Si può parlare di Padania anche discorrendo
l’altro, per esempio di Catalogna. Di questi
tempi si è parlato molto, a Roma ma anche
in Padania, di “modello catalano”. L’ineffabile
Cacciari si è messo in testa di fondare, nel Nord-
Est, un partito “catalano” sull’esempio di Convergencia
i Uniò, il raggruppamento che dirige il
governo di Barcellona, nel tentativo di coniugare
l’autonomismo spinto del suo leader Pujol con la
difesa della cosiddetta “unità nazionale” messa a
repentaglio, in Italia, dalla Lega. Ma Cacciari forse
non sa che il “partito” di Pujol è una federazione
di due partiti, non sempre d’accordo tra loro:
la Convergenza Democratica, liberal-democratica
o, come si diceva una volta, nazionalista
borghese, che ha soltanto congelato a tempo il
proprio indipendentismo, e l’Unione Democratica,
democristiana di sinistra, che è regionalista.
Il suo programma dichiarato è, al momento, minimalista:
strappare al governo di Madrid il massimo
possibile di sovranità nel quadro della costituzione
vigente senza rinunciare in teoria al
diritto di autodeterminazione.
Pujol agisce poi, politicamente, nell’ambito
della Catalogna amministrativa che è, come vedremo,
una parte di qualcosa di più vasto e non
si sogna nemmeno di operare in un imprecisato
Nord-Est dello stato spagnolo comprendente magari
l’Aragona e la Navarra. Il Nord-Est non esiste,
in Spagna come in Italia, se non come creazione
arbitraria ad opera di politicanti che conoscono
i punti cardinali ma non i popoli.
Quasi tutto il Nord-Est italiano è infatti situato
in Padania (di cui è parte), così come la Comunità
Autonoma di Catalogna è parte di una “nazione”
indicata al momento col nome complessivo
di Paesi Catalani che comprende anche la Comunità
Autonoma Valenzana, quella delle isole
Baleari e una frangia di confine in territorio aragonese.
Questo per fermarsi alla Spagna. La patria
catalana continua infatti in Francia, nel Rossiglione
e comprende la Repubblica indipendente
di Andorra. Si tratta di un territorio compatto,
diviso soltanto da confini politico-amministrativi.
Il “partito” di Cacciari ignora del tutto questa
realtà catalana e si ispira pertanto a un modello
vuoto di senso.
Ma perché questo insieme di “paesi” si chiama
catalano? Soprattutto, perché in esso si parlano
tradizionalmente dialetti che gli studiosi riconducono,
per le loro evidenti affinità, ad un’unica
lingua: quella catalana. Lo stesso discorso può
essere fatto a proposito dei dialetti padani, tutti
legati tra loro da evidenti affinità nonostante alcune
diversità. Ciò accade del resto anche ai dialetti
catalani.
Abbiamo fatto questo accenno per mostrare l’ignoranza
di coloro (e sono tanti: troppi per i nostri
gusti) i quali sostengono, ad esempio, che i
Catalani avrebbero una lingua propria e i Padani
no. I Catalani hanno soltanto una forma standard
della loro lingua (da appena ottant’anni),
cosa che i Padani non hanno.
L’etnia catalana nasce a cavallo dei Pirenei
orientali da alcune tribù celtibere (anche la Catalogna
ha dunque radici celtiche) progressivamente
e fortemente romanizzate. Sottoposta alle
invasioni visigotica e musulmana, l’etnia catalana
si costituisce in stato sovrano dopo la riconquista
franca (IX secolo). E continua (dal 1148 al
1238) questa riconquista in proprio, estendendosi
sempre più a sud, lungo la costa mediterranea,
fin oltre Alicante e inglobando le Baleari. Ripopola
questi territori con genti provenienti dall’area
originaria ed assorbe nel suo seno i pochi superstiti
che non ne sono fuggiti.
Nel 1150, il principe catalano aveva sposato l’erede
della corona di Aragona. Ne era nata la confederazione
catalano-aragonese, con guida politica
catalana, composta da due popoli diversi ma
rispettosi delle loro identità. Purtroppo, nel
1479, il re d’Aragona sposò l’erede della Corona
di Castiglia e nacque la Spagna. Per alcuni secoli,
la monarchia spagnola fu una ma non unitaria. I
singoli regni mantennero infatti, sotto uno stesso
re, la loro personalità, il loro ordinamento
giuridico e amministrativo, la loro lingua. Purtroppo,
nel 1659, la monarchia spagnola fu costretta
a cedere alla Francia, col trattato dei Pirenei,
la porzione transpirenaica di quello che ormai
era designato col nome di Principato di Catalogna
(la culla etnica originaria). Le terre riconquistate
più tardi erano state divise infatti,
nel 1276, dal sovrano catalano in Regno di Valenza
e in Regno di Maiorca, sempre nell’ambito
della Corona di Aragona, per essere assegnate ai
suoi due eredi. Nasce qui la tripartizione storica
dei Paesi Catalani e il fatto che uno soltanto di
essi mantenga il nome etnico originario.
Quando la monarchia spagnola passò dagli
Asburgo ai Borbone (XVII secolo) cominciarono i
tentativi di centralizzazione dello stato. I singoli
regni vennero progressivamente aboliti, le loro
leggi uniformate a quelle della Castiglia e il castigliano
divenne lingua ufficiale e obbligatoria
per tutti.
Insieme alla Corona di Aragona (che una volta
aveva compreso anche i regni di Sardegna, di Sicilia
e di Napoli) cessarono così di esistere i regni
di Valenza e di Maiorca nonché il Principato di
Catalogna, che erano le tre formazioni tradizionali
nelle quali era stato diviso, come s’è visto, il
territorio nazionale catalano. La lingua catalana
venne proibita dal re nel 1716. Una raffinata lingua
amministrativa e letteraria divenne così una
serie di dialetti, per fortuna usati strenuamente
dal popolo con immutato favore, anche se priva
di un modello di riferimento.
Il movimento politico e culturale di riappropriazione
dell’identità catalana nacque nella
metà del XVIII secolo e divenne, col tempo, sempre
più vigoroso. Il primo partito catalanista di
massa si chiamò, guarda caso, Lliga, cioè Lega
(1901). Anch’esso puntò soprattutto su motivazioni
economiche lottando contro il fisco rapace
di Madrid e contro la gabbia burocratica che imprigionava
la libertà di iniziativa. La Catalogna
era già, allora, l’area più ricca e avanzata dello
stato spagnolo. Il movimento catalanista, fortissimo
nel Principato, si diffuse a Valenza, nelle
Baleari e perfino nella Catalogna francese.
Le motivazioni culturali e linguistiche presero
poi il sopravvento. E il movimento catalanista divenne
nazionalista: federalista con punte sempre
più acuminate di secessionismo.
Ai primi del Novecento, il governo di Madrid
decise che le province nelle quali era stato diviso
il paese secondo criteri di uniformità assoluta,
potessero raggrupparsi tra di loro sulla base della
libera volontà, dell’eredità storica e della convenienza
economica, formando regioni chiamate
Mancomunitats. Soltanto quattro province dello
stato spagnolo (Barcellona, Girona, Lerida e Tarragona)
seguirono questa strada, ricostituendo
così il Principato di Catalogna. A cura di questa
prima e unica Mancomunitat venne fondato nel
1911 il celebre Istituto di Studi Catalani che
emanò, nel 1913, le Normes che unificavano la
lingua catalana sulla base dei suoi dialetti moderni
costruendo così una forma standard in grado
di svolgere tutte le funzioni del castigliano.
Questo catalano standard fu fatto proprio dalla
Mancomunitat. Nel 1915 venne accettato dagli
intellettuali delle Baleari e del Rossiglione francese.
Nel 1920, perfino gli intellettuali di Valenza
accettarono questo catalano unificato, chiamandolo
però “valenzano”: anche se era più vicino al
dialetto di Barcellona che a quello di Valenza.
Perseguitato duramente da Franco, oggi il catalano
standard è lingua ufficiale, accanto al castigliano,
nelle Comunità Autonome di Catalogna
(il vecchio Principato), di Valenza e delle Baleari.
Quando politici, politicanti e politologi dello
stato italiano, cianciando di federalismo, invocano
un modello “catalano”, non sanno in quale ginepraio
si stanno cacciando. E dimostrano anche
la loro ignoranza in quanto un modello istituzionale
catalano non esiste: esiste soltanto un modello
spagnolo che permette a una parte della nazione
catalana di ottenere un livello sempre più
alto di autonomia.
Oltretutto, la Spagna non si definisce uno stato
federale, come invece fa la Germania. E’ un
paradosso sul quale politici, politicanti e politologi
dovrebbero meditare.
In Germania, i soggetti di quella presunta federazione,
i Länder, non godono, ad esempio, di
nessuna competenza legislativa esclusiva e devono,
in pratica, eseguire l’applicazione delle leggi
federali sul loro territorio (sotto la sorveglianza
delle autorità centrali che dispongono di poteri
ispettivi nei loro confronti).
Nel tempo, si è verificata in Germania una tale
omologazione normativa tra i diversi Länder che
si parla ormai tranquillamente di “norme-fotocopia”
in uso al loro interno. Involuzioni pesanti
contraddistinguono, del resto, da tempo, anche
gli ordinamenti federali americano e svizzero,
che appaiono ormai modelli inadeguati.
In tanto squallore prende allora forza il modello
spagnolo. Di uno stato che, ricordiamolo, non
si spaccia per federale ma è il più attento all’autogoverno
dei popoli che lo compongono. I nostri
azzaccagarbugli, che non lo conoscono, lo
chiamano catalano perché si sono imbattuti per
caso in Pujol. Vediamo di chiarirci.
Anzitutto, la costituzione spagnola del 1978,
mentre riserva la denominazione di “nazione” allo
stato, riconosce al suo interno l’esistenza di
comunità storiche pre-esistenti allo stato e non
determinate dallo stesso che chiama “nazionalità”
(quando sono dotate di lingua propria) e
“regioni”, accordando loro il “diritto all’autonomia”.
Ciò significa il loro diritto a costituirsi in
Comunità Autonome, secondo i loro desideri e
nei tempi e nei modi da loro desiderati.
Queste Comunità non sono state determinate
aprioristicamente dallo stato ma si sono formate
volontariamente ad opera delle assemblee elettive
degli enti locali che hanno deciso di aggregarsi.
Ogni comunità, una volta formata, redige e
approva il proprio statuto e mantiene la facoltà
di modificarlo senza alcun intervento dello stato.
Lo stato non può invece modificare la propria costituzione
senza l’intervento delle Comunità. È
ovvio che l’autogoverno di cui effettivamente dispongono
le Comunità è soggetto a limiti fissati
indirettamente dalla costituzione che è, oltretutto,
“aperta”. Ma non è prefissato dallo stato: ogni
Comunità può infatti spingersi sempre più avanti
sulla strada della propria autonomia, quando le
condizioni politiche ed economiche glielo consentono.
È il caso della Catalogna ex-Principato.
Ma niente impedisce - ad esempio - all’Andalusia
di seguire la stessa strada.
Certo, il modello spagnolo (e non catalano)
non è perfetto. Manca il diritto all’autodeterminazione
delle varie Comunità, ad esempio: e non
è cosa da poco. Approfittando delle tradizioni localistiche,
delle rivalità storiche e del diverso
grado di maturazione della coscienza nazionale,
il governo di Madrid è riuscito a impedire che le
nazionalità minoritarie dello stato (che sono tre:
galaica, basca e catalana) si costituissero ognuna
in Comunità Autonoma. Con l’eccezione della
Galizia, vediamo infatti il Paese Basco diviso in
due Comunità e i Paesi Catalani addirittura in
tre. Ma sono limiti che la costituzione spagnola
non pone come invalicabili.
Esistono, del resto, e non da oggi, partiti politici
catalanisti che agiscono in tutti e tre i Paesi
Catalani e mirano alla loro unità e alla loro indipendenza.
Ovviamente propongono un progetto
federale all’interno della stessa formazione statuale
di cui si auspica la realizzazione. Del resto,
il simbolo araldico vegetale catalano è il “pino
con tre tronchi”. E i catalanisti sanno, per giunta,
che ogni tronco del loro pino è fitto di rami
che non vanno assolutamente tagliati.

Da QP n. 14 (Sergio Salvi)

Sarà questo il modello catalano che piace ai nostri eroi?