventa colonizzaione

    | Lunedi 24 Luglio 2006 - 140 | Stefano Vaj |



    Ho conosciuto Guillaume Faye (nella foto) a Parigi nel 1978, durante l’undicesimo congresso annuale del GRECE, il Groupement de Recherche et Etudes pour la Civilisation Européenne, a ben pensarci nel pieno di una mia personale “crisi di identità”.
    Pur molto giovane, mi aggiravo ormai da quattro o cinque anni in un ambiente che credeva di fare politica prestando il proprio impegno militante a sostegno del MSI, un partito sostanzialmente teso ad amministrare i resti italiani della sconfitta militare europea. Peggio, la strategia di tale amministrazione consisteva nel barcamenarsi in attesa di essere finalmente riciclati, e nell’offrire i propri servizi alle frange più retrive della “classe dirigente” vaticano-capitalmassonica - all’epoca un po’ preoccupata dall’attenuarsi della guerra fredda e della garanzia americana, e dalla concorrenza dei “compari di spartizione” di osservanza sovietica.

    Lo stesso ambiente viveva del resto in un’assoluta schizofrenia ideologica, essendo unito quasi solamente dall’ansia di differenziarsi e dal rifiuto rispetto alla linea benpensante, conservatrice ed avida di rispettabilità del partito; quello stesso partito di cui pur continuava a frequentare le sedi, sostenere le liste, attaccare i manifesti, eccetera. I vari personaggi che vi si incontravano non erano d’altronde alieni a mille piccoli compromessi, magari per cariche la cui denominazione altisonante corrispondeva ad un’assoluta mancanza di potere reale; costoro per di più appartenevano a connotazioni ideologiche tanto svariate quanto prive di rispondenza alle mie idee, o per meglio dire alla sensibilità che mi aveva avvicinato a tale ambiente. Cattolici integralisti, anticomunisti generici, personaggi convinti che la seconda guerra mondiale fosse stata combattuta per far partecipare qualche rappresentante sindacale alle riunioni dei consigli di amministrazione (“... come in Germania federale, come in Jugoslavia”), tradizionalisti ed esoteristi al limite della seduta spiritica, nichilisti, ammiratori indiscriminati del militarismo cileno, israeliano o franchista, pseudo-idealisti che non avevano mai letto una riga di Spirito o Gentile o Fichte, vestali e adoratori di una cronaca politica passata e fraintesa, non c’era che l’imbarazzo della scelta di cosa mi ripugnasse maggiormente. Per tanti aspetti una corte dei miracoli, insomma, i cui membri erano certamente “devianti” ma pure in gran parte “recuperati” al Sistema, e preda di suggestioni ideologiche la cui grande varietà era pari soltanto all’estraneità sostanziale della maggior parte di esse alla “tendenza storica” incarnata dalle grandi rivoluzioni nazionali e socialiste della prima metà del secolo, da Nietzsche, Wagner e Stefan George, da Marinetti e D’Annunzio e Drieu La Rochelle.

    L’immagine pur caricaturale, demoniaca ed in fondo ridicola, che di tale ambiente veniva data dall’esterno era quasi più attraente, con il suo intrigante profumo di zolfo, della mediocre realtà che sperimentavo direttamente ogni giorno.

    Il contatto con l’ambiente francese allora principalmente rappresentato dal GRECE, o Groupement de Recherches et Etudes pour la Cívilisation Européenne, fu perciò molto più di una piacevole sorpresa. Non mi ero inventato un’appartenenza libresca ad una comunità mitica irrimediabilmente estinta; esistevano ancora persone che condividevano davvero i valori che mi avevano attirato verso il mondo italiano che avrebbe dovuto teoricamente esserne l’erede, e ne facevano argomento di azione storica e di “grande politica”. Per di più, tale movimento, dopo un decennio di duro lavoro, era visibilmente alla vigilia di un grande successo, tanto da aggregare intorno a sé “compagni di strada” di notevole rinomanza; e soprattutto tanto da suscitare un seguito, piccolo ma entusiasta, in numerosi paesi europei, dal Belgio alla Grecia, alla Germania, all’Inghilterra, alla Svizzera, all’Italia stessa. Un seguito che chiedeva solo di dare il proprio contributo, creando comunità locali o partecipando al lavoro di diffusione di idee attraverso conferenze, pubblicazioni e infiltrazione dei canali di comunicazione e dell’università.

    Bando alle divagazioni. Il congresso in questione era intitolato L’inégalité de l’homme, e veniva a focalizzare uno di quelli che si erano già stabilizzati come leit-motiv della battaglia culturale del movimento, ovvero l’identificazione, quale scontro ed alternativa fondamentale della nostra epoca, dell’antitesi tra le ideologie di matrice giudeo-cristiana, democratica, marxista, etc., e la visione del mondo antiegualitaria, aristocratica e sovrumanista.

    Tra i partecipanti vi erano naturalmente Alain de Benoist l’intellettuale; Giorgio Locchi il filosofo - che diventerà poi il mio guru e maitre à penser personale, se mai ne ho avuto uno, e il cui intervento allo stesso congresso è stato pubblicato da l’Uomo libero n. 6 sotto il titolo “Mito e Comunità” -; e soprattutto Guillaume Faye il militante, il relatore che indubbiamente mi colpì di più.

    Oratore eccezionale, ipnotico persino nel leggere una relazione scritta nell’atmosfera ovattata di un convegno di studi in un palazzo dei congressi, Guillaume Faye assomigliava un po’ fisicamente e nelle movenze al giovane Feddersen, interpretato da Gustav Froelich, protagonista di Metropolis di Fritz Lang; ed era già indiscutibilmente l’astro nascente del movimento.

    Specie su un diciottenne assetato di coerenza, passione, spregiudicatezza, anche da una breve conversazione Faye lasciava un’impressione di “lucido fanatismo” in cui si mescolavano reminescenze di Che Guevara, D’Annunzio, Ignazio di Loyola e Goebbels, alquanto lontane dal materiale umano settario e arrivista, conformista e reazionario, che dominava la mia esperienza politica italiana dell’epoca. Le notti passate a discutere delle questioni fondamentali della nostra epoca e del futuro dell’Europa nella campagna provenzale delle Université d’Eté del GRECE diventarono anzi ben presto una benvenuta boccata di ossigeno.

    Non sorprenderà perciò che Faye fosse semplicemente adorato da tutta la base del movimento, comprese le componenti internazionali, ovviamente meno attratte da altri esponenti condizionati da un residuo di “spirito parigino-salottiero”, o da un’eccessiva preoccupazione per l’amministrazione delle vicende quotidiane e locali dell’associazione. E fu proprio con Faye, Pierre Vial, Jason Hadgidinas e vari altri camerati europei di questo ambiente che ci ritrovammo qualche anno dopo in Grecia, al santuario di Apollo a Delfi, all’alba, a giurare in dieci lingue in una cerimonia privata la nostra fedeltà all’Europa, ai suoi Dèi, ed al sole (ri-)nascente della sua cultura, dopo il solstizio d’inverno della nostra epoca.

    Tale speciale ruolo di Guillaume Faye viene poi ad enfatizzarsi quando di lì a poco il movimento, battezzato per l’occasione Nuova Destra dai media, prende il controllo della redazione del Figaro-Magazine, giunge sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, e si illude per un attimo di aver messo radici inestirpabili nell’ufficialità. Se si escludono pochi personaggi dedicati a mansioni meramente organizzativi, Faye è infatti praticamente l’unico a non giocare le sue carte nei media tradizionali, nei circoli intellettuali accreditati e nell’università, ed a restare impegnato unicamente nel movimento, per cui lavora a tempo pieno, e dove i suoi problemi di sopravvivenza sono di natura puramente... economica.

    In tale particolare posizione, apre alcuni temi e fronti di lotta fondamentali echeggiati poi in tutta Europa. Il sistema per uccidere i popoli, da me tradotto in italiano per le Edizioni dell’Uomo libero e recentemente riedito dalla Società Editrice Barbarossa, costituisce il primo manifesto contro la globalizzazione pubblicato nel nostro continente, ancora nell’epoca dei blocchi e delle ultime tappe della decolonizzazione.

    La versione in cui il libro fu pubblicato costituisce il frutto di una lotta epica, tipica di Faye, contro gli editors di Copernic, allora la principale casa editrice del movimento. Come noto, questi nel mondo francese ed ancor più anglosassone non sono la casa editrice (o publisher), ma sono dei signori che senza aver mai pubblicato un rigo di proprio pretendono, su mandato della casa editrice, di insegnare agli scrittori cosa e come scrivere. In questo caso, tali figure non venivano solo a discutere problemi di virgole, lunghezza dei capitoli, o “attacco” sufficientemente accattivante per attirare l’attenzione di recensori che raramente vanno oltre le prime pagine e i risvolti di copertina, ma esercitavano un tentativo di attenuazione e sostanziale censura politica del messaggio considerato di volta in volta troppo “paradossale”, “Visionario”, “poco realista”, “poco serio”. Il fatto che il libro sia oggi una descrizione fedele di quanto positivamente è accaduto, e sta accadendo sotto gli occhi di tutti, è il frutto e la testimonianza dell’incredibile entusiasmo ed energia spesi a convincere, illustrare, riscrivere la riscrittura di personaggi più o meno ignoti, ed alla fin fine... prenderli per stanchezza.

    Ugualmente, è forse Guillaume Faye il primo in assoluto ad aver identificato nei Diritti dell’Uomo la dottrina sincretica e finale della tendenza storica umanista, che il marxismo non ha saputo essere e che rappresenta il punto di convergenza finale, postideologico, di tutte le correnti laiche e religiose in cui tale tendenza si è suddivisa dopo la sua affermazione in Europa con l’editto di Teodosio e la sconfitta dei Sassoni. Lo “speciale” al riguardo pubblicato su un numero di Elements ha costituito così lo spunto per la mia tesi di laurea, che ha poi costituito il nucleo del mio libro uscito sotto il titolo Indagine sui Diritti dell’Uomo (L.Ed.E., Roma 1985), con una prefazione del compianto Julien Freund, e che ho dedicato proprio a Faye.

    Altra pietra miliare nel percorso di Faye è rappresentata dalla pubblicazione del Nouveau Discours à la Nation Européenne, incitazione fichtiana alla rivendicazione della propria identità, alla riscoperta della forza dell’Europa ed alla rivolta contro la dominazione straniera e mondialista del nostro spazio vitale, che l’autore riesce a veder pubblicata da una casa editrice “ufficiale” (Albatros) con tanto di introduzione di Michel Jobert, ex ministro di De Gaulle!

    Ancora, per quanto la cosa possa oggi apparire banale, dobbiamo a Faye la definitiva liquidazione, in L’Occident comme déclin (Le Labyrinthe), di una confusione che vedeva ancora alla fine degli anni settanta cantautori nazionalrivoluzionari inneggiare alla “civiltà occidentale”, mentre alcuni epigoni francesi di coloro che avevano combattuto in Normandia contro gli americani chiamavano addirittura... Occident uno dei loro pochi movimenti politici di un certo successo. Ugualmente, è sempre lo stesso autore a riproporre, in opposizione sia al progressismo ingenuo sia al rifiuto tradizionalista e neoluddista, la visione faustiana della tecnica, riallacciandosi alla sensibilità postmoderna che lotta per emergere nella cultura contemporanea (Hermes, le retour du sacré, Le Labyrinthe).

    Sempre a Faye dobbiamo altresì la chiaroveggente analisi sociologica sulla Nuova Società dei Consumi (pubblicata in italiano da l’Uomo libero n. 20) o il rilancio di modelli economici alternativi basati su grandi spazi continentali autocentrati e semi-autarchici (vedi l’articolo Per l’indipendenza economica, pubblicato in italiano da l’Uomo libero n. 13). E potremmo continuare a lungo, a partire da quanto altro tradotto su questa rivista, che è facile rintracciare nel sommario dei numeri arretrati riportato anche in fondo a questo fascicolo.

    Del resto, a fronte della mia esperienza diretta di realtà italiane che si distinguevano nell’associare paradossalmente “frazionismo” e conformismo, l’azione di Faye coniuga sino all’estremo disciplina e libertà di spirito, così che lo stesso è uno dei pochi a raccogliere davvero, con altrettanti “sassi nello stagno”, l’invito ad intensificare il “dibattito interno” - concetto che ha preoccupato per un certo periodo gli esponenti del movimento, ossessionati dall’idea di diventare, o essere percepiti come, una “setta”.

    Ma altrettanto “forti” erano già all’epoca gli interventi critici sulla questione religiosa e sull’atteggiamento in materia del GRECE.

    E infatti esperienza comune che quando nel neo-paganesimo la particella “neo” viene gradualmente dimenticata, subentra facilmente l’ossessione per la “positività” e la “legittimazione”.

    Dopotutto, mentre è perfettamente possibile essere l’unico, o l’ultimo, cristiano, musulmano o ebreo al mondo, la “religione” dal punto di vista pagano è ciò che “lega insieme” un popolo, e che lega questo alle sue origini. Ora, dal momento che il paganesimo innegabilmente non è più una religione positiva, o si ha il coraggio tragico e zarathustriano di tentare consapevolmente la creazione di forme originarie e di nuove “tavole dei valori”, certo ispirate dal passato che ci si sceglie, ma da esso distinte, oppure diventa assolutamente centrale la ricerca di una “legittimazione” di qualche tipo.
    Questa per i tradizionalisti evoliani o guenoniani finisce regolarmente per essere esoterica (“i Saggi nascosti, il Re nella Montagna, la Tradizione Occulta”, etc.), salvo poi finire per confluire in molti casi nell’Islam, in qualche variante minoritaria del cristianesimo cattolico o ortodosso, o peggio in sincretismi vagamente massonici o New Age.

    Per il GRECE invece, come prima ancora per il movimento vólkisch degli anni trenta tedeschi, tale ricerca di legittimazione è stata ed è, anziché metafisica, essenzialmente “sociologica”, e portata a valorizzare come “politicamente” importante qualsiasi fossile di credenza o abitudine popolare di cui si possa ipotizzare un’origine autoctona, precristiana o semplicemente a-cristiana, dalla “festa del coniglio” alle “statuette della felicità”, e via folkloreggiando.

    Rispetto a tutto ciò, è di nuovo Faye a rivendicare con un famoso articolo su Elements le ragioni di un paganesimo laico, solare e postmoderno, apertamente nietzscheano, distinguendosi nettamente dalla ossessione della “ninfa dietro ogni cespuglio” e dalle manie da “cattolicesimo invertito” di cospicue componenti della Nuova Destra, così condizionata dalla rivalità con le confessioni cristiane da finire talora per scimmiottarle.

    Articolo profetico rispetto alle più tarde “evoluzioni” di un de Benoist il quale, partito dall’interesse per l’empiriocriticismo e l’epistemologia russelliana o popperiana, finisce paradossalmente, dopo il libro Come si può essere pagani?, e una parentesi heideggeriana, a discutere con cristiani ed ebrei di metafisica o di valori comuni, di matrice sostanzialmente neoplatonica o neostoica, sulla cui base poter attribuire la palma della superiorità morale a Seneca o a Paolo di Tarso e meglio opporsi alla secolarizzazione (vedi ad esempio l’opera L’éclipse du sacré).
    Se qualcuno vuole i dettagli della fine di un sogno, non ha che da leggere le pagine della nuova, lunga introduzione di Robert Steuckers a Il sistema per uccidere i popoli, che si è aggiunta alla mia nell’ultima edizione già citata del libro di Faye.

    Verso la fine del 1986 la crisi annunciata da Giorgio Locchi (“tutto ciò che è di moda passa di moda ... “) viene a maturazione. Gli originari animatori del GRECE, quando non sono stati semplicemente recuperati dal Sistema, si sono da un lato rinchiusi in una dimensione di pura testimonianza, dall’altro si sono sempre più marginalizzati dalla vita quotidiana dell’associazione, affidata a burocrati impegnati a raccogliere fondi per pagare personale dedicato a raccogliere fondi per pagare personale dedicato a raccogliere fondi, e così via, in una degenerazione stile Scientology. Altri hanno deciso di giocare la carta del Front National di Le Pen, a suo tempo duramente snobbato, ed ora in posizione di snobbare a sua volta la Nuova Destra, che non viene più percepita come un soggetto dotato di un qualsiasi progetto storico o politico, ed appare ridotta ad un produttore di conferenze e pubblicazioni dalle ambizioni limitate.

    I temi delle pubblicazioni d’area (in sostanza Elements, Nouvelle Ecole e il suo doppione dall’infelice titolo di Krisis) si fanno sempre più rarefatti e letterari. E’ lo stesso de Benoist, in una sorta di regressione romantica, a confessare a Faye a metà degli anni Ottanta di essere progressivamente sempre più interessato alle “immagini” che alle “idee”, al punto che quest’ultimo in una conversazione privata con me nello stesso periodo descrive la contrapposizione allora presente nell’ambiente come quella dei “germanomani non sovrumanisti” a quella dei “sovrumanisti non germanomani”.

    Tra le conseguenze di tale deriva, va annoverata l’estremizzazione dell’operazione consistente nel richiamo e valorizzazione dei più strampalati componenti e settori della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice per tanto che gli stessi possano vantare una qualche dissidenza rispetto ai regimi fascisti degli anni Trenta. Ed ancora, la progressiva concentrazione su temi di carattere sostanzialmente storico, letterario e mitico a scapito dei grandi argomenti di natura sociologica, tecnoscientifica, politica, economica su cui negli anni precedenti il movimento non aveva esitato a prendere posizioni fortemente originali ed innovatrici.

    A fronte della crescente pressione della censura e del “pensiero unico” il movimento risponde del resto con una crescente compromissione sui temi decisivi, paradossalmente accompagnata da un irrigidimento su questioni secondarie e da “fughe in avanti” difficilmente comprensibili per il proprio pubblico, come le strizzate d’occhio ad un filosovietismo alla Jean Cau, del tutto onirico e subito liquidato dall’evoluzione storica. Anche la capacità di non farsi mai rinchiudere nelle antitesi del dibattito politico contemporaneo (nazionalismo-cosmopolitismo, liberalismo-socialismo, aborto sì o no, ecologismo-antiecologismo, femminismo-antifemminismo, imperialismo-anticolonialismo, comunismo-anticomunismo, etc.), per opporvi le proprie, si stempera e si trasforma in un’incapacità di prendere posizione sui problemi centrali del nostro tempo, o nel gusto della battuta brillante e dello slogan fini a se stessi.

    Vengono poi al pettine i nodi degli errori politici e propagandistici commessi. Primo tra tutti l’ossessione di essere presi per una qualche sorta di “Internazionale nera”, e la mancata comprensione del potenziale di una dimensione veramente internazionale, pure facilmente accessibile; ad esempio in termini di capacità di superare crisi locali contingenti, di diminuita vulnerabilità alla repressione ed al black-out mediatico, di mobilitazione mitica dei militanti. Secondariamente, pesa negativamente il progressivo svuotamento della funzione centrale del GRECE (del resto progressivamente preda del micro-leninismo dei funzionari sopra descritti, e sempre più asfissiante nel suo tentativo di sopravvivere a se stesso nella sua improduttività metapolitica) a favore di una supposta “corrente” e “comunità”, i cui confini ed identità quanto mai indefiniti si ipotizzava fossero meglio atti a creare e mantenere la ricchezza, varietà ed organicità tipica dei grandi movimenti culturali e di costume; e soprattutto ad evitare i colpi della reazione, penetrare i gangli del potere culturale ed evitare la paventata “trasformazione in setta”. Infine, finisce per diventare insostenibile per molti l’ambiguità rispetto ai temi della politica politicante, i cui contenuti vengono giustamente respinti come inessenziali, ma che pure finisce per condizionare negativamente. per una sorta di “angelismo”, di “neutralità” di maniera, tutte le prese di posizioni pubbliche di Alain de Benoist, che pure non aveva esitato negli anni settanta, sponsor Maurizio Cabona, ad assumere la titolarità di una rubrica su Candido di Giorgio Pisanò, gazzetta non esattamente arcadica.

    A questa involuzione non può rimediare da solo Guillaume Faye, con un’incessante animazione di iniziative sempre più personali e “parallele” - dalla trasmissione radiofonica postmoderna Avant-Guerre alla creazione di sigle ed attività come l’Institut des Arts et des Lettres o il Collectif de Réflexion sur le Monde Contemporain -, portate avanti senza un soldo, un appoggio o una sponsorizzazione, e guardate con indifferenza, sufficienza e poi crescente ostilità dai vertici del movimento, apparentemente già più interessati, quando pure non si occupavano di contabilità, ai misfatti dell’arte moderna, alla poetica sugli elfi nella Sassonia del quindicesimo secolo o ai “decisivi” dibattiti con Thomas Molnar sulla questione se il divino si esprima “nel” mondo o “attraverso” il mondo.

    Il finale abbandono di Faye diventa così - insieme con la morte di Locchi, del resto uscito dal giro molti anni prima, all’apparente apogeo della parabola della Nuova Destra - il simbolo della conclusione di un cielo, e l’inizio di un periodo di relativa smobilitazione in tutta Europa, che vede alcuni rinchiudersi nella politica tradizionale, altri nel proprio privato, molti in confortevoli “cappelle” locali con contatti sempre più ridotti con l’esterno. Senza animare scissioni, senza tentare di portarsi via né un franco né un indirizzo, senza tanto meno “convertirsi” alla Marco Tarchi, Guillaume Faye si ritira per una decina d’anni nell’ombra, mentre il GRECE, naturalmente senza pagare diritti d’autore, continua ad utilizzarne gli scritti, non senza che vengano tollerate voci secondo cui Faye è impazzito, ha il cervello bruciato dalla droga o è stato reclutato dalla CIA.

    In questo scenario, la sua riemersione, alla fine dei “maledetti” anni Novanta che hanno visto lo sfaldamento di tante speranze e il trionfo del Sistema mondialista inutilmente denunciato e combattuto con incredibile lungimiranza, non può che rappresentare per me un presagio di buon augurio, e uno stimolo ad una ri-mobilitazione di ciascuno, con il consueto “pessimismo della ragione, ottimismo della volontà” che non è altro che la logica di chi non può fare altrimenti, non può trovare una dimensione esistenzialmente appagante solo nella propria vita quotidiana, professionale e familiare.

    Che i dieci anni trascorsi non siano passati invano è ben illustrato dalla apparizione del saggio L’archeofuturisme, (Paris 1998, L’Aencre, 12 rue de la Sourdière, tel. 0033 142860692, fax 0033 142 860698, ora tradotto in italiano sotto il titolo Archeofuturismo dalla Società Editrice Barbarossa), che in trecento pagine disegna un bilancio complessivo di trent’anni di dibattito politico e culturale europeo, spaziando dalla sociologia della concertazione, alla politica ed al significato culturale dello sport, al cinema, alla genetica, alla musica, all’omosessualità, all’immigrazione, alla globalizzazione, ai modelli economici, alla religione, all’ecologia, per concludere con una “novella” archeofuturista che costituisce un suggestivo pendant del Prologo del Sistema per uccidere i popoli: allora, la raffigurazione, all’epoca considerata “paradossale”, di come il mondo stava in effetti per divenire con la vittoria del mondialismo; ora, la sconvolgente descrizione del mondo come potrebbe invece trasformarsi, in uno scenario “archeofuturista” altrettanto visionario, in cui trova un piccolo posto anche un... diretto discendente del sottoscritto, nella Milano del 2073.

    Come sempre, lo sguardo penetrante di Faye disegna nuove piste mai battute prima, unisce l’impensabile, spezza gli idoli ed i luoghi comuni del pensiero egemone, persino quelli del conformismo... del pensiero non-conformista, aiutando ciascuno di noi a pensare sino in fondo quello che già pensa. La rottura con la Nuova Destra, della cui esperienza disegna un bilancio equilibrato e scevro da ogni logica di ressentiment personale che pure avrebbe mille giustificazioni, rende ancora più libera ed impietosa l’analisi tanto delle tendenze dominanti (rispetto a cui ci vengono del tutto risparmiate le cautele di political correctness presenti in tanti scritti del movimento), sia delle carenze del mondo che ha cercato di difendersi ed affermarsi in opposizione ad esse, dalla riscoperta delle identità regionali alla difesa dei cinema nazionali alla opposizione politica militante.

    A L’archeofuturisme fa seguito, per la stessa casa editrice, una riedizione, “riveduta ed aumentata”, del già citato Nouveau discours à la Nation Européenne, ed infine La colonisation de l’Europe - Discours vrai sur la Colonisation et l’ Islam, che rappresenta uno dei più interessanti studi mai apparsi in materia di politica demografica, immigrazione e colonizzazione del nostro continente.

    Diciamo “studio”, per sottolineare il grado di approfondimento, quanto mai insolito in saggi sull’argomento, della trattazione; ma non sarà certo una sorpresa, per i lettori che conoscono l’autore, apprendere che le intenzioni del libro non sono affatto “innocenti”.

    “Molti hanno cercato di dissuadermi dallo scrivere questo libro. Mi avrebbe attirato delle noie. Non bisogna dire le cose come sono. E’ pericoloso, non capisci? Avrei potuto scrivere un saggio illeggibile e pseudofilosofico, o vagamente sociologico, sulle virtù comparate dell’assimilazione, dell’integrazione e del comunitarismo. Ma l’intellettualismo borghese non mi interessa.[... ] La scommessa della dissidenza è oggi la più feconda. E’ quella del pensiero radicale... Si tratta di ritornare - lungi da ogni estremismo - alla radice delle cose, ad attaccare le questioni fondamentali dell’epoca. Non si dibatte del sesso degli angeli quando i barbari assediano Costantinopoli. Ora, la questione principale dell’epoca, è quella di gran lunga più visibile, più eclatante, quella di cui tutti hanno paura di parlare, evidentemente, che non viene abbordata se non a mezze parole ed a bassa voce, cioè la colonizzazione demografica che subisce l’Europa da parte dei popoli magrebini, africani ed asiatici e che si accoppia con un’impresa di conquista del suolo europeo da parte dell’Islam.

    Non è una curiosità politica, è un avvenimento storico clamoroso, senza alcun precedente nella storia europea per tanto che possa risalire la memoria. Si tratta innanzitutto di prenderne atto, di risvegliare le coscienze a questo fatto capitale. Non per ammetterlo e “conviverci”. Ma per rifiutarlo ed intavolare il dibattito sulla maniera di combatterlo e invertire la marcia.

    [... ] E’ urgente. La casa è in fiamme. Non si tratta di fare folklore, né di insultare, né di sprofondare in deliri odiosi o nel razzismo da portineria, si tratta di affermare. Di affermarsi con rigore e determinazione, e di difendere il diritto imprescrittibile degli Europei a restare se stessi, diritto che viene a loro negato, mentre lo si riconosce a tutti i popoli del mondo. ... Il tempo delle prudenze metapolitiche è finito”. E l’autore conclude: “In questo libro preconizzo la guerra civile etnica e chiamo alla riconquista”.

    Potremmo continuare. Il libro contiene una quantità di dati, aneddoti, analisi, confutazioni, spunti che smascherano la censura e la disinformazione del Sistema sull’argomento, denunciano la gravità dirompente delle conseguenze socio-politiche ed economiche che si annunciano, mettono alla berlina le illusioni di controllare il fenomeno e le “soluzioni” preconfezionate su cui dibatte la politica politicante.

    Contiene anche numerose provocazioni, feconde e dissacranti anche rispetto a idee o temi ormai dati per scontati tra gli oppositori del mondialismo. Leggiamo ad esempio, riguardo ai popoli del Terzo Mondo: “Non siamo noi ad aver “distrutto le loro culture”, come pretendono i difensori - in fondo rousseaiani ed adepti del mito del buon selvaggio - dell’etnopluralismo, che siano di destra o di sinistra. Dopo il passaggio degli Europei, le culture arabe, indiane, cinesi, africane, etc. sono state cancellate? Per niente. Restano in realtà molto più vivaci e molto meno occidentalizzate ed americanizzate delle povere culture europee”. O ancora: “In generale, il pauperismo di molti paesi del sud del mondo non è la conseguenza del colonialismo o del neo-colonialismo, ma dell’incapacità di farsi carico di se stessi, persino quando possedevano enormi risorse naturali. Pensavo anch’io che il colonialismo europeo si fosse reso cinicamente responsabile, per gusto del profitto, del pauperismo del Terzo Mondo. E’ una visione intellettualistica che ho abbandonato”.

    Un’altra tendenza di un certo successo in Italia di cui il libro fa sommariamente giustizia è quella, che Faye aveva liquidato proprio insieme alla Nuova Destra fin dall’inizio degli anni Ottanta, ma che ora torna a riemergere proprio in quello che resta di quest’ultima a seguito della sua involuzione neotradizionalista. Parliamo della tendenza volta ad affermare l’esistenza di una Tradizione fondamentalmente unitaria, metaculturale e metarazziale quanto metafisica, di cui l’Europa avrebbe in passato partecipato, “paritariamente” (secondo l’Evola del dopoguerra), o addirittura “parassitandola” dall’Oriente (come in Guénon), e le cui vestigia sopravviverebbero eventualmente altrove. E’ ovvio che l’ “antimodernismo” di tali correnti non è affatto sufficiente a fondare teoricamente una prassi politica e metapolitica di opposizione alla globalizzazione. Esse non rappresentano altro infatti che una variante “a segno invertito” del progressismo linearista, universalista, omologatore del Sistema, nella comune indifferenza alla sorte delle tradizioni concrete e plurali, e alla conservazione e sviluppo delle identità irriducibili di cui si compone la specie umana, indifferenza fondata su una supposta “unità trascendentale di tutte le religioni”, così come di tutte le razze e culture (che rappresenterebbero al più gradini diversi in una gerarchia di valori comuni, o di decadenza irresistibile).

    Ancora, Faye è molto chiaro nel rivendicare i limiti della tolleranza “politeista” all’Altro-da-sé, limiti del resto ben presenti anche alla reazione della romanità più consapevole e meno decadente, da Nerone a Celso a Simmaco a Giuliano, contro l’intolleranza ed il settarismo di importazione medio-orientale venuti a pervertire l’identità etno-culturale dell’impero.

    Sul piano più politico, un altro tema soggiacente a tutta la trattazione contenuta in La colonisation de l’Europe è la implicita scelta identitaria che rende fondamentalmente differenti le nature dei movimenti migratori interni, intraeuropei, e la colonizzazione da parte di popolazioni estranee. Questo aspetto merita di essere tanto più sottolineato nel nostro paese, dove i vescovi predicano l’immigrazione di domestici e lavoranti filippini, bravi e “cattolici”, e dove ogni transessuale mulatto brasiliano trova rapidamente lavoro sulle strade dopo essere sbarcato con un visto turistico in qualsiasi aeroporto, mentre le rare “esibizioni di muscoli” del regime vengono riservate a Croati, Albanesi, Bulgari, Jugoslavi; unici ad essere di quando in quando ributtati a mare con donne e bambini, concentrati alla Pinochet negli stadi da ministri dell’intemo “di sinistra” che si vantano “gli ho dato la mia parola d’onore, li ho fregati”, mentre il loro governo di appartenenza discute dell’ammissione all’Unione Europea di Israele e Turchia!

    Gli stessi processi linguistici in corso non sono innocenti. L’imposizione da parte dei media e del linguaggio burocratico del termine “extracomunitario” (termine che a svizzeri od americani viene applicato solo nelle barzellette, e che significa oggi in sostanza “di colore”) è assolutamente eloquente del tentativo di accreditare una pretesa comune appartenenza economico-comunitaria e promuovere una implicita “solidarietà”, poniamo, con un giamaicano di cittadinanza inglese, o con un connazionale di religione ebraica, in contrapposizione alla pretesa “estraneità” nazionale di un ungherese o di un croato. Anche questo serve infatti a negare e dividere l’identità europea, facilitandone la fagocitazione.

    D’altronde, il libro di Faye è soprattutto un invito alla riflessione, alle prese di posizione ed al dibattito. “Le tesi che sostengo non sono dogmi. Portare il dibattito sulle cose essenziali, elettrizzare le coscienze, questo è il mio solo obbiettivo. Io sono un provocatore. Informatevi sull’etimologia latina di questo termine”.

    Raccolgo perciò l’invito dell’autore e continuando un dialogo personale ed a distanza che dura da almeno vent’anni, prendo posizione su alcune delle questioni sollevate.

    Un punto su cui io, Faye, e quel che resta della Nuova Destra, siamo assolutamente d’accordo è la critica ed il rifiuto dell’assimilazionismo, o del cosiddetto “razzismo integrazionista”.

    La provenienza francese della più forte denuncia di questa tendenza, sia nelle sue forme esplicite e consapevoli che nelle sue forme latenti, è significativa. E’ infatti la Francia (oltre che in misura minore gli Stati Uniti) la patria di elezione dell’ideologia integrazionista più dura. Ideologia astratta, irrealista, che prolunga il monoteismo politico del giacobinismo, trova il suo seme stesso nella Francia dei Quaranta Re, della Rivoluzione, e del rifiuto del modello imperiale, a favore della negazione tanto di realtà politiche, etniche e culturali sovraordinate, che delle stesse nazionalità diverse stanziate nell’ “esagono” francese, represse e cancellate per ottocento anni con una durezza ma soprattutto con una tenacia che ha avuto pochi uguali in Europa.

    Tale tendenza si rispecchia immutata nella politica e cultura coloniale francese. Anche gli altri colonialismi non ne sono andati immuni. Ma quello italiano e tedesco si apparentavano soprattutto all’idea di espansione imperiale.Quello anglosassone era in fondo l’espressione di uno sfruttamento mercantilistico di una classe di avventurieri che si autoisolavano pressoché totalmente dalle comunità locali per ricreare caricature periferiche ed impermeabili della società inglese anche nella giungla del Borneo o nella savana africana.Per quanto riguarda la Francia invece diventa un luogo comune lo scenario dei prefetti, dei burocrati e dei gendarmi preposti all’amministrazione dei territori e domini d’oltremare secondo il modello centralista dello stato-nazione, con istitutori al seguito che insegnavano ai bambini senegalesi a ripetere in coro Ils étaient grands, ils étaient blonds, nos ancétres, les Gaulois (“erano alti, erano biondi, i nostri antenati, i Galli”!) e, a frustate, ad apprezzare le virtù repubblicane.

    Questa tendenza, oltre ad essere ancor più diffusa nella sua versione “umanitaria”, “missionaria” e “redentrice”, abita tuttora profondamente, nella sua versione “dura”, anche lo spirito di certa destra francese, specie gollista (vedi Charles Pasqua o Alain Griotteray), a partire da un clamoroso fraintendimento del principio sacrosanto secondo cui un popolo non è (solo) una razza, ma è soprattutto un progetto comune. L’”assimilazionismo forzato” non è comunque estraneo anche ad ambienti italiani che si vorrebbero in qualche modo antiimmigrazione, o comunque favorevoli ad un controllo della stessa, ed in particolare ad alcune componenti meno consapevoli dell’ambiente leghista.

    La variante pratica e meno intellettualmente paludata di questa inclinazione corrisponde del resto alla versione piccolo-borghese e “di destra” della nostalgia di “un” proletariato, qualunque esso sia, di cui si sente evidentemente la mancanza. Quante volte sentiamo dire: “L’ ospite deve rispettare le regole della casa”, oppure “Non ho niente contro gli immigrati se rispettano la legge / parlano la lingua / fanno un lavoro onesto / si comportano come gli altri / non sono invadenti / fanno la comunione ogni domenica / si vestono come noi / si comportano da “persone civili” “. Con sottintesi più o meno allucinatori sulla possibilità, anzi il diritto, di rendere l’immigrato extra-europeo “come noi”, possibilmente però più gentile, sottomesso, pronto a lavorare in nero, ed a basso costo, a tempo indeterminato, ed a prestarsi per sempre a fare “i lavori che gli europei non hanno più voglia di fare”.

    La realtà è invece che l’assimilazionismo può al limite funzionare con minoranze demograficamente insignificanti ed etnicamente prossime. Ma in tutti gli altri casi non è altro che una via accelerata al meticciato etnico e culturale anche per gli “assimilatori”; allo sradicamento brutale e criminogeno degli immigrati dalle loro identità, appartenenze e regole comunitarie, e necessariamente ad una militarizzazione crescente della società, posto che l’integrazione forzata, sino a che davvero non si realizzi una definitiva distruzione dell’identità degli ingredienti (tanto di quello allogeno che di quello autoctono!), può essere mantenuta soltanto attraverso una pressione costante, sostanzialmente poliziesca.

    A partire dai gruppi spontanei di prima socializzazione negli asili d’infanzia sino alla composizione del panorama urbano, i gruppi etnoculturali continuano infatti a separarsi come i componenti di un’emulsione di acqua e olio, al punto che quando i “bianchi” sono ormai divenuti irrilevanti, la rivalità etnica esplode, con intensità ancora maggiore, tra gli etiopi e gli egiziani, tra i nigeriani ed i senegalesi, tra i cubani ed i portoricani.

    Un famoso fumetto di Lauzier vede una donna bianca della periferia parigina, intervistata da una giornalista di Le Monde sul razzismo, rispondere “Ah, sì, abbiamo un bel problema nel nostro quartiere con l’intolleranza tra i bantù e i mandingo... Cosa? Noi francesi? Boh, di solito nessuno fa a caso a noi, siamo così pochi ... “.

    La stessa particolare crudeltà della guerra di Algeria rispecchia del resto l’insopportazione e l’incomprensione giacobina dei motivi per cui alcuni “francesi” di oltremare potessero ad un certo punto aver concepito dei motivi per ribellarsi e per tradire la “patria”, posto che pelle, religione, usanze, lingua e geografia non erano che accidenti privi di peso nella visione idealista, astratta e burocratica della patria suddetta fatta propria dal relativo governo.

    Un equivalente contemporaneo alla ideologia colonialista modello “francese” è così l’idea, non inaudita neanche in Italia, non solo in ambiente leghista, ma ancora di più tra l’elettorato di Alleanza Nazionale e dei partitini cattolici del Polo, di accoppiare un eventuale e velleitario “controllo” o “limitazione” della immigrazione con una nazionalizzazione forzata degli immigrati, e delle popolazioni etnicamente estranee che hanno già acquisito la cittadinanza, a base di petizioni popolari contro l’edificazione di moschee, di monolinguismo coatto, di divieti all’utilizzo del chador (al punto da rimettere in discussione a tale scopo la tolleranza da sempre in essere per le suore cattoliche). Atteggiamenti che riproducono esattamente tanto la repressione centralista tradizionale contro le minoranze autoctone - specie in Francia (come ben sanno corsi, baschi, bretoni, normanni, occitani ... ), ma anche nel nostro stesso paese (vedi il caso del Sud Tirolo) - quanto d’altra parte il tipo di ideologia “colonialista” sopra descritta, che in questo caso sarebbe applicata ad una sorta di “ricolonizzazione”, puramente ideologica e ed a prescindere dall’elemento etnodemografico,... del proprio territorio nazionale, e/o di “manodopera” alla cui importazione ci si è già rassegnati.

    Anzi, al contrario che nella prospettiva “imperiale”, italo-tedesca, nella prospettiva del “razzismo assimilazionista” francese, l’ibridazione e il meticciato non solo è irrilevante, ma è un fenomeno positivo in quanto condurrebbe, in tale visione, all’ “assorbimento” ed alla “conversione”, ieri del “colonizzato”, oggi dell’immigrato, da trasformare in un “cittadino” della “repubblica”. Ora, è facile notare che tale punto di vista non è altro che la versione “nazionale”, “politicizzata” ed autoritaria, della globalizzazione e normalizzazione planetaria imposta dal Sistema, come la rivoluzione francese e Rousseau lo sono di quella americana e di Locke.

    Questo atteggiamento è certamente “razzista”, in quanto prende in conto l’identità culturale ed etnica dell’Altro per abolirla ed integrarla ad un modello proprio, ma non ha nulla a che vedere con l’etnocentrismo identitario europeo (o del resto africano, giapponese, etc.). La dimostrazione della assoluta confusione mentale che regna al riguardo è data dalla definizione in termini di “pulizia etnica”, con riferimenti più o meno espliciti al nazionalsocialismo (!) della supposta politica di stupro di massa in Jugoslavia, il cui risultato in termini procreativi ovviamente non potrebbe che essere diametralmente opposto a qualsiasi obbiettivo di difesa o “purificazione” della identità etnica cui gli stupratori appartengono. E qui siamo ancora tra gruppi che, pur denotati da forti rivalità storiche, e perciò da un’inevitabile accentuazione polemica delle differenze esistenti, vivono nella medesima regione da secoli, e presentano da secoli un forte intreccio di componenti politiche, linguistiche, genetiche, religiose, eccetera, che non ha nulla che vedere con la ipotizzata convivenza, negli stessi quartieri e negli stessi stabili, di popolazioni provenienti da tutti i possibili estremi dello spettro offerto dalla specie umana e dalla geografia.

    Così, l’assimilazionismo “di destra” pensa tuttora di celebrare i propri complessi di superiorità nel tentativo di forzare gli immigrati (che si crede di poter importare “a comando”, aprendo e chiudendo il rubinetto secondo le necessità congiunturali del momento) a diventare... caricature di europei, con la riserva mentale di avere una riserva di schiavi a pronta disposizione; esattamente come l’assimilazionismo catto-comunista vede in fondo di buon occhio l’immigrazione per l’idea di convertire meglio gli extraeuropei alla democrazia, all’umanitarismo ed alle religioni locali, con la riserva mentale di avere una nuova massa di diseredati su cui rilanciare le vacillanti fortune delle proprie strutture militanti.

    E quasi inutile rilevare come nel medio termine i risultati sono destinati a ripercuotersi inevitabilmente contro gli stessi apprendisti stregoni, posto che il tentativo di assimilazione forzata di importanti flussi migratori fortemente eterogenei genera in realtà, ancora più della politica “multicomunitarista” della società a macchie di leopardo su cui torneremo, costi sociali (e cioè alla fine costi economici!) spaventosi, odio e scontri razziali, ed una società povera, poliziesca, spaventata, ibrida, sperduta, confusa, violenta, in cui né gli interessi della borghesia bianca né i valori “buonisti” hanno più grande corso, ed in cui la politica si trasforma in una questione di pure appartenenze di tipo tribale.

    L’esplosiva situazione francese dei nostri giomi riproduce del resto, mutatis mutandis, il profondo riflusso verificatosi negli ultimi vent’anni nel Paese che del melting pot fa il suo stesso mito di fondazione, ovvero gli Stati Uniti d’America, in cui sono le stesse “minoranze”, o meglio le componenti etniche meno favorite, a righettizzarsi, ricreando comunità omogenee in diffidente convivenza o aperto conflitto con le altre confinanti, dotate della propria vita sociale, civile e religiosa, della propria economia locale più o meno legale, dei propri leader, etc.; ed in cui l’ “integrazione” tende al più, persino a livello di discorso teorico, a restare la provincia di alcune “zone franche” ed istituzioni comuni, come le forze armate, lo show-business, lo sport professionistico, etc., più che a permeare la vita quotidiana della massa della popolazione.

    Con alcune significative differenze, che Faye è il primo a ricordare. Prime fra tutte il fatto che gli Stati Uniti, a differenza dei paesi europei, si sono formati proprio a partire da una scelta, da un progetto collettivo di rifiuto delle identità e delle appartenenze organiche (pure come si è detto costantemente riemergenti), rifiuto che ne costituisce la stessa ragione d’essere; che tale paese gode tuttora di risorse e spazi immensi, non solo in senso geografico, dove disparate comunità etniche, religiose, etc., possono permettersi, almeno al di fuori dei grandi conglomerati urbani, una condizione di relativa segregazione; che alla natura composita della base sociale americana fa riscontro un’immigrazione, legale e clandestina, fortemente limitata, ed organizzata sulla base di un sistema di quote, e non una invasione selvaggia di disperati allogeni; che infine il potere di “riduzione” e “controllo” delle identità da parte del sistema americano è comunque il più efficace del mondo, anche a partire dagli enormi mezzi di cui il sistema di potere locale dispone, grazie tra l’altro al suo dominio sul resto del mondo.

    Per non contare il fatto che la società americana è molto più brutale e pragmatica (cosa del resto normale per una società di “pionieri”, o almeno di loro eredi) di quanto piaccia pensare o sia oggi tollerabile in Europa. Rispetto ad un sistema giudiziario certo in alcuni sensi più “garantista” del nostro, il cittadino americano convive benissimo, non tanto con una pena di morte raramente e tardissimamente irrogata oltre che assai costosa (la spesa per le procedure relative viene quantificato in molte centinaia di migliaia di dollari per ciascuna esecuzione), ma molto più concretamente con una popolazione carceraria di entità dieci volte superiore a quella italiana o francese, con un diritto penale basato su pene edittali elevatissime, e con metodi di controllo sociale - dall’inesistenza di una previdenza degna di questo nome al comportamento pratico sul territorio dei vari law enforcement officers - alquanto spicci per i nostri standard attuali.

    Merita ugualmente di essere condivisa la critica radicale di Guillaume Faye alla posizione, rispetto ai problemi posti dalla colonizzazione dell’Europa, dell’attuale Nuova Destra, i cui esponenti propongono oggi come alternativa all’entropia socio-culturale mondiale ed allo snaturamento della civiltà europea il fantasioso scenario di una società multietnica di comunità differenti, radicate ciascuna nella propria specifica identità, sul... territorio europeo!

    La rivista Eléments, sin dal 1998 (n. 91), ha pubblicato così un dossier intitolato “La sfida multiculturale”, annunciato in copertina dall’immagine di una donna magrebina velata che urla con un megafono di fronte alla CRS (la polizia francese) in assetto da ordine pubblico. Tale dossier, che avevo letto con attenzione data l’autorevolezza che conserva per me malgrado tutto la sede in cui è stato pubblicato, è estesamente citato in La colonisation de l’Europe, che ne critica innanzitutto il titolo.

    Già la parola “sfida”, dice l’autore, suggerisce che l’immigrazione di massa, la colonizzazione demografica che subiamo sia appunto una sfida da accettare, un dato cui far fronte e cui adattarsi.

    “Questo è fatalismo ed etnomasochismo. E poi, perché dire “multiculturale “ quando il problema è multirazziale e multietnico? Perché cancellare questa dimensione antropo-biologica e religiosa dell’immigrazione, quando siamo difronte all’arrivo massiccio di popolazioni radicalmente allogene e di un monoteismo teocratico, l’Islam, e non all’apporto “arricchente” di “nuove culture”, come infelicemente suggerisce Eléments?

    Questo atteggiamento concorre oggettivamente a travestire la realtà rendendola neutra, “simpatica”, accettabile, a far passare una colonizzazione aggressiva per una presenza pacifica e fraterna di “altre culture”. Si concorre così all’affermazione del discorso della sinistra e dell’episcopato: l’immigrazione sarebbe una ricchezza (culturale, etc.) per l’Europa. Trovo sia un peccato che gli intellettuali della Nuova Destra attuale siano caduti in una tale trappola.

    Come se il multiculturalismo non fosse già una ricchezza europea autoctona, come se avessimo bisogno di afromagrebini e musulmani... per arricchire il nostro naturale pluralismo di identità tra europei”.

    Secondo l’editoriale del numero in questione della rivista, “come ogni fenomeno postmoderno, il multiculturalismo.......cerca di conciliare la memoria e il progetto, la tradizione e la novità, il locale e il globale; rappresenta un tentativo di sottrarre alla omogeneizzazione istituzionale ed umana” realizzata dallo Stato repressivo e terapeutico. Il multiculturalismo ed il “comunitarismo” (nel senso di promozione della costituzione e mantenimento di comunità differenziate per ragioni di appartenenza) consentirebbero così di “facilitare la comunicazione dialogica e perciò feconda tra gruppi chiaramente situati gli uni rispetto agli altri” ed offrirebbe “la possibilità per coloro che lo auspicano di non dover pagare la loro integrazione sociale con l’oblio delle loro radici”.

    Ora, si chiede Faye: ma perché mai le loro radici dovrebbero affondare qui da noi?

    A tale ovvio rilievo, rinforzato dalla facile constatazione che nessun Paese extraeuropeo, quelli a forte emigrazione compresi, si sogna di consentire ad altri popoli, costituiti come tali, di tentare qualcosa del genere sul proprio territorio, possiamo aggiungere che tale visione, per quanto possa apparire “moderna”, “realista”, “costruttiva”, “spregiudicata”, risulta in realtà fatalista, conservatrice, e soprattutto perfettamente irreale. Ad ogni immigrazione corrisponde necessariamente una emigrazione, che impoverisce, distrugge ed altera i naturali equilibri e le tradizioni della cultura di provenienza, tanto nel Paese abbandonato quanto ovviamente e ancor più nella popolazione che si trasferisce. Con tutta la simpatia per gli sforzi degli emigrati italiani di conservare una loro identità nei paesi di accoglienza, non crediamo che qualcuno possa provare nostalgia per i paesi svuotati e abbandonati a vecchi, criminali, parassiti, o per la caricatura di “società italiana” ricreata alla meno peggio nelle varie Little Italy da vari disperati in bilico tra la tentazione di integrarsi e la tenace conservazione di abitudini prive di un significato che non sia puramente folcloristico.


    Per non parlare della staticità di tale visione, che non considera i flussi tuttora in atto, e la loro potenziale capacità di espellere a termine dal territorio le popolazioni autoctone, dal punto di vista fisico, demografico e politico. Faye fa a questo proposito l’esempio del Kosovo, culla della nazionalità serba e divenuto oggettivamente albanese malgrado gli sforzi del regime di Belgrado, ma tale esempio non ci sembra appropriato, perché si tratta di fenomeni che restano ad un livello in certo modo superficiale, puramente politico e al più linguistico. Un modello più calzante di ciò cui la “società multiculturale” potrebbe portare l’Europa, è forse quello cui ha portato l’ “arricchente”, certo “diversificante”, immigrazione extra-americana ai nativi dell’America del nord. Davvero gli amerindi si godono una società “multiculturale”? Solo se per tale definizione è sufficiente la sopravvivenza di quattro alcolizzati che fumano il calumet per i turisti nelle riserve, i cui figli d’altronde al 95% parleranno solo inglese ed esprimeranno la propria identità al massimo scegliendo se aggregarsi a scuola ad una banda di teppisti portoricani o cinesi. Questa prospettiva, che secondo Eléments concilierebbe “la memoria e il progetto”, non ci sembra davvero lasciare alcun spazio né alla prima né al secondo.

    Certo, è più trendy, ed anche demagogico (almeno tra gli immigrati stessi e gli intellettuali ossessionati dalla political correctness), “prendere atto” del preteso carattere “irreversibile” della ripopolazione già in essere, ed addirittura del fenomeno migratorio tuttora in corso, e studiare “soluzioni” a partire da questo dato.

    La soluzione proposta dalla Nuova Destra è d’altronde nelle sue ultime conseguenze esattamente quella pure combattuta sotto i nomi di Sistema, di americanizzazione, di mondialismo o globalizzazione. Lo sradicamento territoriale, la proletarizzazione, lo spezzarsi di ogni legame comunitario ed identitario sulla scala che davvero conta, che è quella dei soggetti politici (lo Stato-nazione, il popolo, la regione) trova una compensazione puramente virtuale, consolatoria e consumistica a livello di parrocchie, “riserve”, scuole per stranieri, bocciofile tra emigrati di uguale provenienza, etc. Questo non è nemmeno il modello americano, dove esistono comunque valori federanti, se non altro in negativo; è il modello dell’apartheid, dello “sviluppo separato delle culture” di sudafricana memoria, che non pare finito troppo bene per nessuna delle comunità coinvolte, salvo forse per gli interessi dei circoli affaristici anglo-ebraici; e modello che di sicuro non gode neppure di buona stampa in Europa e nel Terzo Mondo, se è questa che deve davvero essere la nostra preoccupazione principale.

    Non si può sfuggire a questa realtà facendo poesia. Leggiamo ancora in Eléments: “Negli ultimi trent’anni, il mondo è entrato in una nuova era marcata dalla disseminazione e reticolazione: le piramidi cedono il posto ai labirinti, le strutture alle reti, il verticale all’orizzontale, i territori ai flussi”. L’immigrazione non sarebbe altro che un epifenomeno postmoderno, parte di un processo mondiale, accettabile ed ineluttabile, cui sarebbe illusorio e reazionario opporsi. Ora, sorprende come sfugga agli autori del dossier quanto tale idea risulti impregnata di determinismo e di un fatalismo davvero sorprendente in un movimento di pensiero fondato intorno al rifiuto della visione lineare, provvidenzialista o progressista che sia, della storia.

    Come nota Faye, questa visione tradisce inoltre una mancanza di prospettiva geografica e storica (il fenomeno in questione, a differenza della “globalizzazione” contro cui pure si continua a combattere, non ha affatto scala globale; e l’esperienza del passato è ricca di esempi di intensi scambi che non hanno affatto condotto alla distruzione dell’identità e del tessuto sociale dei relativi protagonisti). Ancora, per “anticolonialismo”, questo aspetto caleidoscopico, questa natura reticolare del mondo contemporaneo, pare attribuire un diritto di spartizione e colonizzazione del territorio e della società esclusivamente alle popolazioni extraeuropee spinte a trasferirsi da noi, il che è quanto meno difficile da giustificare. Infine, dopo tanto parlare di “comunità e società”, questo discorso comporta la rinuncia a veder realizzata in Europa e nei singoli Paesi che la compongono una struttura comunitaria ed organica, a favore appunto dell’impiantarsi sul nostro territorio di una “società di comunità” più o meno utopisticamente confederate da un contratto sociale basato su puri interessi comuni.

    Questo genere di tesi nasce in realtà da due ordini di ragioni. Il primo, una deriva ed un equivoco di fondo di carattere ideologico. “Si comincia” nota Faye “a difendere a giusto titolo una concezione politeista della società, contro l’universalismo assimilatore, il centralismo giacobino, il repubblicanesimo egualitario che nega le comunità organiche e le appartenenze etniche a profitto di un individuo astratto, puro consumatore sradicato, “cittadino” disincarnato. Questa visione si oppone al modello americano (e francese) di Stato, il cui “crogiolo “ pretende di omogeneizzare i popoli in una massa nazionale animata eventualmente da un patriottismo astratto, ed in pratica da valori cosmopoliti”.

    Questa visione cioé mira all’inizio a difendere le identità dei popoli europei contro il centralismo degli Stati-nazione prima, e contro l’universalismo messianico e tecnocratico del Sistema poi, che mirano a radere al suolo differenze ed appartenenze; è una visione sì “plurale”, ma etnica, radicata. Poi si tracima: il principio di etnopluralismo è esagerato, pervertito. Si scorda la nozione di prossimità etnica. Si mettono sullo stesso piano le sacrosante rivendicazioni autonomistiche e identitarie dei bretoni, dei tirolesi, degli scozzesi, dei baschi, dei corsi o... degli italiani del nord - rivendicazioni centrate non da ultimo proprio sui flussi demografici e sul mantenimento del controllo economico ed etnoculturale del proprio territorio contro la minaccia di colonizzazione - e la creazione, addirittura auspicata, di spazi di contropotere di comunità immigrate sul nostro territorio.

    Giungiamo così al punto che Carpentier, sempre in Eléments, arriva a scrivere: “In una società plurietnica le culture non devono essere soltanto tollerate nella sfera privata, ma riconosciute nella sfera pubblica, in particolare sotto forma di “diritti collettivi” specifici delle minoranze”. Bel quadro davvero. Se il successo di tale tesi improbabilmente si estendesse anche agli ambienti dell’immigrazione anche noi europei di origine, una volta divenuti minoranza, potremo (forse) continuare a regolare i nostri affari interni. Ciò in attesa di essere semplicemente estinti, dopo aver debitamente collaborato, con il nostro esempio di resa, alla occidentalizzazione ed al suicidio culturale degli immigrati stessi. E non si speri che la tolleranza, o addirittura la promozione, del potere delle comunità immigrate sui propri membri abbia effetti limitanti sulla devianza criminale di questi ultimi, Le esperienze storiche di “politica del ghetto” stanno a dimostrare come tali aspettative siano del tutto utopistiche.

    Ugualmente, il richiamo fatto in proposito dalla Nuova Destra attuale al modello imperiale, al politeismo politico ed al “diritto alle differenze” appaiono del tutto fuorvianti. Si tratta infatti esattamente di respingere con la immigrazione la riduzione forzata delle differenze e delle appartenenze radicate e plurime, imposta da un monoteismo pratico (l’universalismo dei diritti dell’uomo e dell’indifferentismo tramite folclorizzazione, che in parte cammina anche con le gambe di monoteismi religiosi, in particolare in variante islamica), snaturamento livellatore che rappresenta esattamente la negazione di tale “politeismo”. Particolarmente mal scelto risulta in particolare l’esempio dell’impero romano, quando è proprio la Nuova Destra ad aver tante volte sottolineato le conseguenze della sua tragica inclinazione, malgrado occasionali soprassalti di consapevolezza, a considerare superficialmente il dio giudeocristiano “un dio come tutti gli altri”, e a concedergli affrettatamente cittadinanza.

    Una seconda componente, quasi più psicologica che ideologica, di questo tipo di posizioni è la disperata convinzione che la presenza di comunità organizzate, tradizionaliste ed antioccidentali sul nostro territorio limiti il meticciato (una sorta di “fiducia nel razzismo altrui”) e possa persino indurre gli europei a riscoprire, per contrasto e per imitazione al tempo stesso, la propria identità.

    Tale convinzione non ha alcun fondamento reale. Innanzitutto, una componente significativa dell’immigrazione mira decisamente e spontaneamente alla integrazione, ed i matrimoni misti, per quanto in media poco stabili, inevitabilmente si intensificano, così come si imbarbariscono le lingue e si alterano i costumi. Lo stesso improponibile sistema delle caste indiano, tragico tentativo di una infima minoranza conquistatrice di non essere subito riassorbita dalle popolazioni conquistate, mostra l’inevitabile erosione di politiche di questo genere; ma qui siamo di fronte non ad una comunità stabile, bensì ad una alluvione migratoria incontrollata, tuttora in atto, eterogenea anche al proprio interno, e denotata da una dinamica demografica superiore a quella delle popolazioni autoctone.

    In certo modo, questa posizione si apparente alla cultura puramente difensiva dell’estremismo “bianco” e boero sudafricano, che alla fine del regime non appoggiava affatto il governo “nazionale”, ma si diceva: siamo qui da otto o dodici generazioni, siamo qualche milione, in cosa siamo diversi dagli Zulu, facciamo come loro, e trasformiamoci in una tribù, gelosa custode dei propri interessi collettivi in competizione con le altre, invece di farci carico noi di tutti i “problemi” e del governo della società. Un livello di ripiegamento, questo, che nell’Europa contemporanea sembra ancora francamente eccessivo.

    Del resto, gli immigrati che rifiutano invece l’assimilazione riescono benissimo ad essere antieuropei - e perciò a richiamarsi polemicamente e propagandisticamente a temi identitari ai fini della propria affermazione come gruppo nella nostra società, siano essi politicanti, intellettuali, mafiosi, o teppisti di quartiere - senza essere senza davvero anti-occidentali, nei comportamenti e nei valori pratici.

    La cosa è dimostrata dalla pochissima voglia che hanno di ritornare nei luoghi di provenienza - il cui stile di vita e le cui regole, specie per le donne, i giovani e gli intellettuali, gli sarebbero ormai inaccettabili - anche una volta che hanno eventualmente “fatto fortuna”, ed è perciò cessata la spinta della “fame” decantata dagli immigrazionisti. La rivendicazione di quote riservate od orari speciali nella pubblica amministrazione per i musulmani non si accompagna perciò che molto raramente all’aspirazione a ritomare in paesi dove la libertà di parola è sconosciuta, il consumo di alcol è bandito, il clitoride è considerato un inutile ornamento di cui liberare al più presto la sfortunata portatrice, e il taccheggio viene punito con amputazioni al termine di processi sommari.

    Del resto, la “fame” in senso letterale è un fattore del tutto secondario nella nuova tratta degli schiavi suscitata dal sistema. Ciò è in particolare dimostrato dal fatto che l’immigrazione proveniente dai paesi in cui le condizioni di vita sono oggettivamente peggiori è più modesta rispetto a quelli relativamente agiati, in cui può essere utilmente agitato sotto il naso delle masse il modello consumista; e dove perciò possono essere più facilmente generati conflitti sociali e culturali tra le rutilanti immagini diffuse dalle televisioni via satellite ed una realtà locale non solo più austera, ma sotto il forte controllo sociale dei modi di vita tradizionali.

    Una variante ancora più implicita, o addirittura inconscia, di queste convinzioni “multicomunitariste”, è la tacita speranza che nell’instaurarsi del caos etnico-religioso, nel disfacimento del controllo sociale, nell’attribuzione di diritti collettivi alle “tribù” di cui si avvia ad essere composta la società europea, potrebbe scappare negli interstizi una chance per minoranze “scorrette”, ad esempio antiegualitarie e “fasciste” di essere “lasciate in pace”, o addirittura autorizzate, nel quadro del caleidoscopico patchwork “multiculturale”, ad autocostituirsi ed autoregolarsi in qualche misura come “comunità” alla pari con le altre, e idealmente con l’opportunità di farsi polo di attrazione e/o incarnazione residua della “tribù europea”.

    Questa idea naturalmente rappresenta la rinuncia ad ogni sogno di “Grosse Politik” e l’accettazione del modello, non a caso statunitense, degli Amish, o dei Mormoni fino agli anni Cinquanta, contenti di vivere rinchiusi in un ambiente delimitato ove mettere in qualche modo in pratica le loro idee - ma in questo caso senza neppure uno Utah disabitato dove emigrare per sfuggire alle “contaminazioni”. Ed in effetti, nella migliore (e più improbabile) ipotesi, la realizzazione di queste speranze porta dritta al “sogno americano”, dove tutto può essere detto - persino ciò che in Italia, Germania e Francia ti porta oggi dritto in galera - e dove... nulla di ciò che dici ha comunque la benché minima importanza, tranne che eventualmente per il tuo piccolo codazzo di “spostati”.

    Ma naturalmente questi discorsi nel nostro continente non sono altro che fantapolitica da salotto. Non solo mancano gli spazi e la “cultura” per implementare un modello di questo genere, almeno sino al definitivo trionfo del Sistema, ma gli stessi ambienti della immigrazione, al di là di richiami identitari che in Europa appaiono puramente demagogici e “sindacali”, sono completamente recuperati ed integrati all’ideologia dominante. La eventuale malafede con cui, da minoranza, sacrificano ovviamente ogni giorno all’altare dei Diritti dell’Uomo, del potere delle organizzazioni internazionali come l’ONU, dell’ ecumenismo religioso (naturalmente solo tra religioni “del Libro”), non ha la minima importanza, posto che altrettanta “malafede” può essere ipotizzata anche nei centri del potere mondialista, senza che questo cambi minimamente i valori cui è oggi improntata la nostra società. L’intolleranza verso valori realmente alternativi cresce, anziché diminuire, con l’instaurarsi del caos etnico nella nostra società, in cui la political correctness finisce anzi per diventare l’unico criterio di cittadinanza ed agibilità civile.

    Quando vedremo per la prima volta un esponente dell’immigrazione alzare la voce in difesa di un detenuto politico europeo anti-occidentale, o a favore delle minoranze etniche autoctone del paese ospite, ne riparleremo.

    Ma c’è di più. Come nota Faye, l’ “assimilazionismo forzato” è oggi un bersaglio polemico più che una prassi reale e coerente dei governi europei, che restano in realtà, nel loro sostanziale immigrazionismo, in preda ad un atteggiamento schizofrenico tra l’assimilazione e l’ “etnopluralismo” che viene proposto come la grande alternativa alla prima. Tra una campagna contro l’escissione femminile (ipocrita quando la liceità della circoncisione neonatale maschile è nei nostri paesi un dato acquisito che nessuno osa rimettere in discussione ... ) e una protesta “verde” contro le stragi di montoni in qualche festività musulmana, sono sempre di più le voci favorevoli all’adozione di sistemi di quote e di affirmative action, finanziamento alle attività culturali e religiose dei gruppi allogeni, etc. misure tutte tipicamente comunitariste (se per decreto le razze e le religioni “non esistono”, non hanno importanza, ovviamente non avrebbe senso attribuire loro percentuali e posti).

    Scrive Faye: “Se sei corso, alsaziano, basco, fiammingo o bretone, avrai poche possibilità di ottenere una sovvenzione per una associazione culturale, una scuola che insegna la tua lingua o la tua cultura, una iniziativa che arricchisce il tuo patrimonio etnico europeo; ma se sei cinese, cingalese, nigeriano, e - soprattutto - arabo-musulmano, l’amministrazione sarà attenta alle tue sollecitazioni di finanziamenti, a Parigi come a Bruxelles. A Parigi le feste rituali asiatiche, i giornali “comunitaristi” sono in parte pagati dalla pubblica amministrazione. L’associazione degli Alverniati di Parigi, come quella dei Baschi o dei Bretoni, non possono contare, da parte loro, che sulle proprie risorse. Il signor Tiberi, che ha senza dubbio dimenticato di essere corso prima di essere gollista e cittadino del mondo, si è rifiutato di aiutare le associazioni di insegnamento della lingua corsa. Sarebbe sovversivo, capite bene... In compenso, i centri di insegnamento dell’arabo hanno ricevuto nel 1998 ben 123 milioni di franchi, al fine di poter dispensare gratuitamente i propri servigi. A Parigi, apprendere l’arabo o il cinese è gratis. Imparare l’olandese, l’italiano o il bretone, è a pagamento”.
    Purtroppo è così anche a Londra, a Milano, a Madrid, a Vienna! La tolleranza e l’opportunità concretamente offerta agli ambienti immigrati di praticare un contropotere territoriale reale, con sospensione dell’ordinamento giuridico ordinario, e creazione di spazi ove è tollerata la violazione di qualsiasi norma, da quelle in materia di macellazione a quelle sulla bigamia a quelle sull’esercizio delle attività commerciali, costituisce un’ulteriore esempio di discriminazione antieuropea - a fronte dell’ossessione di controllo di ogni più minimo dettaglio della vita sociale che tuttora denota le politiche CEE e nazionali, al di là della retorica della deregulation, e che continua ad esercitarsi con mano pesante sulle popolazioni autoctone e sui territori non ancora a dominanza extraeuropea

  3. #3
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    E per questo che occorre organizzarsi per il futuro combattimento...che statene certi non mancherà

    Franco Freda, con cristallina preveggenza, vaticinò, oltre una decina di anni fa, un avvenire in cui le guerre ideo-logiche saranno avvicendate dalle guerre bio-logiche dove al colore politico si sostituirà il colore della pelle.

    Per una Nazione Bianca e Libera...
    Ora e sempre...Resistenza Etnica.

 

 

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