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Discussione: Nazicomunismo.

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    Predefinito Nazicomunismo.

    Estremisti italiani di destra e sinistra uniti dall’antisionismo.
    Dopo l’appoggio ai «resistenti iracheni», quello alle milizie di Nasrallah



    Sulla falsariga di quanto è accaduto prima (e durante) la guerra in Irak, gli opposti estremismi son destinati ad attrarsi anche per il conflitto in Libano. Parte di un’ultradestra radicale rigorosamente filoislamica e gran parte di una sinistra anarcoantagonista dichiaratamente pro-palestinese, in questi ultimissimi giorni avrebbero trovato un nuovo punto d’incontro in chiave antiamericana, anticapitalista, antisionista. Se prima, da ambo le parti, fioccavano gli appelli, i comunicati on line, le assemblee, le plateali richieste di denaro per supportare la causa dei resistenti iracheni (su tutti la presa di posizione di Moreno Pasquinelli del noto Campo Antimperialista che ospitò partigiani iracheni ed hezbollah al raduno di Assisi) adesso la lotta politica, le dichiarazioni e le iniziative più o meno ufficiali viaggiano sotto traccia tutte a favore dei combattenti di Hassan al-Sayyed Nasrallah. L’Antiterrorismo nostrano segnala un iperattivismo sul fronte della «controinformazione», della «mobilitazione» (richieste di singole collette, presidi di protesta, ecc.) dei «contatti» con alcuni referenti degli hezbollah che hanno anche sfruttato la manifestazione del 18 luglio a Milano organizzata dall’Associazione solidarietà rifugiati ed immigrati per riprendere, o allargare, contatti precedentemente avviati.


    Rossi e neri, dunque, perorano la nuova causa seguendo percorsi diversi. A sinistra le sigle più attive e più critiche nei confronti della maggioranza di governo sono una ventina, dislocate in gran parte nel centro e nord Italia: sott’osservazione una quindicina di centri sociali veneti, lombardi, toscani, campani, romani. Eppoi «Cpc», comitati antifascisti, associazioni marxiste-leniniste insieme a tre formazioni antimperialiste che oltre agli hezbollah intrattengono stabili contatti con estremisti pakistani, turchi, baschi, feddayn iraniani, reduci del Fplp di George Habbash. L’obiettivo - dichiarato nei summit più recenti - è sempre lo stesso: un coordinamento di tutti i movimenti antisionisti e antimperialisti che vada oltre la semplice solidarietà di facciata.

    Fra le tante anime del popolo antagonista ve ne sarebbero alcune di stretta osservanza sciita che fanno proprie le tesi degli hezbollah e degli ayatollah eterodiretti, così si è sempre sospettato (e mai dimostrato), dalla diplomazia iraniana. Approfittando dell’onda lunga antisraeliana cavalcata finanche in Parlamento da esponenti della maggioranza, strizzano l’occhio a destra come a sinistra per divulgare il verbo in Europa, rispolverare il khomeinismo, far propaganda e proselitismo. Non sono solo «convertiti», ma sono tanti. Anche a destra. Dove la sigla trainante filoiraniana, ed oggi in prima linea al fianco di Hezbollah e di Hamas, è storicamente quella che si rifà al «Movimento Politico d’Avanguardia» nato a Trapani ma con adepti in molte zone del Paese. Più siti Internet e riviste schierate (oltre agli storici «Orion» e «Aurora» ci sono bollettini come «Islam Italia», «Puro Islam», «Iman Mahdi») spingono sulla questione libanese con terminologie e concetti che trovano rispondenze precise nell’opposta sponda politica. E così il «Coordinamento del Progetto Eurasia» sollecita il boicottaggio dei prodotti israeliani oltreché la raccolta di aiuti materiali e contributi finanziari da spedire al conto corrente postale intestato alla casa editrice di Claudio Mutti, figura storica dell’estrema destra, convertitosi all’Islam, vicino al movimento dei musulmani europei «Murabitum» di un altro convertito, l’ex ordinovista Pietro Benvenuto. Eurasia chiede aiuti e si schiera «dalla parte del popolo libanese martoriato dall’aviazione sionista e augura al suo movimento Hezbollah piena vittoria». Ma non è la sola. Altre sigle «nere», e «rosse», inneggiano a complotti giudaico-massonici e si dannano l’anima per la causa libanese. Ed è su queste che si concentra l’attenzione degli addetti ai lavori.

    Gian Marco Chiocci

  2. #2
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    Sollievo dei bottegai
    Maurizio Blondet
    25/07/2006

    Una bambina libanese mostra la foto del fratellino.

    Il Financial Times sospira sollevato: le devastazioni in Medio Oriente non hanno provocato alcuna scossa nell'economia globale (1).
    Qualche vacua frase lenitiva di Ben Bernanke (il capo della Federal Reserve) ha avuto un effetto benefico sui «mercati» - cioè sulle borse speculative - che ha più che compensato i lievi tremori provocati dai bombardamenti in Libano, il disastro dell'Iraq, i missili della Corea del Nord messi insieme.
    Tutto ciò, filosofeggia il Financial Times, è perfettamente logico.
    «Il Libano in sé è economicamente insignificante; la sua economia è tre volte inferiore a quella di Manhattan. Il suo intero prodotto lordo equivale a un 'margine d'errore statistico' della crescita del PIL americano».
    «Ciò che accade in Libano sarà una tragedia umana, ma non è una tragedia economica. L'Armageddon finanziaria è rimandata ancora una volta».
    Certo è triste, ammette il giornale della City, ma che volete farci.
    E, decisamente in vena filosofica, cita un passo di David Hume che dice: «Preferire la distruzione del mondo intero piuttosto che un graffio sul mio dito…. non è contrario a ragione».
    David Hume, l'empirista, è il vero maestro dello spirito britannico, e la frase sopra citata rivela pienamente cosa sia questo spirito: è l'anima del bottegaio, ossia l'egoismo elevato a sistema morale, e definito come il solo «razionale» ed oggettivo.

    E' questa l'anima del commercio globale, descritta da Adam Smith: non ci aspettiamo la bistecca e la birra dalla benevolenza del macellaio e dell'oste, ma dal suo tornaconto.
    La mano invisibile dell'egoismo.
    Il mercato e i suoi meccanismi come metro di tutto.
    In questo mito o dogma - il dogma dominante del nostro tempo - è inserita la menzogna dogmatica che lo spirito mercantile è il solo fattore razionale di pace mondiale.
    E perciò lo spirito del bottegaio va sostituito in tutto il mondo a ciò che è «irrazionale», dalla religione («fanatismo») agli ideali («ideologie») alle identità nazionali («nazionalismo»).
    Queste fomentano la guerra.
    Solo legando gli uomini nel commercio, la pace diventa reale: per tornaconto reciproco, a causa dell'interdipendenza che il mercato globale instaura.
    Poiché dipendiamo dal macellaio argentino e dall'oste francese, o dal tessitore cinese e loro dipendono da noi per merci e servizi che non producono, farci la guerra «non conviene più».
    Pace perpetua.
    Pace universale, basata sull'egoismo.
    Purchè s'intende, il vostro contributo alla pace universale sia «economicamente significativo».
    Il Libano era insignificante, tre volte meno della ricchezza prodotta nella sola Manhattan.

    In quell'angolo insignificante c'erano famiglie che stavano pagando i mutui della casa, comunità insignificanti che tornavano a fiorire, quella forte allegra vitalità levantina che chiunque sia stato in Libano riconosce grato; c'erano armeni e cristiani, sciiti, sunniti e drusi, una stratificazione millenaria di storie intrecciate.
    C'erano genitori che mandavano i bambini a scuola, ragazzi che imparavano l'inglese e il francese, papà che pagavano la rata della macchina, mamme che guardavano cataloghi di mobili da comprare. Il difetto di tutta questa attività pur sempre economica era di essere, sui tabulati della Goldman Sachs, insignificante.
    Tutta quella vita vitale e fiorente, dopotutto, era a malapena pari a uno scarto d'errore statistico nel PIL americano.
    Allora, dalla City, si può tollerare senza patemi la distruzione delle case su cui i papà pagavano il mutuo, l'incinerazione degli scolari che parlavano francese, le centrali elettriche e del latte e i ponti ridotti in macerie, la devastazione del futuro di un popolo, il terrore e la fuga di un milione di consumatori che sono ora a carico delle «charities».
    Tutto questo non ha prodotto una flessione visibile dei grafici di Wall Street né del London Exchange.
    Sollievo: il dito del bottegaio non è stato graffiato.
    E nemmeno il suo pacchetto di azioni.
    Lo spirito del bottegaio come ultima ideologia egemone.

    Dove il «mercato» non è quello rionale, della frutta, del pollame e dei calzoncini per bambini - che vende cose che servono alla vita - bensì quello dei futures, delle options, delle «azioni», aride e per nulla nutrienti, che nutrono solo lo spirito del bottegaio, inaridito senza ritorno.
    Lo spirito del bottegaio è indifferente alla vita.
    Attenzione lettore, perché siamo tutti figli della City, siamo tutti bottegai razionali.
    Ci hanno abituato a pensare così, è il pensiero unico.
    Per un momento magari inorridite alle foto dei bambini carbonizzati dal fosforo bianco?
    Ma il mercato ha pronto il rimedio: ancora più foto di cadaveri bruciati, finirete per abituarvi. Persino se, fra due o dieci anni, saranno le foto dei vostri figli.
    Perché è vero, lo spirito del bottegaio non produce guerre: produce massacri di inermi, che è cosa diversa.
    I suoi soldati non sono più combattenti contro un nemico di pari potenza, sono demolitori edilizi ed assassini indiscriminati.
    C'è una bella differenza.
    E' una bella indifferenza.
    Nel fondo dell'egoismo globale chiamato «mercato» cova un inferno, di cui ci giungono solo le prime immagini TV.

    Lo ha descritto «Marc Saudade», alias Furio Colombo, in un romanzo chiamato «Bersagli Mobili».
    Dove un personaggio - un funzionario dell'ONU mandato in Laos con il compito istituzionale di aver cura dei campi profughi pieni di bambini - abusa di una bambina orfana.
    E dopo, filosofeggia: «Da queste parti questa bambina pelle-e-ossa è considerata un'ottima merce».
    E' il concetto economico di «utilità marginale» della carne innocente e spaventata.
    Perché, spiega il personaggio, «il denaro e gli esseri umani hanno preso strade diverse. Durante la rivoluzione industriale sono stati una sola cosa, avevi bisogno della gente per fare prodotti. Adesso non c'è più bisogno di corpi umani per fare prodotti. Allora li usi diversamente, ne fai commercio, guerriglia, li sprechi».
    Questo spreco non è contrario a ragione, ci insegna David Hume.
    La ragione computatoria del bottegaio, che non spreca niente, butta via però ciò che non ha valore sul mercato.
    Bambine pelle-e-ossa, bambini libanesi che stavano imparando il francese, quando vengono distrutti, non sono sprechi.
    Sono rifiuti senza valore, da discarica.
    Da inceneritore.
    Questa è la verità ultima del pacifico bottegaio.
    Dietro, s'intravvede la ben nota grinta anticristica: la smorfia di Satana, l'omicida fin dal principio, colui che sporca l'innocenza, il Re delle Mosche.
    E i bottegai sono i suoi agenti volontari.

    E anche molti di noi sono agenti volontari.
    Mi rivolgo specialmente a un lettore, credo «cattolico», che mi rimprovera la mia visione «in bianco e nero» degli israeliani.
    Lo invito caldamente a non leggerci.
    Troverà nelle edicole - ne sono piene - giornali a pagamento che gli forniranno le visioni non schematiche, ma altamente sfumate e problematiche, di Magdi Allam, di Massimo Introvigne, di Renato Farina e di molti altri.
    Vada a comprarli, ed eviti noi.
    Questo lettore è già in pieno nello spirito del bottegaio.
    Anzitutto, perché stima solo ciò che paga.
    Poi, perché vorrebbe che dicessimo qui le «ragioni» di Israele.
    Vorrebbe insomma che proclamassimo il diritto di un orefice, se nel suo negozio entra un rapinatore, non solo di uccidere il rapinatore, ma anche di inseguirlo in strada e di sparargli con un bazooka, devastando tutto ciò che c'è intorno.
    Per il momento, le leggi dicono che l'orefice, così, passa dalla parte del torto.
    Ma le leggi saranno presto cambiate, il «mercato» lo esige.
    Lo esige il lettore.
    Non ci legga.
    La perdita di un lettore così non ci danneggia economicamente; ci danneggia invece moralmente essere giudicati da occhi di tale bassezza morale.
    Il solo pensiero ci nausea.

    Maurizio Blondet

    Note
    1) «No apocalypse now», Financial Times, 22 luglio 2006. Editoriale non firmato, ossia che esprime la linea dell'editore.


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  3. #3
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    Blondet è un noto antisemita. Molto popolare in questo forum fra nazisti e comunisti.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da shalom2
    Blondet è un noto antisemita. Molto popolare in questo forum fra nazisti e comunisti.
    sempre a frignare

  5. #5
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    ...i soliti " chiagni -e-fotti"
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  6. #6
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    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
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    Citazione Originariamente Scritto da shalom2
    Estremisti italiani di destra e sinistra uniti dall’antisionismo.
    Dopo l’appoggio ai «resistenti iracheni», quello alle milizie di Nasrallah



    Sulla falsariga di quanto è accaduto prima (e durante) la guerra in Irak, gli opposti estremismi son destinati ad attrarsi anche per il conflitto in Libano. Parte di un’ultradestra radicale rigorosamente filoislamica e gran parte di una sinistra anarcoantagonista dichiaratamente pro-palestinese, in questi ultimissimi giorni avrebbero trovato un nuovo punto d’incontro in chiave antiamericana, anticapitalista, antisionista. Se prima, da ambo le parti, fioccavano gli appelli, i comunicati on line, le assemblee, le plateali richieste di denaro per supportare la causa dei resistenti iracheni (su tutti la presa di posizione di Moreno Pasquinelli del noto Campo Antimperialista che ospitò partigiani iracheni ed hezbollah al raduno di Assisi) adesso la lotta politica, le dichiarazioni e le iniziative più o meno ufficiali viaggiano sotto traccia tutte a favore dei combattenti di Hassan al-Sayyed Nasrallah. L’Antiterrorismo nostrano segnala un iperattivismo sul fronte della «controinformazione», della «mobilitazione» (richieste di singole collette, presidi di protesta, ecc.) dei «contatti» con alcuni referenti degli hezbollah che hanno anche sfruttato la manifestazione del 18 luglio a Milano organizzata dall’Associazione solidarietà rifugiati ed immigrati per riprendere, o allargare, contatti precedentemente avviati.


    Rossi e neri, dunque, perorano la nuova causa seguendo percorsi diversi. A sinistra le sigle più attive e più critiche nei confronti della maggioranza di governo sono una ventina, dislocate in gran parte nel centro e nord Italia: sott’osservazione una quindicina di centri sociali veneti, lombardi, toscani, campani, romani. Eppoi «Cpc», comitati antifascisti, associazioni marxiste-leniniste insieme a tre formazioni antimperialiste che oltre agli hezbollah intrattengono stabili contatti con estremisti pakistani, turchi, baschi, feddayn iraniani, reduci del Fplp di George Habbash. L’obiettivo - dichiarato nei summit più recenti - è sempre lo stesso: un coordinamento di tutti i movimenti antisionisti e antimperialisti che vada oltre la semplice solidarietà di facciata.

    Fra le tante anime del popolo antagonista ve ne sarebbero alcune di stretta osservanza sciita che fanno proprie le tesi degli hezbollah e degli ayatollah eterodiretti, così si è sempre sospettato (e mai dimostrato), dalla diplomazia iraniana. Approfittando dell’onda lunga antisraeliana cavalcata finanche in Parlamento da esponenti della maggioranza, strizzano l’occhio a destra come a sinistra per divulgare il verbo in Europa, rispolverare il khomeinismo, far propaganda e proselitismo. Non sono solo «convertiti», ma sono tanti. Anche a destra. Dove la sigla trainante filoiraniana, ed oggi in prima linea al fianco di Hezbollah e di Hamas, è storicamente quella che si rifà al «Movimento Politico d’Avanguardia» nato a Trapani ma con adepti in molte zone del Paese. Più siti Internet e riviste schierate (oltre agli storici «Orion» e «Aurora» ci sono bollettini come «Islam Italia», «Puro Islam», «Iman Mahdi») spingono sulla questione libanese con terminologie e concetti che trovano rispondenze precise nell’opposta sponda politica. E così il «Coordinamento del Progetto Eurasia» sollecita il boicottaggio dei prodotti israeliani oltreché la raccolta di aiuti materiali e contributi finanziari da spedire al conto corrente postale intestato alla casa editrice di Claudio Mutti, figura storica dell’estrema destra, convertitosi all’Islam, vicino al movimento dei musulmani europei «Murabitum» di un altro convertito, l’ex ordinovista Pietro Benvenuto. Eurasia chiede aiuti e si schiera «dalla parte del popolo libanese martoriato dall’aviazione sionista e augura al suo movimento Hezbollah piena vittoria». Ma non è la sola. Altre sigle «nere», e «rosse», inneggiano a complotti giudaico-massonici e si dannano l’anima per la causa libanese. Ed è su queste che si concentra l’attenzione degli addetti ai lavori.

    Gian Marco Chiocci
    Fanno bene: qua no si tratta di esprimere simpatie poltiiche con gli Hezbollah, ma di difendere un paese aggredito dai cani sionisti.

  7. #7
    Vittima del kali yuga
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    cavolo, ma siete una delle prime potenze al mondo, avete gli usa alle spalle, le banche e tutto il resto, chi osa attaccarvi viene rovinato da accuse infamanti, e vi lamentate? e che palle!

  8. #8
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  9. #9
    ardimentoso
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    Citazione Originariamente Scritto da shalom2
    Ed è su queste che si concentra l’attenzione degli addetti ai lavori.
    ...ma chi sarebbero stì "addetti ai lavori"?

    e soprattutto, che generi di "lavori"?

  10. #10
    kalashnikov47
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    Citazione Originariamente Scritto da ardimentoso
    ...ma chi sarebbero stì "addetti ai lavori"?

    e soprattutto, che generi di "lavori"?

    Già, la chiusa dell'articolo è leggermente inquietante...

 

 
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