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    Predefinito quel che è stato...è Stato. Sulla questione istituzionale di Saverio Craparo

    0. Premessa
    Uno dei punti fondanti dell’anarchismo storico è senza dubbio l’antistatalismo. Senza voler arrivare agli eccessi di quei nostri lontani (ma molto, ma molto lontani) cugini che odiano lo stato anche quando è il participio passato del verbo essere, al punto da negare anche lo stato sociale per la presenza di quella terribile parolina e cadere nelle braccia del più feroce liberismo, anche in noi troppo spesso la concezione della necessità di una società senza Stato porta a delle distorsioni, che traggono origine, a mio avviso, da una frettolosa assunzione del un bagaglio storico dell’anarchismo. Questo bagaglio necessita invece di una sua contestualizzazione e di un’analisi in profondità, nel momento in cui il capitalismo rampante propugna il dissolvimento dello Stato inteso come apparato burocratico amministrativo percettore di tributi ed erogatore di servizi.

    1. La nascita dello Stato e quello che la precedeva
    Un po’ di storia non fa mai male! Il moloch Stato nasce, nella sua configurazione moderna, oltre due secoli fa. Ciò in stretta coincidenza dell’emergere della classe borghese quale nuova classe dominante. Non è un caso che gran parte delle funzioni tipiche dello Stato moderno prendono forma nella Francia della rivoluzione del 1789. Ha senso chiedersi le ragioni profonde di questa trasformazione degli assetti di potere nella società, quali relazioni sociali cessavano di esistere per lasciare il posto ad altre, quali mutamenti tutto ciò comportasse nei rapporti di classe e, soprattutto, come si andava articolando il dominio della classe borghese emergente.
    1.1 I rapporti sociali nell’organizzazione feudale
    Quando gli anarchici denunciano, giustamente, i guasti che lo Stato come organizzazione borghese della società provoca tra le classi subordinate, astraggono con troppa superficialità dalla situazione che dette classi vivevano antecedentemente alla nascita della Stato liberale. L’assenza totale di regole permetteva ai detentori del potere qualsiasi arbitrio ai danni dei sottoposti: la lettura de I promessi sposi è, credo, esperienza comune a tutti. Ad una semplice riflessione appare evidente, in fin dei conti, che questa è poi l’essenza vera del potere assoluto.
    I paesi poveri non solo erano molto poveri (lo sono tuttora), ma fornivano manodopera sotto la forma estrema della schiavitù.
    Non esisteva neppure il concetto di diritto. Anticamente quest’ultimo riguardava solo i cittadini liberi della città-stato, ma nella degenerazione feudale si era ulteriormente ristretto ai soli appartenenti all’aristocrazia e all’alto clero. La grande maggioranza della popolazione viveva in una condizione di totale negazione della dignità umana.
    1.2 Lo Stato liberale e il diritto
    Liberté, fraternité, egalité, è il motto fondativo dello Stato liberale moderno. Inutile ripetersi, tra di noi, l’ipocrisia che esso nasconde. Quella che mi interessa è un’altra considerazione. Il passaggio da un’organizzazione sociale priva di regole (vigente solo quella del più forte) ad una che pretende di fondarsi su regole fondanti e al di sopra di qualsiasi individuo è tutt’altro che irrilevante. Il principio, se pure tendenzialmente sempre disatteso, c’è e sorte i suoi effetti, a dispetto dell’arroganza del potere.
    Per fare un esempio, l’organizzazione operaia sarebbe inconcepibile nella società feudale; si badi bene, l’organizzazione operaia e non la rivolta. In effetti, prima della rivoluzione borghese erano possibili anche rivoluzioni sanguinose (ed anche vincenti), ma non era invece possibile la conquista graduale di porzioni crescenti di benessere. È evidente che queste conquiste sono parziali, spesso temporanee perché (come stiamo per l’appunto assistendo oggidì) riassorbibili e che l’unico passaggio che conta e quello rivoluzionario. Ciò non toglie due cose: da un lato, come diceva Malatesta, che la ginnastica delle lotte è ginnastica per la rivoluzione, tanto più necessaria per chi, come noi, crede ad una rivoluzione cosciente e consapevole, non riassorbibile dalle pretese di una nuova classe dominante in virtù del proprio sapere. E dall’altro il fatto che tutto ciò che oggi migliora la vita di qualcuno non è disprezzabile solo perché non è di per sé il comunismo libertario.
    La società liberale nel coprirsi del velo del diritto, velo necessario alla propria lotta contro le vecchie classi dominanti, sancisce un principio che è progressivo, nei fatti e nei risultati, anche per le classi che restano subalterne.
    1.3 La partecipazione progressiva
    Il solidarismo kropotkiniano, sviluppatosi sul terreno naturalista ed etnografico, confuse l’armonia di necessità biologica delle api con quella discordia concors e quella concordia discors propria dell’aggregato sociale, ed ebbe troppe (sic!) presenti forme primitive di società-associazioni per capire l’ubi societas ibi jus insito alle forme politiche che non siano preistoriche.[1]
    Questo spunto ci fornisce due utili basi di riflessione. La prima è che non esiste società possibile in assenza di regole: si può discutere, e gli anarchici lo fanno, su come esse debbano essere formulate, su chi ricada la potestà di stabilirle, sulle modalità necessarie alla loro universale condivisione, etc. Ma in assenza di regole non c’è l’anarchia, ma la giungla, che sempre penalizza il più debole ed avvantaggia il più forte.
    La seconda è che, sempre e comunque, le regole hanno una doppia valenza: coercitiva e limitativa della libertà individuale da un lato, di garanzia e di tutela di tutti dall’altro. Ed è proprio questo secondo aspetto che ha trascinato, come un detrito indesiderato ma inevitabile, il sorgere dei diritti inalienabili del singolo come coscienza universale partecipativa all’interno dello schema, per altro tendenzialmente chiuso, della società borghese. Riesce difficile pensare che questo non sia stato un fattore di progresso di cui tutti oggi godiamo.

    2. Lo Stato ottocentesco e la nascita della teoria anarchica
    Punto di partenza della riflessione anarchica sul ruolo dello Stato prima durante e dopo la rivoluzione sociale è indubbiamente Bakunin [2]. Occorre dire subito che ai fini della comprensione del ruolo dello Stato moderno e delle modalità del suo superamento l’impostazione bakuninista è di scarso aiuto, perché troppo legata ai bisogni della sua lotta contingente. Purtroppo talune affermazioni apodittiche del nostro, fuori dal proprio contesto e senza alcuno sforzo interpretativo, sono state assunte a principi adamantini e immarcescibili dell’Anarchia. Per uscire da una superficiale assunzione di parole d’ordine che finiscono per distorcere qualsiasi intrapresa politica è necessario puntualizzare alcune cose.
    L’elaborazione di Bakunin si sviluppa nell’ultimo decennio della sua vita, nel bel mezzo del suo agire all’interno dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori e della polemica con la componente marxista; inoltre i riferimenti principali, legati strettamente allo sviluppo dell’azione rivoluzionaria del gruppo antiautoritario, sono l’Italia, la Spagna, la Russia e l’Austria, cui si deve aggiungere l’impero tedesco, sia per il suo ruolo nascente di prima potenza continentale europea, sia per il fatto che ivi stava il nucleo forte degli antagonisti socialdemocratici.
    In questo quadro le preoccupazioni immediate di Bakunin sono tre:
    • stabilire definitivamente che la conquista dello Stato (per via elettorale) o la sua trasformazione tramite le riforme, non sono vie percorribili per arrivare alla società egualitaria e solidale;
    • dimostrare che laddove esiste una forma di potere esiste sempre una forma di sfruttamento e che quindi non esiste un’organizzazione sociale migliore di un’altra, se si esclude la società senza proprietà, senza classi e senza gerarchia;
    • infine, come logica conseguenza, che l’organizzazione statale non può e non deve sopravvivere alla Rivoluzione Sociale.
    Questi punti restano incontestabilmente i tratti distintivi e fondanti di qualsiasi concezione anarchica.
    Nell’urgenza di fissare le suddette coordinate, Bakunin, convinto dell’imminenza del sollevamento rivoluzionario delle masse grazie allo sviluppo irresistibile dell’Internazionale, non trova il tempo o gli spazi di riflessione necessari per un’analisi approfondita del ruolo che lo Stato veniva assumendo già da tre quarti di secolo, con un processo lento, contraddittorio, spesso di difficile individuazione, ma sicuro e per certi versi irreversibile. Per lui lo Stato è essenzialmente quello tedesco oppure l’autocratico zarismo russo. Tanto è vero che non considera neppure un vero Stato quello inglese, in quanto non corrisponde ai criteri che egli crede distintivi dello Stato moderno, e cioè: centralizzazione militare, poliziesca e burocratica.[3] È evidente la distorsione che comporta, dal punto di vista teorico, lo scambiare le organizzazioni statali, o meglio sarebbe meglio dire centralizzate, residue del passato, con lo Stato moderno da individuare proprio nella Gran Bretagna e in quello Stato francese in forte trasformazione, anche se con il retaggio storico di una secolare centralizzazione.
    Per la verità, il moloch Stato è entrato nella teoria anarchica, proprio a partire da questa concezione di centralizzazione militare, poliziesca e burocratica, fucina di tutta la deformazione futura e dell’incapacità di adeguare l’analisi. Ogni evoluzione dello Stato ha ricevuto l’interpretazione di un approfondimento di dette centralizzazioni, il che ha impedito di discernere le funzioni nuove, non sempre negative, e porta oggi molti anarchici allo sbandamento teorico di fronte alle forme di decentralizzazione e di apparente dissoluzione persino dell’apparato oppressivo.
    Bakunin aveva avvertito anche che il non-Stato inglese (decentralizzato) non per questo era meno pericoloso, anche se la sua polemica, necessaria per l’urgere della rivoluzione che andava correttamente finalizzata e per spazzare via perniciose illusioni, tendeva ad assimilare forme diverse di dominio borghese, senza assaporarne le differenze anche ai fini delle condizioni di vita materiale delle masse; anzi a volte l’illusione democratica veniva considerata addirittura più negativa per lo sviluppo della coscienza rivoluzionaria del popolo.
    Tuttavia non sempre Bakunin appare indifferente alle regole della società entro cui la lotta rivoluzionaria si trova a compiere il proprio sviluppo[4], a riprova di quanto sopra detto che quest’aspetto è solamente restato non sviluppato nella sua riflessione.

    3. L’evoluzione dello Stato
    Per quanto già alla metà del secolo scorso l’evoluzione dell’organismo statale avesse già assunto proporzioni tali da essere rilevabili (ma esse sfuggirono non solo a Bakunin per i motivi suddetti, ma anche a Marx), i connotati che esso sarebbe venuto assumendo erano davvero difficilmente prevedibili. Due sono le considerazioni che interessa sviluppare: l’intreccio di competenze che esso è venuto assumendo e la valutazione della loro ricaduta nell’organizzazione sociale nel suo complesso, da un lato; dall’altro, se la tappa dello statalismo sia soltanto negativa nello svolgersi del progresso umano e se, di conseguenza, esso sia da considerarsi come una parentesi pervertitrice dell’originaria tendenza umana alla solidarietà reciproca. È evidente che la risposta a queste due domande è ben lungi dall’essere trascurabile per una valutazione sulle lotte dell’oggi, per quanto ben difficilmente può costituire, come vedremo, un mutamento di prospettiva per il raggiungimento di una società senza classi e, per ciò stesso, senza Stato
    3.1 Lo Stato imprenditore
    Quando si parla dello Stato moderno si tendono a confondere tre funzioni che lo stesso apparato statale assolve, ma che sono tra di loro profondamente diverse e per nulla necessarie l’una all’altra: la regolazione dell’andamento del ciclo economico, l’intervento diretto nell’economia imprenditoriale ed il Welfare. Queste tre caratteristiche si sono tutte aggiunte nel corso di questo secolo, sovrapponendosi al tradizionale ruolo di gendarme degli interessi borghesi, ben noto ai rivoluzionari ottocenteschi.
    I teorici dell’avvento della tecnoburocrazia hanno visto in questo moltiplicarsi di prerogative la conferma alle loro aspettative di totale inglobamento della società in quel mostro onnivoro che sarebbe lo Stato. In perfetta continuità con il determinismo kropotkiniano, per loro la storia è a senso unico e le vie dell’evoluzione sociale sono già segnate, per cui tendenze in atto tra gli anni trenta e settanta avrebbero mostrato in modo inequivocabile gli sbocchi futuri: la loro visione teleologica non è che l’altra faccia di quella marxista, sfuggendo ad entrambe la cognizione della funzionalità dell’organizzazione sociale agli interessi contingenti del capitale e di conseguenza la reversibilità di scelte che loro appaiono invece definitive. Non è perciò un caso che la disgregazione dell’apparato statale, cui si è cominciato ad assistere negli ultimi due decenni, li trovi teoricamente sbandati e balbettanti nelle proposte, se non decisamente e irrimediabilmente coerenti con le mosse che i vertici dell’economia mondiale vanno operando.
    3.1.1 Il controllo del ciclo
    L’impossibilità di prevenire crisi cicliche sempre più devastanti, dopo il fallimento delle teorie marginaliste [5] volte ad interpretare scientificamente l’andamento dei mercati, indusse il capitale ad una drastica mutazione dei propri connotati. Nel corso degli anni cha vanno dall’inizio del quarto decennio alla fine del settimo, lo Stato da semplice gendarme degli interessi capitalistici (drenaggio fiscale, controllo poliziesco, politica doganale, ecc.), diviene motore dell’economia, assumendosi l’onere, per mezzo di un sostanzioso aumento della pressione tributaria; di riavviare con l’iniziativa di grandiose opere pubbliche il ciclo economico precipitante verso il baratro della crisi.
    Conseguenza necessaria di questa nuova impostazione economica (il keynesianesimo) è stata la dilatazione del mercato, condizione indispensabile all’assorbimento di un quantitativo di merci sempre crescente, in dipendenza di un ciclo perennemente progressivo. I salari divengono il volano della congiuntura (fordismo) e crescono ma al di sotto della produttività, spinta dall’innovazione tecnologica nell’organizzazione del lavoro (taylorismo). Il tentativo è quello di ridurre la lotta di classe a continuo strumento di razionalizzazione del sistema.
    È evidente che il capitalismo si inventa una nuova era per la propria prosperità, ma nel contempo masse crescenti di proletariato metropolitano dei paesi industrializzati ottengono l’accesso al consumo di beni che prima erano per loro irraggiungibili. La stagione delle lotte della fine degli anni sessanta ha chiarito che questa circostanza non si è tradotta in una definitiva integrazione delle classi subalterne alla logica dell’impresa; anzi, proprio dai settori più individuabili quali rappresentanti del cosiddetto operaio-massa è partita la contestazione di sistema e su di essi si è imperniata e mantenuta.
    3.1.2 La gestione diretta del capitale
    Un ulteriore passo avanti si è compiuto negli anni trenta di questo secolo. L’evoluzione avviene quasi naturalmente, ma non è necessaria; tanto è vero che essa non si presenta nel sistema capitalistico centrale: gli USA. Una lettura superficiale potrebbe assimilare quanto succede nei due mondi antagonisti dell’economia a pianificazione globale (area sovietica) e dell’economia a pianificazione di indirizzo (Europa capitalistica). Ma, come vedremo le due casistiche presentano caratteristiche che non le rendono assimilabili.
    Il primo stimolo nasce quasi per caso nell’Italietta fascista: di fronte alla crisi di molti complessi industriali, il regime istituisce (1933) l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che rileva le aziende cosiddette decotte e dovrebbe reimmetterle sul mercato a risanamento avvenuto. Avviene, invece, che l’Istituto si trova dopo un po’ ad essere in possesso di porzioni notevoli di forze produttive industriali e che finisce per gestirle in proprio, dando vita al settore delle Partecipazioni Statali. L’IRI sopravvive al fascismo e nel secondo dopoguerra diviene un protagonista assoluto della vita economica nazionale. Il suo successo nello smussare le asperità del ciclo economico, grazie all’enorme disponibilità di capitale anche di fonte statale, ma non solo, è tale che i laburisti inglesi vengono negli anni ’50 a studiarne il funzionamento per riprodurlo in Gran Bretagna, imitati da francesi e tedeschi. Nasce così lo Stato che partecipa direttamente con propri capitali alla vita economica, lo Stato imprenditore.
    Ben diverso è il caso dell’economia sovietica, dove la gestione statale dell’economia è globale e non si svolge in regime concorrenziale, rispondendo all’avvento al potere di una classe diversa dalla borghesia imprenditoriale: la piccola borghesia colta, con meccanismi propri di estrazione del plusprodotto [6]. Ne discendono, non caso, due tipologie diverse di pianificazione economica, simili solo nel nome.
    Non è possibile esimersi, a questo punto, da un veloce giudizio sul nuovo ruolo che lo Stato assume, in continuità, ma non in conseguenza col ruolo già esaminato di regolatore e stimolatore del ciclo economico. Chi ha vissuto le lotte sindacali degli anni sessanta e settanta ricorderà certamente che venivano allora firmati due contratti distinti per i lavoratori dipendenti delle aziende private e per quelli dipendenti dalle aziende a Partecipazione Statale: il secondo anticipava spesso il primo, facendogli da battistrada e costringendolo, per analogia, a concessioni che i padroni privati facevano mal volentieri. In epoca di liberismo galoppante le partecipazioni statali sono divenute sinonimo di spreco clientelare, e su tale onda emotiva smantellate, vendendo a privati il loro patrimonio strumentale. È stato così possibile che un azienda modello quale il Nuovo Pignone di Firenze, dopo essere stata acquistata in condizioni comatose dall’AGIP (dell’IRI), dopo essere stata riconvertita a nuovi tipi di produzioni, dopo aver sviluppato una tecnologia di avanguardia, dopo aver conquistato quote molto consistenti del mercato mondiale del settore ed essere divenuta fonte di profitti consistenti per lo Stato, è stata svenduta alla concorrenza statunitense della General Electric.
    Che un ceto di dirigenti pubblici si sia arricchito nelle gestione delle aziende a partecipazione statale è indubbio, ma è anche indubbio che i salari e l’assetto normativo privilegiati dei lavoratori di queste aziende ha funzionato da punto di riferimento degli altri lavoratori spingendo in alto le richieste di tutti. Sorge quindi legittimo il dubbio che l’accanimento per la distruzione del settore delle partecipazioni statali nasca più dal bisogno da parte dell’imprenditoria privata di eliminare uno scomodo concorrente, di quanto non risponda ad una vago bisogno di moralizzazione dalle credenziali poco credibili. D’altra parte l’eliminazione fisica di Enrico Mattei, presidente dell’AGIP e fautore di una politica di autonomo approvvigionamento del greggio che tagliasse fuori il cartello internazionale del petrolio (le Sette Sorelle), da parte proprio delle compagnie petrolifere è più che uno spunto per la meditazione.
    3.1.3 Il Welfare
    Lo Stato, nel corso del secolo uscente, ha via via assunto il ruolo di fornitore di servizi sociali (istruzione, sanità, previdenza, trasporti, ecc.). Il vantaggio per il padronato è evidente: si scarica sulla fiscalità generale (cui esso contribuisce in modo relativamente molto meno pesante del lavoro dipendente) la preparazione, il recupero, una timida forma di sicurezza, la mobilità della forza lavoro, ottenendone un più alta qualità della prestazione professionale e, negli auspici, una minore conflittualità sociale. Ciò non toglie che anche per i prestatori d’opera tutto questo non si traduca in un innegabile vantaggio, anche perché l’alternativa non è una minore pressione fiscale, cosa su cui sarà opportuno tornare, ma l’abbandono di forme di tutela della vita associata alla giungla del profitto, come stiamo vedendo con assoluta chiarezza.
    Tanto è vero che un tempo il Welfare andava sotto il nome di salario sociale ed era riguardato dalle associazioni operaie come una forma di remunerazione del proprio lavoro. È da considerare poi che se l’istruzione pubblica veniva forzata verso l’acquisizione di un mestiere, da altro punto di vista costituiva una presa di contatto con l’acquisizione di strumenti culturali e critici, prima del tutto preclusi alle classi subalterne; se la sanità tendeva solo a restaurare la forza lavoro danneggiata, da un altro angolo di osservazione garantiva la cura di malattie che prima falcidiavano gli appartenenti al proletariato; se i trattamenti pensionistici sovente tendevano a scaricare sulla società i costi di una manodopera in esubero o obsoleta, in un diversa prospettiva fornivano un’alternativa al ricovero nei gerontocomi e il totale degrado della vecchiaia di cui erano vittime i lavoratori subordinati; se il sistema dei trasporti pubblici permetteva la marginalizzazione in alienanti periferie della manodopera inurbata massicciamente, considerandoli in altro modo garantiva anche una migliore fruizione del tempo libero a fette di popolazione un tempo escluse.
    È un ragionamento di corto respiro quello che, rifiutando di entrare nel merito complesso del reale colle sue mille sfaccettature, procede per paralogismi basati su apparentamenti puramente nominali. Così se lo Stato è il nemico, tutto ciò che da esso proviene deve essere rifiutato, senza tener conto dell’altro nemico, il capitalismo, che oggi punta per l’appunto alla distruzione dello Stato. Ma ve n’è un altro più insidioso ma non meno erroneo. Poiché proletariato e capitale sono antagonisti negli interessi, tutto ciò che va a vantaggio del secondo non può essere che uno svantaggio per il primo. Se così fosse, visto che è innegabile che il salario è quanto di meno il padronato deve cedere per ottenere il pieno sfruttamento della forza-lavoro ed è per ciò stesso un vantaggio per i datori di lavoro, dovrebbe essere rifiutato dai dipendenti. In effetti, così come si lotta (o meglio sarebbe auspicabile che si lottasse) per migliorare la quota dei beni a favore delle retribuzioni e a sfavore di quella del profitto, analogamente bisognerebbe impegnarsi a volgere i servizi sempre più nel senso utile alle classi sfruttate e sempre meno a favore delle classi abbienti. Senza che ciò significhi, ovviamente, che si possa rinunciare al sovvertimento rivoluzionario per raggiungere una società giusta, libera ed egualitaria.
    3.2 Dallo stato primitivo allo Stato moderno
    Dalle riassuntive notazioni precedenti discende che nell’ultimo secolo e mezzo (e come poteva essere diversamente?) lo Stato ha cambiato in modo sostanziale il proprio ruolo, il proprio funzionamento, la propria struttura. Se da una lato il marxismo, separando il ruolo del governo (comitato d’affari della borghesia, secondo il ben noto aforisma di Marx) da quello dello Stato come apparato ha finito per ipotizzare l’utilizzo per i fini rivoluzionari della macchina statale, sottoposta a nuova dirigenza, l’anarchismo, identificando le due funzioni, ha finto col perdere nel tempo la capacità di distinzione e, di conseguenza, quella di orientamento politico.
    Occorre quindi rimeditare sull’intera materia, se si vuol sfuggire alla morsa dell’accettazione dell’apparato statale così com’è o della negazione aprioristica di qualsiasi cosa da esso provenga, che ci porterebbe pari pari nelle braccia del più aggressivo neoliberismo.

    4. Ambiguità del ruolo dello Stato
    Se si fa astrazione dallo Stato assolutistico o teocratico, pura espressione del potere di una casta privilegiata (contro il quale si è esercitata la critica di Bakunin, come abbiamo visto), ancora vigente in moti paesi a metà dell’Ottocento, ma come fenomeno residuale, la nostra attenzione si deve concentrare sullo Stato liberale, ormai saldamente impiantato in tutto il mondo ad alto sviluppo capitalistico (e che esso rappresenti un male minore ben lo sanno i paesi terzi ancora oppressi da feroci dittature).
    I diritti borghesi sono, è vero, finzioni, lo Stato non è mai imparziale; nella società divisa in classi i ceti diversi vivono e praticano persino l’illegalità con conseguenze di vita e di pena del tutto differenti. Eppure il ben noto aforisma sull’acqua sporca e sul bambino occorre tenerlo in considerazione anche quando l’acqua è moltissima ed il bambino davvero piccolo; e ciò per due buoni motivi. Il primo è che sarebbe, comunque, stupido sacrificare il bambino; ed il secondo è che aiuteremmo il nemico di classe che punta proprio a conservare l’acqua sporca eliminando il bambino, che sarebbe per l’appunto il primo a scomparire.
    4.1 Lo Stato nella rivoluzione
    Il punto su cui gli anarchici hanno sempre contrastato i marxisti è stato quello della necessità o meno della sopravvivenza dello Stato nel periodo di transizione: accentramento delle funzioni per propagare e difendere i risultati rivoluzionari per i seguaci del cosiddetto socialismo scientifico; decentramento e assunzione in prima persona da parte del proletariato della gestione sociale per far sì che esso assuma subito l’evento rivoluzionario come soluzione dei problemi generati dalla società divisa in classi, per i comunisti anarchici.
    I marxisti hanno tacciato di corporativismo la posizione degli anarchici, sostenendo che seguendo il loro metodo si sarebbero creati conflitti e disuguaglianze e che nessuno sarebbe stato in grado di contrastare efficacemente l’inevitabile reazione della borghesia. Gli anarchici, di contro, hanno sostenuto che la sopravvivenza di un potere centralizzato (Stato) avrebbe rigenerato una classe espropriatrice e allontanato le masse dalla rivoluzione. L’esperienza ha dato inequivocabilmente ragione ai secondi, anche perché mirabili esempi di solidarietà tra diseredati si sono verificati sempre laddove l’autogestione rivoluzionaria del proletariato ha avuto alcuni timidi spazi di espressione libera.
    Detto quanto sopra doverosamente, scendiamo nel merito. Prima di tutto nella loro giusta critica gli anarchici hanno imboccato una china che potrebbe rivelarsi pericolosa se non adeguatamente indagata: la solidarietà è un progetto di civiltà cui l’uomo va educato e non è un caso che gli esempi succitati si sono tutti verificati laddove i militanti rivoluzionari più a lungo e con maggiore efficacia avevano esercitato la propria influenza e quindi laddove le masse più preparate erano alla rivoluzione. In altri termini sarebbe pernicioso confondere l’anarchia che è la condizione finale dell’evoluzione dell’uomo (frutto di una crescita di civiltà, di consapevolezza del proprio ruolo sociale e di sensibilità), con la condotta primordiale dell’animale uomo, violenta, rozza e aggressiva (ferina).
    In secondo luogo è necessario evitare scivolamenti di contenuto: è il potere che non deve essere accentrato, cioè il governo e lo Stato in quanto amministrazione dall’alto verso il basso (potere legislativo) della cosa pubblica. Devono invece mantenere un ruolo accentrato (sulla base di un libero accordo dal basso verso l’alto, ovviamente) i servizi sociali, per garantire a tutti, indipendentemente dall’occasionalità della propria collocazione geografica, gli stessi diritti. Gli anarchici spagnoli nel 1936 non ebbero dubbi, e sapendo che la rivoluzione marcia solo se dal primo giorno (nei limiti del possibile) tutto funziona, dall’approvvigionamento ai servizi, organizzarono i lavoratori dei servizi pubblici (per esempio i trasporti di Barcellona), perché li rendessero usufruibili.
    Ne discende che se è giusto che l’apparto statale borghese si abbatte e non si cambia (come si diceva un tempo), ciò non deve coinvolgere l’erogazione dei servizi sociali: apprendimento dei fanciulli, tutela degli anziani, cura dei malati, trasporto dei cittadini, etc. Pare anche ovvio dedurne che laddove tali servizi già funzionano su standard validi per tutti e vengono erogati al cittadino in quanto tale, la transizione dei lavoratori del settore verso una gestione collettivizzata e uniforme è più facile e efficace che dove gli stessi servizi siano sminuzzati in mani private e sottoposti alla logica del profitto.
    4.2 Il primo nemico
    I marxisti hanno sempre sostenuto che tutta l’evoluzione storica è determinata dalla struttura (assetto della produzione, con i connessi rapporti sociali), mentre gli altri aspetti (politica, cultura, guerra, ecc.) non ne sono che conseguenze più o meno dirette, ma comunque necessariamente determinati (sovrastruttura).
    Gli anarchici, al contrario, hanno pensato che sì, la struttura era la fonte primaria dell’assetto sociale (la storia è storia della lotta di classe), ma che la sovrastruttura non ne fosse poi così strettamente dipendente, possedesse cioè dei propri margini di vitalità e che potesse persino a sua volta interagire, contribuendo a determinarla, con la struttura stessa. [Stranamente, sia detto per inciso, i marxisti hanno sviluppato un interesse parossistico per la mediazione politica ed elettorale (le forme incielate dell’economia, come le ha definite Marx), mentre gli anarchici hanno coltivato per esse un disinteresse fanatico.]
    Venendo allo Stato, i marxisti ne hanno tratto la conseguenza che, una volta mutati i rapporti di produzione (gli assetti proprietari) con la rivoluzione, la sovrastruttura statale ne dovesse seguire i dettati fino a scomparire per consunzione di funzione (i troschisti, proprio partendo da questo assioma, hanno parlato per l’URSS di Stato proletario degenerato, non ammettendo il ribaltamento completo dei fini rivoluzionari da parte del nuovo apparato burocratico sovietico). Gli anarchici, convinti che il potere, potesse rigenerare a propria volta lo sfruttamento, inizialmente abolito (cosa evidentemente poi verificatasi), hanno sostenuto l’abolizione immediata dell’apparato statale, sostituito da forme alternative di associazionismo cooperativo.
    Ancora una volta il principio era buono, ma nel corso del tempo e della cattiva propaganda esso si è corrotto sino a divenire pericoloso, anzi pericolosissimo. Dimenticandosi che il nemico principale è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo (come ben sapeva Bakunin) e che lo Stato era una delle forme storiche della sua manifestazione, né unica né necessaria, hanno confuso la teoria della fase di transizione con la teoria della storia e hanno proclamato lo Stato come primo nemico del proletariato (quando addirittura non l’unico). Hanno contrapposto alla statolatria marxista, una non meno ottusa statofobia. Detto in altri termini, hanno accentrato la propria critica sullo strumento di dominazione del capitale storicamente determinato in una ben precisa fase, trascurando la dominazione stessa e le sue altri possibili forme di esistenza, solo per la paura che nella fase rivoluzionaria, lo Stato sopravvivendo, riproducesse lo sfruttamento.
    È per questo che in tanti scritti anarchici si sostiene che lo Stato è il primo nemico e si taccia di criptomarxismo chi sostiene che invece il primo nemico è la classe borghese; peccato che ormai il padronato punti esso stesso alla dissoluzione dello Stato ed in alcune frange estreme di neoliberismo statunitense (Friedmann jr.) si pensi di privatizzare persino le forze di polizia, tornando così ai bravi di manzoniana memoria. Sia ricordato per inciso: la Mafia o onorata società nasce proprio quale forma di controllo sociale e poliziesco in quella zona del paese dove, non aboliti i rapporti di produzione di sfruttamento, lo Stato Unitario non era presente neppure per far rispettare le leggi; a riprova di cosa può partorire una società senza Stato e senza eguaglianza economica, tanto cara agli anarcocapitalisti statunitensi, il cui veleno sottile viene assunto da certi anarchici in dosi omeopatiche che li mitridatizzano dall’intelligenza.
    4.3 Funzioni collettive e funzioni coercitive
    Giungendo a conclusione, un approccio generico e per pura analogia nominale non ci fa fare un passo in avanti (ma molti indietro). Occorre, quindi, distinguere tra diverse funzioni che lo Stato moderno esplica (o meglio esplicava prima del recente attacco neoliberista): funzioni di mantenimento dell’ordine sociale esistente sia all’interno di una singola area sia internazionalmente (il Warfare, come è stato definito), dalla funzioni di erogazione di uno standard minimo di sicurezza dei cittadini (il Welfare, appunto). Spesso le funzioni si intersecano e supportano l’una l’altra, ma ciò non toglie che rispondano a principi differenti: le prime sono puramente coercitive e non hanno alcuna ragion d’essere in una società egualitaria, le secondo puntano ad un'integrazione sociale morbida e giocano ruoli che, seppure in forma variata, qualsiasi società che voglia definirsi tale deve coprire.
    Le tendenze in atto fanno intravedere una strada ben diversa da quella auspicabile, strada che il capitalismo ha intrapreso con grande lena. L’eliminazione del Welfare ed il mantenimento anzi il potenziamento del Warfare. I trattati dell’Unione Europea, il rafforzamento della NATO, l’allargamento dell’esercito professionale in Italia ed altri paesi vanno tutti in questa direzione, il che, tra l’altro, esclude una consistente diminuzione della pressione fiscale, almeno a carico del lavoro dipendente.
    Si può anzi aggiungere che lo sviluppo del Welfare segna una strada la cui inversione fa solamente il gioco dell’avversario di classe, e che prepara, invece che allontanare l’uomo, quale animale, sociale ad una gestione collettiva e solidale delle relazioni. Sembra, invece, che per taluni sedicenti anarchici il male siano la sanità pubblica, l’istruzione pubblica, la previdenza pubblica, in quanto erogati da organi statali, e non lo sfruttamento della malattia, del sapere, della vecchiaia ai fini del profitto.
    E non dimentichiamo che se lo Stato è un ostacolo ad ogni realizzazione rivoluzionaria e che esso deve scomparire sin dal primo momento di un eventuale ribaltamento dei rapporti di forza tra borghesia e proletariato, pure la sua comparsa storica rappresenta un progresso rispetto all’arbitrio barbarico che lo precedeva, e che la sua scomparsa, senza un ribaltamento dei rapporti proprietari vigenti allontana e non avvicina alla meta.

    5. A proposito di regole
    L’antistatalismo anarchico ha senza alcun dubbio il pregio di aver posto storicamente l’attenzione ad aspetti che il marxismo ha decisamente trascurato: il ruolo del potere politico, il ruolo delle istituzioni durante e successivamente l’evento rivoluzionario, il ruolo dei ceti intellettuali, la logica interna all’amministrazione e la sua capacità di autoriprodursi, l’autonomia evolutiva della sovrastruttura in determinate condizioni e la sua influenza sull’evoluzione generale. In tutti questi campi le acquisizioni sono teoricamente irreversibili e comprovate dall’esperienza dei vari tentativi di costruzione del socialismo attorno ai parametri delle più svariate forme di marxismo.
    Occorre però pulire l’antistalismo dai detriti che esso si trascinato dietro per l’accumularsi di interpretazioni troppo spesso superficiali e basate su semplici assonanze nominali. In particolare la perniciosa confusione tra statale e pubblico, tra burocrazia e servizi, tra verticistico e collettivo. È ben vero che i servizi pubblici sono affetti da burocratizzazione e scarsa (è un eufemismo!) permeabilità alle esigenze dei singoli che ne dovrebbero usufruire. Ma è altrettanto vero che la polemica che su queste inefficienze i media del potere giornalmente imbandiscono sulle tavole dei teleutenti col cervello all’ammasso serve solo a spianare la strada al profitto privato. La strada che porta dagli attuali criticabilissimi servizi pubblici alla società egualitaria e senza classi non attraversa il territorio impervio del capitalismo più selvaggio e del presunto interesse del singolo cittadino; la via è un’altra e corre nella direzione opposta:
    • il loro riconoscimento come salario perequativo indiretto;
    • la rivendicazione di servizi più estesi, più efficienti e gratuiti per tutti;
    • un controllo sempre più efficiente della collettività, non intesa sotto la forma delle sue rappresentanze politiche, sulla qualità della loro erogazione.
    È questo il modo per preparare la strada alla futura effettiva autogestione della società e dei servizi che colmino le disuguaglianze che la natura crea tra gli esseri umani, che poi è il vero e più profondo significato di servizio pubblico.
    Saverio Craparo - Commissione Studi Fdca

    Note:
    [1] C. Berneri, appunto inedito riportato in P. C. Masini, La formazione politica di Camillo Berberi, in Aa. Vv., Atti del Convegno di studi su Camillo Berberi, Milano 9 ottobre 1977, La cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara, 1979, p. 17.
    [2] Trascurando la posizione puramente speculativa di Godwin, per Proudhon valga quanto dice Bakunin stesso: Proudhon, per avere voluto conservare soltanto la famiglia giuridica, è stato obbligato da una logica più forte dei suoi istinti di contadino rivoluzionario a ricostituire e ristabilire la proprietà ereditaria, e con essa per controbilanciarla, lo Stato […] . Michail Bakunin, Lettera a “La Liberté” di Bruxelles, in Michail Bakunin, Opere complete, vol. VI, Edizioni Anarchismo, Catania 1985, p. 21.
    [3] Michail Bakunin, Stato e anarchia, Feltrinelli, Milano 1972, p. 38.
    [4] La rivoluzione del 1830 e l’ingresso all’indipendenza hanno permesso ai Belgi di darsi ugualmente una […]Costituzione [che] garantisce pienamente la libertà di riunione e di associazione e nessuno dei diversi governi reazionari che il paese ha subito ha osato abolire questo principio di libertà, per quanto, in questi ultimi dieci anni, molti attacchi sono stati portati contro gli scioperi operai. Michail Bakunin, Istoric'eskoe Razvitie Internacionala, Cast’ I. Izdanie Social’nojucionnoj Partii. Tom II ] (1873), pp.174-182, in Michail Bakunin, Opere complete, vol. VI, Edizioni Anarchismo, Catania 1985, p. 151.
    [5] Sorte nella seconda metà dell’800, a seguito della lunga depressione del 1866, le teorie economiche marginaliste segnarono il primo tentativo di prevedere e programmare il mercato, che abbandonato alle proprie fluttuazioni provocava le crisi cicliche previste da Marx. Il termine marginalismo veniva a queste teorie dall’uso del concetto di utilità marginale, ovverosia del valore che venditore e compratore assegnavano rispettivamente al bene in vendita ultimo di una serie di beni in disponibilità del venditore. Il marginassimo ha segnato l’ingresso massiccio della matematica nello studio dell’economia. I principali esponenti di questa scuola economica furono Marshall, Jevons, Böhm-Bawerk, Menger, etc.
    [6] L’acquisizione della parte privilegiata dei beni prodotti non avviene in virtù del possesso dei beni di produzione, formalmente sottoposti alla proprietà collettiva, ma bensì del controllo burocratico del ciclo produzione-distribuzione, esercitato in virtù della detenzione del sapere.

    A luta continua

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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista
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    Uno dei punti fondanti dell’anarchismo storico è senza dubbio l’antistatalismo. Senza voler arrivare agli eccessi di quei nostri lontani (ma molto, ma molto lontani) cugini che odiano lo stato anche quando è il participio passato del verbo essere, al punto da negare anche lo stato sociale per la presenza di quella terribile parolina e cadere nelle braccia del più feroce liberismo, anche in noi troppo spesso la concezione della necessità di una società senza Stato porta a delle distorsioni, che traggono origine, a mio avviso, da una frettolosa assunzione del un bagaglio storico dell’anarchismo. Questo bagaglio necessita invece di una sua contestualizzazione e di un’analisi in profondità, nel momento in cui il capitalismo rampante propugna il dissolvimento dello Stato inteso come apparato burocratico amministrativo percettore di tributi ed erogatore di servizi.
    Il capitalismo rampante non propugna affatto il dissolvimento dello stato, bensì uno stato più funzionale nella sua stessa attività di sempre: fare gli interessi di pochi a spese della collettività.
    L'attività dello stato è per l'appunto erogare servizi gestiti dall'alto a spese di tutti: sono proprio questi servizi, che tutti sono costretti a pagare, ad essere funzionali al capitalismo, a partire dalla difesa dei diritti di proprietà fino alla sanità pubblica (pensate ad esempio ai miliardi fatturati dalle industrie farmaceutiche convenionate), dagli appalti pubblici al monopolio monetario, dai brevetti al copyright, ecc...
    La verità è che il "capitalismo rampante" non può fare a meno dello stato; il fatto che desideri la privatizzazione dei beni pubblici non significa affatto che voglia il dissolvimento dello stato: è quest'ultimo infatti che garantisce e protegge la proprietà del bene privatizzato, impedendo alla collettività di usufruirne liberamente tramite il suo monopolio della forza.

 

 

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