[/B]Dal blog di Vandeano 2005:

O Tempora, O Mores!!!!!!



Povero Dante
in mano a Benigni!!!

Ormai è ufficiale, nessuno può negarlo: entra nel pantheon dei tic e delle manie nazionali un altro fenomeno sociale e di costume: Benigni che legge Dante!!!!
La schiera delle italiche idiosincrasie è già assai nutrita: si va dal Giro d’Italia a Sanremo, da Miss Italia agli amorazzi della Ferilli o della Arcuri nonché il gossip sul vippume nostrano ed estero, vera Nuova Cultura per l’uomo nuovo, sottoposto allo straniamento mondialista. Ma questa Novella Umanità doveva avere dei “sacerdoti” che imbandissero un convito spirituale piacevole per palati ormai non più avvezzi a proposte etiche forti e vigorose. In questo senso, il Benigni lettore di Dante va proprio a pennello.

Sì, perché queste nostre brevi note non si soffermeranno sul dato semplicistico che la spiegazione benignesca di Dante è chiara e comprensibile, suffragata dalla lettura e frequentazione di un valido interprete del sommo poeta come Vittorio Sermonti, né che la cornice satirica di tali letture prende di mira i soliti politici, il Cavaliere in primis, e mai in modo vigoroso i maggiorenti della Sinistra.

Non ci fermeremo a questi dati di superficie che, seppur importanti, occultano il vero e recondito scopo dell’operazione di Benigni lettore di Dante.

A questo punto anche qualche amico sbotterà, dicendomi: “ Ma Benigni è cambiato!!!!!”. Ed io di rimando: “ Ne siamo proprio sicuri?”. Ossia siamo sicuro che il Benigni del “Berlinguer ti voglio bene” o del “Wojtylaccio” non sia lo stesso che oggi, novella vestale del buonismo progressista, ammansisce le folle con l’imperativo pseudomorale che “la vita è bella” e “tutto va bene”?

Noi crediamo di sì e cercheremo in breve di dimostrarlo
.

Anzitutto l’avvicinamento del Nostro al Cristianesimo è solo di facciata e può apparire reale solo a chi scambia il cattolicesimo con la variante eretica pietistico-modernista, che ha infettato in tempi recenti tanti settori del mondo cattolico.

Ma in fin dei conti per leggere Dante ciò di per sé non conta . E qui devo aprire una parentesi: ogni classico in quanto tale prescinde da latitudini geografiche, epoche storiche, orientamenti etico-idelogici, e si staglia quale fonte sempre verde di ispirazione. Tuttavia, ogni suo lettore non può cancellare certi elementi costituitivi del pensiero dell’autore, senza i quali la sua opera risulterebbe illeggibile e soprattutto incomprensibile. Questo vale anche per Dante: il suo essere poeta cristiano, la sua adesione alla cultura oltre che alla fede cattolica non possono essere obliterati, anche in presenza di letture particolari come quella esoterico-iniziatica (Pascoli, Luigi Valli); o socialista-rivoluzionaria etc….

Quindi anche Benigni, da paracristiano, potrebbe leggere Dante. Inoltre, l’idea della Lettura pubblica della Commedia risale ai primissimi tempi della fortuna del Divin Poeta (si ricordino almeno le letture del Boccaccio).

Allora perché Benigni non ci convince?

Perché raschia via quegli elementi costituitivi di cui abbiamo parlato prima, rendendo l’opera di Dante inintelligibile e “falsa”; riducendo lo stesso Alighieri a “personaggio che recita a soggetto” di una sceneggiatura volta ad un fine ben preciso. E la prova provata l’abbiamo dal calendario delle letture fiorentine di questa estate: Messer Benigni, infatti, leggerà il canti I-X dell’Inferno, poi i canti XXVI (con un approccio – ci scommettiamo – laicista al canto di Ulisse) e XXXIII (conte Ugolino) della stessa cantica per finire con il solito Paradiso XXXIII, riducendo a tisana buonista un canto mirabile a partire da S. Bernardo, cantore della Vergine, ma anche predicatore della Crociata – questo il Benigni politicamente corretto non lo dice mai.

E allora direte cari amici?

Il problema è che tra i canti infernali ce ne è uno che smaschera la proditoria operazione benignesca: Il XV dell’Inferno.

Canto mirabile che non possiamo certo qui stare a commentare, vede l’incontro tra Dante e il suo maestro Brunetto Latini, episodio ricco di affetto da parte di Dante per il suo Maestro, animato dal pathos creato dalla profezia dell’esilio che il Sommo Poeta dovrà subire.

E allora? Continuate a dire tutti voi….

Dante è uomo, poeta, letterato, ma soprattutto cristiano . Rispetto all’amico Cavalcanti, che per questo è escluso dall’elezione del viaggio ultraterrreno “in pro del mondo che mal vive” , pur riconoscendo meriti umani e letterari al Latini, non può fare a meno di condannarlo alla pena eterna per l’immondo peccato di cui si è macchiato….E che peccato sarà mai?

La Sodomia, alias Omosessuliatà


Crash!!!!!!!!! Come fa un ossequioso ministro del pensiero dominante come Benigni a leggere un canto del genere!!!! Come giustificare la scelta di Dante? Come bigotteria ottusa? Ma come: Dante sarebbe bigotto in Inferno XV e sublime quando in Paradiso q tesse le lodi di Maria? Non torna e per questo Benigni lo cancella dal programma in quanto urterebbe troppo quei poteri forti, che sempre ci sono stati anche ai tempi dell’Alighieri.
E qui arriviamo al tradimento perpetrato da Benigni nei confronti di Dante: Il Divin Poeta ha subìto l’esilio ingiusto, grazie al quale per molti versi è scaturito il Poema Sacro, non ha accettato alcun compromesso, soprattutto da parte della Chiesa, non perché non l’amasse (si veda il riferimento alla “reverenza de le sante chiavi” di Inferno XIX), ma perché non la voleva veder mondanizzata, non solo e non tanto nei costumi e nella disciplina, ma nella sua essenza dottrinale, come oggi accade con il tumore neomodernista.

La poesia di Dante è militante in quanto cristiana e fa propria la massima del Libro di Giobbe: “ Militia est vita hominis super terram”(La vita dell’uomo sulla terra è un combattimento); per Dante la vita umana è bella in quanto preludio e palestra per ottenere la palma della vittoria nella beatitudo vitae ecternae (“e venni dal martiro a questa pace” Par XV); per Benigni la vita umana, terrena, unico orizzonte possibile, è pervasa sì da un spiritualità, ma vaga ed ectoplasmatica. Non spinge l’uomo verso il futuro, verso il progresso vero come sostiene la “pretesa cristiana” da oltre 2000 anni e sosterrà fino alla Parusìa finale; lo appiattisce ad quieto vivere neopagano, da “late biosas”(=vivi nascosto!) epicureo; dove il nascondimento non è la fuga mundi monastica, ma consiste nel vivere nel mondo in modo egoistico e acritico, rispondendo ad imput esterni e non rielaborando il Reale in chiave critica.
Ecco che l’operazione di Benigni non è più soltanto un tradimento critico-letterario del genio dantesco, ma assume i connotati della IV Rivoluzione, quella in interiore homine, che distrugge l’umanità dall’interno, sostituendo al suo soffio divino, un generico quanto vacuo afflato energetico universale (“Energia cristica cosmica” del New Age, che non è Il Verbo Divino Incarnato del Cristianesimo, prima scintilla di ogni Pensiero Forte, anche areligioso). Di fronte a tutto ciò il militante controrivoluzionario, conservatore, ma soprattutto la persona di buon senso che vuole l’umanità libera, benché sofferente, perché tende al meglio e al bene anche per la civitas hominis, si deve ribellare e prendere provvedimenti.

Cadute le vecchie illusioni ideologiche del XX secolo, gli uomini di oggi si possono dividere – come amo ripetere anche nei miei incontri – tra “coloro che amano la schiavitù d’Egitto” e “quelli che, pur soffrendo per il deserto di una situazione transitoria, vogliono per le nostre società la Terra Promessa (Tehe Right Nation)”, come accade nella Scrittura, quando durante la traversata nel deserto gli ebrei più volte se la prendono con Mosè e rimpiangono la schiavitù d’Egitto.
E così quei poveri ascoltatori di Benigni che preferiscono la via larga che “il piccolo fiorentino” a quella stretta del “grande fiorentino”, che conoscendo le amarezze di una vita di stenti e umiliazioni, ha ottenuto l’immortalità come poeta e come cristiano; sono sballottati da ogni vento di dottrina, ma soprattutto perdono il gusto della vita vera, barattando – novelli Esaù – la loro primogenitura nella scala della Creazione, fatta di intelletto, anima e volontà libera, con il quieto vivere che è vegetare, pensando di esistere. A costoro che come il loro pifferario magico prediligono gli applausi e le statuette del mondo, la gloria effimera dell’apparire massmediatico alla coerenza dei princìpi e dell’agire;
noi e molti amici con noi preferiamo l’orgoglio di essere uomini liberi, infaticabili costruttori della Città dell’Uomo, quale Speculum di quella di Dio, e consapevoli della giustezza della nostra battaglia.

Insomma, a Benigni e al suo Dante falso, prediligiamo quello vero, quello “tetragono ai colpi di ventura” (Par XVII) e che va “all’Eterno dal tempo” che, sapendo viver bene nel mondo, ha ottenuto la vera gloria, compresa quella delle lettere.

Loci selecti della Commedia per capire meglio l’operazione Benigni legge Dante


Cacciaguida: cristiano, cavaliere, crociato

Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.

[…]

Poi seguitai lo ‘mperador Currado;
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per ben ovrar li venni in grado.
Dietro li andai incontro alla nequizia
Di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
Quivi fu’io da quella gente turpa
Disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt’anime deturpa;
e venni dal martiro a questa pace

(Dante Alighieri, Paradiso XV, 133-35 e 139-48)

La profezia di Inferno I


Ed una Lupa, che di tutte brame
Sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscìa di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

[…]


Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l Veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

[…]

Questi la caccerà per ogne villa,
finché l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
là dove ‘nvidia prima dipartilla.

(Dante Alighieri, Inferno I, 49-54. 100-105. 109-111)



Condanna dei fiorentini

Ma quello ingrato popolo maligno
Che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba;
da lor costumi fa che tu ti forbi

[…]

«La gente nova e i sùbiti guadagni
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sí che tu già ten piagni»




Godi, Fiorenza, poi che se’ sí grande
Che per mar e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

(Dante Alighieri, Inferno XV, 61-69; XVI, 73-75; XXVI, 1-3)