CRITICHE INTERNE. Oltre alle perdite umane, un danno di immagine
L’esercito ebraico «non più invincibile»
Preoccupa l’inaspettata resistenza degli Hezbollah
Gerusalemme. Un mito pluridecennale vacilla dopo due settimane di guerra in Libano: quello dell’irresistibile potenza delle Forze di difesa israeliane. Le immagini dei razzi katyusha di Hezbollah che continuano a colpire, al ritmo di 80-100 al giorno, i villaggi della Galilea, o i racconti dei soldati israeliani, spaventati dalla sanguinosa imboscata avvenuta ieri nella roccaforte sciita di Bint Jbeil nel sud del territorio libanese, rimbalzano impietosi sugli schermi di un paese abituato a sentirsi e a farsi sentire invincibile. In Israele, molti cominciano a chiedersi come sia possibile che nel 1967, in soli 6 giorni, le truppe di un giovane Stato sbaragliarono le armate di Egitto, Siria, Giordania e Iraq, mentre adesso l’esercito, pur tecnologicamente e numericamente superiore, non riesce ad avere ragione di alcune migliaia di guerriglieri, neppure con migliaia di incursioni aeree. «Gli arabi considerano una vittoria già il fatto che Israele non abbia finora raggiunto i suoi obiettivi», avverte Khaled Abu Toameh in un editoriale del Jerusalem Post. Se il leader di Hezbollah, lo sceicco Hassan Nasrallah, non venisse sconfitto e annientato, «sarebbe un disastro per Israele», osserva oggi Moshe Arens, ex ministro della Difesa del Likud.
Zèev Schiff, autorevole decano dei commentatori militari israeliani, non ha dubbi: «Non possiamo permetterci una situazione di strategica parità tra Israele ed Hezbollah. Se questo non viene sconfitto, ciò significherà la fine della politica di deterrenza israeliana verso i propri nemici».