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    SENATORE di POL
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    Predefinito Il peggiore crimine dei terroristi nazi-islamisti di Hezbollah

    dal quotidiano torinese LA STAMPA di oggi........

    "Colpa di Hezbhollah, usa i civili come scudi umani


    di Alan M. Dershowitz


    La tattica impiegata finora dagli Hezbollah contro Israele - con qualche successo, bisogna riconoscerlo - è l’assaggio del futuro per armate terroristiche ben equipaggiate, specialmente quelle che agiscono come surrogati di eserciti nazionali, come appunto gli Hezbollah operano a nome dell’Iran e della Siria. Questi terroristi vinvono in mezzo ai civili, nascondono i loro missili nelle case dei civili, li sparano a bersagli civili da aree densamente popolate e usano i civili come scudi umani dai contrattacchi di coloro a cui hanno sparato. Una democrazia che si trovi vittima di attacchi del genere non ha che due opzioni: può non intraprendere nulla, permettendo ai terroristi di incrementare gli attacchi sulle proprie città; oppure può cercare di distruggere i lanciatori di missili, con l’inevitabile peso delle vittime civili che un contrattacco del genere produce. Entrambe le opzioni portano la vittoria ai terroristi e la sconfitta alla democrazia. Se la democrazia non fa nulla, i terroristi continuano a sparare impuniti. Se la democrazia reagisce e produce vittime civili, i terroristi ottengono una vittoria propagandistica concentrando l’attenzione del mondo su questi morti uccisi dal loro nemico. Ecco perché queste tattiche persisteranno e anzi si diffonderanno. Gli attacchi missilistici degli Hezbollah contro Israele sono la prima battaglia di quella che probabilmente diventerà la guerra mondiale dei terroristi contro le democrazie.
    Oggi, il diritto internazionale sembra aiutare i terroristi. Ascoltate Louise Arbour, l’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu, quando dice che «il bombardamento di siti di presunta importanza militare che risultano invariabilmente nell’uccisione di civili innocenti» è una violazione del diritto internazionale. Questo significa che ogni democrazia che contrattacca i terroristi che sparano razzi da centri abitati da civili, si macchia di un crimine di guerra. Questo deve cambiare. Deve diventare un crimine di guerra proprio l’atto di tirare razzi da centri abitati e nascondersi in mezzo ai civili. Sono i terroristi, e non le loro vittime, a dover venire dichiarati criminali di guerra. Ovviamente, è già considerato un crimine di guerra per i terroristi scegliere i civili come bersaglio, ma non verreste mai a saperlo ascoltando alcuni dirigenti dell’Onu e di certi gruppi dei «diritti umani». E questo crimine viene aggravato quando si tirano i razzi da centri abitati, garantendo così vittime civili anche tra i propri concittadini.
    Né sarebbe facile denunciare come crimine di guerra l’uso cinico dei civili come scudi umani. La comunità internazionale deve fare qualcosa per impedire i crimini di guerra che si consumano oggi. Una forza multinazionale deve avere il diritto di entrare nei centri abitati dai quali sono stati, vengono o verranno sparati i razzi, ed eliminarli. Non sarà facile, ma cambierebbe la natura del conflitto, che non sarebbe più tra gli Hezbollah e Israele, ma tra gli Hezbollah e la comunità internazionale. E se quest’ultima crede che Israele produce troppe vittime civili, lo aiuti a disarmare gli Hezbollah con minor numero di vittime e maggiore «proporzionalità».La legittimazione della deprecabile tattica degli Hezbollah - tattica che massimizza il numero delle morti di civili per entrambe le parti - va oltre la disputa arabo-israeliana. Essa segna l’inizio di un nuovo tipo di guerriglia, e combatterla deve diventare una priorità per la comunità internazionale, i gruppi dei diritti umani e i media. Per il momento, la maggior parte delle critiche sono state rivolte a Israele. Nel migliore dei casi, la risposta israeliana alle tattiche degli Hezbollah è stata vista come moralmente equivalente, nonostante sia evidente che Israele cerca di minimizzare le vittime civili, se non altro perché viene criticata per ogni morte. Gli Hezbollah invece cercano di incrementare al massimo il numero delle vittime civili. Israele usa l’intelligence e le bombe intelligenti nel tentativo, non sempre riuscito, di colpire i terroristi. Gli Hezbollah invece usano bombe che, facendo schizzare migliaia di palline di metallo, sono state fatte per colpire il maggior numero di civili possibile. Questa differenza nelle intenzioni non può essere posta sullo stesso piano morale o legale. Non sono equivalenti, ma lo sono invece le condanne rivolte da alcuni esponenti della comunità internazionale, delle organizzazioni per i diritti umani e dei media. E questo atteggiamento non fa che incoraggiare gli Hezbollah a proseguire con la loro tattica, producendo sempre più vittime da entrambi i lati. Gli Hezbollah hanno imparato a usare le vittime civili come scudo e spada contro le democrazie. Vincono ogni volta che uccidono un civile israeliano (anche se si tratta di un arabo d’Israele, per il quale piangeranno lacrime di coccodrillo e chiederanno scusa). E vincono ogni volta che spingono Israele a sparare uccidendo civili libanesi. Questa cinica manipolazione delle vittime viene accettata dai media e dalle organizzazioni internazionali, che continuano a condannare Israele per l’uccisione di libanesi piazzati intenzionalmente sulla linea del fuoco dagli Hezbollah.
    Usare gli scudi umani è considerato un crimine in tutte le nazioni civili, e dovrebbe diventare un crimine di guerra contemplato dal diritto internazionale. Insistere sulla proibizione del lancio dei missili da centri abitati potrebbe essere un passo per privare gli Hezbollag della loro tattica più efficace. "


    Shalom

    •   Alt 

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  2. #2
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    dal quotidiano LIBERO di oggi........

    "Crolli sospetti e strane foto: i misteri del massacro di Cana


    �?��?��?� Che cosa è veramente accaduto a Cana? A interrogarsi sulla strage di bambini sono il quotidiano conservatore tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung e la tv Usa NBC, soprattutto dopo che Human Rights Watch e l'ospedale di Tiro hanno ridimensionato il bilancio: non 57 vittime ma 28, di cui 16 minori. Sul quotidiano conservatore tedesco, Hans-Christian Rößler parte dall'osservazione che la strage è stata un gigantesco successo propagandistico per Hezbollah. Da qui il dubbio, che comincia a serpeggiare su Internet, che il "Partito di Dio" abbia messo lo zampino nella tragedia. Nessun dubbio - o quasi - sul fatto che a uccidere siano state le bombe con la stella di Davide. Olmert ha chiesto scusa per ciò che è accaduto e i vertici di Tsahal, le forze di difesa israeliane, hanno ordinato un'inchiesta dalla quale è emerso che l'aviazione militare non era a conoscenza della presenza di civili; il raid era stato ordinato per colpire «strutture sospette» nei villaggi alla cui popolazione era stato intimato in precedenza di andarsene (da Cana erano stati lanciati 150 missili sulla Galilea).

    DINAMICA DELLA STRAGE Perché però ci fossero ancora così tante persone nell'edificio è un mistero. Come poco chiara è ancora la dinamica della strage: le incursioni aeree israeliane sono avvenute in tre ondate, ma quella che ha colpito l'edificio in cui si trovavano le donne e i bambini è stata solo la prima, avvenuta tra mezzanotte e la una di domenica 30 luglio. La costruzione però è crollata solo alle 8 del mattino (alle 7.30 si è registrato l'ultimo attacco che ha colpito obiettivi distanti centinaia di metri). Resta da spiegare cosa è accaduto nella notte. Terzo mistero: le fotografie. Il blog "EU Referendum" fa notare la singolare presenza, in tutte le immagini scattate da fotografi di differenti agenzie nella cittadina libanese, di un uomo maturo, occhialuto con mimetica verde ed elmetto pure verde. È lui che mostra i corpi delle piccole vittime ai cronisti; ma la cosa più sorprendente è che anche nelle fotografie della precedente strage di Cana avvenuta nel 1996 a opera sempre degli aerei israeliani, un uomo in mimetica ed elmetto verde, più giovane ma somigliantissimo a quello di oggi, regge in braccio i cadaveri dei bimbi. Viene il dubbio si tratti di un esponente Hezbollah che operi come regista in queste occasioni molto utili alla propaganda. A questo proposito è interessante quanto scritto dal giornale libanese di lingua francese "Libanoscope" il quale citando fonti Hezbollah - scrive che i terroristi «allarmati dal piano di pace proposto dal premier Siniora, hanno orchestrato un incidente in grado di interrompere i negoziati (...) Hezbollah ha piazzato un lanciarazzi su un tetto di un palazzo di Cana e trasportato decine di bambini disabili nell'edificio, nella speranza di provocare la reazione israeliana». E Tsahal continua a denunciare l'uso terrorista di scudi umani. Ultimo enigma: che fine hanno fatto gli uomini di Cana? A cercare di rispondere è stato Richard Engel, inviato NBC in Libano, il quale è andato casa per casa nella città della strage. Nessuno ha voluto farsi intervistare, ma gli è stato raccontato che gli uomini sono tutti combattenti con Hezbollah. E vicino al luogo della strage ha trovato un appartamento dove alloggiavano dei giovani; forse uno dei veri obiettivi del raid
    . GIOVANNI LONGONI
    "

    Shalom

  3. #3
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    Dal quotidiano IL FOGLIO di ieri


    " «Ci sono indizi di una tragica messa in scena di Hezbollah»


    di Toni Capuozzo
    

    Non so perché, ma dubito ci sarà mai una controinchiesta sulla strage di Cana. Temo che non diventerà argomento di dibattito invece che bandiera insanguinata da sventolare nei blog. Sospetto che Rainews 24 non acquisirà testimonianze e documenti cruciali. Non diventerà, quel modesto paese di collina, un luogo obbligatorio come Fallujah o l’11 settembre. Piuttosto, le toccherà la sorte di Jenin, fermatasi, nella memoria collettiva, ai titoli del primo giorno: strage. O della Chiesa della Natività, archiviata alla voce “assedio alla Basilica”. Naturalmente potremmo anche fermarci qui, alle generiche considerazioni che la migliore delle guerre non è esente da orrori, che gli Hezbollah si fanno scudo dei civili, che gli israeliani non vanno per il sottile. Accettare le giustificazioni di Olmert: “Non volevamo colpire loro, non cercavamo la loro morte, non sono loro i nostri nemici, non erano loro l’obiettivo della nostra incursione”. Attendere i risultati della commissione d’inchiesta israeliana – una falla nell’intelligence spiega il tragico errore – e quelli della commissioni d’inchiesta internazionale. Ma i fatti sono i fatti. A cominciare dal fatto che sia il ministero della Sanità libanese sia Human Right Watch hanno confermato la conta – macabra, anche un solo corpo sarebbe stato di troppo – di 28 corpi – di cui 16 bambini – invece dei 57 delle notizie della prima ora. Due missili, uno solo dei quali è esploso, hanno colpito l’edificio il 30 luglio. L’esercito israeliano comunica: “Secondo le informazioni in nostro possesso l’edificio non era abitato da civili ed era usato come nascondiglio dai terroristi”, ricorda che il bombardamento è avvenuto solo dopo che la popolazione civile era stata invitata ad abbandonare l’area, e che da un’area adiacente all’edificio erano stati lanciati numerosi razzi – 150, nei venti giorni precedenti – contro il nord d’Israele. Potremmo fermarci qui, e stare all’efficace dichiarazione di Dan Halutz, il capo di stato maggiore israeliano: “Il nostro esercito si frappone come uno scudo a difendere i civili israeliani, Hezbollah piazza i civili libanesi come uno scudo tra loro e l’esercito israeliano”. quali è esploso, hanno colpito l’edificio il 30 luglio Ma ci sono altri dubbi, e altri dettagli che meritano di essere valutati. Un sito web libanese, antisiriano, ipotizza qualcosa di peggio: che Hezbollah abbia costruito una tragica messa in scena, portando sul posto corpi già morti (il che non cambierebbe lo sdegno, se erano civili uccisi in altri luoghi, in raid sparsi, ma cambia radicalmente l’impatto mediatico) e radunando nell’edificio un gruppo di bambini handicappati, vivi. Manca, al momento, un rapporto della Croce ros- sa libanese, così come dei rappresentanti della Croce rossa internazionale in Libano, sul numero dei morti, sull’ora presunta della loro morte, sullo stato dei corpi, su eventuali autopsie. Come si sa, uno degli elementi poco chiari della tragedia di Cana è il fatto che il palazzo fu colpito poco dopo la mez- zanotte, ma il crollo della struttura si verificò molte ore dopo, alle sette del mattino, quando era ormai giorno. E questo apre il campo alle ipotesi più diverse: lento cedimento strutturale, crollo determinato da violenti spostamenti d’aria di altre esplosioni ravvicinate, esplosione procurata da terra, a bella posta? Altri elementi di sospetto vengono dalle immagini che hanno fatto il giro del mondo: i corpi dei bambini non presentano macchie di sangue e, tranne in un caso, non sono coperti di polvere, come se non fossero stati uccisi da schegge o soffocati dal crollo del palazzo. Gli stessi soccorritori sono stranamente puliti, come se non avessero scavato tra le macerie. Alcuni volti avevano l’aspetto di persone morte da qualche giorno, e qualche esperto ha notato che la rigidità dei cadaveri che si desume da qualche fotografia fa la sua comparsa solo dopo un lasso di tempo più lungo di quello passato tra il bombardamento e l’arrivo dei giornalisti e dei fotografi. Davanti ai quali avviene – certo, questo fa parte del gioco tragico della guerra, e non dimostra nulla – una parata del dolore. Un sito inglese ha titolato “Chi è quest’uomo?” la fotografia di un soccorritore pubblicata sulle prime pagine di molti giornali britannici. Perché quell’uomo appare in un’altra fotografia scattata dopo il bombardamento del 1996, quando più di cento persone trovarono la morte in un presidio dell’Onu, facendo di Cana un simbolo. Certo, potrebbe essere un soccorritore professionale, o sem- plicemente un abitante attivo e solidale… come può apparire un classico delle tragedie il fatto che una sequenza di foto d’agenzia suggerisca una posa. Otto fotografie mostrano uno stesso soccorritore che solleva in alto, sopra di sé, come a esporre al mondo, una piccola vittima. La sequenza è innaturale, come se l’uomo deponesse il corpicino, e poi tornasse a sollevarlo più volte. E il guaio è che questa stessa vittima era stata fotografata tre ore prima, mentre giaceva in un’ambulanza. Reuters ha smentito che le foto fossero in posa, e riguardo all’inspiegabile sequenza temporale ha addotto problemi tec- nici e flusso di immagini come giustificazione. Basta tutto questo a dirci qualcosa di più, a spingerci oltre il tragico errore, o il giudizio politico sull’intera vicenda? A qualcuno, come avviene per l’11 settembre, come av- viene per Fallujah, è bastato. Dunque: Hez- bollah impedisce ai civili di allontanarsi, e spara dei missili. Raduna dei piccoli handicappati. Israele bombarda. Nel tempo che passa tra il bombardamento e il crollo, controllato e provocato, della palazzina, vengono racimolati tutti i morti della zona. Arriva il circo dei media e inizia l’esibizione, il cessate il fuoco è a portata di mano, esattamente come nel 1996, Cana torna a essere un ultimo atto, un simbolo definitivo. Non so, ma è come un destino. Non si sa neppure se il luogo dell’acqua diventata vino al pranzo di nozze sia qui, a Kfar Qana, o a Kefr Kenna, vicino Nazareth, o più a nord ad ‘Ain Kana. E non si sa neppure, in definitiva, se il villaggio dell’affresco di Giotto a Padova sia davvero esistito, o se sia stato solo un nome con una funzione teologica e simbolica, più che storica e geografica. "


    Shalom

  4. #4
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    da www.ragionepolitica.it

    "Manifesto di partitodi Alexandra Javarone -

    8 agosto 2006

    Hezbollah è un partito legittimato da Allah, ispirato alla rivoluzione khomeinista, creato con lo scopo di trasformare lo Stato multiconfessionale libanese in un Paese islamico, che possa « giocare un ruolo di primaria importanza nel mondo». Nato nel 1982 per contrastare l'invasione israeliana del Libano, interpreta oggi, in Medioriente, il fondamentale ruolo di guida del movimento islamico radicale. Il Libano si mostrava, nel 82, come terreno fertile ove esportare ed instaurare, fino ai vertici del governo, il fondamentalismo iraniano.

    Hezbollah è considerato, dalla comunità internazionale, alla stregua di un gruppo terroristico, mentre in Libano ha saputo scalare le vette del potere, conquistando, la prima volta nel 1992, otto seggi in parlamento. Nel 2005, durante le ultime elezioni amministrative, dopo una vittoriosa campagna elettorale, il «partito degli oppressi» è divenuto la seconda forza politica del parlamento, attribuendosi ben trentacinque seggi. Il Partito di Allah controlla oggi più del trentacinque per cento del Paese. Si tratta di un movimento cui il popolo del Libano ha conferito piena legittimità, contravvenedo alle specifiche imposizioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (risoluzione 1559).

    L'indice di gradimento del partito è sorprendentemente alto e la cosa non stupisce di certo se si considera l'immenso lavoro propagandistico portato avanti da Hezbollah negli ultimi anni. Da una parte, Hezbollah gestisce, investendo fondi negli innumerevoli campi d'addestramento per terroristi, una vera e propria «fabbrica di morte», dall'altra incanta il Libano con le sue generose politiche sociali, volte ad offrire assistenza sanitaria ed economica alle famiglie dei meno abbienti, legando il proprio nome ad ospedali, centri d'assistenza e scuole. Compra dunque il supporto del Libano al buon prezzo di libri scolastici e medicinali per i diseredati ed allo stesso tempo regala morte agli infedeli.
    Non pare allora strano che, a sei anni dall'abbandono degli israeliani dal confine del Libano, il braccio armato del «partito di Dio» non sia stato disarmato e conti invece oltre tremila uomini. Il nome di Hezbollah evoca la disciplina e la professionalità di una struttura militare ben organizzata. L'apparato conta un doppio vertice: formalmente alla testa del partito siede Sayyed Hassan Nasrallah, il cui odio e risentimento nei confronti di Israele si è oltremodo acuito dopo la morte del figlio Hadi, caduto, per loro stessa mano, martire al fronte (e dunque «in gloria»). Invero però Hezbollah pare essere manovrato da un sotterraneo progetto dell'Iran e della Siria, i principali finanziatori del movimento.

    Dietro Hezbollah si nasconde probabilmente anche Imad Mughniyen, un uomo sulla cui testa è stata posta una taglia di oltre venti milioni di dollari. Si tratta della mente occulta del Partito, colpevole, con ogni probabilità, di diversi attacchi terroristici tra cui possono essere annoverati: l'attentato contro l'Emiro del Kuwait del 1985, il dirottamento dell'aereo TWA 847 (del giugno '85), il rapimento dei tre soldati israeliani nel 2000 e, non in ultimo, dell'attentato alle Torri Gemelle. Mughniyen è infatti sospettato di essere la mente diabolica dell'attentato del undici settembre 2001. Il collegamento con Al-qaeda potrebbe sembrare azzardato, considerando l'atavica disputa tra sciiti e sunniti (gli sciiti rifiutano infatti ben sei dei volumi canonici dei sunniti), ma la perplessità si dissolve se osserviamo attentamente l'attuale conflitto che somiglia sempre più ad «una rete di contropotere globalizzato che coniuga il fanatismo religioso islamico con l'odio ideologico comunista contro l'America ed Israele» (Magdi Allam).

    La retorica politica di Hezbollah si centra sulla distruzione di Israele e su tutte quelle implicazioni religiose che fanno capo ad ogni buon fondamentalista: il loro modus operandi è stato sempre lo stesso: attacchi suicidi, dirottamenti aerei e rapimenti di occidentali. Oggi, a differenza di quanto fatto negli ultimi anni, il Partito conduce la propria battaglia di morte e terrorismo affiancandola ad una mirata e sordida campagna mediatica. Gli Hezbollah nascondono, infatti, gli arsenali al fianco degli stessi civili con l'unico scopo di poter poi far inquadrare agli obiettivi delle loro telecamere la «sproporzionata reazione» d'Israele ai loro attacchi. «Difendere e restaurare la verità della rivoluzione di Komeini significa, per il Partito proiraniano, non piegarsi di fronte ai tiranni ed agli oppressori, al costo di sacrificare la stessa vita per la giusta causa». Il martirio è dunque uno dei principi portanti del movimento. In verità il suicidio non è affatto ammesso dalla religione mussulmana, o quantomeno, non lo è stato fino alla battaglia di Karbala. Il Corano non parla di Shaheed (martirio) che Hezbollah, al contrario, venera e considera atto di fede estrema, insomma, la giusta via per insorgere: «Allah concede al martire la possibilità di intercedere, il Giorno del Giudizio, per settanta membri della sua famiglia ».

    E mentre Israele piange i propri morti, Hezbollah si rallegra per ogni singola vittima civile: la morte di un ebreo significa gioia, quella di un adepto del Partito una gloria e la morte di un civile del Libano rappresenta invece una vittoria, una vittoria nel conflitto mediatico. Ottenere il consenso dell'opinione internazionale sarà, per il Movimento di Allah, il primo ed il più significante successo. Tuonano, nelle emittenti del mondo intero le parole di Nasrallah «Israele non ha potuto realizzare alcun obiettivo militare, ha solo ucciso dei civili». Lacerano le immagini della strage dei bambini di Cana ma fa ancor più male pensare che si strumentalizzi il loro massacro. Il Partito di Dio si fa scudo della vita di esseri umani e poi ne usa la morte per pubblicizzare la sua campagna. Questo non è forse un crimine di guerra? Come in ogni guerra sono gli innocenti ed i civili a pagare il difficile prezzo del conflitto. Si tratta di vite innocenti, israeliane e libanesi, verso le quali non dovrebbe essere fatta alcuna distinzione di razza o di fede. Al contario, la campagna informativa ha operato un'irriverente ed ossessiva discriminazione, classificando e selezionando i caduti ed assegnando loro un valore direttamente proporzionale al credo religioso.

    Hezbollah ha dunque costruito la sua offensiva basandola su un'accurata strategia di subdole provocazioni, sfruttando, a proprio vantaggio, l'opinione pubblica la quale si mostra divorata dai sensi di colpa e dalla pietà per i morti che il partito di dio mostra alla tv, con il chiaro obiettivo di far condannare Israele alla gogna mediatica.
    Alexandra Javarone

    "

    Shalom

  5. #5
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    "Quello che nessuno scrive sui bravi Hezbollah

    di FRANCESCO RUGGERI


    BEIRUT L'uomo dal cappello giallo entra nel negozio del barbiere con passo sicuro. Malgrado nessuno lo conosca, si sente come fosse a casa sua. Subito accolto con una deferenza così ostentata da apparire sospetta. Mentre i gestori dell'esercizio fanno di tutto per evitare gaffes dalle conseguenze imponderabili. A dargli il diritto di spadroneggiare non è tanto il colore del suo copricapo, né la fermezza dell'approccio, bensì il minuscolo stemma impresso appena sotto la visiera. Si tratta del logo di Hezbollah, col mitra verde che sporge da un semovente stilizzato sovrastando il mondo. Il nostro uomo è venuto a chiedere il pizzo, 30.000 livres (15 euro), come accade quasi ogni giorno dell'anno per i commercianti dei quartieri controllati dal Partito di Dio. È il prezzo per la protezione (non richiesta) dalla minaccia sionista, che si traduce nel più classico voto di scambio. Ma in realtà stavolta l'esattore ce lo abbiamo mandato noi, convincendolo a recitare la parte di chi riscuote "spontanee" zakat o fitre (elemosine islamiche). Per dimostrare un'assunto piuttosto evidente. Ossia che gli Hezbollah sono anzitutto una mafia, analoga a quella siciliana, russa o cinese. Un'associazione criminale per cui religione e resistenza antisraeliana sono solo dei pretestuosi collanti, usati per tenere in ostaggio fra terrore e omertà un intero Paese che mal li sopporta, il Libano. Immaginate di trovarvi un giorno nella vostra città, quella in cui avete sempre vissuto, e di scoprire che per entrare in un certo quartiere dovete passare da un checkpoint. Un posto di blocco dove dei privati che non appartengono ad alcun corpo ufficiale ma sono armati fino ai denti, vi chiedono spiegazioni sul perché della vostra visita, riservandosi il privilegio di perquisirvi o di non farvi passare. È precisamente quanto capita agli abitanti di Beirut che intendano recarsi nei quartieri popolari di Dahi, Hart Hreik, Rueis, Ghoubairy. I quali ricadono sotto l'asfissiante controllo dei miliziani di Hassan Nasrallah. Preannunciato da enormi cartelloni autocelebrativi dell'arsenale dei "resistenti", accesi giorno e notte.

    LA PIOVRA In Libano l'espressione "controllo del territorio", ad opera dell'equivalente di una banda di gangster, è molto più che una categoria analitica. E dà la misura di come Hezbollah sia diventato una piovra che si insinua in ogni aspetto della vita quotidiana. Le similitudini con le nostre mafie italiane sono innegabili. A partire dalla giurisdizione esclusiva sulle periferie degradate. L'impatto coi palazzoni cadenti di Dahi assomiglia troppo a una cartolina dallo Zen o da Le vele. Anche qui, appena un estraneo vi mette piede, un efficientissimo passaparola diffonde la notizia ai quattro venti. È la comunità che protegge i suoi loschi affari. In Libano la chiamano ummah, ma almeno in questo caso non sarebbe sbagliato il sinonimo di "cosa nostra". Tra le viuzze lerce di rifiuti e una selva di ragazzini in tre sulle moto si estende il regno senza legge degli affiliati al Partito di Dio. Il cui nemico sembra essere il rinato Stato nazionale libanese più che Israele. Tutto qui funziona in proprio, a discrezione di una cupola di padrini che nessuno ha mai eletto, e che pure dettano le regole: ciò che è permesso (halal) e ciò che non lo è (haram). Senza fermarsi all'ambito religioso. Ad esempio è sconveniente non dare un'obolo richiesto dal personale con lo stemma giallo verde. COSA LORO Le occasioni sono infinite, come le festività islamiche o i mega raduni, più o meno informali, che danno la stura per l'eterna colletta. Definirla elemosina non sarebbe corretto, visto che rifiutarsi di corrisponderla può arrivare a comportare una serie di ritorsioni, dirette o indirette. Nel migliore dei casi si viene considerati dei cattivi musulmani, nel peggiore dei possibili traditori della causa antisionista. E senza il placet di boss e don locali, da queste parti non si trova lavoro, né una casa o una scuola per i figli. E dire che gli Hezbollah non avrebbero certo bisogno di altro danaro. Traffici illegali d'ogni genere, spesso dispiegati attraverso un dedalo di "tratturi" a dorso di mulo come nella Sicilia dell'800, riempiono la cassaforte dell'organizzazione. Armi, diamanti, droga, sigarette, documenti falsi, griffe contraffatte, cd pirata, farmaci taroccati, perfino il Viagra. E ancora il riciclaggio dei proventi di rapine estorsioni e sequestri, il lavoro sommerso, e più di tutto le percentuali (leggi tangenti) sugli appalti per le periodiche ricostruzioni di città e villaggi, dopo i bombardamenti innescati guarda caso dagli attacchi della medesima milizia di Allah. TRAFFICI ILLEGALI Il tutto condotto su scala internazionale, in joint venture con le altre mafie estere. Reclutare manovalanza nelle aree sottosviluppate del Libano o nei campi profughi palestinesi, dove lo Stato è una chimera, non è un problema. Tra i giovani disoccupati c'è la corsa a diventare shaheed (martiri) o mujahideen (combattenti), superando sanguinari riti d'affiliazione con capretti o missioni di prova. La diaria è allettante, e per le vedove dei caduti c'è la pensione a vita, più il culto pubblico degli eroici latitanti, tenuti nascosti sulla parola nel ventre della ummah col corrispettivo dei pizzini, pena le immancabili vendette trasversali contro i parenti del collaborazionista. E sempre che facciano parte del clan tribale vincente. Insomma più o meno quel che succede da noi con le famiglie dei picciotti o dei mammasantissima, quando non tradiscono la famiglia da "quacquaraquà". I mille rivoli dei vari racket servono agli Hezbollah, oltre che a oliare politici, colletti bianchi e papaveri dell'esercito dei cedri, a mantenere cellule in sonno e armi hi tech per perpetuare il conflitto anti israeliano, fonte del loro potere. E ovviamente ad eseguire periodici attentati ai danni di chiunque si opponga ad esso, da Hariri in giù, con autobombe modello Falcone e Borsellino. La società civile più moderna e dinamica da tempo li considera un cancro, ma ha ancora troppa paura per dirlo in pubblico. A Beirut come a Palermo, chi parla fa una brutta fine.
    www.laltrogiornale.com
    "

    Saluti liberali

 

 

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