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Discussione: Gli avatara

  1. #1
    Vittima del kali yuga
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    25 Feb 2006
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    Il desiderio, è come un fuoco insaziabile. Grazie alla barca della conoscenza certamente varcherai tutto l'oceano del male (b. gità)
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    Predefinito Gli avatara

    PAOLO MAGNONE, “Avatra. La discesa del Signore”
    Abstracta, Roma, xxxii (dic. 88), p. 22-29
    AVATŸRA
    LA DISCESA DEL SIGNORE
    di
    Paolo Magnone
    Tra tutte le figure che popolano il lussureggiante immaginario religioso dell’Induismo,
    l’avatra è certo una di quelle che hanno trovato piú vasta eco in Occidente. Un motivo ne è
    senza dubbio che l’avatra ha una maniera seducente di coniugare una confortevole familiarità
    con un esotismo stimolante. L’avatra è il Signore “disceso” nel mondo per redimerlo dal male:
    un’immagine familiare ai Cristiani (o piuttosto, semplicemente, a noi Europei, i quali, si
    ricorderà, secondo Croce “non potevamo non dirci Cristiani”1), che proprio perciò rischia di
    catturare la nostra comprensione entro l’angusto recinto della nostra esperienza. Pure, dobbiamo
    guardarci da questa maniera poco proficua di affrontare il diverso, che lo riduce ad una mera
    varietà del simile, con un’ appendice di esotismo inessenziale. La giusta via parte invece
    inevitabilmente dal simile, ma altrettanto inevitabilmente se ne diparte per metter capo altrove —
    al diverso, appunto.
    Che cosa è dunque l’avatra? Apprendiamolo dalle labbra dell’avatra per eccellenza,
    KŠš•a, che proclama ad Arjuna sul campo di battaglia, sul campo del dharma2 ove si giuocano i
    destini dei regni della terra:
    Ogniqualvolta il dharma langue e vige l’adharma, o Bhrata, Io effondo me stesso; per
    proteggere i buoni e sterminare i malvagi, per ristabilire il dharma di età in età Io vengo
    all’essere3.
    1. Cfr. B. CROCE, “Perché non possiamo non dirci ‘cristiani’” (1942), in Discorsi di varia filosofia, Bari,
    Laterza, 19592, vol. I, p. 12 sgg.
    2. Dharma, dalla radice dhŠ “esser saldo”, connota uno di quei concetti integrali che non trovano piú posto
    (né quindi espressione) nella nostra cultura dissociata e frammentata. Dharma è il fondamento del cosmo,
    che assume via via l’aspetto dell’ordine naturale e sociale, del dovere a un tempo giuridico, religioso e
    morale. Suo contrario è l’adharma.
    3. Bhagavad Gt 4, 7-8: yad yad hi dharmasya glnir bhavati Bhrata abhyutthnam adharmasya
    tadâtmanaoe sŠjmy aham / paritr•ya sdh‰noe vin™ya ca duškŠtm dharma-sasthpanârthya
    2
    Nella densità primigenia di queste strofe famose, variamente riprodotte o riecheggiate in
    una miriade di testi, riposa insieme il nucleo fondamentale della dottrina dell’avatra e la matrice
    di ogni sviluppo posteriore. In esse troviamo enunciati in una concisione quasi aforistica tutti gli
    elementi fondamentali dell’avatra: la finalizzazione etica, la virtuale infinità delle
    manifestazioni, il quadro ciclico ed escatologico, la bipolarità ed alternanza della compagine etica
    cosmica; oltre, naturalmente, all’ineffabilità della fenomenizzazione divina.
    Per cogliere piú pienamente la peculiarità di tali tratti distintivi dell’avatra, giova porre il
    passo della Gt a contrasto con un passo dell’Epistola ai Galati di struttura sorprendentemente
    simile, e perciò tanto piú capace di illuminare le differenze. Dice Paolo:
    Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio inviò suo Figlio, fatto da donna, fatto sotto la
    legge, per redimere coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione di figli4.
    La differenza piú ovvia non è perciò meno capitale. “Dio mandò suo Figlio”: la puntualità
    dell’evento unico, significata dall’aoristo, con il suo unico protagonista: il Figlio, l’Incarnato.
    “Ogni volta Io effondo me stesso”: la circolarità dell’iterazione indefinita, significata dal
    presente, con la serie virtualmente infinita delle autoemanazioni polimorfe dell’unico Signore.
    Ciò che nella Gt è appena accennato (yad yad, “ogniqualvolta”...) i Pur•a5 riprenderanno
    traducendolo nel loro formulario prodigiosamente iperbolico con la dottrina delle miriadi di
    manifestazioni: “Migliaia di manifestazioni sono già piú volte trascorse, e piú ancora ne
    verranno, quante non è possibile contare”6.
    Ma l’unicità del Cristo e la pluralità degli avatra non sono che l’appariscente corollario
    di una divergenza piú profonda e riposta, che siede nei penetrali della metafisica del Tempo. Lo
    sfondo della proiezione indefinita degli avatra non è il tempo che ci è familiare: il tempo
    dell’ora presente in precipite aggetto sul domani spalancato, la storia che senza posa seppellisce il
    passato nel futuro incombente. In questo tempo scocca bensí l’evento privilegiato dell’Incarnato,
    inviato nella pienezza del tempo — pl»rwma toà crÒnou — a riscattare il passato e a inaugurare
    irrevocabilmente il futuro della salvezza, quale discrimine della storia. Ma l’avatra ha un tempo
    piú pacato e forse piú abissale, la ronda immutabile dell’ombra intorno allo gnomone, l’eternità
    che si travasa nei giorni in una mimesi vertiginosa e inesausta. L’ombra si allunga ripercorrendo il
    cammino del giorno declinante, e si dissolve nella sera per rinascere a identico destino: cosí si
    susseguono gli eoni, segnati dall’ombra montante dell’adharma lungo il cammino ricorrente delle
    età7; l’avatra discende in questo stesso cammino, yuge yuge, nelle crisi che scandiscono la
    saoebhavmi yuge yuge (la trad. di tutti i testi citati è dell’A.). Sulla Bhagavad Gt v. l’art. di C. Fiore “Il
    guerriero alla scuola degli dèi”, Abstracta 18 (Settembre 87), p. 22-27.
    4. Epistola ai Galati 4, 4-5: Óte d Ãlqen tÕ pl»rwma toà crÒnou, ™xapšsteilen Ð qeÕj tÕn uƒÕn aÙtoà,
    genÒmenon ™k gunaikÒj, genÒmenon ØpÕ nÒmon, †na toÝj ØpÕ nÒmon ™xagor£sV, †na t¾n uƒoqes…an
    ¢polabîmen.
    5. Il grandioso corpus dei Pur•a (“Antiquitates”), che comprende tradizionalmente 18 Pur•a maggiori e
    altrettanti minori (ma in realtà il loro numero è assai superiore), costituisce una sorta di enciclopedia che
    raccoglie un ricchissimo patrimonio di miti e leggende, dottrine giuridiche e politiche, genealogie,
    esposizioni di cosmografia, cosmogonia e cronologia, canoni di estetica, dissertazioni filosofiche e
    compendi di varie discipline scientifiche. Il motivo unificante di tale disparata messe di temi è l’interesse
    religioso, che costituisce il filo conduttore dei dialoghi cui è affidata l’esposizione e pervade tutta la materia,
    oltre a dar origine a una tematica propriamente religiosa comprendente trattazioni di precettistica rituale,
    inni laudativi e celebrazioni di luoghi santi. I Pur•a — la cui data di composizione si stende su un arco di
    parecchi secoli, rimontando certamente agli inizi della nostra era, ma forse assai prima — sono infatti
    anzitutto libri sacri, la cui autorità si vuole pari a quella del Veda: “quand’anche un brahmano conosca i
    quattro Veda con le scienze ausiliarie e le Upanišad, in verità non è saggio se non conosce il Pur•a” (²iva
    Pur•a 7, 1, 1, 39).
    6. Viš•udharmottara Pur•a 1, 190, 16-17. Cfr. Bhgavata Pur•a 1, 3, 26: “innumerevoli sono gli avatra
    di Hari, lago dell’essere, come i rivoli di una polla inesauribile sono migliaia”.
    7. Lo yuga (‘età’) è una suddivisione del computo ciclico del tempo cosmico secondo la tradizione epicopuranica.
    La durata dell’universo, coestensiva alla durata della vita del dio creatore Brahm (= 100 anni di
    Brahm), è scandita da periodi di latenza (notti di Brahm) e periodi di manifestazione (giorni di Brahm).
    3
    spirale involutiva delle età, per riportare instancabilmente alla cosmicità originaria l’universo che
    incessantemente frana nel caos. Il tempo indiano non è il teatro neutrale degli eventi, che gli
    eventi qualificano, ma è intrinsecamente qualitativo, piega gli eventi secondo la propria qualità
    che di continuo degenera, dall’attimo creativo del distacco dall’eternità.
    Su questo sfondo, l’opera dell’avatra è essa stessa segnata dalla malignità del tempo, e il
    suo trionfo non è che passeggero. Il dharma vacilla. Il dharma è il fondamento stabilito, la legge
    micro– e macro–cosmica; ma nell’immagine puranica il dharma è una vacca che si regge a stento
    perdendo via via il sostegno di una zampa per influsso del tempo declinante: l’avatra interviene
    ogniqualvolta si minaccia la caduta. Ascoltiamo l’ammaestramento del dio Brahm:
    Nell’età kŠta il dharma ha quattro zampe, e Viš•u è di carnagione bianca; non vi sono
    carestie né malattie, né morte prematura, la terra produce messi senza aratura e le vacche
    danno copioso latte; non vi è passione né ira, paura, avidità, egoismo o invidia. Nella
    successiva età tret il dharma rimane con sole tre zampe, e Viš•u si fa vermiglio; gli uomini
    sono longevi, compiono sacrifici per ottenere ciò che desiderano e non agiscono sotto
    l’impulso delle passioni, ma esercitano la penitenza, la castità, le abluzioni e le offerte, le
    preghiere e le oblazioni. Viene quindi l’età dvpara, allorché il dharma ha non ha piú che
    due zampe e Viš•u assume un color fulvo; le preghiere, i sacrifici e le penitenze sono
    motivati dalla brama dei frutti; il mondo è diviso tra bene e male, i re si disputano il dominio
    della terra e conquistano il cielo purificandosi con i riti sacrificali. Quarta viene la funesta età
    kali; il dharma pencola terrorizzato su un’unica zampa, e Viš•u ha una tinta fosca; la
    malvagità ha il sopravvento, con l’illusione e l’egoismo, la passione, l’ira e la paura; i re
    agognano alle ricchezze e sono accecati dalla cupidigia, gli uomini hanno vita breve, la terra
    è avara di messi e le vacche di latte, le caste rigenerate non hanno virtú, gli uomini sono
    fraudolenti e dediti ai piaceri del palato e del sesso, bugiardi e scellerati; a sedici anni
    incanutiscono, mentre le donne s’ingravidano a dodici anni; a poco a poco le caste si
    contaminano, gli stadi della vita si confondono e tutto si uniforma; i riti e gli ordinamenti
    perenni delle stirpi periscono, e i luoghi sacri, profanati dai barbari, perdono la loro
    potenza8.
    In questo decorso fatale, fino all’apocatastasi che all’imo di kali inaugura una nuova età
    dell’oro, egualmente predestinata, l’avatra non interferisce, ma piuttosto lo asseconda,
    preservando la lisi dalla crisi sempre latente nel precario equilibrio del dharma. L’Incarnato è
    venuto una volta per tutte a trionfare della morte9 offrendo agli uomini l’adozione di figli; l’opera
    dell’avatra, dal canto suo, è meno epocale e conclusiva. Il suo scopo precipuo è di “ristabilire il
    dharma”; ma, piú precisamente, il termine sanscrito sasthpana significa nella sua accezione
    primaria ‘rimettere in piedi (un cavallo caduto)’: l’avatra rimette in piedi la vacca zoppa
    dell’ordine socio-cosmico, senza poterla guarire.
    Se la guarigione non è possibile, è perché sotto l’influsso nefasto del tempo al dharma è
    indissolubilmente connaturato il seme dell’adharma. L’avatra protegge i buoni e stermina i
    malvagi, come recita il passo della Gt; pure, lo sterminio non è mai definitivo, né è veramente
    All’alba di ciascun giorno di Brahm ha luogo la creazione (sarga ‘effusione’) che inaugura un nuovo kalpa
    (‘eone’, l’intervallo di un giorno di Brahm, pari a 4.320.000.000 anni umani). Ogni kalpa comprende 1.000
    mahyuga (‘grande età’), ognuno dei quali è composto di 4 yuga, che prendono nome dai tiri del gioco dei
    dadi: kŠta (il tiro ‘perfetto’) ha i quattro quarti della durata: 1.728.000 anni; tret (il tiro di ‘tre’) ne conserva
    solo i tre quarti, pari a 1.296.000 anni; dvpara (il tiro di ‘due’) si riduce a 864.000 anni; infine kali (il tiro
    peggiore) — l’età attuale — non dura piú che 432.000 anni. Il flusso delle quattro età è caratterizzato da una
    progressiva decadenza del dharma e dalla conseguente degenerazione dell’umanità, la cui palingenesi è il
    compito del venturo messia, Kalki, il cui avvento coinciderà con l’instaurazione di un nuovo mahyuga. Al
    crepuscolo di ogni kalpa ha luogo la dissoluzione degli esseri (pralaya) e il loro riassorbimento nello stato
    immanifesto per tutta la durata della notte di Brahm. (Questi brevi cenni hanno l’unico scopo di
    permettere la comprensione del testo; per un quadro completo della concezione puranica del tempo v.
    ŸNANDA SVAR¤PA GUPTA, “The Puranic Theory of the Yugas and Kalpas: a Study”, Pur•a (Vr•as) 11,
    2 (1969), p. 304-323).
    8. Skanda Pur•a, 7, 3, 10, 10-30.
    9. Isaia 25, 8; 1 Epistola ai Corinzi 15, 20-22.
    4
    necessario o possibile che lo sia, perché nell’universo culturale indiano luce e ombra sono
    entrambi relativi e complementari, come due facce di un’unica medaglia: la realtà suprema, che,
    essa, è al di là di luce e ombra10. Questa visione dialettica della struttura etica trova
    rappresentazione emblematica in uno dei temi piú cospicui dell’intera letteratura puranica: il
    daivsura, la battaglia incessante tra dèi e titani per il predominio, scandita dagli innumerevoli
    mitologemi che vi si inseriscono a guisa di episodi, perpetuamente riaccesa e fatalmente irrisolta;
    in essa l’immaginazione simbolica ha esemplificato il pendolo cosmico tra dharma e adharma
    all’interno della piú vasta ciclicità degli eoni. Gli avatra servono allo scopo della restaurazione
    del dharma — in effetti, a garantire la continuità dell’oscillazione del pendolo, giacché ogni
    intervento divino, mentre ristabilisce il potere degli dèi, pone le premesse di un prossimo
    prevalere dei titani. Il Signore discende in forma di cinghiale per uccidere il titano Hira•ykša
    che ha usurpato il trono celeste — ma l’uccisione accende propositi di vendetta nel fratello
    Hira•yaka™ipu, che s’impadronirà a sua volta del trimundio finché la nuova discesa dell’uomo–
    leone non avrà ragione anche di lui. La faida continua nella maniera usuale tramite il nipote Bali,
    ma continua anche in una forma piú inconsueta, peculiare all’India: è Hira•yaka™ipu stesso che fa
    le proprie vendette, inesorabilmente ricondotto sulla terra dal proprio karman a vestire i panni di
    Rva•a dalle dieci teste, la cui sconfitta ad opera dell’avatra Rma D™arathi è celebrata nel
    Rmya•a11. Immune dalla cesura naturale della morte, il filo è ripreso e intessuto nel grande
    arazzo del Mahbhrata12: Rva•a si reincarna nel re ²i™upala, nemico inveterato di KŠš•a, e
    trova la morte per mano di questi, mentre B•a, figlio di Bali, viene mutilato delle mille braccia
    dal suo disco.
    La storia non ha alcun epilogo possibile, perché è in sé stessa soltanto un episodio di un
    processo senza fine. Nella giostra vorticosa ciò che sembra smarrirsi senza rimedio è il senso.
    Una risposta alla questione teleologica che ci urge potrebbe essere che il fine è immanente
    all’azione, che il daivsura o la contesa cosmica13 gioisce di sé stessa: è la risposta implicita nella
    dottrina della creazione come ll, giuoco di Dio. La sua giustificazione è nel pensiero che il
    cozzo degli opposti nel traboccare dell’illusione di nomi-e-forme14 non è che il rovescio
    dell’ineffabilità essenziale: ciò che “non è cosí, non è cosí”15 è immanifestabile, oppure può esser
    manifestato in molti modi, anzi in tutti16.
    Ma è una risposta parziale; il senso totale della fantasmagoria del daivsura si ritrova solo
    nella prospettiva della salvezza. Se questa non ci appare appannaggio immediato dell’avatra,
    10. Cfr. Chndogya Upanišad 8, 4, 1: “Invero, l’tman è un argine che separa questi mondi perché non
    confluiscano assieme. Non oltrepassano quest’argine giorno né notte, vecchiaia, morte o dolore, né buone
    né cattive azioni”.
    11. Il Rmya•a è l’altro grande poema epico indiano (accanto al Mahbhrata), che narra in 24.000 strofe
    la leggenda di Rma, culminante nella lotta con il demone Rva•a che ne aveva rapita la moglie St. La
    redazione definitiva risale probabilmente alla fine del II sec. d. C., benché la materia narrativa sia di epoca
    assai piú antica.
    12 Il Mahbhrata è il maggior poema epico indiano, un’opera di vastità colossale (piú di 90.000 strofe nella
    recensione settentrionale) il cui nucleo fondamentale è costituito dalla narrazione della grande guerra dei
    Bhrata, ovvero dei cinque P•ava alleati di KŠš•a contro i propri cugini Kaurava che ne avevano
    usurpato il regno. L’elaborazione del poema, assai eterogeneo (“ciò che c’è qui c’è anche altrove, ma ciò che
    che qui non c’è non c’è da nessuna parte” (1, 56, 33)) si estende su un arco di parecchi secoli, collocandosi
    la redazione definitiva entro il IV sec. d. C.
    13. Cfr. ERACLITO, B80: “tutto avviene secondo contesa”.
    14. Cfr. BŠhadra•yaka Upanišad 1, 4, 7: “In quel tempo questo mondo non era dispiegato; fu dispiegato
    con nomi–e–forme: ciò che ha il tal nome, ha la tal forma... Ma Egli vi è penetrato fino alla punta delle
    unghie, come un rasoio riposto nel fodero... perciò non lo vedono: perché è diviso”.
    15. Cfr. BŠhadra•yaka Upanišad 2, 3, 6: “Il suo annuncio è: ‘non è cosí’, ‘non è cosí’; perché non ve n’è un
    altro all’infuori di questo, che ‘non è cosí’; ma il suo nome è: ‘la Realtà della realtà’”.
    16. Cfr. ²vet™vatara Upanišad 4, 3-4: “Tu sei femmina, tu sei maschio, tu sei fanciullo e sei anche fanciulla;
    tu sei il vecchio che barcolla col bastone, tu sei il nato che guarda dappertutto; tu sei il nero corvo, tu sei il
    verde pappagallo dai rossi occhi, tu sei il grembo della folgore, le stagioni e gli oceani; senza principio, tu
    pervadi ogni cosa, tu dal quale tutti gli esseri sono nati”.
    5
    come lo è dell’Incarnato, è perché lo precede e lo ingloba come cifra ubiquitaria dell’Induismo.
    Molti sono i cammini che conducono all’altra sponda, ma tutti cominciano su questa sponda, e
    non è possibile passare, se non da qui. Per coloro che ancora ambiscono ai frutti: ricchezza,
    bellezza, paradiso, solo questo è il terreno dove seminarli con le opere17. Per coloro che ormai
    aspirano alla liberazione, solo questo è il teatro dove la Natura danza dinanzi al Sé finché questi
    non realizzi la sua condizione di spettatore impassibile18. In questo campo di battaglia, in questo
    campo del dharma si compie tutta la parabola della creatura, e per questo campo l’avatra
    discende, non a salvare ma a fondare la possibilità perpetua della salvezza: l’avatra non viene
    per l’Uomo, ma viene per la Terra.
    La vocazione si manifesta nel nome. Gesú è il divino Salvatore19. Per l’avatra l’etimologia
    è piú elusiva, ed esige la sinergia vivificante del mito. La radice sanscrita tOE esprime la nozione di
    ‘traversare’, cui il preverbio ava aggiunge la specificazione di ‘giú’: in prima approssimazione,
    l’avatra è dunque ‘colui che discende’, ma ciò non esaurisce la ricchezza allusiva della parola,
    maturata in un’evoluzione plurisecolare. L’origine della metafora della discesa è negli antecedenti
    mitici della grande guerra dei Bhrata: si narra nel primo libro del Mahbhrata20 che principi di
    stirpe titanica si erano incarnati in mezzo agli uomini e tribolavano le creature; la terra stessa,
    oppressa sotto il loro peso sovrumano, invoca aiuto: tutti gli dèi discendono sulla terra con una
    porzione di sé stessi sotto spoglie diverse per ‘scaricare’ (avatara•a) il ‘peso’ (bhra) che grava la
    terra. Dal mito epico procede il cliché puranico. Tipicamente, la terra personificata nella dea
    PŠthiv, in procinto di sprofondare sotto il peso insostenibile dei viventi proliferati a dismisura, si
    presenta supplice in cielo per impetrare l’aiuto divino: bhrvatara•a è l’azione salutare del
    Signore supremo, che a un tempo ‘discende’ (avatarati) e ‘fa discendere’ (avatrayati)21, ovvero
    scarica la zavorra che incorpora lo squilibrio del dharma22. L’avatra è dunque ‘colui che
    discende’, ma soprattutto ‘colui che rimuove’; il Signore discende ogni qualvolta si renda
    necessario per rimuovere il fardello della Terra: in questo singolare e prezioso nodo linguistico,
    incentrato sull’avatra come autore dell’avatara•a e dell’avatra•a, l’Induismo ha colto
    l’opportunità di coimplicare il passaggio, la fenomenizzazione dell’Assoluto, e il suo scopo, la
    preservazione della Terra come campo del dharma23 attraverso l’eliminazione dello squilibrio
    dell’adharma simboleggiato nel ‘peso’.
    Per alleviare la Terra o per umiliare la tracotanza dei titani il Signore si foggia di volta in
    volta il corpo piú adatto allo scopo: la piú “esotica” fra le peculiarità dell’avatra è il suo
    proteiforme trasformismo. L’Incarnato è “fatto da donna”, e “Figlio dell’Uomo” è il suo
    appellativo per antonomasia, poco meno frequente nelle Scritture dell’altro, complementare, di
    “Figlio di Dio”; e vero Uomo e vero Dio doveva essere per assumere il ruolo di mediatore,
    sacerdote e vittima sacrificale nell’istituire la nuova ed eterna alleanza tra Dio e Uomo. Viceversa,
    leggiamo nel Bhgavata Pur•a:
    17. Cfr. Skanda Pur•a 7, 3, 35, 19-20.
    18. Cfr. ¢²VARAK¥³±A, Soekhyakrik 59; 66.
    19. Il nome è connesso alla radice ebraica yß‘ ‘salvare, liberare’.
    20. Mahbhrata (Poona) 1, 64 sgg.»
    21. Le due forme avatarati e avatrayati appartengono rispettivamente alla coniugazione ordinaria e
    causativa della medesima radice (ava)tOE. Analogamente piú sotto avatara•a e avatra•a sono nomi verbali
    derivati rispettivamente dal tema ordinario e dal tema causativo, significando dunque la ‘discesa’ e il ‘far
    discendere’ = la ‘rimozione’.
    22. Cfr. P. HACKER, “Zur Entwicklung der Avatara–lehre”, Wiener Zeitschrift für die Kunde Südasiens, 4
    (1960).
    23. La trasparenza del simbolismo si transustanzia inverandosi in una piú arcaica cognazione linguistica: la
    terra è dhara•, colei che sostiene, come la legge è dharma, il fondamento saldo dell’ordine socio-cosmico.
    È questo comune riferimento alla stabilità fondamentale che ha forse promosso e corroborato la metafora,
    la quale attinge cosí all’universalità dell’allegoria: specchio dell’invisibile (vacillare del fondamento morale)
    nel visibile (vacillare delle fondamenta fisiche).
    6
    Tra gli dèi e i veggenti, o Signore, tra gli uomini e gli animali terrestri e acquatici tu benché
    ingenerato prendi nascita, o onnipotente arbitro del destino, per reprimere l’arroganza dei
    malvagi e mostrare il tuo favore ai buoni24.
    L’avatra non è mediatore ma giustiziere, non sacerdote ma guerriero, ed eredita come
    tale i camuffamenti e le astuzie guerresche che in altra temperie religiosa erano appartenuti
    all’Indra vedico, l’antico campione degli dèi25. Tuttavia, uno scarto ben piú essenziale viene alla
    luce qui tra l’Incarnato e l’avatra, che tocca le strutture piú profonde dell’esperienza religiosa. Il
    Cristianesimo ha ereditato dall’Ebraismo la valorizzazione della storia come teofania, e l’ha
    valorizzata a sua volta con l’epifania dell’incarnazione, nella “pienezza del tempo”; ma
    inaugurare la storia come regno dell’imprevedibile e dell’irreversibile è nel contempo inaugurare
    la libertà e la personalità, e fare dunque della salvezza la vicenda di un rapporto personale tra
    soggetti capaci di libertà: Dio e Uomo26. Questo umanesimo è sostanzialmente estraneo
    all’Induismo, fedele al respiro cosmico degli yuga. Non c’è “nulla di nuovo sotto il sole”
    dell’India, e l’uomo vi conta meno per i pregi singolari dell’individuo che per gli statuti uniformi
    della casta27. Invece di umanizzare la natura sostituendo alle stagioni la storia, l’Induismo
    naturalizza l’uomo; il risultato è un ecumenismo della salvezza, che non conosce piú privilegi e
    raggiunge talvolta il paradosso:
    Perfino i vermi e gli insetti alati che muoiono in riva al Gange e gli alberi caduti dalle sue
    sponde raggiungono la meta suprema28.
    D’altronde, nessun iato insormontabile separa l’uomo dai suoi confratelli subumani, l’uno
    e gli altri metaplasmi emergenti dal magma vitale che la legge di trasmigrazione mantiene in
    continua circolazione. Perciò come stupirsi che l’avatra non faccia distinzioni nello scegliere il
    proprio grembo lungo la scala degli esseri come il proprio abito da un armadio29? Con ciò egli
    non fa che adeguarsi al carosello dell’esistenza che egli stesso viene a perpetuare; ma con una
    differenza:
    Già molte nascite Io ho attraversato in passato, e anche tu, o Arjuna: Io le conosco tutte, ma
    tu non le conosci, o sterminatore dei nemici 30.
    Per l’uomo che impara a conoscerle, che nella fluidità universale impara a discriminare il
    permanente dal transeunte, la danzatrice smette di danzare, per lui l’avatra ha esaurito il suo
    compito: eppure discende ancora, di età in età, a preservare il sogno dell’esistenza perché altri
    possano ridestarsi.
    24. Bhgavata Pur•a 10, 14, 20.
    25. Cfr. ¥g Veda 4, 47, 18: “Grazie alla sua magia Indra va attorno in molte forme, e per lui sono aggiogati
    cavalli bai a centinaia”.
    26. Cfr. M. ÉLIADE, Le mythe de l’éternel retour. Archétypes et répétition, trad. it. di G. Cantoni, Il mito
    dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, Milano, Borla, 1968, p. 136 sg.
    27. L’A. è dolorosamente consapevole della schematicità di questi (e altri) asserti, che richiederebbero ben
    altra articolazione che lo spazio non concede. Per ritrovare parte delle nuances perdute non si può far
    meglio che rimandare il lettore al bel libro di M. BIARDEAU, L’Hindouisme. Anthropologie d’une
    civilisation, tr. it. di F. Poli, L’Induismo. Antropologia di una civiltà, Milano, Mondadori, 1985.
    28. Skanda Pur•a 4, 27, 134. A proposito del superamento del privilegio della natura umana nei confronti
    della salvezza cfr. S. PIANO, “Note in margine al Viš•u Mhtmya”, Indologica Taurinensia, 3-4 (1975-76),
    p. 381 sgg.
    29. Cfr. Bhagavad Gt 2, 22: “Come un uomo smettendo i vestiti logori ne prende di nuovi, cosí l’anima
    smettendo i corpi logori ne assume altri nuovi”.
    30. Bhagavad Gt 4, 5.

  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    Il desiderio, è come un fuoco insaziabile. Grazie alla barca della conoscenza certamente varcherai tutto l'oceano del male (b. gità)
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