Notizia passata in sottotono per i gravi scontri in terra santa

L’ISOLA DIVISA
Raggiunta un’intesa fra le parti in conflitto dal 1974 per riavviare i negoziati di pace che dovrebbero concludersi con la riunificazione

«Salvate le chiese di Cipro»

Mozione a Strasburgo. Dialogo tra «greci» e «turchi»

Di Luigi Geninazzi



La questione della libertà religiosa irrompe nel dibattito sull'adesione della Turchia alla Ue. Il Parlamento europeo ha approvato nei giorni scorsi una dichiarazione «Sulla tutela del patrimonio religioso nella parte nord dell'isola di Cipro» in cui si denuncia la dissacrazione di oltre 100 edifici di culto greco-ortodosso e la scomparsa di più di 15mila icone. La dichiarazione è stata sottoscritta da 403 eurodeputati (più della maggioranza assoluta dell'assemblea), non solo del Ppe e della destra ma anche del Pse e della sinistra. «Il sostegno politicamente trasversale che l'iniziativa ha ricevuto da colleghi di ogni nazionalità è la viva testimonianza dell'unità che l'Europa rappresenta anche a livello culturale», è il commento soddisfatto dell'onorevole Iles Braghetto che, insieme al cipriota Demetriou Panayiotis, aveva presentato la mozione. Nella parte nord di Cipro, sotto il controllo dell'esercito turco dopo l'occupazione del 1974, quasi tutte le chiese cristiane sono state saccheggiate o trasformate in moschee, alberghi e addirittura stalle per il bestiame. Uno scempio che continua (come ha documentato il nostro giornale nel febbraio di quest'anno) e che ha sempre trovato la sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Il Parlamento europeo ha deciso finalmente di farsi carico del problema: non solo condanna il saccheggio di chiese e monasteri ma invita la Commissione ed il Consiglio, massimi organi dell'Unione, ad «adottare tutte le misure necessarie per garantire il rispetto del trattato e la protezione degli edifici di culto nonché il ripristino della loro condizione originaria». Il testo della dichiarazione verrà ora inviato alla Commissione europea che dovrà valutare i provvedimenti da mettere in atto. Il problema non può essere ridotto ad una questione inter-etnica ma riguarda il rispetto dei diritti fondamentali, a cominciare dalla libertà religiosa. Non sono infatti solo gli ortodossi greco-ciprioti a soffrire pesanti discriminazioni ma anche i cattolici maroniti. Si tratta di una piccola comunità di lingua araba la cui presenza nella parte settentrionale dell'isola ha una tradizione pluri-secolare, riconosciuta come parte integrante del popolo di Cipro al momento della sua indipendenza proclamata nel 1960. A seguito dell'invasione militare turca la stragrande maggioranza dei cattolici maroniti è stata espulsa, i loro villaggi continuano ad essere occupati dai soldati di Ankara ed i pochi abitanti rimasti, circa un centinaio, vivono in condizioni penose. «L'esercito turco ha distrutto o confiscato le loro proprietà ed occupa stabilmente la maggior parte di scuole e chiese, ridotte a quartieri militari e dichiarate zone inaccessibili» spiega Antonio Chatzirousos, deputato maronita nel parlamento della Repubblica greco-cipriota. Monumenti religiosi di grande valore artistico, come la chiesa di San Michele Arcangelo nel villaggio di Assomatos ed il monastero di Sant'Elia ad Agia Marina, stanno andando in rovina. Bloccata da oltre trent'anni, la situazione di Cipro è forse vicina ad una svolta storica. Tre giorni fa il presidente greco-cipriota Papadopoulos ed il rappresentante dei turco-ciprioti Alì Talat hanno trovato un accordo per riavviare il processo di pace che dovrebbe concludersi con la riunificazione dell'isola. Era dall'aprile del 2004, quando il piano di Kofi Annan venne bocciato da un referendum, che le due parti non s'incontravano. A fine luglio riprenderanno i colloqui bilaterali: all'ordine del giorno i problemi della vita quotidiana e le limitazioni alla libertà che gravano sulla popolazione.



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