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  1. #1
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    Predefinito La simbologia esoterica in "Pinocchio"

    Dal sito http://www.edicolaweb.net/

    PINOCCHIO ESOTERICO
    di Giacomo Maria Prati

    http://www.edicolaweb.net/arti060a.htm

  2. #2
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    Predefinito

    Della storia del burattino inventata da Carlo Lorenzini tutto si può dire, tranne che sia una storiella qualsiasi, dove i particolari sono lasciati al caso: sotto la scorza allegra, Pinocchio vuol dire tante cose, anche molto inquietanti. Ed è meglio che anche i bambini inizino a pensarci, tenendo bene a mente le minacce del Grillo Parlante: "Povero grullerello! Ma non sai che, così facendo, diventerai da grande un piccolo somaro?"



    Il legno filosofale
    A riaprire la querelle sul caso Collodi ci ha pensato Rodolfo Tommasi, giornalista e critico letterario, autore di “Pinocchio. Analisi di un burattino” (Sansoni, 1992). Già la parola "analisi" mette sull'avviso. Si tratta di una lettura del capolavoro collodiano che poggia per buona parte sulle "psicologie profonde" di Jung, e per l'altra su interpretazioni esoteriche: "Stiamo parlando - dice infatti l’autore - dell'alchimia di Pinocchio, o meglio di un Pinocchio alchemico, che fa da struttura portante - anche se ben mascherata - al messaggio lanciato all'infanzia di una nuova morale avventurosa, avveniristica ed eversiva, perché deve portare alla Conoscenza qualunque sia il prezzo che essa richiede". E ancora: "Il premio dell'umanizzazione altro non è che il fallimento... quando nella grande lotta tra l'Assoluto e l'umano vince l'umano, la Verità muore, muore lo Spirito, comincia la vita". Brivido di panico nella schiena di chi ha sempre creduto che Pinocchio altro non fosse che una "birba di un figliuolo". O di chi ha già letto da tempo i sensi profondi del Burattino, ricavandone però tutt'altri, cattolicissimi risultati. Ci deve essere un equivoco...

    Nessun equivoco. Elémire Zolla (che su queste faccende la sa lunga), nel suo libro Uscite dal mondo, dedica un capitolo a Collodi, e non lascia scampo: "Questa è la chiave che c'introdurrà nel Pinocchio... Passeranno oltre i superbi. O faranno mostra del loro vezzo preferito, sociologico o psicanalitico che sia, accanendosi sulla moralità borghesotta che a loro parrà l'essenza dell'intrattenimento. Era ciò che da loro si voleva. Resterà il pubblico degli innocenti ... " Ed eccolo svelato, il primo arcano: gli innocenti non sono i bambini, ma "gli unici cui valga la pena schiudere i misteri". Altro che letteratura per l'infanzia: siamo nel bel mezzo di un percorso iniziatico.

    D'altronde, sul fatto che Pinocchio non sia "una bambinata" (secondo il depistaggio dello stesso Collodi) bensì un vero e proprio Mito, sono tutti d'accordo. E da cent'anni dura anche il dibattito su cosa veramente tale Mito dica. Lo si è letto (e con molte ragioni) in chiave risorgimentale, come progetto massonico di educazione ai valori della Nuova Italia: una, borghese e anticattolica. Poi lo si è letto in chiave antiborghese, fidando nel parallelo tra i temperamenti anarcoidi e popolani del Burattino e del suo creatore.

    Negli anni quaranta Piero Bargellini li "battezzò" entrambi, aprendo il filone delle interpretazioni cattoliche, forte del fatto che "in Italia si possono mangiare i preti e dar loro, nell'essenziale, ragione". Infine il cardinale di Bologna Giacomo Biffi, col suo Contro maestro Ciliegia, è andato ancor più a fondo nel "commento teologico".
    Nell'interpretazione del cardinal Biffi, Pinocchio è l'uomo che, nonostante e attraverso le sue continue cadute, giunge alla salvezza, alla felicità, in virtù della grazia che gratuitamente gli è elargita attraverso la presenza materna della Fata-Chiesa.
    Per gli esegeti gnostici, dice Zolla, è invece la storia di un'iniziazione intesa come un "liberarsi da se stessi, dalla propria natura di burattini utopisti, ricercatori di soluzioni umane, per rompere i propri limiti". Pinocchio deve diventare sì un "liberato in vita", ma nel senso della caduta: "Quando uno spirito muore, diventa uomo". A chi credere? A chi si vuole, naturalmente, se non altro in omaggio al collodiano paese di Acchiappacitrulli, dove è regola che il giusto sia capovolto.

    Possibile che nessuna di queste letture abbia un briciolo di vero? E che siano inattendibili anche quelle psicanalitiche che hanno mostrato come, col naso fallico che si ritrova, Pinocchio non può che aggirarsi inquieto nei paraggi incestuosi della Fata Turchina, la mamma sorella? Di interpretazioni, come è noto, si vive.


    Morire al capitolo quindici
    Però Zolla & Co. hanno molte frecce al loro arco: come negare ad esempio che Pinocchio, nascondendo sotto la lingua le monete di Mangiafuoco, compia il rito dei morti che pagavano il traghetto dell'Acheronte? O che il Burattino viaggi tra i quattro elementi della tradizione alchemica (acqua, terra, fuoco, aria)? O che i personaggi del racconto siano gli arcani dei tarocchi (l'Impiccato, la Morte, il Diavolo)? O che l'episodio del serpente verde che sbarra la strada a Pinocchio sia ripreso, pari pari, da una fiaba, dichiaratamente iniziatica, del frammassone Goethe? E che ogni animale risponda a simbologie più esoteriche che cristiane? Le "coincidenze" sono forse troppe, per poterle chiamare così. Un altro dato fa riflettere. Come tutti sanno, o forse no, la prima stesura di Pinocchio terminava molto prima: al capitolo quindici, con la morte di Pinocchio impiccato alla quercia. Collodi non voleva andare oltre. Il cardinale Biffi, a proposito, spiega: "Era una fine amara se si vuole, ma anche suggestiva: il burattino di legno toccava il vertice dell'umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte". Inoltre, prosegue, prima di morire "Pinocchio aveva intravisto la salvezza".
    Una salvezza però, impersonata dalla Bambina Turchina "come un'immagine di cera" che dice, ancor più inquietante degli assassini che inseguono il Burattino: "Sono morta anch'io. Aspetto la bara che venga a portarmi via". Perché mai Collodi, anche da cristiano inconsapevole, avrebbe voluto terminare il racconto su questa visione di morte? Sul Giornale dei bambini, il 27 ottobre 1881 la parola "fine" sigillava la cupa morte dell'eroe. Era un racconto per bambini? E se sì, che razza di racconto?

    Le uniche interpretazioni proibite sono quelle banali. Come, forse, quella che fece Walt Disney, buonanima, nel suo film a cartoni. A meno che... non avesse capito tutto anche lui. Ma in tal caso, cosa intendeva dirci? L'illazione continua.

    Da "Il Sabato" del 2 maggio 1992 (pagg. 56-58)


  3. #3
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    Predefinito Il burattino Frammassone...

    Zolla: la storia di un´iniziazione ispirata a Apuleio

    di Silvia Ronchey da LA STAMPA - Sezione cultura 27.02.2002

    «Il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile». Elémire Zolla, l'intellettuale italiano più introdotto nei segreti di Pinocchio (si veda il suo Uscite dal mondo pubblicato da Adelphi), risponde da iniziato, scegliendo le parole con cautela quasi sacrale e lasciando al fondo un che di enigmatico, un'eco di mistero. «Un bambino che legga con tutto il cuore questo libro ne esce trasformato. Diventa un'altra persona di cui non è lecito parlare».


    Che genere di altra persona?
    «Una persona con una mentalità da martire. In quale altro libro si insegna al bambino a diffidare di tutte le autorità terrene? E chi altro può vivere disdegnando quasi completamente la giustizia umana?».


    Forse lei dice «bambino» nell'accezione sacra per cui è «puer» il non iniziato.
    «Ovviamente Pinocchio è la storia di un'iniziazione. Come le Metamorfosi di Apuleio. Ha presente le pagine finali? Il latino del grande retore diventa una lingua infantile quando narra l'epifania di Iside, la madre universale, colei che compare nei sogni se si sogna rettamente... Che poi in Collodi è la fata dai capelli turchini».


    Un momento. Chi è la fata dai capelli turchini?
    «È la prefigurazione della capra sullo scoglio nel mare in tempesta, che compare nel libro molto più tardi, e che pure ha il pelo azzurro».


    Perché Collodi rappresenterebbe Iside come capra, oltre che come fata?
    «Iside, nel mondo pagano, è la grande mediatrice, rappresentante di tutto il mondo animale, o meglio dell'indistinzione tra animale e umano».


    In effetti in Apuleio il protagonista è trasformato in asino. Non vorrà dire che anche le orecchie d'asino di Pinocchio vengono di lì?
    «Certo. Il che significa semplicemente che provengono dalla cultura di base della cerchia massonica cui Collodi apparteneva. Vede, una loggia di Firenze, al tempo di Collodi, non era luogo di modesta cultura. Certe letture erano comuni, elementari addirittura. La massoneria ferveva di una rinascita del pitagorismo antico, culminata poi in Arturo Reghini, grande scrittore e matematico in lite con Mussolini e con Evola».


    Vuol dire che la letteratura antica era un codice?
    «Era linguaggio elettivo per comunicare all'interno dell'ambiente massonico. E lì le cose su cui si posavano gli occhi si trasmutavano. C'è un passo di Marco Aurelio: "Ricordati che colui che tira i fili è questo Essere celato in noi, è Lui che suscita la nostra parola, la vita nostra, è Lui l'Uomo... Cosa ben più divina delle passioni che ci rendono simili a marionette e nient'altro". Si attaglia alla storia del burattino, ne è la chiave».


    Ma allora «Pinocchio» è un libro per bambini o una parabola massonica?
    «Entrambe le cose, è questo il miracolo. La semplicità della lingua toscana in Pinocchio nasce dal fatto che Collodi sta trasmettendo una verità esoterica è non può che esprimerla così, come la narrerebbe a un bambino. È il ritegno di chi sta parlando di cose indicibili che produce questo particolare linguaggio, in Collodi come in Apuleio».


    In questa chiave esoterica, che significa il nome Pinocchio? e Lucignolo? e il Gatto e la Volpe?
    «In latino pinocolus significa pezzetto di pino. Per un pagano è l'albero sempreverde che sfida la morte invernale. Lucignolo è un Lucifero miserello, a misura di puer, cioè di pre-iniziato, e il Gatto e la Volpe sono Legbà e Shù, grandi personaggi della mitologia africana che si ritrovano anche nel Vudù. Allora si leggeva, e di libri sul Vudù l'America di fine Ottocento era piena. Qualche massone d'oltreoceano poteva avere informato Collodi. La vita di loggia è molto strana, è segreta e piena di incontri».


    Vuol dire che «Pinocchio» non può comprendersi del tutto senza conoscere la massoneria?
    «No, voglio dire che Pinocchio continua un'antichissima tradizione sotterranea della letteratura italiana. In rapporto ai rituali massonici si chiarisce il significato della poesia medievale - Federico II, Dante e Cavalcanti - così come l'esoterismo della Rinascenza in tutti quei grandi che vissero l'integrazione di Bisanzio nella cultura occidentale ai tempi del concilio di Ferrara e Firenze e intorno a Enea Silvio Piccolomini, un grande gnostico: pensi alla lettera veramente esoterica che scrisse al sultano ottomano, al neopaganesimo di Pienza... Tutti, anche gli alti prelati sanno che dal culto di Iside deriva la Madonna, che la leggenda dei magi testimonia come l'atto fondante della cristianità sia l'innesto dello zoroastrismo, come può vedersi, proprio vicino a Pienza, nei rilievi della pieve di Corsignano!».


    La prego, torni a «Pinocchio».
    «Pinocchio, come dicevo, continua la lignée esoterica, gnostica, isiaca e neopagana, nel senso più spirituale, che è al centro della nostra letteratura».


    Il che varrebbe a dire che la grande letteratura italiana è essenzialmente massonica?
    «Varrebbe a dire che spesso noi italiani ci lamentiamo di non avere una letteratura all'altezza, ad esempio, di quella inglese o tedesca. Ma il fatto è che la nostra migliore letteratura, quella laica, è sotterranea e segreta, perché a differenza degli inglesi e dei tedeschi ha dovuto sottrarsi alla censura dell'ala meno illuminata e elitaria della cultura cattolica».



  4. #4
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    Predefinito

    addirittura . . .
    io in Pinocchio ci vedo solo un romanzo pedagogico.

  5. #5
    Non sono d'esempio in nulla
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    se posso,

    Pinocchio? Un "fratellino" della loggia di Firenze
    di Cesare Medail

    "Lunatici apostoli d'un simbolo politico e religioso, nel quale la mia natura, l'esperienza, la tradizione del mondo e dei miei studi mi vietan di credere": tra quegli "apostoli" Giovanni Prati collocava l'autore di Pinocchio, e Ferdinando Tempesti, uno dei maggiori studiosi di Collodi, commenta che la frase è "non poco sibillina fino a quando non si legge in quel simbolo il simbolo massonico".
    Se l'affiliazione del mazziniano Carlo Lorenzini alla libera muratoria era solo un'ipotesi, ora è divenuta certezza: nell'introduzione al Pinocchio appena uscito nei classici dell'Universale Feltrinelli, Tempesti reca come prova, oltre alla frase del Prati (1885), una lettera al Massone Pietro Barbera (1844), che termina: "In ogni modo mi creda, il fratello Collodi".
    Il più famoso burattino del mondo, dunque, è figlio di una loggia? Le infinite esegesi di un libro diffuso quanto la Bibbia e il Corano vanno rivedute alla luce dei simboli muratori? Fernando Tempesti cita addirittura uno studio basato su quest'ipotesi, Pinocchio e i simboli della "Grande Opera" (Editore Atanor, 1984), autori il sociologo Nicola Coco e lo specialista di dottrine ermetiche Alfredo Zambrano.
    I due studiosi riportano frammentarie notizie circa l'affiliazione di Lorenzini a una data obbedienza: la madre, per esempi, addolorata di avere un figlio massone, lo aveva convinto a fare atto di presenza alla messa di mezzogiorno in Santa Maria Maggiore, a Firenze; ma soprattutto ricostruiscono i rapporti fra Collodi e Ferdinando Martini, giornalista-editore fiorentino, al quale Carducci scrisse una lettera da massone a fratello e che fu collaboratore del Gran Maestro Lemmi, uno dei veri fondatori del Grande Oriente Italiano.
    Ebbene, sarà proprio Martini a pubblicare a puntate le Avventure di Pinocchio sul suo Giornale per i bambini. Dato che dopo l'unità d'Italia, i massoni (e in particolare, a Firenze, le logge Nuovo Campidoglio e Concordia) s'impegnarono a fondo nella rifondazione in chiave laica della pedagogia scolastica con un occhio di riguardo alla letteratura per l'infanzia ("togliere i fanciulli dalle ugne del clero", Rivista Massonica, 1873), è facile inquadrare l'attività di Martini, e quindi di Collodi, in tale disegno, tanto più che grande assente da Pinocchio è proprio "il substrato religioso ecclesiale", come notano Coco e Zambrano. Ma questo non è ancora sufficiente ad arruolare Collodi nella frammassoneria toscana.
    I due studiosi formulano tre ipotesi: a) Collodi era veramente iniziato e Pinocchio è la traduzione di un'esperienza esoterica opportunamente adattata al contesto politico-culturale; b) Fu solo il prestanome di un cenacolo massonico, come quando "diresse" il giornale di Martini; c) Fu il prestapenna di una "committenza" segreta. Gli scarni dati biografici circa il padre di Pinocchio non consentono di rispondere con certezza.
    Una circostanza, però, insieme con le nuove notizie di Tempesti depone a favore della tesi iniziatica: Lorenzini cambiò il proprio nome in Collodi nel '59, in coincidenza del suo trentatreesimo compleanno, cifra di alto significato nel processo di maturazione massonica: e verrebbe da cum-lode che, nelle saghe medievali, indica il ritrovamento del senno perduto (amlode, da cui Amleto).
    Ma le prove dell'ispirazione massonica di Pinocchio vanno cercate nel testo: una sorta di cammino iniziatico, scandito secondo le fasi della Grande Opera alchemica (la cui filosofia s'intreccia agli ideali massonici ottocenteschi). E' impensabile riassumere qui l'analisi dei simboli portata a sostegno di tale ipotesi, dal "serpente verde" di Goethe ai "grilli alchimisti" a alle "idee-balocchi" dei Colloqui per massoni di Lessing, per non parlare delle analogie coi Tarocchi (per tutte, Pinocchio impiccato come l'Appeso). Ci limitiamo a ricordare, al capitolo XXIII, la lapide della bambina dai capelli turchini abbandonata dal suo fratellino Pinocchio. Sarebbe la prima iniziazione del burattino, ufficialmente Fratellino, "ovvero ammesso a una prima gnosi effettiva", mentre la seconda avviene nel ventre del Pesce-cane dove trova una candela, un tavolo, residui di cibarie, vale a dire "un apparecchiamento cerimoniale tipico".
    Come spiegare, a questo punto, il successo multiculturale del figlio di una loggia toscana? Simboli e segni di riferimento appartengono a un linguaggio universale, adottato dalla maggioranza delle tradizioni e, di conseguenza, dalla fiaba: Collodi ha "attinto ad un piano simbolico che appartiene ad un mondo in cui vigono idee madri ed archetipi universali" scriveva nel '77, richiamandosi a Jung, lo psicoanalista Emilio Servadio (Passi sulla via iniziatica, Ed. Mediterranee). Sapendolo massone ed innamorato di Collodi, Tempesti scrive che Servadio gioirà nel ritrovarselo fratello; ma già in quel saggio aveva visto nel soggiorno di Pinocchio in una cavità oscura (il Pesce-cane), prima della mutazione finale, un'analogia "con il Gabinetto di riflessione in cui viene posto il profano prima dell'iniziazione massonica..."

  6. #6
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    Pinocchio è diventato ormai un personaggio pirandelliano. Il poverino aveva già qualche problema d'identità: burattino di legno che sogna di essere umano, con tutto ciò che questo comporta. Poi, a rendere la faccenda ancora più complicata, hanno provveduto i tanti critici, interpreti, psicologi, sociologi che si sono interessati alla favola di Collodi. Alla fine la storia è diventata meno importante dei secondi fini, di ciò che si legge tra le righe o non è stato scritto. E così Pinocchio è diventato un archetipo, assoldato per ogni causa e valido per tutte le bandiere.


    * Massone?
    Sulla Rivista della Massoneria italiana del 1873, la favola di Collodi assume un significato nettamente progressista: "Dirozzare le menti delle classi meno agiate, sottraendole all'ignoranza e alla speculatrice superstizione…nell'intendimento di togliere i fanciulli dalle ugne del clero". Del resto, la vicenda del burattino, da pupazzo di legno a bambino vero attraverso innumerevoli prove, può essere benissimo interpretata come un percorso iniziatico.

    * Cattolico?
    Sul fronte opposto, ecco l'interpretazione fideistica: "Carlo Collodi – ha sostenuto Piero Bargellini – ebbe la gran ventura di inserirsi, con la sua fantasia, nel filone della verità. Anche Pinocchio, come tutti i capolavori italiani, ha fondamento nella verità della dottrina cattolica". E rincara la dose, con un paragone forse un po' azzardato, il cardinale Biffi: "L'agonia di Pinocchio, appeso all'albero da tre ore, di Cristo in croce riecheggia perfino l'estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio, se tu fossi qui….

    * Freudiano?
    Oh, quel naso che si allunga quando il burattino dice le bugie! Non c'è bisogno di spiegare quali interpretazioni abbia suggerito alla critica psicanalitica il fatto che a Pinocchio il naso cominci a crescere proprio davanti alla Fatina...

    * Esoterico?
    Si poteva resistere alla tentazione di paragonare il falegname Geppetto a un alchimista che nel suo antro, ricorrendo a formule magiche, manipola il legno dandogli vita? Molto bella l'osservazione di Elémire Zolla: "Leggiadro, delicato, abissale è l'atto di leggere Pinocchio a un bambino. Portiamo l'innocente tra le figure stesse che gli si parerebbero dinnanzi in una radura sacra… introduciamo il piccolo al culto della Fata o Signora degli animali". Pinocchio infatti si muove in un mondo fatato di animali parlanti.

    * Politico?
    Di destra o di sinistra? Secondo la prima versione "E la sera… si sentiva passare, rassicurante, sul sonno di tutti, il calmo passo doppio dei carabinieri. Non ridete: dietro a Pinocchio io rivedo la piccola Italia onesta di re Umberto", secondo Pietro Pancrazi. Ma secondo Gianni Turchetti: " Nel paese degli acchiappacitrulli, sono gli onesti che vengono senz'altro condannati… Un episodio che la dice lunga sulle venature anarcoidi e sulla sfiducia nelle istituzioni di Collodi": e voilà il Pinocchio anarchico...


    Illustrazione di Mussino per l'edizione del 1911

  7. #7
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    Aggiungo alla già completa silloge di Silvia anche l'ipotesi interpretativa di un altro "toscanaccio" come il Lorenzini...

    * Figlio di Dio?
    In Paradiso Gesù sente dire di un vecchietto disperato che non riesce a trovare suo figlio.
    Finalmente raggiunge il vecchio e gli chiede: - Come vi chiamate?
    - Il mio vero nome è Giuseppe, faccio il falegname. Ho avuto un figlio in modo un po' strano, non proprio naturale e poi lui ha voluto fare a modo suo e se ne è andato via di casa e non l'ho più visto.
    Allora Gesù allarga le braccia commosso e grida:- Papà!
    E il vecchio: - Pinocchio!

  8. #8
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    Micidiale...

  9. #9
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    I CLASSICI TIRANO I FILI DEL BURATTINO
    di Ezio Savino

    Sul fatto che quella di Pinocchio sia una fiaba a puntate (tale è la sua genesi letteraria), nulla da dire. Non crediamo che Carlo Lorenzini volesse anticipare le teorie dell dottor Freud o gli arzigogoli della sociologia sofisticata. Ma il Collodi era pur sempre un letterato, un critico, frequentava i classici e se ne lasciava volentieri influenzare.

    Partiamo dal povero pezzo di legno di catasta che Mastro Ciliegia tenta di piallare a gamba di tavolo. E' un grezzo qualunque, buono solo da camino o da stufa, ma ha in sé la vita. I greci usavano la parole "legno", hyle, per indicare la materia primordiale, abissale impasto di vita.
    Al tocco della cetra di Orfeo, le querce danzavano. La scena di Geppetto che vede animarsi il burattino, è la fotocopia del mito di Dedalo. Capostipite degli artisti, Dedalo (il nome significa "esperto artigiano") teneva accanto al desco di falegname e scultore una robusta catena per legare la statua appena sbozzata, che spalancava gli occhi e tentava subito di precipitarsi nel mondo. E il figlio Icaro è anch'esso, come Pinocchio, il sogno indiziario di una paternità solitaria: chi ricorda la mamma dello sfortunato ragazzo, perito per spasimo di eccessiva libertà?

    Le orecchie di Pinocchio hanno tutta una loro storia. Dapprima mancano, tanto che i Carabinieri che lo acchiappano non sanno per dove prenderlo. Il monello di legno (simbolica lacuna di Geppetto, che trascura i lobi) è così l'icona del discolo che non vuole ascoltare.
    Le sue tardive orecchie d'asino sono invece il cascame del racconto greco di Mida. Costui assistette a un diverbio tra Pan e Apollo: il primo era sostenitore del flauto, licenzioso e sensuale,, il secondo della cetra, che nella misurata tensione delle corde simboleggia l'armonia della saggezza. Cosa ti va a scegliere l'imprudente Mida? Lo strumento di Pan, stolido balocco. Apollo lo castiga con le vergognose appendici asinine, degne di chi antepone la futilità dei giochi al severo impegno dell'istruzione. Il segreto di Mida è raccontato dal suo barbiere alla terra, in una buca. Ne crescono canne, che allo stormire del vento divulgano il vergognoso arcano. Non sarà questa l'ispirazione per la collodiana fantasia delle monete d'oro sepolte e destinate a germogliare?

    Il Paese dei balocchi appartiene a quella geografia immaginaria del sollucchero e della cuccagna che abbonda nei testi classici. Se ne scorge un archetipo nella terra dei Lotofagi omerici, inebetiti dai frutti del loto, che cancella la memoria e ogni impegno e induce a un dolcissimo far niente. Collodi ha interpretato la fantasia di ogni ragazzo: un mondo senza banchi e lavagne, l'eterna vacanza che inciuchisce. Ma di altre sedi del Bengodi leggiamo nelle commedie greche antiche. Qui, a dire il vero, domina il sogno alimentare. fiumi di vino, poderi di formaggio e bistecche che crescono sui rami.
    Lucignolo, il ragazzaccio scioperato e tentatore, deve forse la sua genesi agli strampalati studenti del Satyricon di Petronio, aboliti – per ovvi motivi – gli abusi erotici di cui gronda la pagina antica?

    Pinocchio che si trasforma in ciuco è il Lucio del romanziere sofista Luciano, più noto dalla fantastica rielaborazione di Apuleio che, nelle Metamorfosi, inscena la vicenda del curiosone sventato, Lucio appunto, che da quadrupede riacquista la forma umana solo a prezzo di un'iniziazione laboriosa, le cui tappe assomigliano alle peripezie del burattino. Nella Storia vera di Luciano leggiamo al stravagante odissea del protagonista. Deve averla letta anche Collodi, perché è lì la fonte del pescecane che inghiotte Pinocchio. Nello scrittore greco il cetaceo è una balena, nelle cui viscere tirano a campare due naufraghi, che poi aiutano Luciano a riemergere.

    Vogliamo parlare di metamorfosi? La telenovela di Pinocchio ne è infarcita (da burattino ad asino, poi di nuovo Pinocchio, infine ragazzo in carne). La metamorfosi è uno dei meccanismi più magici della narrazione mitica classica, dalle pittoresche genealogie di ninfe e divinità elleniche, al capolavoro ovidiano. Se ci tuffiamo nel mondo favolistico di Esopo e Fedro, ripeschiamo subito gli antenati del Gatto e della Volpe, quadrupedi con pelo e zampe da bestie, ma cuore truffaldino di uomini.

    Più sfumata è la matrice poetica della Fata dai capelli turchini, un po' Penelope, in eterna attesa di un marito distratto e in trepida ansia per un figlio non ancora uomo, un po' Circe, con quella bacchetta magica che può dare o togliere forma umana. E un po' Sirena, che con il miele del canto assopisce ogni tormento.
    L'epilogo del racconto collodiano ha suscitato, in più d'uno, sospetti e ripulse di perbenismo edificante. Non entriamo nel merito. Il lievito poetico è il mito fantastico della crisalide. Il ragazzo che contempla sulla sedia il suo frusto involucro di legno, più che un ambiguo Narciso assorto nello specchio di se stesso, è una fenice che si lascia alle spalle le ceneri, una splendida farfalla uscita dal bozzolo della materialità inerte, come Psiche, l'anima che i Greci immaginavano con ali di luce, risorta dal peso della carne, maturata, ripulita e cresciuta, pronta alle vicende dello spirito.


    Illustrazione di Enrico Mazzanti (prima edizione - 1883)

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    Elémire Zolla

    PINOCCHIO


    da "Uscite dal mondo" (Adelphi, 1992)



    In molte tradizioni è di prammatica esporre gli archetipi supremi in forma domestica, puerile. Perciò l’Europeo non capì la profondità delle favole che si raccontavano fra le tribù d’Africa e d’America, soltanto ora svelate per sistemi metafisici e cosmogonici.
    Si ricorre all’occultamento del sacro sotto cenciosi, impolverati ammanti perché null’altro consente altrettanto bene di sfuggire alla profanazione. E questa la formula che ne garantisce la conservazione più sicura, ne affida la custodia alle vecchie e ai bambini. E un trucco meraviglioso perché massimo ostacolo a una comprensione reale e operativa della sapienza trascendente e dunque ostacolo principale dinanzi all’entrata nel regno degli archetipi è la superbia intellettuale. Mai il superbo si chinerà a scrutare con amore una realtà dimessa e nemmeno giungerà mai a sospettare che essa possa essere deliberata, come l’abbigliamento da pitocco del califfo Harun ar-Rashíd nelle Mille e una notte.
    Questo, del travestimento nella più modesta tra le forme, è un archetipo fra i maggiori. In verità è nientemeno che l’archetipo stesso dell’Incarnazione.
    Lo Harun ar-Rashid del novellino arabo, il principe in costume di mendico, ha origine nella notte della fiaba arcaica e iniziatica: è il rospetto-principe, ancor presente nel duca shakespeariano di Misura per misura.
    Questa la chiave che c’introdurrà nel Pinocchio.

    L’aspetto è di un raccontino quasi quasi in vernacolo, con ammicchi e capitomboli da circo, pervaso di popolaresca bonarietà.
    Passeranno oltre i superbi. O faranno mostra del loro vezzo preferito, sociologico o psicoanalitico che sia, accanendosi sulla moralità borghesotta che a loro parrà l’essenza dell’intrattenimento.
    Era ciò che da loro si voleva.
    Resterà il pubblico degli innocenti.
    Gli unici ai quali valga la pena di schiudere i misteri. In vernacolo, ridendo conviene esporre le cose più inaccessibili.
    Lo sapeva Tolstoj. Il suo Pierre Bezuchov frequenta esoteristi assai addottrinati, ma la sapienza gli sfugge fino al giorno in cui gliela mostra a rozzi e buffi proverbi e a gesti il contadino Platon Karataev.
    Le figure eterne sono in buona parte presenti in Pinocchio.
    Quella del burattino simbolico innanzitutto.
    Quella della donna beatificante o Vergine Sapienza: la fatina collodiana continua la tradizione di Beatrice e di Laura con sommo onore.
    Quella degli aiutanti e degli avversari soprannaturali che accompagnano o ostacolano il cammino dell’iniziazione.
    Quella del prologo nei cieli. Il demiurgo in molte tradizioni è un falegname e marionettaio. In sanscrito si dice sutradhara che vuol anche dire regista o architetto. La miseria e buffonaggine ovvero la caduta del mondo proviene in molte tradizioni arcaiche da un contrasto fra il Demiurgo cosmico e il Padre Celeste, narrato anche nelle cosmogonie gnostiche.




    Una delle versioni più squisite è il preludio del Pinocchio.
    L’archetipo della morte e della rinascita quasi dappertutto e sempre torna a vestirsi nella forma simbolica d’un inghiottimento nel ventre della balena o nelle sofferenze asinine o nel serpente verde che atterrisce, ma ha il segreto della rinascita.
    Oso proporre che quest’ultimo simbolo fosse suggerito a Collodi dalla versione che ne diede Goethe nella fiaba inclusa in Discorsi di emigrati tedeschi. Anche il serpente verde di Goethe deve fatalmente schiattare ed è contornato di fuochi fatui come in Collodi da lucciole. L’allegoria goetheana concerne i misteri alchemici e monetari dell’oro. La moltiplicazione dell’oro tangibile, della moneta, non è un fatto di natura, ma una suggestione metafisica.
    Questo, in soldoni, l’insegnamento goetheano. Uguale è quello del Collodi.
    Il serpente verde è il vero custode della trasmutazione e della rinascita. È un simbolo immemoriale. Compare in Claudiano, simbolo dell’eternità nell’antro della Natura, nonché di tutti i terrori che attendono chi voglia liberarsi dai limiti e dai ceppi, rinascere, appunto.
    Che Pinocchio proprio di questo tratti, Collodi fa dichiarare al suo burattino quando esso si deve acconciare a fare il cane da guardia: "Potessi rinascere un’altra volta".




    Non può pertanto Pinocchio sfuggire alle classiche prove dell’acqua col naufragio, del fuoco presso il pescatore, dell’aria durante il volo del colombo o Spirito.
    Non credo si trovi un episodio del Pinocchio che non si possa rintracciare in quel curioso mondo che è l’iconografia alchemica.
    Il paese dei barbagianni?
    E quello che si attraversa per andare nell’Eterna Sapienza, c’informa la prima vignetta dell’Amphitheatrum eternae sapientiae di Khunrat. Il campo di cui favoleggiano il gatto e la volpe? Che Collodi chiama proprio il "campo benedetto" o "campo dei miracoli"? Lo troverete nel Mutus liber, il capolavoro dell’alchimia secentesca francese.
    E la formula per far crescere gli zecchini? È esattamente quella per rigenerare l’oro in alchimia. Due secchi d’acqua di fontana e una presa di sale: l’acqua della fons juventutis e un grano di sale della sapienza. Quello stesso sulla cui fabbricazione c’intrattiene Goethe in Poesia e verità.

    Pinocchio peraltro non è soltanto una rassegna di figure squisitamente ed esotericamente simboliche, ma contiene suggerimenti sottili su come si opera per liberarsi da se stessi, dalla propria natura di burattini utopisti, ricercatori di soluzioni umane, per rompere i propri limiti.
    Il primo suggerimento è frequentare i morti. Una morta. La fatina è una morta. È la femminilità eterna, epurata d’ogni traccia temporale. È l’idea della vergine matrice del cosmo come forza che dà nutrimento e forma al cosmo, plasmando, misurando, riparando.
    Per liberarsi dalla presa delle forze cosmiche vedendone la fine e il principio e la ragione, la matrice che le comprende, Collodi dà un suggerimento: "Imparare a vedere la fata nel sogno".
    Non diversamente Dante o Petrarca. Non diversamente Apuleio. Che altro distingue Lucio uomo da Lucio asino se non la consuetudine di vedere Iside in sogno?
    A chi volesse saperne di più da un moderno, suggerirei di leggere le novelle di William Butler Yeats. Perché di operazioni interiori precise si tratta, non di frasi graziose.
    Ma come sapere se chi accenna a tali cose - che si possono chiamare, con proprietà d’aggettivazione, abissali -parla per abbondanza di cuore e per esperienza?
    Conosco un solo reagente.
    Che dal tesoro del cuore estragga vibranti di vita, nuovi, estatici simboli degli eterni archetipi, simboli che lascino stranamente trasognati, come dei déjà vu, come delle visioni intraviste e irritrovabili, chiaramente non di questo mondo.
    Ebbene: quando mai altri hanno come il Collodi scostato all’improvviso la cortina del mondo quotidiano per svelarci in un estatico istante una capretta di lana turchina ritta su uno scoglio in un mare sconvolto?
    Solenne, strana incarnazione della Fata o Sapienza, essa non può nascere che da una verace conoscenza.





    Per la lettura avrei due suggerimenti stravaganti ma proficui.
    Il primo è una banale lettura allegorica: Pinocchio è l’emblema del fantasticare. D’accordo, è assai più d’un emblema, è un simbolo, ma un simbolo è fatto di una miriade di possibili allegorie e questa, di Pinocchio come personificazione del fantasticare, dà buoni frutti se messa all’uso proprio di ogni allegoria, tradurre le vicende del racconto a una a una in una moralità. Vediamo: utopistica, monotona e capricciosa, testarda e svogliata è la fantasticheria, chi voglia crescere deve scrollarsela di dosso e un uomo che davvero sia tale è una crescita ininterrotta. Occorre domare quel vizio, stroncandolo a bastonate, costringendolo ad acquattarsi e tremare, legandolo a un bindolo; alla fine ecco la meravigliosa metamorfosi, esso si tramuta in alata fantasia, dipinge nella nostra mente visioni eccelse, mostra "la Fata nel sogno".
    Questo sogno visionario chiude Pinocchio e ha l’effetto dei sogni terapeutici incubatori, redime mostrando un archetipo redentore. È stato preparato da altre apparizioni dell’archetipo durante il romanzo. Una di esse, cui già s’è accennato, ha i caratteri d’una vera e propria visione misterica; Pinocchio, facendo una nuotata, "vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco; e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
    "La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d’un color turchino sfolgorante che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina". In India quando un pittore o uno scultore di cose sacre è chiamato a raffigurare la Natura madre di ogni cosa, dipinge o modella una caprettina, aja.
    Aja vuol dire tante cose in sanscrito, la sua radice indoeuropea è la stessa del latino agere: "pascere, guidare"; indica l’avanzare d’una squadra e il capo che la sospinge, il raggio di luce, la luminescenza d’una pietra, l’Ariete che porta avanti l’anno, oltre al capro e alla capretta.

    Il secondo suggerimento che faccio è una divagazione che potrebbe perfino essere una supposizione. Che la "bella Bambina", la redentrice sia Iside e nasca per un curioso gioco della fantasia. Questo: figuriamoci una provincia toscana così com’è, linda, fredda, acida e bonaria, con i suoi paesaggi curati, i volti noti: tutto come lo conosciamo a menadito, e in essa ambientiamo la vicenda d’un burattino che diventa ragazzo. Ma con una stravagante condizione: la storia toscana si è svolta come si è svolta, salvo per la parte religiosa: in Toscana ancor oggi perdura il culto di Iside e a parlare della dea qualunque bambino capisce a volo. Il risultato è Pinocchio.
    Immaginiamo dunque che l’amore per Iside non cessasse attorno al 394 (in quell’anno il console romano che ancora celebrava ritualmente in pianto la pasqua isiaca subiva le volterriane risate del poeta che ghignava: "quis te plangentem non risit? "). Immaginiamo: le edicole della dea si scorgono ovunque, e quando si fa un eccezionale incontro con una donna misericordiosa, si esclama che in lei Iside s’incarna; si racconta a veglia la storia dell’uomo mutato in asino, che soltanto la dea può salvare, comparendogli, com’è suo uso, in sogno, a patto che egli versi tante lacrime (come quel tal console del 394, come Pinocchio); come nel mondo antico, si ritiene che Iside si manifesti inclinando i cuori all’amore dei genitori; ci si rivolge a lei, come faceva Tibullo, per esserne guariti dalle malattie. Ella ama le bestie come loro madre e ancora si fanno le processioni primaverili che Apuleio descrive, in onore di lei travestiti da animali (e quali potrebbero mai essere se non i tipici che ci stanno intorno, il grillo, il cane, la lumachina?). Ella è servita da animali. E’ una madre, è una fanciulla.





    Leggiadro, delicato, abissale è l’atto di leggere Pinocchio a un bambino. Portiamo l’innocente tra le figure stesse che gli si parerebbero dinanzi (nientemeno) in una radura sacra della più selvaggia isola dei mari del Sud, nella capanna delle iniziazioni che vi si troverebbe adagiata simulante la forma di un pescecane. Introduciamo il piccolo al culto della Fata o Signora-degli-animali (in questa la identifica Citati) e intanto forse in questo stesso istante sulla grigia banchisa polare, dentro una nuda, buia capanna di ghiaccio, rannicchiato su se stesso, qualcuno proprio su di lei si sta allucinando fra superbe girandole di colori fantastici e la ravvisa, come il fanciullo a cui stiamo leggendo, nelle vertiginose metamorfosi da fanciullina a fulgida dama, a regina di animali appunto, mutevole misericordiosa ciclica come la matrice, come la luna.

    Osiamo far di più. Strappiamo al fanciullo ogni terreno conforto.
    Chi non ha bisogno di una parvenza, d’una speranza di giustizia? Chi non passa (perde) il suo tempo a dimostrare, a se stesso soprattutto, di aver ragione, di essere nel giusto? Chi lo farebbe se non credesse alla giustizia presente quaggiù? Solo un dandy sublime sa esclamare: "Che cattivo gusto aver ragione!". Collodi ci mostra come si fa a insegnarlo, con un tenebroso sorriso, perfino ai bambini, raccontando loro che a denunciare i ladri è naturale che si finisca in galera e quanto più si è nel giusto tanto più ci si rimanga; che se si vuole un condono è meglio farsi passare per criminali; che se si osa dare un ceffone a un burattino ingiurioso, ce la vedremo col popolo e con i gendarmi. Al tenero ascoltatore si rivela perfino che i burattini del teatro delle marionette si danno "le zuccate della vera e sincera fratellanza".
    Questa non è che una serie di cenni agli archetipi che Collodi aiuta a intuire.
    Uno, il primo, vorrei estendere un poco.
    Quello del Burattino.
    L’archetipo agì fortemente su Kleist, cui dettò il saggio sul teatro di marionette, e sul Goethe delle pagine sul teatro di marionette nel Wilhelm.
    La fonte occidentale più probabile è Marco Aurelio: "Ricordati che colui che tira i fili è questo Essere celato in noi, è Lui che suscita la nostra parola, la vita nostra, è lui l’Uomo ... cosa ben più divina delle passioni che ci rendono simili a marionette e nient’altro ".
    Identificarsi con quest’Uomo è la meta spirituale.
    Il burattino e l’asino sono versioni equivalenti del medesimo archetipo: la fatica della vittoria sulla condizione puramente naturale e meccanica. L’una usata da Marco Aurelio, l’altra da Apuleio, al medesimo fine. Collodi adoperò entrambe. Faticosa vittoria! Collodi mostra come per ottenerla si deve rinunciare a ogni fede nelle istituzioni umane, liberarsi interamente dalla illusione della giustizia e dell’utopia.





    Nel mito norreno della creazione l’uomo è un pezzo di legno. Lo animano gli dèi. Il legno è in greco la materia. Marionetta in greco è thaúma e Platone nel Teeteto gioca sulla parola dicendo che inizio del filosofare è thaumázein, meravigliarsi. Il legno - la meraviglia - l’inizio del cammino iniziatico, questa sequenza e questi bisticci platonici non ci danno forse l’avvio di Pinocchio?
    Così la conclusione dell’aurea operetta non è forse una reminiscenza del Fedro, dove si osserva che il più eccelso movimento, dunque la più alta vita, è quello autonomo, opposto al movimento del burattino?
    La città indù delle marionette di legno, rammentata da Coomaraswamy nel suo saggio Spiritual Paternity and the ‘Puppet-Complex’, è governata dall’unico essere cosciente. Coomaraswamy mostra come quel re e quella città siano analoghi al re del Graal e alla fortezza del Graal e come quel re coincida con l’essere misterioso per eccellenza, intimo a noi più di noi a noi stessi, di cui parla Dante nel primo canto del Paradiso, dicendo che " questi nei cor mortali è permotore" e " questi la terra in sé stringe ".
    La sua vita è irriferibile, perciò di Pinocchio non più marionetta, ma liberato in vita, non c’è niente da dire.



    * Le illustrazioni (qualcuna un po' incerottata) fanno parte di un'edizione di Pinocchio del 1924. Grazie, Pcosta…

 

 

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