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audace12
Massacro per Sonia
Si è candidata a guidare il governo. Presentandosi come l'erede di una grande dinastia. Ma è straniera. E cattolica. Così i fondamentalisti indù hanno cominciato a prendere di mira i cristiani. Uccidendo e stuprando
di Sandro Magister - da Madras
Una donna sola al comando. È italiana con nome russo. È cattolica sposata indÙ. È vedova dell'ultimo della dinastia dei Nehru-Gandhi che ha governato l'India per quasi tutto questo mezzo secolo. E adesso È in marcia per la riconquista della piÙ alta carica nella piÙ grande democrazia del mondo, un miliardo d'abitanti
poco dopo il 2000. Sonia Maino Gandhi, nata 52 anni fa a Lusiana, sull'altopiano di Asiago, lascia sempre più spesso la sua casa di Delhi, al numero 10 di Janpath Road, villa coloniale nel verde intenso dei banani. E sempre più spesso percorre l'India profonda, per villaggi e risaie e foreste. Il 30 gennaio è comparsa a Tirumala, una delle mete sacre dell'induismo, non lontana da Madras. Ha offerto preghiere e incensi nel tempio di Visnù, a piedi nudi e in sari, in stile indù impeccabile. Il 14 febbraio è ricomparsa ad Agral, nel Madhya Pradesh, in un dedalo d'acque e foreste popolate di tribali. Agral è il villaggio da cui suo marito, Rajiv, aveva scelto d'iniziare il suo «pellegrinaggio» tra i derelitti dell'India, «via maestra» per la conquista del posto di primo ministro dell'unione. Che egli infatti conquistò e tenne, fino a quel 21 maggio del 1991, quando una fanciulla bruna a un comizio nell'estremo Sud del paese gli offrì dei fiori, ma velata dai fiori e dal sorriso c'era una bomba, e la bomba scoppiò e sbriciolò in un lampo lei e l'uomo che doveva uccidere.
Agral non è l'India pacifica e mistica, quella vagheggiata dagli orientalisti alla moda. Il suo distretto, Jhabua, ha il primato degli omicidi. Nessuno si azzarda a circolare dopo il tramonto, nemmeno in auto. Il treno da Delhi a Mumbai-Bombay, che passa di lì, è spesso assaltato la notte. E nella notte dello scorso 22 settembre cinquanta banditi hanno assalito una scuola di suore cattoliche della Missione straniera, nel villaggio di Navapada abitato dalla tribù dei Bhil. Hanno devastato aule e dispensario, rubato medicine e rupie. Poi hanno trascinato nei campi quattro suore, indiane. Le hanno violentate, ciascuna più volte, in gruppo. Ma loro si credevano eroi.
Tre giorni dopo altro assalto a una missione, una dozzina di chilometri più in là. Altri due giorni e nuova scorreria contro religiosi cattolici, a Bhopal, la città capoluogo. Le notizie circolano. Emozione. Stupore. La violenza sessuale di gruppo è endemica in certe aree dell'India. Nel vicino Bihar se ne registra un caso ogni sei ore. È segnale di supremazia. Sono le caste alte che la esercitano per umiliare i subalterni. Ma contro le suore mai. È stata la prima volta e ci si chiede perché. A Jhabua è tutto un pellegrinare di politici compunti e uomini di Chiesa in ansia, in un giorno 200 suore e 12 vescovi. Accusano gli indù estremisti di pianificare l'aggressione contro i cristiani. Ma Ashok Singhal, capo supremo della Vishwa Hindu Parishad, unione mondiale induista, ribatte sprezzante: «La cospirazione è vostra, contro di noi. Guardate i 13 banditi arrestati dopo la violenza alle suore. Sono tutti cristiani».
Forse. Perché chi può dire con sicurezza chi appartiene a chi, nell'India profonda dei tribali e dei dalit, gli oppressi, i fuoricasta e i sottocasta che così si autodefiniscono? Ai primi di febbraio, 600 dalit del villaggio di Undhai, nel Nord del Giujarat, hanno annunciato di passare tutti insieme al cristianesimo: «Per farla finita con la prepotenza dei Patel». Che sono il clan d'alta casta che domina la regione. Subito sono corsi sul posto quelli della Vishwa Hindu Parishad, per fermare l'esodo. Ma senza successo. «L'induismo che ci ha dato? Niente. Il cristianesimo è l'ultima nostra chance». Ma qua e là avviene anche l'opposto: quello che i capi induisti chiamano la riconversione. Il 14 febbraio Dilip Singh Judeo, parlamentare del Bharatiya Janata Party, il partito proindù che è al governo dell'unione, s'è fatto fotografare mentre lavava i piedi a 70 tribali riconvertiti con cerimonia collettiva dal cristianesimo alla fede indù, nel circondario di Dhindori nel Madhya Pradesh. Ma a stare ai proclami, quella mattina i riconvertiti dovevano essere di più, trecento. E il giorno avanti, alla stampa, Singh Judeo ne aveva preannunciati di più ancora, mille. E due giorni prima gli attivisti indù che avevano setacciato la zona avevano raccolto non mille ma duemila promesse firmate di riconversione. Firmate? Sì, con l'impronta del pollice su un modulo precompilato. Nel villaggetto di Banjari su 50 famiglie solo 5 sono battezzate. Ma tutte erano corse a schiacciare sul foglio il loro pollice.
Anche l'India che si modernizza è così: un enigma religioso. Il giovane autista della panciuta Ambassador su cui l'inviato dell'"Espresso" viaggia da Bangalore a Mysore, nel cuore del Deccan e dell'alta tecnologia, ammira il santone Sai Baba, quello che incanta molti occidentali, ma non smette di pregare nell'indianissimo tempio di Shiva. Suo padre legge i Veda, ma anche la Bibbia e il Corano. Sua moglie ha studiato in una scuola cattolica e tiene in casa un altarino indù, sul quale fa capolino un'immagine di Gesù. «Vivi e lascia vivere. Ecco cos'è per me l'induismo».
Moschea distrutta a furor di popolo
Poi perÒ le alte caste e gli arricchiti, come pure i colletti bianchi della classe media che hanno già comprato la moto e adesso sognano l'Indica, la nuovissima automobile nazionale che l'indiana Tata sta per mettere sul mercato, danno il loro voto al Bjp e simpatizzano per il revival indù, anche nelle sue punte estremistiche: come la distruzione a furor di popolo, il 6 dicembre del 1992, della moschea di Ayodhya, colpevole d'esser stata costruita su un precedente tempio di Rama, e i successivi massacri in tutta l'India d'un paio di migliaia di sventurati musulmani. Osserva Amartya Sen, il filosofo ed economista di Calcutta premiato l'anno scorso con il Nobel: «Questo attaccamento al particolarismo induista, alla sua esclusività, risente della visione dell'India esotica creata dall'Occidente coloniale e romantico. Quando invece l'India non è solo misticismo e trascendenza. Ma razionalità e materialismo. È l'India ad aver inventato i numeri e i decimali, fondamento della moderna algebra. È l'India la culla delle religioni agnostiche. Il buddismo, che non ha un Dio, è nato in India. Lo stesso induismo comprende fin dai tempi antichi correnti ateistiche, alle quali Nehru apparteneva. L'India ascetica è anche quella del Kamasutra, del sesso come gioia».
Non le avesse mai dette, Sen, queste cose, che in Italia trovate scritte in un suo bel libro per Feltrinelli: "Laicismo indiano". Quando il 27 dicembre le ha ripetute a Calcutta, Ashok Singhal è insorto: «Sen vuole strappare gli indù dalla loro religione. Il Nobel che gli è stato assegnato è parte di una cospirazione cristiana. Come i soldi dati a madre Teresa di Calcutta, che terrorizzava chi rifiutava di convertirsi. Di fronte a questa aggressione noi indù abbiamo un obbligo: difenderci». Ma come? Due giorni prima, mattina di Natale, nel Gujarat bande di induisti esagitati avevano dato fuoco a chiese cristiane in una dozzina di villaggi, aggredito preti e fedeli. E meno di un mese dopo, il 22 gennaio, a Manoharpur nell'Orissa, terroristi indù capeggiati da un militante del partito estremista Bajrang Dal hanno bruciato vivi nella loro jeep il missionario australiano Graham Stewart Staines e i suoi due bambini di 10 e 7 anni, Phillip e Timothy. Staines era in India da 23 anni. Curava i lebbrosi. Predicava. Convertiva, anche. A Manoharpur 22 famiglie s'erano fatte battezzare. E il villaggio s'era spaccato in due, perché i neocristiani abbandonavano anche le tradizioni tribali. Con un crescendo di avversioni e paure reciproche: i cristiani che rifiutavano d'andare negli ospedali della zona temendo d'essere sterilizzati; e gli indù che non bevevano l'acqua dei pozzi comuni temendo fosse avvelenata. Bastava una scintilla per trasformare la paura in odio assassino. È quello che è accaduto, vittima designata i cristiani.
30 milioni di cristiani
ESonia Gandhi? È straniera. È cattolica, cosÌ almeno la definiscono gli avversari. «È alla testa della campagna di odio contro l'induismo, con il sostegno delle Chiese», ha sentenziato Singhal. Proprio così: alla scelta d'aggredire i cristiani, fatto senza precedenti nell'India moderna, il fattore Sonia non è estraneo. Fattore essenzialmente politico. Perché è impossibile credere che queste aggressioni siano la reazione estremista a una trionfale espansione missionaria delle Chiese. L'arrivo del cristianesimo in India è antichissimo: si narra risalga all'apostolo Tommaso, di cui a Madras, nella cattedrale cattolica, si venera la sepoltura, ed è comunque storicamente accertato a partire dal III secolo. Eppure, in capo a quasi due millenni, i cristiani sono solo il 2,4 per cento della popolazione del paese, stando al censimento del 1991. E risultano tutt'altro che in crescita: persino meno di quanti fossero al censimento di dieci anni prima, quando erano dati al 2,6 per cento. Al confronto l'Islam ha dilagato: in India i musulmani sono 120 milioni. Senza contare i 250 milioni delle due ex Indie: Pakistan e Bangladesh.
In cifre assolute i cristiani dell'India sono pur sempre un bel numero, sui 25-30 milioni. E va tenuto conto che molti dalit battezzati non denunciano la loro appartenenza alla Chiesa per non perdere i benefici accordati per legge ai soli indù delle caste protette. Ma il dato cruciale è un altro: la grande maggioranza dei cristiani dell'India, quasi due su tre, sono dalit, ossia di bassa casta e intoccabili, oppure tribali. È lì che le Chiese sono oggi più attive e trovano il terreno più fertile: fra questi strati poveri che insieme totalizzano una buona metà della popolazione dell'India. E quindi una fetta decisiva della sua base elettorale: punto debole del Bjp, il partito proindù che ha spodestato il partito del Congresso, quello di Sonia Gandhi, e da un anno governa l'India col sostegno di 17 partiti minori.
Dopo il lutto, la discesa in campo
Il Bjp ha beneficiato nei primi anni Novanta di un'espansione folgorante. Che però nelle elezioni generali del 1996 e 1998 si è fermata, bloccandolo ben sotto la soglia della maggioranza assoluta. La sua base elettorale è geograficamente ristretta ad alcuni Stati del Nord e del Centro, e limitata alle classi medioalte. Per allargare i consensi, i dirigenti del fronte induista hanno quindi l'obbligo di penetrare dove sinora non sono mai riusciti. E quindi dove sono anche più presenti le Chiese. In alcuni Stati nordorientali poco popolati, come il Nagaland e il Mizoram, i cristiani sono addirittura maggioranza. E hanno preso parte negli anni passati a insurrezioni tribali separatiste. Che oggi si sono fatte più politiche e si sono collegate alle lotte dei dalit di tutta l'India contro le caste alte, anche qui con i cristiani in prima fila, forti del messaggio egualitario del Vangelo.
Colpire e blandire. Questa è, di conseguenza, la politica che il fronte induista ha adottato. Colpire le lotte d'emancipazione dei dalit, dando libero corso agli eserciti privati dei possidenti d'alta casta: come nel Bihar, dove in questo mese di febbraio si sono registrati ripetuti massacri. E blandire gli strati sociali più deboli, a cominciare dalle tribù animiste delle foreste. Nell'un caso e nell'altro con i cristiani nel mirino: come vittime o come avversari. Da sconfiggere anche nei loro punti di forza: le scuole. Gli Stati a più densa presenza cristiana dell'India sono il Kerala e il Tamil Nadu, nell'estremo Sud del paese. Entrambi registrano i più alti gradi di istruzione, i più solidi indici di emancipazione della donna, i più bassi tassi di natalità, addirittura sotto i due figli per coppia. Tutto l'opposto dell'Uttar Pradesh, il popolosissimo Stato della valle del Gange: analfabetismo generalizzato, donne oppresse, natalità sui 5 figli per coppia. L'Uttar Pradesh è la roccaforte elettorale del Bjp.
E sabato 20 febbraio Sonia Gandhi si è recata proprio nella capitale di questo Stato del Nord, a Lucknow. La sua marcia verso la riconquista del potere è un crescendo di sfide audaci. Stupefacenti per una donna che dopo l'uccisione del marito Rajiv per sei anni si era chiusa in vedovanza taciturna e austera. All'inizio del 1998 ancora nessuno avrebbe scommesso sul suo ingresso in politica. Ma anche per Rajiv era stato così: solo la morte in un incidente aereo del fratello Sanjav, il successore designato della dinastia Nehru-Gandhi, lo obbligò a entrare in politica, lui che aveva sempre giurato il contrario e voleva fare solo il pilota d'aereo civile. Per Sonia è stato il paventato collasso del partito del Congresso a determinare la scelta. Alla vigilia delle elezioni generali dello scorso febbraio, i sondaggi presagivano la catastrofe. I maggiorenti del partito, tutti, anche quelli che le erano stati ostili, la implorarono. E lei all'improvviso accettò. Fece campagna. Perse il governo ma salvò il partito, che uscì secondo dietro il Bjp, 142 seggi contro 181.
La sua campagna la iniziò dal luogo dove Rajiv era stato ucciso. Ma chi si illudeva che avrebbe mosso soltanto i sentimenti dovette presto ricredersi. A metà marzo Sonia assume la presidenza del partito del Congresso, con poteri praticamente dittatoriali. E subito nomina una task force di incorruttibili, tra i quali l'ex ministro delle finanze Manmohan Singh, l'artefice nei primi anni Novanta del risveglio dell'economia indiana, con il compito di rifare il partito ex novo. Crea un comitato etico di cinque saggi, tra i quali due cattolici, per fissare un codice di buona condotta al quale vincolare tutti gli aderenti al Congresso e ripulire il partito dalle pratiche di corruzione, con le quali anche Rajiv si era sporcato. Ricambia man mano i dirigenti ai vari gradi. E in novembre affronta le elezioni in tre Stati chiave: Delhi, Rajasthan e Madhya Pradesh. Con pieno successo: rovesciando il Bjp nei primi due e raggiungendo la maggioranza assoluta nel terzo.
Un'erede: la figlia Priyanka
Ma dà forma anche a una nuova strategia politica. Sonia impegna il partito del Congresso a riconquistare l'elettorato musulmano. E soprattutto i dalit e i tribali. Anche negli organi del partito riserva un terzo dei posti alle donne e un quinto ai musulmani e ai dalit. Tende la mano ai partiti di sinistra, a cominciare dal potente partito comunista del West Bengala capitanato dall'intramontabile Jyoti Basu. Nel collasso dei piccoli partiti pronosticato dai sondaggi, il Congresso si va assestando sul centrosinistra, con a destra il Bjp sempre più in affanno.
Il fronte induista che è alle spalle di quest'ultimo partito ha reagito scatenando il terrore contro i cristiani. Ma così ha messo ancor più in difficoltà la sua stessa creatura politica, il Bjp, e soprattutto il suo primo ministro, Atal Bihari Vajpayee, faccia moderata della destra indù. Dopo appena un anno dalla vittoria elettorale, il governo è già alla resa. La scadenza naturale della legislatura è nel 2003. Ma ormai Sonia Gandhi sembra lavorare su uno scenario molto più stringente: sfiducia al governo a marzo, dopo il passaggio della finanziaria federale; governo d'interim costituito dal partito del Congresso e alleati; elezioni anticipate a fine anno, con traguardo la maggioranza assoluta.
E così Sonia Maino Gandhi, figlia d'un muratore veneto emigrato nella cinturatorinese, a Orbassano , potrebbe assicurare la continuità della dinastia più democratica ed ecumenica del mondo. Sua figlia Priyanka, fresca sposa d'un cristiano, già l'accompagna come un'ombra. Da erede. n