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    La lobby Israeliana è troppo...

    John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt
    27/07/2006
    Il presidente americano george W. Bush ad un meeting dell'AIPACGli studiosi di scienze politiche John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt hanno sollevato un vespaio effettuando una serie di domande sul potere detenuto dalla lobby israeliana sulla politica estera statunitense. Ora, in una tavola rotonda esclusiva, si confrontano con quattro noti esperti
    di questioni mediorientali sul tema dell'influenza ordinaria o straordinaria della lobby Israeliana.
    L'articolo è apparso sulla rivista «Foreign Policy» del luglio/agosto 2006 (foreignpolicy.com) alle pagine 57-67.

    La traduzione è di Maurizio Blondet

    La lobby Israeliana è troppo...

    E' molto difficile discutere apertamente negli Stati Uniti della relazione tra America ed Israele.
    In marzo abbiamo pubblicato un articolo nella London Review of Books intitolato «La Lobby Israeliana» basato su un documento di lavoro che abbiamo pubblicato sul sito web di facoltà della John F. Kennedy School of Government di Harvard.
    Il nostro obiettivo era quello di rompere questo tabù e generare una discussione imparziale sul supporto statunitense per Israele, perché esso ha ampie conseguenze tanto per gli americani che per molte altre persone nel mondo.
    Quello che ne è seguito è stato un'enorme mole di risposte - alcune costruttive, altre meno.
    Ogni anno gli Stati Uniti forniscono ad Israele un livello di supporto che eccede di gran lunga quello fornito ad un qualsiasi altro Stato nel mondo.
    Nonostante Israele sia attualmente una potenza industriale con un reddito pro capite annuo simile a quello della Spagna o della Corea del Sud, continua a ricevere 3 miliardi di dollari dagli Stati Uniti ogni anno - 500$ circa per ogni cittadino israeliano.
    Israele ottiene inoltre una ulteriore serie di benefici speciali nonché un consistente supporto a livello diplomatico.
    Crediamo che tale generosità non possa essere completamente spiegata né sul piano strategico, né su quello morale.
    Israele potrà essere stato una risorsa strategica preziosa durante la guerra fredda, ma è un fardello strategico nella guerra al terrorismo e nei confronti del più ampio sforzo statunitense di occuparsi degli Stati canaglia.
    Il principio morale di supporto incondizionato ad Israele da parte degli Stati Uniti è radicalmente indebolito dal trattamento riservato da Israele ai palestinesi e dalla sua mancanza di volontà di offrire loro uno Stato indipendente.



    Noi crediamo che ci siano forti motivazioni morali a supporto dell'esistenza di Israele, ma che quella esistenza non sia a rischio.
    Gli estremisti palestinesi e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad possono sognare di cancellare Israele «dalle carte geografiche», ma fortunatamente nessuna delle due parti ha la possibilità di rendere reale un tale sogno.
    La «relazione speciale» con Israele, desumiamo, è principalmente dovuta alle attività della lobby israeliana - una flessibile coalizioni di individui e organizzazioni che lavorano apertamente per spingere la politica estera statunitense su posizioni favorevoli a Israele.
    La lobby non si identifica con gli ebrei americani, perché molti di essi non supportano le sue posizioni, ed alcuni gruppi che lavorano per conto d'Israele (ad esempio i cristiani evangelici) non sono ebrei.
    La lobby non ha una direzione centrale.
    Non è né una cabala né una cospirazione.
    Queste organizzazioni sono semplicemente impegnate in politiche favorevoli ad interessi di gruppo, un'attività legittima nel sistema politico americano.
    Queste organizzazioni credono che i loro sforzi avvantaggino tanto gli interessi americani quanto quelli israeliani.
    Noi non crediamo questo.

    Abbiamo descritto come la lobby israeliana si procura appoggi all'interno del Congresso degli Stati Uniti e nel sistema esecutivo, e come modelli il discorso pubblico così che le azioni israeliane vengano percepite in maniera favorevole dall'opinione pubblica americana.
    Gruppi interni alla lobby indirizzano contributi elettorali per incoraggiare i politici ad assumere posizioni favorevoli ad Israele.
    Scrivono articoli, lettere ed editoriali in difesa delle azioni israeliane, e cercano in ogni modo di screditare o marginalizzare chiunque critichi il supporto degli USA ad Israele.
    La American-Israel Public Affairs Committee (AIPAC) è l'organizzazione più potente della lobby, ed esercita apertamente la sua influenza sulla politica medio orientale statunitense.
    Politici di spicco di entrambi gli schieramenti riconoscono l'efficacia ed il potere dell'AIPAC.
    Richard Gephardt, precedente capo della minoranza alla camera, ha osservato una volta che se l'AIPAC non «combattesse quotidianamente per rafforzare [la relazione], [questa] semplicemente non esisterebbe».
    Abbiamo anche tracciato l'impatto della lobby su recenti politiche USA, inclusa l'invasione dell'Iraq nel marzo 2003.
    Neoconservatori tanto interni quanto esterni all'amministrazione Bush, insieme a leader di svariate organizzazioni pro israeliane di spicco, hanno giocato un ruolo fondamentale nel costruire una situazione favorevole alla guerra.
    Crediamo che senza i loro sforzi gli Stati Uniti non avrebbero attaccato l'Iraq.
    Detto questo, questi gruppi ed individui non operano in maniera isolata, e non hanno portato da soli la nazione alla guerra.
    Ad esempio, la guerra non vi sarebbe probabilmente stata in assenza degli attacchi terroristici dell'11 Settembre 2001 che hanno aiutato a convincere il presidente George W. Bush e il vice Presidente Dick Cheney a supportarla.

    Con Saddam Hussein rimosso dal potere, la lobby israeliana si sta ora concentrando sull'Iran, il cui governo sembra determinato ad acquistare armi nucleari.
    Nonostante il proprio arsenale nucleare e la propria potenza militare convenzionale, Israele non vuole un Iran nucleare.
    E tuttavia né la diplomazia, né le sanzioni economiche sembrano sufficienti a trattenere le ambizioni nucleari di Teheran.
    Pochi leader al mondo sono favorevoli all'utilizzo della forza per la soluzione del problema, eccetto in Israele e negli Stati Uniti.
    L'AIPAC e molti degli stessi neoconservatori che hanno richiesto l'attacco all'Iraq sono ora tra i principali fautori dell'utilizzo della forza militare contro l'Iran.
    Non c'è nulla di improprio nel tentativo dei sostenitori di Israele di influenzare l'amministrazione Bush.
    Ma è ugualmente legittimo per gli altri sottolineare che gruppi come l'AIPAC e molti neoconservatori hanno con Israele vincoli tali da modellare il loro pensiero sull'Iran e le altre questioni medio orientali.
    Ciò che più conta, la loro prospettiva non rappresenta la parola definitiva su ciò che è buono per Israele o gli Stati Uniti.
    Le loro ricette potrebbero in realtà danneggiare entrambi.

    Un' affermazione barbara
    Sostenere che la lobby metta in pericolo l'America è sbagliato e irresponsabile
    di Aaron Friedberg

    John Mearsheimer e Stephen Walt si sono impegnati in una impressionante manifestazione di arroganza intellettuale.
    Dal loro podio olimpico, gli autori, apparentemente i soli, vedono qual è il reale interesse dell'America.
    Mentre gli altri codardamente tacciono, loro affrontano coraggiosamente le accuse di anti-semitismo pur di dire la verità al potere.
    Se il popolo americano continua a vedere Israele in una luce positiva è perché è stato manipolato e scorrettamente informato.
    Chiunque richieda politiche in disaccordo con quelle degli autori è, o un incosciente credulone, oppure l'agente operativo di una potenza straniera.
    In risposta ai loro critici, Mearsheimer e Walt hanno recentemente lamentato la difficoltà di avere una «discussione civile relativamente al ruolo di Israele nella politica estera americana».
    Se è questo il fine che realmente si sono proposti, hanno scelto una maniera decisamente barbara di porlo.
    Anche se gli autori affermano di credere che gli Stati Uniti abbiano ancora un interesse nel benessere di Israele, fanno poi di tutto per demolire ogni concepibile ragione per cui l'America debba continuare a supportare quello Stato.
    Secondo loro, Israele è diventato una responsabilità strategica, che provoca la jihad islamica e incrementa l'anti-americanismo.
    Moralmente, proclamano Mearsheimer e Walt, Israele non è migliore dei suoi avversari.
    Questa rappresentazione dei fatti è distorta.
    Israele è una democrazia, e i suoi nemici sono autoritari di vario genere.
    Anche se gli autori hanno scelto di ignorarlo, c'è un'evidente distinzione morale tra combattenti che inviano degli attentatori suicidi ad uccidere dei civili e combattenti che hanno come obiettivi esponenti di spicco del terrorismo.

    Tutto questo non vuole significare che ogni cosa che Israele compie è giusta o meritevole del supporto americano.
    Per oltre un decennio, Washington ha cercato come mediatore di ottenere un accordo che potesse condurre ad un ritiro di Israele da Gaza e tutto il West Bank al di là di confini difendibili (territori conquistati, occorre ricordarlo, in una guerra provocata dai vicini di Israele e sui quali in precedenza non si era stati in grado di stabilire una permanente madrepatria palestinese) e creare uno Stato palestinese che coesistesse con Israele.
    In questo caso l'ostacolo principale alla pace non fu la recalcitranza di Israele, ma l'assenza di negoziatori palestinesi con la volontà di fare accordi e la capacità di mantenerli.
    Gli autori cosa avrebbero voluto che facessero gli Stati Uniti di diverso?
    Apparentemente tagliare il loro supporto ad Israele.
    Tale mossa non sembra la più adatta a rendere Israele maggiormente malleabile, e d'altra parte avrebbe sicuramente contribuito ad incoraggiare i suoi nemici aumentando il potere dei più radicali tra essi che ancora sognano la sua distruzione.
    Non si sarebbero ammorbiditi gli spiriti guerreschi degli uomini della Jihad.
    Al contrario questi avrebbero giustamente proclamato la loro vittoria ed utilizzato tale successo per incrementare il numero dei loro seguaci.
    Qualsiasi tipo di vantaggio gli Stati Uniti avessero guadagnato nell'abbandonare un amico, l'avrebbero perso nella più importante valuta internazionale del rispetto.
    Nonostante tutto il loro «realismo» intellettuale, Mearsheimer e Walt sono sorprendentemente ottusi relativamente alle conseguenze della politica delle concessioni.

    Mearsheimer e Walt denunciano la distorsione della politica USA da parte della lobby, che nel loro precedente scritto ritengono meritevole di una L maiuscola.
    La dipingono come un'entità amorfa, a volte indistinguibile da una singola organizzazione, l'AIPAC, altre volte ampia abbastanza da includere ogni persona o gruppo che cerchi di «spingere la politica estera statunitense in una direzione favorevole ad Israele».
    Gli autori hanno generosamente sottolineato in un saggio pubblicato nella London Review of Books che «non tutti gli ebrei-americani sono parte della lobby, perché Israele non è una questione fondamentale per molti di loro».
    Ma la loro definizione è talmente ampia da catturare la grande maggioranza degli ebrei americani che hanno a cuore la sorte di Israele.
    Mearsheimer e Walt affermano che non c'è «nulla di improprio» negli sforzi della lobby di indirizzare la politica USA, ma proseguono descrivendo le sue attività in modi che suggeriscono diversamente.
    La lobby reprime il dibattito, «marginalizza chiunque critichi il supporto USA ad Israele», e, come scrivono nel loro saggio originale, convince i leader a inviare giovani americani a fare «la maggior parte della guerra e delle uccisioni» per sconfiggere i nemici di Israele.
    I suoi membri non solo sbagliano, sono colpevoli di porre gli interessi di una nazione straniera al di sopra dei propri.
    Nella migliore delle ipotesi questa è una calunniosa e indubbia accusa di tradimento a livello individuale per chiunque le cui opinioni sulla politica medio orientale differiscano da quelle degli autori.
    Nella peggiore, è una sporca accusa di slealtà collettiva contenente il più disgustoso tra gli echi storici.
    Mearsheimer e Walt hanno costruito delle carriere di successo attraverso un approccio dichiaratamente rigoroso e scientifico allo studio della politica.
    Tristemente, le loro argomentazioni in questo caso non solamente non sono scientifiche, ma sono provocanti, irresponsabili ed errate.

    L'attitudine mentale è importante
    La politica estera è modellata dai leader e dagli eventi, non dalle lobby.
    di Tennis Ross

    John Mearsheimer e Stephen Walt sono preoccupati dal potere e dall'influenza della lobby israeliana a Washington.
    Il tono e le argomentazioni del loro saggio in questa rivista sono più pacati rispetto a quelli del loro lavoro originale, ma soffrono della stessa errata premessa: la politica USA in Medio Oriente è distorta da questa lobby apparentemente onnipotente.
    Secondo Mearsheimer e Walt, la lobby israeliana è dominata dal suo interesse per Israele, non per l'America.
    Sostengono che abbia condotto gli Stati Uniti in una guerra disastrosa in Iraq e li stia ora spingendo in una ugualmente pericolosa nei confronti dell'Iran.
    Mearsheimer e Walt discutono altri malanni causate dalla lobby, ma è essenzialmente la loro preoccupazione per la politica estera nei confronti dell'Iraq e dell'Iran ad averli spinti a «rendere manifesta» la lobby.
    Nessuno mette in dubbio la facoltà di dibattere sulle nostre scelte politiche in Iraq, Iran o in qualsiasi altro Stato.
    Ma tali dibattiti dovrebbero essere basati sulla realtà dei fatti.
    Dire che la lobby israeliana ha una grande responsabilità nell'invasione USA dell'Iraq presume che i leader eletti, le loro visioni del mondo ed eventi straordinari come quelli dell'11 Settembre 2001, non abbiano importanza.
    Mearsheimer e Walt dovrebbero informarsi meglio.
    A prescindere dalla loro posizione sulla guerra in Iraq, dubitano seriamente del fatto che l'attitudine mentale dell'uomo seduto nell'Ufficio Ovale abbia fatto la differenza?
    Al Gore era contrario ad entrare in guerra nel 2002 e nel 2003.
    E tuttavia, Al Gore è stato molto più vicino ai leader della «lobby Israeliana» durante tutto il suo mandato che non il presidente George W. Bush.

    La realtà è che nè la lobby israeliana nè i neoconservatori hanno convinto Bush ad entrare in guerra.
    La causa è stata l'11 Settembre.
    Prima del 9/11, la politica di Bush in Iraq era quella delle «sanzioni intelligenti» - il controllo del regime Iracheno, non il suo rovesciamento.
    La sua visione del mondo è cambiata il 9/11.
    Si è convinto che l'America non avrebbe potuto aspettare di essere colpita di nuovo, e che la minaccia che Saddam Hussein poneva era troppo impellente.
    Questo convincimento ha trasformato le sue politiche.
    Anche se Mearsheimer e Walt riconoscono ora che «la guerra probabilmente non ci sarebbe stata senza gli attacchi terroristici dell'11 Settembre 2001», continuano ad insistere nel dichiarare che «credono che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato l'Iraq senza gli sforzi [della lobby israeliana]».
    Forse sarebbe necessario risolvere questa contraddizione.
    Il pensiero di Mearsheimer e Walt sull'Iran è ugualmente confuso.
    Credono veramente che solamente alla «lobby» interessi il fatto che l'Iran ottenga armi nucleari? Dicono che gli Stati Uniti non si debbono preoccupare delle bombe nucleari iraniane perchè sarà sufficiente la deterrenza.
    Questa idea ignora la possibilità che il fatto che l'Iran diventi una potenza nucleare possa far si che altri nel Medio Oriente ne seguano le orme, e che le prospettive di errati calcoli atomici possano effettivamente rendere concreta la possibilità di una guerra nucleare nella regione.



    Un Iran nucleare potrebbe anche scardinare fatalmente il regime di non proliferazione rendendo il mondo intero più pericoloso.
    Gli inglesi, i francesi e i tedeschi - nessuno dei quali è ansioso di fare la guerra - comprendono queste realtà.
    Per questo motivo hanno introdotto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per prevenire la possibilità che l'Iran diventi una potenza nucleare.
    Non è la lobby israeliana che spinge inglesi, francesi e tedeschi ad opporsi all'Iran, non più di quanto stia guidando la politica USA.
    La verità è che la lobby israeliana non sempre ottiene quello che desidera.
    Ha fallito nel prevenire svariate ingenti vendite di armi alle nazioni arabe.
    Ha fallito nel tentativo di trasferire l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.
    Ha fallito nel prevenire l'amministrazione Clinton dal costruire una proposta di pace che avrebbe diviso in due Gerusalemme.
    In verità, mai durante il periodo in cui io ho condotto i negoziati americani sul processo di pace in Medio Oriente noi abbiamo fatto alcun passo perchè «la lobby» voleva lo facessimo.
    Nè alcun passo è stato prevenuto perchè «la lobby» vi era opposta.
    Questo non significa che l'AIPAC ed altri non abbiano alcuna influenza.
    Ce l'hanno.
    Ma non modificano la politica USA nè minano gli interessi americani.
    presidenti tanto democratici che repubblicani hanno costantemente creduto in una relazione speciale con Israele perchè i valori hanno un loro peso nella politica estera.
    Coloro che fanno politica lo sanno; Mearsheimer e Walt invece sembrano ignorarlo.

    continua...

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    La complessa verità
    Non è così semplice tenere in pugno la politica Americana in Medio Oriente
    di Shlomo Ben-Ami

    L’enfasi di Mearsheimer e Walt sull’influenza della lobby israeliana nella politica medio orientale americana è ampliamente sovradimensionata.
    Dipingono i politici USA come o troppo incompetenti per comprendere l’interesse nazionale americano, o talmente negligenti da essere pronti venderlo al primo gruppo di pressione pur di sopravvivere politicamente.
    Sentimento ed idealismo sono sicuramente alla base dell’attenzione americana per Israele.
    Ma insieme agli interessi condivisi e a considerazioni di realpolitik.
    Il presidente Richard Nixon, sicuramente non amico degli ebrei, si schierò dalla parte di Israele durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 non per proteggere Israele dall’invasione Sovietica, ma per servire l’interesse nazionale americano.
    Israele era solamente una pedina nel più vasto gioco nixoniano della Guerra Fredda, e fu grazie alle consegne di armi USA ad Israele che l’America riuscì a distruggere l’alleanza sovietico-egiziana, riuscendo infine a smantellare l’egemonia sovietica nella regione.
    Due decadi più tardi, secondo il presidente George H.W. Bush, «migliaia di lobbisti» - presumibilmente molti dei quali ebrei - combatterono la sua politica, ma non gli impedirono di trascinare l’allora primo ministro Yitzhak Shamir ad una conferenza di pace in Madrid contro la sua volontà.




    Nè «la lobby» impedì al predecessore di Bush, Ronald Regan, di prendere le distanze da Israele riconoscendo ufficialmente l’Organizzazione per la Liberazione Palestinese.
    Nè ha bloccato il presidente Bill Clinton quando offrì sovranità incondizionata ai palestinesi sul Monte del Tempio, il più sacro tra i luoghi dell’ebraismo.
    Gli Stati Uniti, ci vorrebbero far credere Mearsheimer e Walt, hanno fallito nel forzare Israele ad offrire ai palestinesi uno Stato indipendente, ed hanno sostenuto in maniera consistente l’approccio israeliano ai negoziati di pace.
    Queste affermazioni disinformate portano ad un’errata comprensione del ruolo dell’America.
    I palestinesi non si sono mai realmente aspettati che l’America mediasse, ma piuttosto che «esportasse» Israele.
    Nè hanno mai interpretato Camp David come un punto terminale della situazione.
    Sin dall’inizio insistettero che era solamente il primo di una serie di incontri.
    Questo atteggiamento spiega perchè Yasir Arafat non offrì mai delle controproposte che avrebbero consentito ad entrambe le parti di arrivare ad un affare migliore.
    Io ero a Camp David con Clinton quando egli fece uno sforzo finale per salvare il summit con nuove proposte su Gerusalemme, che io accettai e Arafat rifiutò - allo stesso modo in cui aveva rifiutato la precedente proposta indipendente di Clinton di dividere la città vecchia in due parti. Mearsheimer e Walt vorrebbero che noi dimenticassimo che sei mesi più tardi Clinton ritornò con un ambizioso piano americano per la pace.
    In quello che l’ambasciatore saudita a Washington avrebbe successivamente stigmatizzato come un crimine contro il popolo palestinese, Arafat declinò nuovamente.
    Ignorando questi fatti sconvenienti, Mearsheimer e Walt falliscono nell’apprezzare che momento decisivo fu il rifiuto da parte di Arafat del piano di pace di Clinton.



    Lo sdegnoso rifiuto da parte di Arafat della vantaggiosa e omnicomprensiva offerta fatta ai palestinesi non ha lasciato nessun incentivo al presidente George W. Bush nel perseguire la pace durante la sua amministrazione.
    E’ stato Arafat, non la mitologica lobby israeliana, a causare il disimpegno americano nei confronti del processo di pace.
    Gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per porre fine all’umiliazione dei palestinesi.
    Ma è assurdo affermare che il problema del terrorismo in America sia causato «in buona parte» da Israele o dalla lobby come hanno invece affermato Mearsheimer e Walt nel loro articolo originale nella London Review of Books.
    Le Torri Gemelle vennero attaccate una prima volta nel 1993, quando Clinton ed Yitzhak Rabin erano nel pieno svolgimento di promettenti dialoghi di pace con la Siria, ed Israele era impegnato in negoziati di pace con i palestinesi.
    Osama bin Laden inviò i suoi uomini ad addestrarsi in Florida per divenire piloti suicidi quando Israele stava negoziando la pace con i palestinesi a Camp David.
    L’America è odiata nel mondo arabo per come viene percepita (una potenza intrusiva che supporta i regnanti autocratici di un mondo arabo disfunzionale), non per il fatto che i suoi interessi e quelli di Israele a volte coincidano.
    Mearsheimer e Walt mostrano un’astrusa indifferenza alla complessa trama degli interessi americani in Medio Oriente.
    In quale modo ad esempio si può legare ad Israele la Guerra del Golfo fatta per rimuovere l’occupazione Irachena del Kuwait e assicurare i flussi del petrolio?
    L’attuale guerra in Iraq può avere dei benefici per Israele, ma ne ha altrettanti se non di più per l’Iran.
    Certamente nessuno direbbe che è stata fatta su commissione dell’Iran.
    Un Iran nucleare è una minaccia tanto per l’america e i suoi alleati sunniti nel mondo arabo che per Israele.
    Suggerire che gli Stati Uniti non sarebbero preoccupati di Stati minacciosi come Iran, Iraq, o Siria se non fossero strettamente legati ad Israele è assurdo.
    La lobby Israeliana è sicuramente efficace.
    Ma fare al governo una petizione in favore di una determinata politica estera non è la stessa cosa che fabbricargliene una.

    Una pericolosa esenzione
    Perchè la lobby Israeliana dovrebbe essere immune da critiche?
    di Zbigniew Brzezinski

    Dato che il Medio Oriente è attualmente la sfida fondamentale con cui l’America si deve confrontare, i Professori John Mearsheimer e Stephen Walt hanno reso un servizio pubblico iniziando un dibattito pubblico assai necessario sul ruolo della «lobby Israeliana» nel dare forma alla politica estera USA.
    La partecipazione di lobby etniche o supportate dall’estero nel processo politico americano non è una novità.
    Nella mia vita pubblica , ho avuto a che fare con un certo numero di esse.
    Io classificherei le lobby israelo-americana, cubano-americana e armeno-americana tra le più efficaci.
    Anche le lobby greco-americana e taiwanese-americana si classificano tra le prime posizioni nel mio libro.
    La lobby polacco-americana fu un tempo influente (Franklin Roosevelt se ne lamentò con Joseph Stalin), ed io credo che tra non molto sentiremo parlare spesso delle lobby messicana, indù e cinese.
    Mearsheimer e Walt sono critici nei confronti della lobby israeliana e della condotta di Israele in un certo numero di istanze storiche.
    Sono limpidi nei confronti del prolungato maltrattamento dei palestinesi da parte di Israele.
    Sono in breve generalmente critici della politica israeliana e quindi potrebbero essere in qualche modo etichettati come anti-israeliani.
    Ma essere anti-israeliani non è la stessa cosa di essere anti-semiti.
    Far coincidere le due cose infatti significherebbe reclamare un’immunità unica per Israele, intoccabile da ogni tipo di critica normalmente indirizzata alla condotta degli Stati.

    Chiunque ricordi la Seconda Guerra Mondiale sa che l’anti-semitismo è odio innato e irrazionale per gli ebrei.
    Il caso posto da Mearsheimer e Walt non merita le isteriche accuse di anti-semitismo affibbiate loro da diversi accademici in attacchi auto-lesionisti pubblicati nei più importanti giornali USA. Tristemente, alcuni si sono addirittura accostati alle accuse di McCarthyite di associazione a delinquere, citando trionfalmente la sottoscrizione di Mearsheimer e Walt dei loro punti di vista come vili, fanaticamente razzisti e costituenti in qualche modo la prova dell’anti-semitismo degli autori.
    Al contrario, alcune reazioni israeliane all’articolo di Mearsheimer e Walt sono state abbastanza misurate e prive di queste infamanti accuse.
    Non mi sento adatto a giudicare la parte storica del loro scritto.
    Ma svariati tra i temi che emergono dai loro ragionamenti mi hanno colpito per la loro pertinenza. Mearsheimer e Walt portano molte prove al fatto che nel corso degli anni Israele è stato il beneficiario di assistenza finanziaria privilegiata - in realtà altamente preferenziale - al di fuori di qualsiasi proporzione rispetto a quanto gli Stati Uniti forniscono a qualsiasi altra nazione. L’imponente aiuto offerto ad Israele è in effetti un enorme privilegio che arricchisce gli israeliani, già relativamente prosperi, con le tasse dei cittadini americani.
    Essendo il denaro fungibile, quell’aiuto paga anche quegli stessi insediamenti a cui l’America si oppone e che bloccano il progresso del processo di pace.

    Quanto detto si riferisce allo spostarsi della politica USA in Medio Oriente , nell’ultimo quarto di secolo, da una relativa imparzialità (che produsse l’accordo di Camp David), ad una crescente parzialità a favore di Israele, fino essenzialmente all’adozione della prospettiva israeliana nel conflitto arabo-israeliano.
    Durante l’ultima decade, infatti, alcuni ufficiali USA reclutati dall’AIPAC o da istituzioni di ricerca pro-israeliane sono stati influenti nel favorire la preferenza israeliana per una vaga genericità riguardante la forma finale di un qualsiasi accordo di pace, contribuendo in questo modo alla protratta passività degli Stati Uniti nei confronti del conflitto israelo-palestinese.
    Al contrario, gli arabo americani sono stati ampliamente esclusi da qualsiasi tipo di partecipazione nel processo politico USA.
    Infine Mearsheimer e Walt forniscono anche importanti spunti di riflessione relativamente alle conseguenze del ruolo crescente delle lobby nella politica estera americana, data l’accresciuta tendenza del Congresso USA ad essere coinvolto nella legiferazione in materia di politica estera.
    Con membri del congresso continuamente coinvolti nella ricerca di finanziamenti elettorali, l’effetto è stato quello di un aumento nell’influenza delle lobby e, in particolare, quelle che prendono parte a finanziamenti politici mirati.
    Probabilmente non è un caso che le lobby più efficaci sono anche quelle che sono state più supportate economicamente.
    Se questo produca o meno la migliore definizione dell’interesse nazionale americano in Medio Oriente o anche altrove è discutibile, e meritevole di un serio dibattito.
    Ovviamente reprimere tale dibattito è nell’interesse di coloro che sono prosperati in sua assenza.
    Da qui le reazioni sdegnate di alcuni a Mearsheimer e Walt.

    Mearsheimer e Walt rispondono

    Siamo grati a Zbigniew Brzezinski per la sua incisiva difesa del nostro articolo.
    Ma è comunque necessaria una chiarificazione.
    Brzezinski dice che potremmo essere chiamati «per alcuni versi anti-israeliani».
    Per essere chiari, pur se critici nei confronti di alcune politiche israeliane, siamo del tutto a favore dell’esistenza di Israele.
    Ma crediamo che l’influenza della lobby danneggi sia gli interessi USA che quelli israeliani.
    Purtroppo, i commenti di Aaron Friedberg dimostrano perchè sia così difficile avere una discussione aperta sulla relazione intima dell’America con Israele.
    Ci accusa di una «impressionante manifestazione di arroganza intellettuale» , e poi etichetta le nostre argomentazioni come «infiammatorie», «evidentemente barbare» , «irresponsabili», e «ingiuriose».
    Egli invoca anche l’accusa ormai diffusa di anti-semitismo, suggerendo che il nostro articolo contenga «il più disgustoso tra gli echi storici».
    Ma egli non fornisce nessuna prova a supporto di tali accuse.
    Friedberg non contesta la nostra affermazione che l’AIPAC ed altre organizzazioni pro-Israele esercitino una marcata influenza sulla politica Medio Orientale USA.
    Egli inventa invece affermazioni che noi non abbiamo fatto sostenendo ad esempio che noi accusiamo di «tradimento» coloro che sono a favore di Israele.
    Noi non abbiamo mai fatto una tale accusa nè mai la faremmo.
    Friedberg ed altri favorevoli ad Israele richiedono politiche che loro pensano sarebbero benefiche tanto per gli Stati Uniti che per Israele.
    Questo non è nè improprio nè illegittimo.
    Ma noi crediamo che le politiche che essi chiedono siano a volte in contrasto con gli interessi di sicurezza nazionale USA, e che i loro sentimenti per Israele modifichino a volte la loro visione della politica USA.

    Riconosciamo invece che, Dennis Ross e Shlomo Ben-Ami si sono focalizzati su quello che abbiamo effettivamente scritto.
    Entrambi sostengono che la lobby non distorce in maniera significativa la politica americana in Medio Oriente.
    Ross dice che noi abbiamo una visione della lobby come «onnipotente», mentre Ben-Ami descrive il nostro ritratto della sua influenza come «ampiamente sovradimensionata», ad un certo punto riferendosi alla lobby come «mitologica».
    Il supporto incondizionato dell’America per Israele riflette, nelle parole di Ben-Ami, «interessi condivisi» e, secondo Ross, «valori» comuni.
    Questa argomentazione è diffusa ma non convincente.
    Non abbiamo mai sostenuto che la lobby israeliana fosse «onnipotente», ma chiunque abbia dimestichezza con la politica USA in Medio Oriente sa che la lobby detiene una grande influenza.
    Il presidente precedente, Bill Clinton, ad esempio, descrisse l’AIPAC come «il migliore di chiunque in città per il lobbying».
    Il precedente responsabile della sala stampa della Casa Bianca Newt Gingrich la chiamò «il più efficace gruppo di interesse generale ... dell’intero pianeta».
    Ed il senatore democratico Ernest Hollings notò al momento di lasciare il suo ufficio, «non si può avere nei dintorni nessuna politica israeliana se non quella fornita dall’AIPAC».
    Lasciando da parte questi commenti, un modo per rendersi conto dell’impatto della lobby è quello di considerare quale sarebbe la politica americana in Medio Oriente se la lobby fosse più debole. Tanto per cominciare, gli Stati Uniti avrebbero usato la propria leva per impedire ad Israele la costruzione degli insediamenti nei territori occupati.
    Ogni presidente americano sin da Lyndon Johnson si è opposto alla costruzione degli insediamenti, ed ora molti israeliani riconoscono in tali progetti un tragico errore.
    Ma nessun presidente USA vorrebbe pagare il prezzo politico necessario per fermarli.



    Al contrario, come nota Brzezinski, gli Stati Uniti hanno foraggiato una politica che mina
    alla radice le prospettive di pace.
    L’opposizione all’espansionismo Israeliano avrebbe anche allineato la politica USA al suo espresso committment ai diritti umani e all’auto-determinazione nazionale.
    Se i palestinesi avessero trattato negli ultimi 40 anni Israele come sono da lui stati trattati, gli ebrei americani si sentirebbero oltraggiati e domanderebbero giustamente che gli Stati Uniti usassero il loro potere per fermarli.
    L’affermazione di Ross che al cuore della speciale relazione vi siano «valori» comuni è convincente solamente se si espunge il trattamento riservato da Israele ai suoi cittadini arabi e ai suoi soggetti palestinesi.
    Se non vi fosse la lobby, gli Stati Uniti avrebbero adottato un approccio più indipendente nei confronti del processo di pace, invece di agire come «avvocato d’Israele», per citare Aaron Miller, un precedente deputato di Ross.
    I leader americani avrebbero offerto i loro piani per un accordo definitivo e condizionato l’aiuto economico alla volontà di Israele di adempiere le politiche USA.
    Ben-Ami comprende bene questo punto, visto che ha recentemente scritto che i presidenti Jimmy Carter e George W. Bush «sono alla fine riusciti a produrre risultati rilevanti sulla strada di una pace arabo-israeliana» perchè non erano «particolarmente sensibili o influenzati dalle lobby o dalle voci ebree» ed erano «pronti a confrontarsi faccia a faccia con Israele e a non considerare le sensibilità dei suoi amici americani».

    Se la lobby avesse la scarsa influenza che le attribuiscono i nostri critici, l’invasione del 2003 dell’Iraq sarebbe stata molto meno probabile.
    Ross pensa che vi sia una contraddizione tra le nostre affermazioni che l’influenza della lobby sia stata «fondamentale» nella decisione USA di invadere l’Iraq e che anche l’11 Settembre sia stato un fattore determinante.
    Non c’è nessuna contraddizione.
    Ogni evento è stato necessario, ma non sufficiente in se stesso come condizione per la guerra.
    La campagna dei neo-conservatori in favore della guerra è ben documentata da giornalisti come James Bamford, George Packer e James Risen.
    E’ stata spalleggiata dall’AIPAC e altre organizzazioni pro-Israele favorevoli alla linea dura.
    L’11 Settembre è stato ovviamente importante, ma Saddam Hussein non aveva alcuna connessione con esso.
    Tuttavia, l’allora segretario della Difesa Paul Wolfowitz, e altri neo-conservatori furono molto rapidi a connettere i due eventi.
    Descrissero il rovesciamento di Saddam Hussein come critico per la vittoria della guerra al terrorismo, quando, in realtà, l’11 Settembre è stato semplicemente il pretesto per una guerra da loro a lungo caldeggiata.
    Vale anche la pena notare che se la lobby fosse stata meno potente, l’attuale politica USA nei confronti dell’Iran sarebbe molto più flessibile ed efficace.
    Gli Stati Uniti si preoccuperebbero ancora delle ambizioni nucleari dell’Iran, ma non cercherebbero di rovesciare il regime, ne mediterebbero una guerra preventiva, e sarebbe più facile impegnarsi direttamente con Teheran.



    Gli Stati Uniti hanno imparato a convivere con una Cina, India, Pakistan, Russia e persino Corea del Nord armati con armi nucleari.
    L’Iran viene trattato diversamente non perchè minacci l’America, ma come ha affermato il presidente Bush, perchè minaccia Israele.
    Ironicamente, l’estremismo islamico avrebbe potuto essere mitigato se la lobby avesse contato meno.
    L’Iran ha cercato relazioni migliori con Washington in diverse occasioni, e ci ha aiutato, dopo l’11 Settembre, a seguire le tracce di Al Qaeda.
    Ma queste aperture sono state rifiutate, in parte perchè l’AIPAC e i neo-conservatori si oppongono a qualsiasi apertura nei confronti di Teheran.
    L’intransigenza USA non ha fatto altro che rafforzare la linea dura iraniana, rendendo ancora peggiore la situazione.
    In questo caso, come in altri, gli sforzi della lobby hanno messo in pericolo sia gli interessi americani che quelli israeliani.
    Siamo d’accordo con i nostri critici che le relazioni USA con molti Stati arabi sono una delle principali fonti dell’estremismo anti-americano, ma spalleggiare Israele alle spese dei palestinesi rende questo problema ancora peggiore.
    Ben-Ami sostiene che l’anti-americanismo in Medio Oriente derivi dal supporto ad autocrazie arabe «disfunzionali», e che l’unico a dover essere incolpato per il fallimento del processo di pace sia Arafat.
    Nel suo pezzo il trattamento riservato da Israele ai palestinesi e il cieco supporto ad esso di Washington, non hanno nulla a che vedere con il deterioramento dell’immagine dell’America
    nella regione.
    Ma non è questo quello che hanno mostrato una serie di studi obiettivi sull’opinione pubblica araba.



    Come il precedente sottosegretario di Stato, Marc Grossman ha notato di recente, «gli interessi strategici di Al Quaeda avanzano a causa del protrarsi del conflitto israelo-palestinese. Nelle nazioni arabe ed in altri Paesi mussulmani della cui cooperazione abbiamo bisogno ... i giudizi sulle intenzioni americane sono sproporzionatamente funzione del punto di vista delle loro popolazioni sul conflitto israelo-palestinese».
    Ben-Ami sostiene che il supposto rifiuto del piano di pace di Clinton da parte di Arafat «ha causato il disimpegno americano dal processo di pace».
    In una recente discussione sul summit di Camp David del luglio 2000, sul processo di pace,
    Ben-Ami ha ammesso che «se fossi stato un palestinese, anche io avrei rifiutato Camp David». Ancora più importante, le registrazioni storiche mostrano che Arafat non rifiutò affatto la proposta di Clinton del dicembre 2000.
    La Casa Bianca annunciò il 3 gennaio 2001, che «entrambe le parti hanno ora accettato le idee del presidente con alcune riserve», un fatto che Clinton confermò in un discorso all’Israel Policy Forum quattro giorni più tardi.
    Le negoziazioni continuarono fino alla fine di gennaio 2001 quando non Arafat, ma il primo ministro di Israele Ehud Barak, interruppe le trattative.
    Il successore di Barak, Ariel Sharon, ha rifiutato di riprendere le trattative, e spalleggiato dalla lobby, ha alla fine persuaso il presidente George W. Bush a supportare il tentativo israeliano di imporre una soluzione unilaterale con il mantenimento di ampie parti del West Bank sotto controllo israeliano.
    Arafat è stato un leader pieno di difetti e che ha commesso molti errori.



    Ma i politici americani ed israeliani sono almeno altrettanto responsabili per il fallimento del processo di pace di Oslo.
    Se davvero è stato Arafat l’ostacolo principale alla pace, perchè gli americani hanno fatto così poco per sostenere Mahmoud Abbas, il suo successore democraticamente eletto?
    Qui di nuovo la pressione della lobby ha aiutato nel persuadere Washington a perseguire una politica controproduttiva.
    Abbas ha rinunciato al terrorismo, riconosciuto Israele, e ripetutamente cercato di negoziare un accordo definitivo.
    Ma i suoi sforzi sono stati resi vani congiuntamente da Israele e dagli Stati Uniti, che hanno così minato anche l’autorità e la popolarità di Abbas.
    Il risultato?
    Una vittoria elettorale di Hamas che ha portato condizioni peggiori per tutti.
    Le sfide che si impongono alla politica Medio Orientale USA, non prevedono soluzioni semplici, e noi non sosteniamo che una relazione maggiormente bilanciata con Israele sia la chiave per risolverle tutte.
    Ma questi problemi non potranno essere opportunamente affrontati fino a quando la lobby continuerà ad avere un’influenza politica sproporzionata, e gli americani non saranno messi nelle condizioni di dibattere tali questioni liberamente e spassionatamente.



    John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt

 

 

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