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Discussione: Lega: solo leadership?

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    Question Lega: solo leadership?

    Alla ricerca
    di una leadership


    di Carlo Stagnaro,
    direttore del dipartimento Economia di mercato dell’Istituto Bruno Leoni. Collabora con la rivista statunitense Tech Central Station

    Ideazione a.XIII, n°4
    luglio-agosto 2006, pp.45-49

    La geografia politica disegnata dalle elezioni del 9 e 10 aprile 2006 segna il riemergere della questione settentrionale. Incarnata prima dalla spinta antifiscale e riformatrice della Lega Nord e poi eclissata dall’astro di Silvio Berlusconi – che promettendo un nuovo miracolo italiano si è rivolto a tutti i moderati di ogni latitudine, laddove il Carroccio aveva cercato i consensi di chi stava la Nord, moderato e no – il male delle regioni padane si pone come una delle ferite irrisolte nel tessuto del Paese. E questa volta assume la forma di una contrapposizione tra una Padania che sceglie il centrodestra e un’Italia governata dall’Unione. La frattura, però, va ben al di là di sintomi quali le transitorie preferenze elettorali o l’assenza dall’esecutivo guidato da Prodi di ministri lombardi e veneti (con l’eccezione della milanese Barbara Pollastrini, titolare delle Pari Opportunità e priva di portafoglio).
    Rispetto al passato, la risposta che la politica fornisce al mal padano presente alcune peculiarità. In primo luogo la posizione del Cavaliere: grazie alla sapiente gestione della campagna elettorale e agli errori degli avversari, che hanno trasmesso la sensazione di voler aumentare ulteriormente la pressione fiscale, l’ex premier ha saputo consolidare I suoi consensi a nord della linea gotica. Forza Italia è il primo partito nelle regioni più produttive del Paese e la radicalizzazione dello scontro ha risvegliato il sogno mai sopito di un autentico federalismo fiscale, complice l’appuntamento referendario del 25 giugno. E’ vero che la CDL mantiene posizioni anche solide in regioni importanti del Mezzogiorno, su tutte la Sicilia, ma la continuità e la compattezza del Nord sono una realtà da cui il Cavaliere non può non può prescindere - da qui la mano tesa a Umberto Bossi per la costituzione di una federazione fra Lega e FI, una sorta di revisione in chiave settentrionale del partito unico dei moderati ( dove a restare spiazzati sono AN e UDC, mentre in precedenza era il Carroccio a guardare al progetto con scetticismo) [sarebbe un errore tattico-strategico restringere il progetto del partito unitario ad un’asse “nordista”. Più intelligente creare al Nord la “gamba” automonista della Right Nation in forma di CSU rivisitata secondo le esigenze italiche, e creare un’ampia formazione moderata nel resto del paese N.d.R.].
    A sua volta la Lega, che ha il merito storico di aver interpretato la questione settentrionale e quindi l’esigenza di una riforma federalista, attraversa una crisi senza precedenti. La crisi origina dalla malattia di Bossi, che ha impedito al capo di mantenere il controllo del movimento, ma ha radici più antiche e profonde. I militanti, infastiditi dal comportamento giudicato scorretto degli alleati ( in primis AN e UDC) e poco entusiasti di concedere fiducia a quello che per molti di loro è ancora “il mafioso di Arcore” (a cui pure viene riconosciuta la lealtà devoluzionista), non riescono a rivivere l’entusiasmo che in passato li spingeva a dedicare la Carroccio tempo, denaro, e fatica. Soprattutto, quel che li frastorna è la contraddittorietà dei messaggi che ricevono dalla classe dirigente: l’asset della Lega finora era stato quello di superare gli steccati tra destra e sinistra per rivolgersi agli elettori con un linguaggio unico, rimbombante, rivoluzionario: all’osso, il messaggio era «voi siete gli schiavi fiscali di qualcun altro». Il rapporto immediato tra la Lega e gli elettori, meglio, tra Bossi e gli elettori, ha cominciato a incrinarsi seriamente col patto col centrodestra, ma si è inabissato nel tunnel dell’incomprensione quando (ed è un fenomeno che inizia poco prima) la classe dirigente, Bossi compreso, ha inzio a parlare una lingua nuova e pasticciata [Perché pasticciata? L’evolversi della situazione internazionale e geo-poltico-culturale ha imposto un’evoluzione delle idee leghiste che, se non ha prodotto seri effetti elettorali, è perché non è stata portata fino alle estreme e produttive conseguenze. E’ un difetto di una certa destra economicistica e rampantista non voler vedere che l’inizio del XXI secolo sia animato da dinamiche umane e congiunture non riducibili esclusivamente alla mera dimensione economica. Un difetto di analisi e una miopia che possono costare molto in termini politici N.d.R.]. Dalla protesta fiscale si è passati a fantasiose ricostruzioni geopolitiche e poi alla girandola di dichiarazioni ora anticlericali ora papiste [ma perché girandole del gener non ci sono anche in FI dove convivono Formigoni con la Prestigiacomo, Mauro con la Boniver, Palmieri con la Craxi? E’ un problema di definizione di cultura politica: vera sfida per la CDL futura N.d.R.], ore europeiste ora contro forcolandia [Altro errore: la Lega ha sempre ribadito la necessità di un’Europa dal basso, dei popoli, delle macroregioni, rispetto al centralismo burocratico-dirigistico di Bruxelles N.d.R.]; ora abbasso Fazio ora viava Fazio e così via; per non dire della presente retorica sul protezionismo, che ha trasformato la battaglia per una Padania tesa verso la globalizzazione nella lotta a difesa di un Nord assistito e chiuso in se stesso [Che pena, non ne inforca una…..!!!!! La Lega – non solo lei visto che sul protezionismo Tremonti ed altri la pensano allo stesso modo – vuole anzitutto l’autodeteminazione dei popoli e la loro sopravvivenza come entità antropologico-culturali atterverso gli strumneti economico-fiscali e latamente politici. Più che global, la lega è – Deo gratiias!!!! – sempre stata glocal, unendo la necessaria apertura l’esterno alla difesa della propria identità che la globalizzazione mondialista, livellante sul piano economico e spersonalizzante su quello etico-culturale, tende a cancellare o ad omologare ad un unico paradigma neutro N.d.R.].


    I mille volti della Lega Nord

    Su tutto si sono innestati due ulteriori fenomeni. Per un verso la contiguità sempre più marcata tra Via Bellerio ed alcune frange tradizionaliste, lefebvriane o addirittura sedevacantiste, che hanno imposto battaglie come quella a favore della famiglia tradizionale o contro aborto e divorzio – temi che si possono condividere oppure no – ma su cui difficilmente un movimento come la Lega risulta attraente rispetto a competitori culturalmente e politicamente più attrezzati. [Ecco scodellato un esempio di pseudodestra criptogioacobina che permetterà alla sx più sghangherata di governicchiare per molto. Mi spiego: l’apporto del tradizionalismo cattolico e della Destra etico-religiosa alla Lega è stato determinante per li mantemimento di roccaforti al Nord, dopo la fuga dell’elettorato più “edonistico-economicista”; ha rafforzato il Carroccio nelle regioni centrali “rosse” e ha dato nuova linfa a certi quadri locali ormai sclerotizzati sul piano dell’impegno. Ma soprattutto ha “umanizzato” presso un vasto uditorio socio-culturale l’immagine “egoistica” di una Lega solo guadagno e terriotorio. Ricordiamo che dopo il referendum sulla legge sulla fecondazione assistita, la CEI nella persona del card. Ruini ha ringraziato il Carroccio dell’aiuto fornito e non pochi cattolici – ne sono stato testimone oculare – ha preso la tessera leghista e addirittura si sono abbonati alla Padania. Le battaglie contro leggi liberticide come divorzio e aborto saranno sempre più nell’agenda politica e – Deo gratias!!!- costituiranno terreno di scontro tra coalizioni e single realtà partitiche. E poi caro Stagnaro chi sarebbe più attrezzato della Lega “etica” a combattere tali metastasi sociali e legislative? Gli eredi della Dc? Ossia di coloro, che “da cattolici” controfirmarono quelle odiose quanto regressive leggi? Certamente no!!!!!! Vedremo se la Lega dovesse abbandonare la linea “etica” e da Pensiero Forte per riprendere in modo anacronistico istanze meramente autonomiste e ultraregionaliste se aumenterà consensi o se perderà quello zoccolo duro dell’elettorato “religioso” che, se soddisfatto in alcune questioni chiave, ti va a votare con tutti i climi. Ecco perché è necessario che governi (male) per un certo lasso di tempo L’Unione: per chiarire – usando, in senso metaforico ovviamente, anche i lunghi coltelli – i fondamenti etici di un futuro cdx. Se l’area laicista tirerà la corda troppo, la Destra etica è pronta alle barricate e a far cadere un eventuale esecutivo moderato, come di recente è accaduto in Slovacchia, premiando nelle successive elezioni proprio il partito della Destra etica. Ma questo è avvenuto anche in Polonia e avverrà sempre più spesso. Per i naviganti del Polo: a buon intenditor poche parole !!! N.d.R.]. Secondariamente, appunto, l’infermità di Bossi e il venire meno della leadership carismatica che fino a quel momento aveva consentito alla Lega di sorvolare le incomprensioni e di dare una voce alle speranze sempre meno accese per la verità (lo dimostrano i trend elettorali), del Nord. Gli elettori erano disposti a concedere una cambiale (quasi) in bianco a Bossi: ai suoi colonnelli, no. Rispetto alle Regionali del 2005, alle politiche del 2006 la Lega in Lombardia è calata dal 15,8% all’11, 7%; in Piemonte dall’8,5 % al 6,4%; in Veneto si è mantenuta sul 14,7% anche perché l’erosione (a favore di altri movimenti autonomisti) si era già consumata. Nelle stesse regioni Forza Italia è passata dal 26 al 27%; dal 22,4% al 23,6%; e dal 2, 7% al 24, 5%. Complessivamente nel Nord la Lega si è rivelata un player minore [Che magniloquenti cazzate!!!! N.d.R.], determinante ma in declino: il suo 8,5% è al di sotto del 10,9% di AN e del 23,9 % di FI ed è incalzato dall’UDC col 6,3%.
    L’assenza del segretario federale ha scatenato una guerriglia interna, che prima è rimasta sotterranea per poi stagliarsi sempre più nitida sullo sfondo della politica nazionale. Le motivazioni degli scontri così come le posizioni e le alleanze tra i colonnelli e le loro cordate sono cambiati ma al fondo c’è sempre l’esigenza di dare una testa a un movimento che, dall’oggi al domani, si è trovato acefalo. L’aspetto più enfatizzato dello scontro è stato quello tra i movimentisti di Giancarlo Giorgetti e i ministeriali di Roberto Calderoli, ma è uno schema che non tiene: intanto perché lo stesso Giorgetti si è ritagliato il doppio ruolo di interlocutore del Cavaliere e sacerdote del bossismo. Poi perché Calderoli, che già godeva di scarso credito presso il movimento, è stato costretto ad assumere un basso profilo a causa della vicenda delle vignette su Maometto. Infine perché quest’analisi semplicistica trascura il ruolo di Roberto Maroni e ignora del tutto I movimenti spontanei di base. Ed è qui la chiave per comprendere quanto sta accadendo..
    Maroni, che come ministro ha riscosso apprezzamenti bipartisan, è da sempre indicato come l’eterno numero due del Carroccio (“e non ci sono numeri due in grado di diventare numeri uno”, ha malignato il direttore dell’house organ La Padania). E’ in ogni caso l’unico, tra gli esponenti più in vista, a godere contemporaneamente di un sostegno sedimentato nella roccaforte varesina e ad avere una credibilità interna ed esterna. A differenza di Giancarlo Pagliarini (che peraltro è stato pesantemente ridimensionato prima da Bossi e poi da Giorgetti con l’esclusione dalle liste per la Camera e il Senato), è riuscito a costruirsi l’immagine di politico a 360 gradi (non di mero esperto economico del partito) e non si è mosso da battitore libero. Tra i due, tuttavia, c’è un certo feeling, o almeno una lealtà venata di reciproca stima, che s’incrocia col rapporto di entrambi con Gilberto Oneto, animatore della “Libera Compagnia Padana” (il pensatoio indipendentista vicino al Carroccio) e da sempre critico nei confronti delle sbandate del movimento.
    Oneto e Pagliarini hanno promosso una raccolta di firme, aperta anche a coloro che sono stati espulsi o hanno abbandonato la Lega senza poi aderire ad altri partiti che non fossero autonomisti, per l’indizione di un congresso straordinario. Il congresso dovrebbe sciogliere il nodo della leadership (affiancando a Bossi una sorta di direttorio, il modo più soft per traghettare la Lega verso una nuova governance) e dare la partito una linea più coerente con la sua tradizionale mission [la mission della Lega del 1987 non può essere la stessa oggi, in quanto ci sono stati il 1989 e soprattutto l’11 settembre 2001 N.D.R]. Si dice che Maroni (che del resto ha rotto, in un’intervista la Corriere della Sera, il tabù dell’intangibilità della leadership bossiana) guardi con simpatia alla manovra di Oneto e Pagliarini [E’ solo tattica!!!!!!!! N.d.R.] consapevole che il “Progetto Ducario” (come l’hanno chiamato gli ideatori, in memoria del guerriero celtico che uccise il console romano Gaio Flaminio) porterebbe acqua la suo mulino. Che l’iniziativa non sia peregrina e non punti alla costituzione dell’ennesimo clone della Lega lo dimostrano non solo le credenziali leghiste di Oneto e Pagliarini, ma anche la visibile irritazione con cui altri maggiorenti del partito guardano a Ducario. Per esempio, a Oneto è stato impedito di prendere la parola in una manifestazione a Chiari, in provincia di Brescia, a cui pure era stato invitato. E’ improbabile che una semplice raccolta di firme, a prescindere dal successo, possa cambiare la costellazione di potere che regge la Lega: il carattere della manifestazione e le motivazioni dei promotori, però, sono un campanello d’allarme preoccupante almeno quanto le débâcle elettorali.

    Una nuova leadership per la Questione Settentrionale.

    Il fatto è che, orfana di un interprete genuino come la Lega, la questione settentrionale rischia di restare ancora una volta un sordo brontolio all’orizzonte, di non tradursi in un reale cambiamento. Dopotutto a ben guardare l’esperienza del Carroccio, che dopo aver spazzato via la Prima Repubblica si è ridotto a mendicare brandelli di autonomia assiso su un bottino elettorale ch’è l’ombra dei tempi che furono, indica come il pessimismo di un protagonista della fase ascendente del movimento, Gianfranco Miglio, non fosse fuori luogo. Nella campagna sul referendum sulla devolution si è assistito all’ennesimo dissidio, con Bossi che lanciava segnali di dialogo al centrosinistra e Maroni che chiudeva, barricandosi a difesa della riforma. Ma anche a prescindere da questo, oggi il Nord può contare su una congiuntura politica favorevole: il motore dell’economia italiana è governato da maggioranze ostili a quelle che hanno in mano le leve del potere centrale. Intanto, il futuro della CDL, e ancor più del partito unico se mai vedrà la luce, sembra intrecciato all’abilità d’intercettare la domanda dei ceti produttivi, e quindi in massima parte della borghesia settentrionale [sulla limitatezza e ottusità di tale analisi, prerogativa della pseudodestra economicistica, che considera la “domanda etica” irrilevante ai fini politico-elettorali si veda quanto abbiamo detto sopra N.d.R]. Infine il cdx al Nord può contare su individui come Roberto Formigoni e Roberto Maroni che hanno dimostrato fiuto politico e coraggio. Ma alla fine quel che conta è altro: si dice che per completare una rivoluzione ci vogliono le condizioni, le idee [sopratutto….Nd.R.] e la leadership. Sulle prime non c’è dubbio [i dubbi sulle idee così come si evince anche da questo articolo ce ne sono e molti e pure gravi…Le idee, soprattutto se laiciste, saranno la vera spina nel fianco del futuro cdx, altro che leadership!!!! N.d.R.]: è lecito invece nutrire qualche perplessità sulla capacità del cdx di coagularsi attorno a un leader, che peraltro come tale deve ancora emergere, che sappia sedurre il Nord [No!!!!!!!!!!!!!!!!! Che lanci un “Progetto Italia” comprendente anche le istanze del Nord, si fondi su base federale e rivitalizzi le energie umane e culturali del Sud che il centralismo giacobino-bonapartista della gauche imbavaglia e impedisce di svilupparsi N.d.R.] con un visine aperta, ottimista, spregiudicata.



    http://vandeano2005.splinder.com/

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  2. #2
    piemonteis downunder
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    Predefinito

    Ottimo e condivisibile articolo, peccato che risulti difficile leggerlo per via di tutte le cazzate di commenti che gli hai inserito in mezzo. Amen.

  3. #3
    email non funzionante
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    Predefinito ve ne posto io uno migliore

    Intervento di Marco Bassani al convegno di Monza il 27/02/2005.

    Io non ho mai fatto autentica attività politica, di mestiere studio, ricerco, insegno. Però se uno accetta di andare a parlare di politica, cortesia vuole che si parli di politica. E senza autocensure o infingimenti, quindi è proprio esattamente quello che farò.
    Sono portato a valutare in senso storico, almeno in parte perché insegno “storia del pensiero politico federalista” (credo sia l’unico corso di questo genere in Italia) come si è arrivati a questo punto a questo pastrocchio sulla devolution. Sono tutte cose che molti di voi ricordano perfettamente, ma forse messe i rapidissima successione ci spiegheranno meglio di cosa è figlio questo ginepraio. Infatti questo testo di riforma costituzionale è il risultato di ormai quasi vent’anni di battaglie, talvolta generose, assai più spesso pasticciate, di un unico movimento politico. La devolution, quella che oggi si chiama così e prima era il “federalismo”, per un certo periodo è stata anche “l’indipendenza del Nord”. Ma pur cambiando i nomi, la sostanza è sempre quella : non interessava né interessa a nessun altro movimento politico che non sia la Lega Nord. Quindi in questo mio intervento sono costretto a parlare molto sommessamente del movimento politico che ha reso possibile che si arrivasse ad un voto in aula su questa materia.
    L’idea di una riforma costituzionale in Italia prende piede tra gli intellettuali alla fine degli anni Settanta, diciamo per dare un’immagine un po’ forte, davanti al cadavere di Aldo Moro. Lì c’è veramente, in un certo senso, l’dea che la repubblica dei partiti, - nella quale le segreterie di Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista facevano tutto ciò che volevano al di sopra e al di fuori della Costituzione – in realtà stava facendo acqua da tutte le parti. Questa cosa l’aveva già detta proprio il professor Miglio nel 1964 fra lo stupore di molti, ma 14 anni dopo incominciarono ad accorgersene tanti studiosi politici, costituzionalisti e talvolta anche la gente comune. Un gruppo di studiosi al principio degli anni Ottanta incominciò a riunirsi a Milano per riflettere sul da farsi e cercare di dare una spinta al mutamento costituzionale. ( Si trattava di Gianfranco Miglio e altri costituzionalisti). Il professore (che a quell’epoca io non conoscevo ancora e del quale mi onoro di essere stato uno dei pochi collaboratori insieme ad Alessandro Vitale nell’ultimo periodo creativo della sua luminosa esistenza) mi disse di aver accennato in quel contesto dei primi anni Ottanta al problema di una scelta di un’opzione federale per la riforma costituzionale. Ebbe quattro no immediati dagli altri cinque componenti il gruppo e si proseguì per una diversa strada escludendo a priori l’idea di una riforma federale.
    Poco tempo dopo si insediò in Parlamento la commissione Buozzi che propose invero modifiche assai lievi alla Costituzione, ma si rivelò un buco nell’acqua.
    Però improvvisamente verso la fine degli anni Ottanta venne fuori un movimento che cominciò a raccogliere consensi intorno a un termine, quello del federalismo, e che faceva della battaglia per un nuovo assetto costituzionale il punto qualificante di tutta la sua politica. L’idea di riforma diventò talmente popolare tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, che molti credettero, giacché si stava anche assistendo al crollo dei consensi nei confronti dei partiti tradizionali, di essere all’inizio di una stagione costituente. Pensate che i veri contraenti del patto sul quale si fonda la Costituzione del ’48, ossia il vecchio Partito Comunista e la Democrazia Cristiana, obbiettivamente erano scomparsi. I loro eredi raccoglievano alcuni punti percentuali ma erano talmente mutati dal 1948 ai primi anni Novanta da far dubitare che si potesse parlare di una vera continuità storica.
    Insomma, se chi aveva siglato il patto del 1948 non c’era più, si poteva ragionevolmente supporre che speditamente si sarebbe dato il via alle riforme. Nulla di più sbagliato : questa Costituzione trovava i difensori più accaniti tra gli esperti di Diritto Pubblico, i politici e naturalmente il sottobosco che vive di paghe pubbliche. Iniziarono a circolare tesi surreali, solo abbozzate nei decenni precedenti, quali quella dell’assoluta immutabilità di questo ordinamento costituzionale, almeno nella sua parte essenziale. Ma i politici incominciarono a gettare fumo negli occhi ai cittadini che chiedevano comunque una qualche modifica per sancire la rottura con il passato.
    Come sapete in Parlamento abbiamo assistito al costituirsi di una commissione dietro l’altra che ha portato al fallimento di una a quello dell’altra. Ne 1997 si sparse addirittura la voce che si potesse mutare il sistema senza toccare la Costituzione e si lanciò l’idea di un federalismo a costituzione invariata. Rob de matt.
    La Lega non era in realtà un’accolita di scaltriti costituzionalisti, era nata per mutare il volto dello Stato Italiano, per segnalare che il vero conflitto non era quello tra destra e sinistra, ma era quello tra Nord e Sud. Questa sembrava a tutti la ragione sociale della Lega : costituirsi come gruppo forte rappresentativo degli interessi del Nord in un sistema fortemente polarizzato dal punto di vista territoriale. In sostanza si trattava di ridurre enormemente il peso dello Stato nella vita dei cittadini. Soprattutto quello che la Lega voleva segnalare, anche se in modo molto vago e confuso all’inizio, era che questo Stato si fondava su un patto tra il grande capitale parassitario del Nord e la classe politica meridionale con le sue clientele di cacciatori di paghe pubbliche. Certo, ci sarebbe voluta ben altra lucidità di analisi per far percepire la novità e la sostanziale correttezza di un’impostazione di questo genere, ma all’epoca solo Gianfranco Miglio riusciva a chiarire bene queste cose. Insomma i semplici cittadini del Nord, quelli che non hanno mai avuto alcun rapporto con il potere politico e neanche con le grandi realtà industriali assistite, si sentivano (per carità potevano forse sbagliarsi) come le vittime sacrificali del sistema, destinati ad essere gli schiavi fiscali si uno Stato in cui la classe politica li disprezzava e accusava di essere rozzi, ignoranti e razzisti. Poveretti, diceva Miglio riferendosi ai cittadini del Nord, sono tarantolati dal lavoro e continuano a produrre per gli altri. In ogni caso attraverso la Lega avevano cominciato a farsi sentire, per la prima volta in questo paese che sempre pronto a inseguire e spesso a inventare rivolte delle plebi meridionali o del proletariato urbano, si trovava ora con una pacificissima valanga di schede elettorali che rappresentava una sorta di insurrezione di coloro che maggiormente faticano. Ecco era questo tipo di Lega il vettore delle forze produttive del Nord che aveva proposto il termine federalismo nella sua battaglia politica, quella che tanto piaceva al professor Miglio e, non posso negarlo, anche a me. Cioè di fronte a un mondo intero che crollava, la Lega con le parole d’ordine del federalismo cercava, se vogliamo con grande rozzezza propositiva e incoscienza dei complessi meccanismi della politica ma con generosità, di organizzare la rivolta dei produttori e delle brave persone lontane dal potere. Non è vero, come si diceva allora e come dicono ancora oggi, che la gente non avesse capito cosa voleva dire federalismo, forse lo aveva semplificato, ridotto all’osso, ma aveva capito una cosa fondamentale : federalismo voleva dire meno soldi al Sud, allo Stato, agli apparati burocratici. Dietro lo slogan cattaneaneo “padroni a casa propria”, si celava il desiderio di controllare le risorse prodotte, di ribadire che la ricchezza in questo come in ogni altro paese, non sorge dal nulla, ma dalle fatiche di generazioni di individui che posseggono le proprie facoltà e devono essere considerati i legittimi proprietari dei frutti del proprio lavoro. Ecco per un lungo periodo la Lega ha rappresentato la voce politica di un’idea molto semplice, ma che si faceva strada per la prima volta in Italia un fermo no alla pretesa dei governanti di disporre liberamente e senza freni dei soldi dei loro governati.
    Questo era quello che capivano allora le persone e che per loro in qualche modo voleva anche dire una cosa molto chiara : la fine della loro condizione di sfruttati e di schiavi fiscali delle due componenti forti del sistema, vale a dire il capitalismo parassitario del Nord e la classe politica meridionale, si potrebbe aggiungere anche, naturalmente, con un retroterra enorme di genti del Sud assistite. Ecco quando la Lega è riuscita a rimanere ancorata a questa precisa visione produttivistica del mondo, ad una sorta di rivolta della ragione contro i privilegi, questo movimento è riuscito a cogliere un successo elettorale dietro l’altro fino ad arrivare ne ’96 al 35% nel lombardo-veneto, che francamente non è poco. Il punto è importantissimo, perché un grosso progetto, quale quello di guidare la rivolta dei produttori per rovesciare dalle fondamenta un patto statale che li vedeva soccombere, richiede veramente il massimo consenso possibile. Quando ci si mette in quest’ottica a volte il 50% non basta e quindi bisogna andare avanti per la propria strada puntando magari non a questa generazione, ma alla prossima. Invece è stato proprio a quel punto, dopo le elezioni del ’96, che la Lega ha dimostrato di essere la figlia del CAF, di essere, tutto sommato, la vera erede di Bettino Craxi. E’ venuta fuori la cosiddetta “strategia dell’ago della bilancia” che non ha nulla a che vedere con la ricerca del consenso, anzi ne rappresenta l’opposto : si tratta di un accordo di palazzo che fa sì che per quanto piccolo sia il consenso di un movimento lo si possa utilizzare a livello “governamentale” romano. Quindi il sogno non era più, SE MAI LO E’ STATO PER QALCUNO, l’idea di avere il consenso del Nord per poi negoziare un diverso patto, evidentemente federale o paraindipendentista. Ma il sogno (e il progetto politico) diventò immediatamente quello di diventare l’ago della bilancia e di poter schierare tutta la propria forza dal punto di vista della indispensabilità politica nei confronti di uno schieramento di governo.
    E’ questo è esattamente quello che è accaduto, anche se il dimagrimento della Lega è stato il prezzo da pagare per ottenere le briciole del potere romano. Siamo arrivati a questa situazione perché qualcuno ha perseguito in tutta coerenza questa strategia : il 35% nel lombardo-veneto era un consenso congelato e inutile, (non andava bene soprattutto perché ottenuto con un programma di tipo indipendentista o comunque di federalismo autentico) bisogna scendere di molto nei consensi per poterli far valere al tavolo delle trattative.
    L’attuale riforma costituzionale è allora il classico topolino partorito da una montagna di vent’anni di lotte : è anche il frutto dell’abbandono della via della ricerca del consenso per raggiungere invece quella che è la strategia dell’ago della bilancia. Cioè oggi la Lega incassa esattamente quello che vale, avendo perso circa i due terzi dei voti che aveva meno di dieci anni fa, incassa esattamente ciò che vale perché questa è un’illusione politica, un voto conta per un voto, cioè si conta esattamente per ciò che si rappresenta nel paese reale e non all’interno di una coalizione. Insomma il gioco al ribasso su quella che era la ragione sociale della Lega l’ha vista passare dal federalismo-indipendenza del Nord alla devoluzione.
    I temi specifici della riforma saranno sicuramente affrontati da altri, io li conosco benissimo, ma non me la sento di prendere sul serio questa legge costituzionale che andrà definitivamente in porto tra un lustro se tutto va bene. Intendevo solo dire qualche parola sul partito che si è fatto promotore e che oggi agita questa riforma come una vittoria : la devolution di oggi è figlia della strategia dell’ago della bilancia di ieri, è il frutto della perdita di consensi che questa ha comportato. Naturalmente il Ministro delle riforme costituzionali sicuramente ci dirà che era il massimo che si poteva ottenere, e ha perfettamente ragione. Era il massimo che si potesse sperare quando si passa da quattro milioni di voti a un milione e mezzo. Forse bisognerebbe chiedersi come è accaduto tutto ciò. Il Ministro Calderoni affermerà che, date le premesse, era il massimo che si poteva ottenere.
    Però vi è un punto che vorrei mettere in risalto, e con questo concludo. La strategia “ago della bilancia” è stata immaginata dal leader maximo durante una fase molto particolare, non appena egli ha capito che l’Italia sarebbe entrata nella moneta unica. Tutti i calcoli di una certa fase politica precedente, nella quale erano state lanciate le parole d’ordine indipendentiste, erano fondati sulla “granitica certezza” nel mancato ingresso dell’Italia nella monete unica. Dal momento che i conti non erano in ordine, si credeva, l’Italia non potrà entrare nell’euro e a quel punto tutto sarebbe stato possibile. Che illusione, come se la decisione sulla moneta unica non fosse politica, tutta politica, ma realmente tecnica. Entrati a far parte dell’area euro, i leader del partito ne hanno concluso che ogni ipotesi indipendentista o di federalismo autentico sarebbe stato impossibile e quindi, con un opportunismo che ha rari precedenti nella storia politica anche in questo paese, ha cambiato totalmente impostazione, ha abbandonato l’idea della libertà di mercato per scagliarsi contro i produttori di altri paesi che invaderebbero i nostri mercati, ha mutato definitivamente quella che era la linea politica liberista _ che voleva liberare i cittadini del Nord dall’enorme peso dello Stato – per aggricciare slogan obsoleti e consumati e chiedere dazi e barriere invece di libertà. L’ingresso dell’Italia nella moneta unica ha mutato la ragione sociale della Lega. Ecco questo, secondo me, è stato un errore clamoroso. In realtà la Lega dieci anni fa la Lega si batteva in Italia per cose che diventeranno in brevissimo tempo i cavalli di battaglia di centinaia di movimenti per tutta l’Europa.
    Cioè questa Europa unita non è altro che una grande Italia, piena di Padanie, ma soprattutto di Mezzogiorni. E in ogni caso tutta l’Europa e l’unione non è altro che il cartello dei governi europei che vogliono continuare a considerare i cittadini come i propri schiavi fiscali, e la battaglia contro il parassitismo, contro coloro che vogliono e riescono a vivere alle spalle degli altri è ormai su scala continentale. La Lega in questo senso dieci anni fa era all’avanguardia, poi ha rinunciato alla primogenitura dei movimenti dei produttori europei, e oggi è assolutamente in retroguardia a blaterare contro i lavoratori cinesi, proprio come i contadini francesi e tutte le categorie improduttive d’Europa. In Italia la battaglia contro il parassitismo è stata totalmente abbandonata : il federalismo veniva considerato una chiave di volta per scardinare il sistema del parassitismo italiano, il passaggio che vi ho sommessamente ricordato è stato lungo e complesso dal punto di vista politico, ma può essere sintetizzato nell’abbandono da parte della Lega della battaglia contro il parassitismo. Una riforma federale autentica, perseguita con coerenza, sarebbe servita a mostrare a tutti chi paga e chi spende, chi riceve e chi contribuisce. E siccome, come diceva un grande economista dell’Ottocento, Bastiat, “ lo Stato è quella grande finzione secondo la quale tutti credono di poter vivere alle spalle degli altri”, una riforma capace di mettere a nudo tale finzione (e di mostrare che qualcuno paga e altri non solo non pagano, ma vivono dei soldi che vengono procacciati da altri) avrebbe avuto il salutare effetto di mettere il Re nudo alla finestra del palazzo.
    Questa piccolissima riforma che abbiamo sotto gli occhi non ha nulla a che vedere con una battaglia capace la nostra forma specifica di parassitismo. Anzi sancisce che in Italia la battaglia contro il parassitismo è finita, mentre in Europa questa sarà la prossima battaglia politica.

  4. #4
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    Bellissimo articolo. Non fatevi scoraggiare dalla sua lunghezza. Cari amici, stampatelo e leggetevelo con calma.
    Semplicemente eccezionale

  5. #5
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    bellissimi articoli ed interessanti, bravo anche chi li ha inseriti.
    per te Furlan: mandi furlan!! e grazie per la sollecitudine di ieri l'altro.
    come notizia operativa ti dico che staiamo inserendo le pagine, ma il sito è già attivo così: www.unionecisalpina.com
    difficoltà ce nesono molte perchè alla frurlana "fassin de bessoi"
    e per la cita patria piemonteisa, "prima travajuma, poi parluma"
    ciao a tutti e grazie
    valter

  6. #6
    giovanni.fgf
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    diffido sempre da chi mi dice " prima lavoriamo e poi ...mettiamo...... ci chiarifichiamo" , di solito ti ha gia preso le misure delle chiappe .

    io penso che per le piccole nazioni ( Valsesia in primis che nessuno tende a prendere in considerazione ) la cosa giusta sia "prima chiarifichiamo l'ideale , e poi , forse , incominciamo a lavorare , OGNUNO NEL SUO TERRITORIO CON LA PROPRIA SOVRANITA' , cosa che a leggere i suoi post su questa "unione cisalpina" ( che detto tra noi a tanto del itaglianord ) , non viene per nulla rispettata.

    con ossequi.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Furlan
    Bellissimo articolo. Non fatevi scoraggiare dalla sua lunghezza. Cari amici, stampatelo e leggetevelo con calma.
    Semplicemente eccezionale
    c'ero anch'io, è stato davvero un bell'intervento!

  8. #8
    giovanni.fgf
    Ospite

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    sinceramente , mi ricorda molto alcuni scrittori che con la buona intenzione di andare a fondo della "storia" finivano con l' annebbiare le "responsabilità" storiche degli "imputati".

    ma anche questa è sopratutto itaglia.

    con ossequi.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da giovanni.fgf
    diffido sempre da chi mi dice " prima lavoriamo e poi ...mettiamo...... ci chiarifichiamo" , di solito ti ha gia preso le misure delle chiappe.
    Concordo.
    Infatti i padani(oti), piemontesi in testa, pensano SOLO a lavorare. Anzi, lavorano solo, senza pensare.
    E hanno ciò che meritano: la schiavitù.

 

 

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