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  1. #1
    ITALIANO PURO SANGUE
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    nell'italia della famiglia
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    Predefinito Et In Terra Pax : La Chiesa E La Pace

    ET IN TERRA PAX
    LA CHIESA E LA PACE


    “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i
    discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:
    Pace a voi!. Detto questo, mostrò loro
    le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo:
    Pace a voi! Come il Padre
    ha mandato me, anch’io mando voi.

    Gv. 20, 19-22
    “Rimane, o Venerabili Fratelli, che, siccome il cuore dei Principi e di tutti coloro ai quali spetta mettere fine alle
    atrocità e ai danni (…), sta nelle mani di Dio, a Dio supplici leviamo la voce, e, a nome dell'intera umanità,
    gridiamo: "Dacci la pace, Signore, nei nostri giorni".”
    Benedetto XV.

    Ad beatissimi apostolorum principi
    1° Novembre 1914
    Innanzitutto educare la
    persona
    “2. La pace e i giovani camminano insieme
    Le presenti difficoltà sono realmente un «test» della nostra umanità. Esse possono costituire una svolta decisiva sulla
    via di una pace durevole, perché accendono i sogni più audaci e sprigionano le migliori energie di mente e di cuore.
    Le difficoltà sono una sfida per tutti; la speranza è un imperativo per tutti. Ma oggi io voglio attirare la vostra
    attenzione sul ruolo che la gioventù è chiamata a svolgere nello sforzo di promuovere la pace. Mentre ci prepariamo
    ad entrare in un nuovo secolo e in un nuovo millennio, dobbiamo renderci conto del fatto che il futuro della pace e,
    quindi, il futuro dell'umanità sono affidati, in modo speciale, alle fondamentali scelte morali che una nuova
    generazione di uomini e di donne è chiamata a fare. Tra pochissimi anni i giovani di oggi avranno la responsabilità
    della vita delle famiglie e della vita delle nazioni, del bene comune di tutti e della pace.
    I giovani hanno già
    cominciato a chiedersi in tutto il mondo: Che cosa posso fare io? Che cosa possiamo fare noi?
    Dove ci conduce
    il nostro sentiero? Essi vogliono portare il loro contributo al risanamento di una società ferita e indebolita. Essi
    vogliono offrire nuove soluzioni a vecchi problemi. Essi vogliono costruire una nuova civiltà, imperniata sulla
    solidarietà fraterna. Prendendo ispirazione da questi giovani, desidero invitare ciascuno a riflettere su queste realtà.
    Ma intendo rivolgermi in modo speciale e diretto ai giovani di oggi e di domani.

    3. Giovani, non abbiate paura della vostra giovinezza!
    Il primo invito che voglio rivolgervi, giovani uomini e donne di oggi, è questo: Non abbiate paura!
    Non abbiate
    paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di
    durevole amore!
    Si dice qualche volta che la società ha paura di questi potenti desideri dei giovani e che voi stessi
    ne avete paura. Non abbiate paura! Quando io guardo a voi, giovani, sento una grande gratitudine e speranza. Il
    futuro a lungo termine nel prossimo secolo sta nelle vostre mani. Il futuro di pace sta nei vostri cuori. Per costruire la
    storia, come voi potete e dovete, è necessario che la liberiate dai falsi sentieri che sta percorrendo. Per far questo
    dovete essere persone con una profonda fiducia nell'uomo ed una profonda fiducia nella grandezza della vocazione
    umana, una vocazione da perseguire nel rispetto per la verità, per la dignità e per gli inviolabili diritti della persona
    umana.
    Quello che vedo sorgere in voi è una nuova consapevolezza della vostra responsabilità ed una schietta sensibilità per
    i bisogni della comunità umana. Voi siete presi dal vivo desiderio della pace, che tanti condividono con voi. Voi
    siete turbati dalle grandi ingiustizie, che ci circondano. Voi avvertite un opprimente pericolo nel gigantesco
    accumulo di armi e nelle minacce di una guerra nucleare. Voi soffrite, quando vedete largamente diffuse la fame e la
    denutrizione. Voi siete interessati allo stato dell'ambiente, oggi e per le generazioni future. Voi siete minacciati dalla
    disoccupazione, e molti di voi sono senza lavoro e senza la prospettiva di un impiego adeguato.
    Voi siete sconvolti
    dal grande numero di persone, che sono politicamente e spiritualmente oppresse e che non possono godere
    dell'esercizio dei loro diritti umani fondamentali sia come individui che come comunità. Tutto questo può
    farvi pensare che la vita sia povera di significato.

    In questa situazione, alcuni di voi possono esser tentati di rifuggire dalle responsabilità: negli illusori mondi
    dell'alcool e della droga, nelle fugaci relazioni sessuali senza impegno per il matrimonio e la famiglia,
    nell'indifferenza, nel cinismo e perfino nella violenza.
    State in guardia contro l'inganno di un mondo che vuole
    sfruttare o far deviare la vostra energica e potente ricerca della felicità e del senso della vita. Ma non evitate
    la ricerca delle risposte vere alle domande che vi stanno di fronte. Non abbiate paura!

    4. La domanda inevitabile: qual è la vostra idea dell'uomo?
    Fra le domande inevitabili, che dovete porre a voi stessi, la prima e la principale è questa: qual è la vostra idea
    dell'uomo? Che cosa, secondo voi, costituisce la dignità e la grandezza di un essere umano? Questa è una domanda
    che voi giovani dovete porre a voi stessi, ma che ponete anche alla generazione che vi ha preceduto, ai vostri
    genitori ed a tutti coloro che, a vari livelli, hanno avuto la responsabilità di preoccuparsi dei beni e valori del mondo.
    Nel tentativo di rispondere onestamente e apertamente a questa domanda, giovani e vecchi possono esser condotti a
    riconsiderare le loro proprie azioni e le loro proprie vicende. Non è vero che molto spesso, specialmente nelle
    nazioni più ricche e sviluppate, la gente ha ceduto ad una concezione materialistica della vita? Non è vero che i
    genitori talvolta ritengono di aver assolto i loro obblighi verso i figli offrendo ad essi, oltre alla soddisfazione delle
    necessità basilari, più beni materiali che risposte per la loro vita? Non è vero che, così facendo, essi trasmettono alle
    generazioni più giovani un mondo che sarà povero di valori spirituali essenziali, povero di pace e povero di
    giustizia?
    Non è vero parimenti che in altre nazioni il fascino di certe ideologie ha lasciato alle generazioni più
    giovani un'eredità di nuove forme di asservimento, senza la libertà di perseguire i valori che veramente
    elevano la vita in tutti i suoi aspetti? Chiedete a voi stessi quale tipo di persone voi e gli esseri umani vostri
    simili volete essere, quale tipo di cultura volete forgiare.
    Ponete a voi stessi queste domande e non abbiate
    paura delle risposte
    , anche se esse richiederanno da voi un cambiamento di direzione nei vostri pensieri e nei vostri
    impegni.

    5. La domanda fondamentale: chi è il vostro Dio?
    La prima domanda conduce ad un'altra domanda ancor più basilare e fondamentale:
    chi è il vostro Dio? Noi non
    possiamo definire la nostra nozione di uomo senza definire un Assoluto, una pienezza di verità, di bellezza e
    di bontà, da cui riconosciamo che sono guidate le nostre vite.
    E vero, quindi, che un essere umano, «immagine
    visibile del Dio invisibile», non può rispondere alla domanda circa chi sia lui senza dichiarare al tempo stesso chi sia
    il suo Dio. E' impossibile restringere questa domanda alla sfera dell'esistenza privata della gente. E' impossibile
    separare questa domanda dalla storia delle nazioni. Oggi una persona è esposta alla tentazione di rifiutare Dio in
    nome della sua propria umanità. Dovunque esiste questo rifiuto, lì c'è un'ombra di paura che stende come una coltre
    che offusca lo sguardo. La paura nasce dovunque Dio muore nella coscienza degli essere umani. Ognuno sa,
    sebbene oscuramente e con timore, che dovunque Dio muore nella coscienza della persona umana, lì segue
    inevitabilmente la morte dell'uomo, ch'è immagine di Dio.

    6. La vostra risposta. Scelte basate sui valori
    Qualunque risposta voi diate a queste due domande tra loro connesse, segnerete l'orientamento per il resto della
    vostra vita. Ognuno di noi, durante gli anni della propria giovinezza, ha dovuto affrontare queste domande e, a un
    certo punto, è dovuto giungere ad una qualche conclusione, che ha modellato le sue future scelte, la futura strada e la
    futura sua vita. La risposta che voi, giovani, date a queste domande determinerà anche il modo in cui risponderete
    alle grandi sfide della pace e della giustizia. Se avete deciso che il vostro Dio siete voi stessi senza nessun riguardo
    per gli altri, voi diventerete strumenti di divisione e di inimicizia, addirittura strumenti di guerra e di violenza. Ciò
    dicendo, desidero farvi rilevare l'importanza di scelte che inglobano valori. I valori sono i supporti delle scelte che
    determinano non solo le vostre vite, ma anche le linee di condotta e le strategie che costruiscono la vita nella società.
    E ricordate che non è possibile creare una dicotomia tra valori personali e sociali. Non si può vivere nell'incertezza:
    essere esigenti con gli altri e con la società, e decidere poi di vivere personalmente una vita basata sulla permissività.
    Voi dovete, dunque, decidere su quali valori costruire la società. Le vostre scelte di adesso decideranno se nel futuro
    subirete la tirannia dei sistemi ideologici, che riducono le dinamiche della società alla logica della lotta di classe. I
    valori, che scegliete oggi, decideranno se le relazioni fra nazioni continueranno ad essere oscurate dalle tragiche
    tensioni che sono il prodotto di disegni nascosti o apertamente propagandati, miranti a soggiogare tutti i popoli a
    regimi in cui Dio non conta ed in cui la dignità della persona umana è sacrificata alle pretese di un'ideologia che
    tenta di divinizzare la collettività. I valori, per i quali voi vi impegnate nella vostra giovinezza, determineranno se
    sarete soddisfatti dell'eredità di un passato, in cui l'odio e la violenza soffocano l'amore e la riconciliazione. Dalle
    scelte, che ciascuno di voi fa oggi, dipenderà il futuro dei vostri fratelli e sorelle.
    7. Il valore della pace
    La causa della pace, la costante ed ineludibile sfida dei nostri giorni, vi aiuta a scoprire voi stessi ed i vostri valori.
    Lo stato delle cose è duro e drammatico. Sono spesi milioni per le armi; risorse di ordine materiale e intellettuale
    sono dedicate solamente alla produzione delle armi; esistono posizioni politiche che a volte non riconciliano e non
    uniscono i popoli, ma piuttosto erigono barriere ed isolano una nazione dall'altra. In tali circostanze un giusto senso
    di patriottismo può cader vittima di un'eccessiva partigianeria, ed un onorevole servizio in difesa del proprio Paese
    può dar luogo a un'interpretazione errata e perfino ridicola (cfr. Gaudium et Spes, 79).
    In mezzo ai numerosi ed
    allettanti appelli dell'egoismo, l'uomo e la donna di pace devono imparare a tener ben presenti, innanzitutto, i
    valori della vita e, quindi, procedere con fiducia per metter quei valori in pratica. L'appello ad essere
    operatori di pace poggerà allora fermamente sull'appello alla conversione del cuore
    , come ho suggerito nel
    messaggio per la Giornata mondiale della pace dello scorso anno. Esso sarà poi corroborato dall'impegno per un
    dialogo onesto e per leali negoziati, basati sul reciproco rispetto e collegati ad una realistica valutazione delle giuste
    esigenze e dei legittimi interessi di tutti gli interlocutori. Esso cercherà di ridurre le armi, la cui esistenza in grandi
    quantità suscita paura nel cuore delle persone. Esso spingerà a gettare ponti - culturali, economici, sociali, politici -
    che permetteranno un maggiore scambio tra le nazioni.
    Esso promuoverà la causa della pace come la causa
    propria di ciascuno non già con frasi propagandistiche, che condividono, o con azioni, che accendono passioni
    inutili, ma con la calma fiducia, ch'è frutto di impegno per i valori veri e per il bene di tutta l'umanità.”

    Dal Messaggio di Giovanni Paolo II
    per la XVIII Giornata Mondiale della Pace:
    La pace e i giovani camminano insieme-1 gennaio 1985
    I Papi e le guerre mondiali
    Benedetto XV
    La diplomazia di Benedetto XV fece tutto il possibile per scongiurare l'intervento italiano, in guerra contro l'Austria.
    La Santa Sede valutava correttamente il pericolo che correva l'ultima grande potenza cattolica d’Europa, l’Austria, e
    perciò suggerì a Francesco Giuseppe la cessione del trentino all'Italia perché quest'ultima si astenesse dalla guerra. Il
    governo di Vienna rifiutò. Quando, in seguito al patto di Londra dell’aprile 1915, fu chiaro che l’Italia sarebbe
    entrata in guerra contro l’Austria, il papa volle che i vescovi italiani non si facessero coinvolgere in dimostrazioni di
    patriottismo fuori luogo: il papa continuava a condannare la guerra come
    orrenda carneficina che disonora
    l’Europa
    .
    Poiché tutti gli appelli alla pace e l’offerta di mediazione venivano lasciati cadere, a Benedetto XV non rimase altro
    da fare che organizzare i soccorsi per le vittime della guerra: raccolta e trasmissione del nome dei caduti, dei
    prigionieri, dei feriti; difesa e conforto dei prigionieri; aiuti finanziari, vettovaglie, abbigliamento; difesa delle
    minoranze etniche, ecc. Il culmine dei tentativi di mediazione di Benedetto XV fu raggiunto nell’agosto del 1917,
    quando il papa chiese che cessasse
    l’inutile strage: le reazioni dei governi europei furono molto deludenti, perché le
    affermazioni del papa mettevano in crisi gli apparati propagandistici dei vari Paesi.

    Pio XI
    Lo sforzo per garantire la pace tra le nazioni divenne uno dei compiti primari del papato per tutto il XX secolo, in
    assoluta continuità con gli sfortunati appelli di Benedetto XV. Le paci di Versailles apparvero al papa troppo
    favorevoli ai vincitori e perciò egli favorì con tutte le sue forze i tentativi volti a colmare il fossato che si era aperto
    tra i vincitori e vinti, provocando reazioni risentite soprattutto in Francia, dove si levarono voci favorevoli alla
    creazione di una sorta di Chiesa nazionale staccata da Roma. Il papa, fin dal primo anno del pontificato, aveva
    progettato la ripresa del Concilio Vaticano I, ma ne fu distolto dalla politica mondiale che, dopo il 1929, divenne
    incandescente. I nemici della pace furono individuati nel nazionalismo e nel comunismo, riconosciuti come nemici
    più irriducibili del programma papale. Nel 1938 la condanna dei regimi totalitari, ormai incamminati verso la guerra,
    apparve chiaramente dai documenti pontifici e dai discorsi del papa, che si dichiarò pronto a dare la sua vita in
    cambio della pace.
    Pio XII
    Pio XII aveva sperato che la guerra fosse ancora evitabile (i negoziati di Monaco avevano avuto la stessa
    sensazione), addossandosi un compito nettamente superiore alle sue forze, quello di condurre la situazione
    internazionale sui binari delle trattative diplomatiche. Nel momento in cui la guerra apparve inevitabile, ossia nei
    giorni in cui veniva firmato il patto di non aggressione tra Molotov e Ribbentrop (agosto 1939), il papa Pio XII
    affermò:
    nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra; una dichiarazione che possiamo definire
    profetica, ma che obbligava la Santa Sede a una rigorosa neutralità tra le parti in conflitto. Pio XII, comunque, tentò
    di attivare col segretario di Stato Luigi Maglione, col suo sostituto Giovanni Battista Mintini, col segretario della
    congregazione degli affari straordinari Domenico Tardini, un’azione diplomatica molto estesa. Ripristinò una
    capillare organizzazione caritativa e assistenziale per lenire le paurose sofferenze provocate dal conflitto, come
    aveva fatto in precedenza Benedetto XV. [...]. Nel radiomessaggio per il Natale del 1941, Pio XII completò
    l’esposizione
    sui presupposti essenziali dell’ordine internazionale, sottolineando quanto sarebbe stata importante
    l’azione di uomini autenticamente cristiani per costruire la società futura (si pensi a Spaak, Adenauer, De Gasperi).
    [...]. In Italia, le attenzioni del papa rivolte alla città di Roma, per preservarla dalle distruzioni e dai bombardamenti,
    ebbero maggiore successo. Il papa era romano, un epiteto che in questo caso significava universale: la distruzione di
    Roma sarebbe stata un crimine imperdonabile. Durante l’occupazione nazista di Roma, Pio XII riuscì a far
    funzionare un’organizzazione clandestina di aiuti ai perseguitati di ogni partito e nazionalità rifugiati perfino nelle
    basiliche di San Pietro e San Paolo. Appena terminato il conflitto, nel corso del quale aveva acquistato grande risalto
    la capacità del papa di rivolgersi alle masse del mondo intero mondo, anche se era emersa la sua scarsa influenza
    sulle decisioni dei governi, Pio XII prese la parola sempre più spesso per difendere le vittime dei regolamenti di
    conti tra vincitori e vinti.
    Da A. Torresani,
    Storia della Chiesa. Dalla comunità di Gerusalemme al Giubileo 2000, Milano, ed. Ares, 1999

    Giovanni XXIII e
    Paolo VI
    1.“PACEM IN TERRIS”
    Abbiamo visto in cosa consisteva la pace giusta per Benedetto XV e Pio XII negli sconvolgimenti delle due guerre
    mondiali e nelle prime scintille della guerra fredda. Nel caso di Giovanni XXIII non si erano verificati conflitti
    drammatici, ma una crisi la cui gravità poteva benissimo sfociare in una guerra aperta tra le due superpotenze. Il
    timore che, in futuro, simili tensioni internazionali finissero in modo drammaticamente diverso dalla crisi di Cuba
    spinse Giovanni XXIII nell'enciclica
    Pacem in Terris a illustrare i cardini sui quali si doveva reggere una pace giusta
    e duratura (l'idea di Roncalli di dedicare un'enciclica alla pace nel mondo risaliva proprio all'episodio della crisi di
    Cuba16).
    In linea con i suoi predecessori, Giovanni XXIII ribadiva l'essenzialità di un ordine internazionale fondato su una
    morale cristiana: "La Pace in Terra [...] può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell'ordine stabilito
    da Dio [...] Una convivenza fondata soltanto sui rapporti di forza non è umana". L'ordine cristiano è un ordine di
    libertà: "Ogni essere umano è persona libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri [...] universali, inviolabili,
    inalienabili". Fra i diritti, Roncalli faceva esplicito riferimento, in particolare, a quelli di creare una famiglia, "nucleo
    naturale ed essenziale della società", che deve essere sostenuta nella sua "stabilità" e nell'"adempimento della sua
    specifica missione". Come per Pio XII, anche per Roncalli l'ordine interno era fondamentale per la pace in quello
    esterno: Giovanni XXIII proponeva una giusta soluzione per la
    questione sociale ed operaia fondata sui diritti alla
    libera iniziativa in campo economico, a condizioni di lavoro non lesive della sanità fisica e del buon costume, ad una
    retribuzione secondo criteri di giustizia tale da "permettere al lavoratore ed alla sua famiglia un tenore di vita
    conforme alla dignità umana". Faceva, inoltre, riferimento al diritto di proprietà privata e di associazione "per il
    perseguimento di obiettivi che i singoli esseri umani non possono efficacemente perseguire" individualmente, e al
    diritto della "tutela giuridica dei propri diritti" secondo "criteri obiettivi di giustizia". Infine, contro il soffocamento
    della libertà da parte dello Stato, come accadeva nei regimi comunisti,
    Roncalli riaffermò quanto aveva scritto nell'enciclica
    Mater et Magistra: "La presenza dello Stato" in tutti i campi
    della società "non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà dell'iniziativa personale dei singoli cittadini,
    ma per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile, nell'effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti
    essenziali della persona".
    Andava perseguito il principio di sussidiarietà che, al contrario, stimolava gli Stati a sostenere la libera iniziativa dei
    cittadini e dei corpi intermedi. "Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori:
    le comunità politiche", composte a loro volta da persone, come le singole persone "sono soggetti di diritti e
    di doveri". In particolare, per una pace giusta e duratura, fra i doveri era fondamentale il rispetto dei diritti dei
    popoli: "venga eliminata ogni traccia di razzismo". I popoli "possono differire tra loro nel grado di cultura e di
    civiltà o di sviluppo economico; però ciò non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la
    loro superiorità" sugli altri. Ma, ancora, non può esservi pace senza
    giustizia, "Le comunità politiche hanno il diritto
    all'esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: [...] di conseguenza e simultaneamente le stesse
    comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne
    costituiscono una violazione". Gli eventuali contrasti vanno superati "non con il ricorso alla forza, con la frode o con
    l'inganno, ma [...] con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l'equa
    composizione".
    Al centro del ragionamento di Giovanni XXIII stava il rispetto dei diritti dei popoli più che i diritti delle nazioni. Infatti,
    se "dal XIX secolo una tendenza di fondo assai estesa nell'evolversi storico" era quella che portava a far coincidere
    i popoli con le rispettive nazioni, "per un insieme di cause, non sempre riesce di far coincidere i confini
    geografici con quelli etnici". Parlare solo di rispetto di diritti delle nazioni come cardine fondamentale del concetto
    di giustizia sarebbe stato, perciò, riduttivo, perché non si sarebbe tenuto conto delle minoranze etniche, anch'esse da
    considerare come popoli. Una "grave violazione della giustizia" è "comprimere" e "soffocare il flusso vitale delle
    minoranze", tanto più quando l'intenzione è quella di "farle scomparire". Come aveva affermato Pio XII, occorre,
    invece, che "i poteri pubblici portino il loro contributo nel promuovere lo sviluppo umano delle minoranze, con
    misure efficaci a favore della loro lingua, della loro cultura, del loro costume, delle loro risorse ed iniziative
    economiche". Per converso, "i mèmbri delle minoranze [...] possono essere portati [...] ad accentuare l'importanza
    degli elementi etnici [...] fino a porli al di sopra dei valori umani[...], mentre saggezza vorrebbe che sapessero pure
    apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro l'arricchimento di se stessi con l'assimilazione
    graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti da quella alla quale essi appartengono". Anche
    per Roncalli lo scopo finale era quello di fare dei popoli una "intera famiglia umana".
    Ancora una volta il disarmo era indispensabile: Giovanni XXIII nella
    Pacem in Terrìs denunciava nuovamente
    l'insufficienza della «coesistenza pacifica» e della «deterrenza nucleare»: "Gli armamenti, come è noto, si sogliono
    giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che [...] fondata sull'equilibrio
    delle forze". In pratica, "se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi
    atomiche di potenza distruttiva pari. [...] Gli esseri umani vivono sotto l'incubo di un uragano che potrebbe
    scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile". Anche
    se era "difficile persuadersi" che vi fossero "persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori
    che una guerra causerebbe", anche se "una guerra a fondo, grazie all'efficacia deterrente" delle armi nucleari
    "non avrà luogo, [...] non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che
    metta in moto l'apparato bellico". A questo proposito, era lecito domandarsi se i successori di Kennedy e di Kruscev
    avrebbero avuto la medesima attenzione nell'evitare lo scontro aperto. Per questo motivo "è giustificato il timore che
    il fatto della continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla
    Terra".
    Dunque, "giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente
    e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari". Come per i suoi
    predecessori, un disarmo integrale era, però, possibile solo se a quello materiale si accompagnava un disarmo
    spirituale, perché si potesse dissolvere "la psicosi bellica" e si passasse da una pace "che si regge sull'equilibrio degli
    armamenti" ad una vera pace costruita nella "vicendevole fiducia". E qui Giovanni XXIII si ricollegava a Pio XII:
    "Chi è che non desidera ardentissimamente che il pericolo della guerra sia eliminato e la pace sia salvaguardata e
    consolidata? [...] Risuonano ancora oggi severamente ammonitrici le parole di Pio XII: Nulla è perduto con la pace.
    Tutto può essere perduto con la guerra". È vero, osservava Giovanni XXIII, che si diffondeva "sempre più tra gli
    esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle
    armi; ma invece attraverso il negoziato", come la recente crisi di Cuba aveva insegnato. D'altra parte, quella
    persuasione era ancora fondata sulla "legge del timore", la «deterrenza nucleare», presente tra i popoli per "la forza
    terribilmente distruttiva delle armi moderne". Era tempo che tra i rispettivi popoli non regnasse "il timore, ma
    l'amore". Proprio questo sentimento di solidarietà e di fraterna collaborazio-ne doveva guidare "i grandi Stati" ad
    aiutare "le nazioni più piccole e deboli" nella "loro libertà nel campo politico" e nella "tutela del loro sviluppo
    economico", senza agire nei loro confronti con "propositi di predominio politico", come la logica della guerra fredda
    suggeriva ad entrambe le superpotenze.
    In linea con i suoi predecessori, Giovanni XXIII ribadiva la necessità di un organismo di arbitrato internazionale che
    garantisse il rispetto dei diritti dei popoli, della giustizia e del disarmo: "i poteri pubblici [...] non sono più in grado
    di affrontare e risolvere" adeguatamente Ì problemi internazionali "a motivo di una loro deficienza strutturale".
    Giovanni XXIII metteva, quindi, in risalto la presenza positiva dell'ONU. "Le Nazioni Unite", sorte "di comune accordo,
    e non imposte dalla forza", si proposero come fine essenziale di mantenere e consolidare la pace fra i popoli,
    sviluppando fra essi le amichevoli relazioni, fondate sui principi dell'uguaglianza, del vicendevole rispetto, della
    multiforme cooperazione". Era "un segno indubbio che gli esseri umani, nell'epoca moderna", avevano "acquistato
    una coscienza più viva della propria identità", una coscienza che esigeva, in particolare il rispetto dei "diritti della
    persona", contenuti nella maggior parte delle Costituzioni delle comunità politiche di quel tempo. I diritti dei popoli
    non potevano essere difesi se anche l'ONU non si fondava sul rispetto dei diritti della persona umana. In questo
    senso Giovanni XXIII sottolineava l'importanza dell'approvazione da parte dell'ONU, nell'assemblea generale del 10
    dicembre 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: "un passo importante nel cammino verso
    l'organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale. In essa infatti viene riconosciuta, nella forma più
    solenne, la dignità della persona a tutti gli esseri umani".
    Queste erano le linee che Giovanni XXIII suggeriva al mondo per una pace giusta e duratura: concetti che erano già
    stati elaborati dai suoi predecessori, specialmente da Pio XII, i cui richiami nella
    Pacem in Terris erano molto frequenti.
    Giovanni XXIII seppe riformularli contestualizzandoli perfettamente a quel particolare periodo storico, per
    "scongiurare gli uomini" affinché considerassero "a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra
    le comunità politiche su piano mondiale" dopo le lacerazioni causate dalla crisi di Cuba: i Capi di Stato "scrutino il
    problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l'avvio verso intese leali, durature, feconde".
    Da A.Gianelli e A.Tornielli,
    Papi e guerre. Dal primo conflitto mondiale all’attacco in Irak, pp. 151-156

    2.Discorso del Santo Padre Paolo VI alle Nazioni Unite
    Nel momento in cui prendiamo la parola davanti a questo consesso unico al mondo, sentiamo il bisogno anzitutto di
    esprimere la Nostra profonda gratitudine al Signor Thant, vostro Segretario Generale, per l'invito ch'egli Ci ha
    rivolto di visitare le Nazioni Unite, in occasione del ventesimo anniversario della fondazione di questa Istituzione
    mondiale per la pace e per la collaborazione fra i popoli di tutta la terra. Noi ringraziamo altresì il Signor Presidente
    dell'Assemblea, On. Amintore Fanfani, il quale, dal giorno del suo insediamento, ha avuto per Noi parole tanto
    cortesi.
    Grazie anche a voi tutti, qui presenti, per la vostra buona accoglienza.
    A ciascuno di voi il Nostro riverente e cordiale saluto. La vostra amicizia Ci ha invitati e Ci ammette ora a questa
    riunione: e come amici Noi qui a voi Ci presentiamo.
    Vi esprimiamo il Nostro cordiale omaggio personale e vi offriamo quello dell'intero Concilio Ecumenico Vaticano
    II, riunito in Roma, e qui rappresentato dai Signori Cardinali che a questo scopo Ci accompagnano. A loro nome,
    come da parte Nostra, rendiamo a voi tutti onore e vi salutiamo!
    Questo incontro, voi tutti lo comprendete, segna un momento semplice e grande. Semplice, perché voi avete davanti
    un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui
    pure, se così vi piace considerarci, d'una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere
    libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni
    sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non
    abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un
    permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore.
    DA VENTI SECOLI UN VOTO DEL CUORE
    Questa è la Nostra prima dichiarazione; e, come voi vedete, essa è così semplice, che sembra irrilevante per questa
    Assemblea, che tratta sempre cose importantissime e difficilissime. Ma Noi dicevamo, e tutti lo avvertite, che questo
    momento è anche grande. Grande per Noi, grande per voi.
    Per Noi, anzitutto. Oh! voi sapete chi siamo; e, qualunque sia l'opinione che voi avete sul Pontefice di Roma, voi
    conoscete la Nostra missione; siamo portatori d'un messaggio per tutta l'umanità; e lo siamo non solo a Nostro nome
    personale e dell'intera famiglia cattolica, ma lo siamo pure di quei Fratelli cristiani, che condividono i sentimenti da
    Noi qui espressi, e specialmente di quelli da cui abbiamo avuto esplicito incarico d'essere anche loro interpreti. Noi
    siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata; così Noi
    avvertiamo la fortuna di questo, sia pur breve, momento, in cui si adempie un voto, che Noi portiamo nel cuore da
    quasi venti secoli. Sì, voi ricordate: è da molto tempo che siamo in cammino, e portiamo con Noi una lunga storia;
    Noi celebriamo qui l'epilogo d'un faticoso pellegrinaggio in cerca d'un colloquio con il mondo intero, da quando Ci è
    stato comandato: "Andate e portate la buona novella a tutte le genti".
    Ora siete voi, che rappresentate tutte le genti. Noi abbiamo per voi tutti un messaggio, sì, un messaggio felice, da
    consegnare a ciascuno di voi.
    IN NOME DEI MORTI DEI POVERI DEI SOFFERENTI
    1. Il Nostro messaggio vuol essere, in primo luogo, una ratifica morale e solenne di questa altissima Istituzione.
    Questo messaggio viene dalla Nostra esperienza storica; Noi, quali "esperti in umanità", rechiamo a questa
    Organizzazione il suffragio dei Nostri ultimi Predecessori, quello di tutto l'Episcopato cattolico, e Nostro, convinti
    come siamo che essa rappresenta la via obbligata della civiltà moderna e della pace mondiale.
    Dicendo questo, Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre
    passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la
    condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle
    presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei
    diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso. I
    popoli considerano le Nazioni Unite come il palladio della concordia e della pace; Noi osiamo, col Nostro, portare
    qua il loro tributo di onore e di speranza. Ecco perché questo momento è grande anche per voi.
    GIUSTIZIA DIRITTO TRATTATIVA NELLE RELAZIONI TRA I POPOLI
    2. Noi sappiamo che ne avete piena coscienza. Ascoltate allora la continuazione del Nostro messaggio. Esso è
    rivolto completamente verso l'avvenire: l'edificio, che avete costruito, non deve mai più decadere, ma deve essere
    perfezionato e adeguato alle esigenze che la storia del mondo presenterà. Voi segnate una tappa nello sviluppo
    dell'umanità, dalla quale non si dovrà più retrocedere, ma avanzare.
    Al pluralismo degli Stati, che non possono più ignorarsi, voi offrite una formula di convivenza, estremamente
    semplice e feconda. Ecco: voi dapprima vi riconoscete e distinguete gli uni dagli altri. Voi non conferite certamente
    l'esistenza agli Stati; ma qualificate come idonea a sedere nel consesso ordinato dei Popoli ogni singola Nazione;
    date cioè un riconoscimento di altissimo valore etico e giuridico ad ogni singola comunità nazionale sovrana, e le
    garantite onorata cittadinanza internazionale. È già un grande servizio alla causa dell'umanità quello di ben definire e
    di onorare i soggetti nazionali della comunità mondiale, e di classificarli in una condizione di diritto, meritevole
    d'essere da tutti riconosciuta e rispettata, dalla quale può derivare un sistema ordinato e stabile di vita internazionale.
    Voi sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal
    diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall'inganno.
    Così ha da essere. Lasciate che Noi Ci congratuliamo con voi, che avete avuto la saggezza di aprire l'accesso a
    questa aula ai Popoli giovani, agli Stati giunti da poco alla indipendenza e alla libertà nazionale; la loro presenza è la
    prova dell'universalità e della magnanimità che ispirano i principii di questa Istituzione.
    Così ha da essere; questo è il Nostro elogio e il Nostro augurio, e, come vedete, Noi non li attribuiamo dal di fuori;
    ma li caviamo dal di dentro, dal genio stesso del vostro Statuto.
    GENEROSA FIDUCIA GIAMMAI INSIDIATA O TRADITA
    3. Il vostro Statuto va oltre; e con esso procede il Nostro augurio.
    Voi esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; diciamo questa seconda formula: per mettere
    insieme gli uni con gli altri. Siete una Associazione. Siete un ponte fra i Popoli. Siete una rete di rapporti fra gli
    Stati. Staremmo per dire che la vostra caratteristica riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra
    Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale. Non v'è nulla di superiore sul piano naturale
    nella costruzione ideologica dell'umanità. La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i
    Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l'impresa; questa la vostra nobilissima impresa. Chi non vede
    il bisogno di giungere così, progressivamente, a instaurare un'autorità mondiale, capace di agire con efficacia sul
    piano giuridico e politico?
    Anche a questo riguardo ripetiamo il Nostro voto: perseverate. Diremo di più: procurate di richiamare fra voi chi da
    voi si fosse staccato, e studiate il modo per chiamare, con onore e con lealtà, al vostro patto di fratellanza chi ancora
    non lo condivide. Fate che chi ancora è rimasto fuori desideri e meriti la comune fiducia; e poi siate generosi
    nell'accordarla. E voi, che avete la fortuna e l'onore di sedere in questo consesso della pacifica convivenza,
    ascoltateci: fate che non mai la reciproca fiducia, che qui vi unisce e vi consente di operare cose buone e grandi. sia
    insidiata o tradita.
    L'ORGOGLIO IL GRANDE ANTAGONISTA DELLE NECESSARIE ARMONIE
    4. La logica di questo voto, che si può dire costituzionale per la vostra Organizzazione, Ci porta a integrarlo con
    altre formule. Ecco: che nessuno, in quanto membro della vostra unione, sia superiore agli altri. Non l'uno sopra
    l'altro. È la formula della eguaglianza. Sappiamo di certo come essa debba essere integrata dalla valutazione di altri
    fattori, che non sia la semplice appartenenza a questa Istituzione; ma anch'essa è costituzionale. Voi non siete eguali,
    ma qui vi fate eguali. Può essere per parecchi di voi atto di grande virtù; consentite che ve lo dica Colui che vi parla,
    il Rappresentante d'una Religione, la quale opera la salvezza mediante l'umiltà del suo Fondatore Divino. Non si può
    essere fratelli, se non si è umili. Ed è l'orgoglio, per inevitabile che possa sembrare. che provoca le tensioni e le lotte
    del prestigio, del predominio, del colonialismo dell'egoismo; rompe cioè la fratellanza.
    CADANO LE ARMI, SI COSTRUISCA LA PACE TOTALE
    5. E allora il Nostro messaggio raggiunge il suo vertice; il vertice negativo. Voi attendete da Noi questa parola, che
    non può svestirsi di gravità e di solennità:
    non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo
    principalmente è sorta l'Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace ! Ascoltate le chiare
    parole d'un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: "L'umanità deve porre fine
    alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità". Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di
    questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili
    stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura
    del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera
    umanità!
    Grazie a voi, gloria a voi, che da vent'anni per la pace lavorate, e che avete perfino dato illustri vittime a questa santa
    causa. Grazie a voi, e gloria a voi, per i conflitti che avete prevenuti e composti. I risultati dei vostri sforzi,
    conseguiti in questi ultimi giorni in favore della pace, benché, non siano ancora definitivi, meritano che Noi, osando
    farci interpreti del mondo intero, vi esprimiamo plauso e gratitudine.
    Signori, voi avete compiuto e state compiendo un'opera grande: l'educazione dell'umanità alla pace. L'ONU è la
    grande scuola per questa educazione. Siamo nell'aula magna di tale scuola; chi siede in questa aula diventa alunno e
    diventa maestro nell'arte di costruire la pace. Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli
    architetti, ai costruttori della pace.
    E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l'equilibrio delle forze e degli interessi, ma
    con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi già lavorate in questo senso. Ma voi siete ancora in principio:
    arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua
    storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e
    pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi;
    e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo.
    Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le
    armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine,
    generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi
    spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l'uomo rimane
    l'essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie,
    purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita
    internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve
    ottenere! Cresca la fiducia unanime in questa Istituzione, cresca la sua autorità; e lo scopo, è sperabile, sarà
    raggiunto. Ve ne saranno riconoscenti le popolazioni, sollevate dalle pesanti spese degli armamenti, e liberate
    dall'incubo della guerra sempre imminente, il quale deforma la loro psicologia. Noi godiamo di sapere che molti di
    voi hanno considerato con favore il Nostro invito, lanciato a tutti gli Stati per la causa della pace, a Bombay, nello
    scorso dicembre, di devolvere a beneficio dei Paesi in via di sviluppo una parte almeno delle economie, che si
    possono realizzare con la riduzione degli armamenti. Noi rinnoviamo qui tale invito, fidando nel vostro sentimento
    di umanità e di generosità.
    OLTRE LA COESISTENZA: LA COLLABORAZIONE FRATERNA
    6. Dicendo queste parole Ci accorgiamo di far eco ad un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo
    vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per
    renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri. Voi non vi contentate di facilitare la coesistenza e la convivenza fra le
    varie Nazioni; ma fate un passo molto più avanti, al quale Noi diamo la Nostra lode e il Nostro appoggio: voi
    promovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili
    altissime ottengono l'appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli per il bene comune, e per il bene
    dei singoli. Questo aspetto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite è il più bello: è il suo volto umano più autentico;
    è l'ideale dell'umanità pellegrina nel tempo; è la speranza migliore del mondo; è il riflesso, osiamo dire, del disegno
    trascendente e amoroso di Dio circa il progresso del consorzio umano sulla terra; un riflesso, dove scorgiamo il
    messaggio evangelico da celeste farsi terrestre. Qui, infatti, Noi ascoltiamo un'eco della voce dei Nostri
    Predecessori, di quella specialmente di Papa Giovanni XXIII, il cui messaggio della Pacem in terris ha avuto anche
    nelle vostre sfere una risonanza tanto onorifica e significativa.
    Perché voi qui proclamate i diritti e i doveri fondamentali dell'uomo, la sua dignità, la sua libertà e, per prima, la
    libertà religiosa. Ancora, Noi sentiamo interpretata la sfera superiore della sapienza umana, e aggiungiamo : la sua
    sacralità. Perché si tratta anzitutto della vita dell'uomo: e la vita dell'uomo è sacra: nessuno può osare di offenderla.
    Il rispetto alla vita, anche per ciò che riguarda il grande problema della natalità, deve avere qui la sua più alta
    professione e la sua più ragionevole difesa: voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa
    dell'umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero
    dei commensali al banchetto della vita.
    Ma non si tratta soltanto di nutrire gli affamati: bisogna inoltre assicurare a ciascun uomo una vita conforme alla sua
    dignità. Ed è questo che voi vi sforzate di fare. E non si adempie del resto sotto i Nostri occhi e anche per opera
    vostra l'annuncio profetico che ben si addice a questa Istituzione: "Fonderanno le spade in vomeri; le lance in falci"?
    (
    Is. 2, 4). Non state voi impiegando le prodigiose energie della terra e le invenzioni magnifiche della scienza, non
    più in strumenti di morte, ma in strumenti di vita per la nuova era dell'umanità?
    Noi sappiamo con quale crescente intensità ed efficacia l'Organizzazione delle Nazioni Unite, e gli organismi
    mondiali che ne dipendono, lavorino per fornire aiuto ai Governi, che ne abbiano bisogno, al fine di accelerare il
    loro progresso economico e sociale.
    Noi sappiamo con quale ardore voi vi impegniate a vincere l'analfabetismo e a diffondere la cultura nel mondo; a
    dare agli uomini una adeguata e moderna assistenza sanitaria, a mettere a servizio dell'uomo le meravigliose risorse
    della scienza, della tecnica, dell'organizzazione: tutto questo è magnifico, e merita l'encomio e l'appoggio di tutti,
    anche il Nostro. Vorremmo anche Noi dare l'esempio, sebbene l'esiguità dei Nostri mezzi ci impedisca di farne
    apprezzare la rilevanza pratica e quantitativa: Noi vogliamo dare alle Nostre istituzioni caritative un nuovo sviluppo
    in favore della fame e dei bisogni del mondo: è in questo modo, e non altrimenti, che si costruisce la pace.
    PER SALVARE LA CIVILTÀ PROFONDO RINNOVAMENTO IN DIO
    7. Una parola ancora, Signori, un'ultima parola: questo edificio, che state costruendo, si regge non già solo su basi
    materiali e terrene: sarebbe un edificio costruito sulla sabbia; ma esso si regge, innanzitutto, sopra le nostre
    coscienze. È venuto il momento della "metanoia ", della trasformazione personale, del rinnovamento interiore.
    Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l'uomo; in maniera nuova la convivenza dell'umanità, in maniera
    nuova le vie della storia e i destini del mondo, secondo le parole di S. Paolo: "Rivestire l'uomo nuovo, creato a
    immagine di Dio nella giustizia e santità della verità" (
    Eph. 4, 23). È l'ora in cui si impone una sosta, un momento di
    raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al
    nostro destino comune. Mai come oggi, in un'epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l'appello alla
    coscienza morale dell'uomo!
    Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi
    problemi che assillano l'umanità. Il pericolo vero sta nell'uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla
    rovina ed alle più alte conquiste!
    In una parola, l'edificio della moderna civiltà deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma
    altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non
    possono non fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell'areopago S. Paolo agli Ateniesi? Ignoto a
    loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo?...
    Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente,
    il Padre di tutti gli uomini.
    Lunedì 4 ottobre 1965

    La Chiesa: pacifista o
    educatrice di pace?
    1.
    Attenzione al rischio pacifista
    MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
    PAOLO VI
    PER LA CELEBRAZIONE DELLA
    "GIORNATA DELLA PACE"
    1° GENNAIO 1968
    "Un'avvertenza sarà da ricordare.
    La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette
    perché rispondenti alle profonde e genuine aspirazioni degli uomini, ma
    che possono anche servire, ed hanno
    purtroppo a volte servito, a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non
    addirittura a
    coprire sentimenti ed azioni di sopraffazioni o interessi di parte.
    Né di pace si può legittimamente parlare, ove della pace non si riconoscano e non si rispettino i solidi
    fondamenti
    : la sincerità, cioè, la giustizia e l'amore nei rapporti fra gli Stati e, nell'ambito di ciascuna Nazione, fra
    i cittadini tra di loro e con i loro governanti;
    la libertà, degli individui e dei popoli, in tutte le sue espressioni,
    civiche, culturali, morali, religiose.
    Altrimenti, non la pace si avrà - anche se, per avventura, l'oppressione sia capace di creare un aspetto esteriore di
    ordine e di legalità - ma il germinare continuo e insoffocabile di rivolte e di guerre.
    E' dunque alla pace vera, alla pace giusta ed equilibrata, nel riconoscimento sincero dei diritti della persona umana e
    dell'indipendenza delle singole Nazioni che Noi invitiamo gli uomini saggi e forti a dedicare questa "
    Giornata".
    Così, da ultimo, sarà da auspicare che la esaltazione dell'ideale della pace non debba favorire l'ignavia di coloro che
    temono di dover dare la vita al servizio del proprio Paese e dei propri fratelli quando questi sono impegnati nella
    difesa della giustizia e della libertà, ma cercano solamente la fuga della responsabilità, dei rischi necessari per il
    compimento di grandi doveri e di imprese generose.

    Pace non è pacifismo, non nasconde una concezione vile e pigra della vita, ma proclama i più alti ed universali
    valori della vita; la verità, la giustizia, la libertà, l'amore."
    MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
    PAOLO VI
    PER LA CELEBRAZIONE DELLA
    "GIORNATA DELLA PACE"
    1° GENNAIO 1978
    "
    La Pace, ricordiamolo subito, non è sogno puramente ideale, non è un'utopia attraente, ma infeconda e
    irraggiungibile;
    è, e dev'essere, una realtà; una realtà mobile e da generare ad ogni stagione della civiltà, come il
    pane di cui ci nutriamo, frutto della terra e della divina Provvidenza, ma opera dell'uomo lavoratore. Come
    non è la Pace uno stato di atarassia pubblica
    , in cui chi ne gode è dispensato da ogni cura e difeso da ogni
    disturbo, e può concedersi una beatitudine stabile e tranquilla, che più sa d'inerzia e di edonismo, che non di vigore
    vigilante ed operoso; la Pace è un equilibrio che si regge sul moto e che dispiega continue energie di spirito e di
    azione; è una fortezza intelligente e vivente."
    INTERVISTA DI
    AVVENIRE A MONS. FOUAD TWAL, VESCOVO DI TUNISI
    “Col terrorismo è giusto usare le maniere forti ma si deve essere consapevoli che il terrorismo non abita in un solo
    luogo, assume tante facce e può moltiplicare i suoi sostenitori tra i delusi, fanatici e poveracci. Le esibizioni di forza
    non bastano per evitare che nascano altri Ben Laden, e
    i vostri pacifisti incarnano una posizione debole perché si
    ferma al “no alla guerra” ma non costruisce. Ci vuole altro, serve qualcosa che agisca in profondità.
    (…). Si
    deve arrivare al cuore dell’uomo: . . . Guardiamo al Papa che, di fronte alla spirale d’odio, ripete che la
    misura dell’uomo non può bastare
    , e che non può esserci pace senza giustizia né giustizia senza perdono. Sembra
    una posizione utopistica, invece è l’unica che può davvero scongiurare il conflitto di civiltà. Ed è il contributo più
    originale che i cristiani possono dare.”
    da pag. 17 di
    Avvenire di martedì 29 ottobre 2003
    INTERVISTA DI
    AVVENIRE AL CARD. ANGELO SODANO, SEGRETARIO DI STATO VATICANO
    "
    La Santa Sede non è pacifista ad ogni costo, perché ammette la legittima difesa da parte degli Stati. Si deve
    piuttosto dire che la Santa Sede
    è sempre pacificatrice, lavorando intensamente per prevenire il sorgere dei
    conflitti. E così anche nel caso presente. Il Papa e tutti i suoi collaboratori non cessano di richiamare le parti in causa
    ad evitare lo scoppio della guerra"
    da pag. 3 di
    Avvenire di martedì 18 febbraio 2003

    GIOVANNI PAOLO II
    ANGELUS
    II Domenica di Quaresima, 16 marzo 2003
    "Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di
    dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: "Mai più la guerra!", come
    disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile!
    Sappiamo bene che non è
    possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera
    e penitenza!"

    RIFLESSIONE DI S.E. MONS. RENATO RAFFAELE MARTINO:
    IL PAPA E LA PACE
    “[…] Più la pace è fondata in Dio, più essa è di tutti e non solo di qualcuno. Nessuna bandiera può
    completamente interpretarla, nessuna parte ne ha piena titolarità,
    nessun interesse in campo può esimersi dal
    confrontarsi con essa.
    Nessuno è esente da colpe nei suoi confronti, anche se non tutte le colpe sono uguali. La
    pace diventa "misura" e criterio di discernimento
    , diventa "agenda": elenco di cose da farsi, ossia doveri. Come
    "dono di Dio" essa appartiene all'umanità, è il suo bene comune. È scontrosa e condiscendente, esigente e
    disponibile. Scontrosa, perché
    non tollera meschini compromessi e strumentalizzazioni; condiscendente, perché
    si pone alla portata di tutti, "perfino" dei grandi della terra. Esigente, perché fatta per persone convinte e coraggiose;
    disponibile, perché si adegua al realismo della gradualità e alla tolleranza delle debolezze umane.[…]
    Proprio perché la pace
    la si riceve - è dono, appunto - proprio per questo essa è anche nelle nostre mani. Non la si
    fabbrica, piuttosto la si fa germinare o fruttare. E la si crea pian piano, sicché il no alla guerra è anche un "rivedere"
    il cammino che l'ha resa possibile. È un tenere i piedi per terra nella consapevolezza che il tragitto verso la pace è
    lungo ma non impossibile, che le resistenze sono tante ma non insormontabili, che il passato ostacola il futuro ma
    non lo pregiudica e, soprattutto, che
    non c'è "la" guerra, ma ci sono "le" guerre, quelle su cui puntano i riflettori i
    media nei momenti di emergenza, ma
    anche quelle dimenticate e che rimangono nascoste, quelle coperte da
    interessi e ideologie, quelle "tollerate" in quanto politicamente corrette.”

    PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE (25 MARZO 2003)
    Conferenza Episcopale Italiana
    CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
    COMUNICATO FINALE
    “Riconoscendo il valore del forte e diffuso anelito per la pace, che si esprime anche nella mobilitazione di tante
    persone in varie parti del mondo, i Vescovi invitano a un costante discernimento "affinché
    l’impegno per la pace
    non sia confuso con finalità e interessi assai diversi, o inquinato da logiche che in realtà sono di scontro
    ".

    Nessuna ideologia può appropriarsi della pace: essa è dono di Dio,
    è iscritta nella coscienza di ogni essere
    umano e si alimenta con l’amicizia tra gli uomini e tra i popoli.”
    Roma, 24-26 marzo 2003
    Convegno promosso dalla Compagnia delle Opere:
    intervento di
    S. E. R. PAUL JOSEF CORDES
    PRESIDENTE ISTITUTO PONTIFICIO CONSIGLIO

    COR UNUM
    Educare alla libertà per fare pace: il titolo di questo convegno è un modo originale per dire lo scopo del
    cristianesimo. Siamo insieme per essere educati alla libertà e alla verità, che sono le condizioni per fare pace.
    Che
    frutti hanno le dimostrazioni e le proteste? Non seminano in molti soprattutto odio? Gli scontri sulle strade
    vanno fino al limite della guerra civile.
    Che paradossi! Né si costruisce la pace tra le nazioni o le culture con la
    guerra, né la guerra e l’inimicizia edificano giustizia e benessere.
    Chi non è in grado di contenere la propria
    aggressività, vada in palestra!
    Mi hanno chiesto: cos’è il movimento della pace di cui di recente ha parlato il
    Papa
    ? A me innanzitutto venite in mente voi, e con voi altri movimenti che costruiscono la Chiesa e educano
    alla pace, senza la presunzione di scaricare sugli altri le colpe della guerra.

    Milano, il 29 marzo 2003

    2.
    Quale differenza tra la pace cristiana ed il pacifismo?
    La pace viene dal Signore
    di Joseph Card. Ratzinger
    Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
    E’ pur vero che per questo la volontà e l’agire umano ultimamente non bastano; e che il sacerdote non è mai
    solo un predicatore morale. Egli annuncia quel che noi uomini non possiamo dare: la nuova realtà, che da Dio viene
    a noi in Cristo e che è più che parola e proposito.
    Dietro l’espressione “pace” la Chiesa antica ha inteso il
    mistero dell’eucaristia. Pace è ben presto divenuto uno dei nomi del sacramento eucaristico, poiché in esso
    accade davvero che Dio ci si faccia incontro, che ci renda liberi, che, benché siamo colpevoli, ci accolga nelle
    sue braccia, si doni a noi.
    E mentre ci conduce a sé nella comunione del suo corpo, ci conduce nello spazio stesso
    del suo amore, ci nutre con lo stesso pane e dona a ciascuno di noi anche dei fratelli.
    L’eucarestia è la pace che
    viene del Signore.”

    Da
    Il Dio vicino, ed. Paoline
    «DIRIGERE I NOSTRI PASSI SULLA VIA DELLA PACE»
    MARCIA PER LA PACE
    RIFLESSIONE CONCLUSIVA
    S. E. MONS. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA

    “Per noi cristiani non c’è educazione alla pace che non sia contemporaneamente educazione alla fede
    , quale si
    può vivere solo mediante
    un’esperienza di appartenenza forte a comunità cristiane vitali, concretamente
    incontrabili.
    Queste comunità sono luogo di educazione permanente alla carità, al giudizio sulla realtà (cultura), a
    vivere le dimensioni del mondo (missione). Gli uomini non crescono, per così dire, “settorialmente”![…]

    Diventeremo così operatori di pace nel quotidiano
    , legittimando il nostro fermo grido di questa sera ai potenti del
    mondo: «NO ALLA GUERRA!».”
    Venezia - Mestre, 25 gennaio 2003

    GIOVANNI PAOLO II
    ANGELUS
    Domenica, 23 febbraio 2003
    Noi cristiani, in particolare, siamo chiamati ad essere come delle sentinelle della pace, nei luoghi in cui viviamo
    e lavoriamo
    . Ci è chiesto, cioè, di vigilare, affinché le coscienze non cedano alla tentazione dell'egoismo, della
    menzogna e della violenza
    .”

    Nella tragedia una positività
    1. Costruttori di nuova umanità
    MESSAGGIO DI SUA SANTITA’ GIOVANNI PAOLO II
    AI CAPPELLANI MILITARI
    DEL 24 MARZO 2003
    “2.
    E' proprio quando le armi si scatenano che diventa imperativa l'esigenza di regole miranti a rendere meno
    disumane le operazioni belliche.

    Attraverso i secoli, è andata gradualmente crescendo la consapevolezza di una simile esigenza, fino alla progressiva
    formazione di un vero e proprio
    corpus giuridico, definito come "diritto internazionale umanitario". Tale corpus ha
    potuto svilupparsi anche grazie alla maturazione dei principi connaturali al messaggio cristiano.
    Come ho avuto occasione di dire in passato ai membri dell'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, il
    Cristianesimo "offre a questo sviluppo una base nella sua affermazione del valore autonomo dell'uomo e della sua
    preminente dignità di persona con una sua propria individualità, completa nella sua costituzione essenziale, e dotata
    di coscienza razionale e libera volontà.
    Anche nei secoli passati, la visione cristiana dell'uomo ha ispirato la
    tendenza a mitigare la tradizionale ferocia della guerra, in modo da assicurare un trattamento più umano per
    coloro che erano coinvolti nelle ostilità.
    Ha reso un contributo decisivo all'affermazione, sia da un punto di vista
    morale che in pratica, delle norme di umanità e giustizia che sono ora, in forma debitamente modernizzata e
    precisata, il nucleo delle nostre odierne convenzioni internazionali" (18 maggio 1982).
    3.
    I cappellani militari, mossi dall'amore di Cristo, sono chiamati, per speciale vocazione, a testimoniare che
    perfino in mezzo ai combattimenti più aspri è sempre possibile, e quindi doveroso, rispettare la dignità
    dell'avversario militare, la dignità delle vittime civili, la dignità indelebile di ogni essere umano coinvolto
    negli scontri armati. In tal modo, inoltre, si favorisce quella riconciliazione necessaria al ripristino della pace
    dopo il conflitto.”

    2. Occasione di santità
    “Si trovava il mattino del 20 settembre 1918 nel coro e, nella sua preghiera, raccomandava a Dio la Chiesa, il mondo
    intero, l’Europa sconvolta dalla guerra, l’Italia in quei giorni in dolore ancora per i caduti e i feriti al fronte e per i
    lutti che nelle sue città e nei suoi paesi seminava la terribile influenza della
    spagnola. Per tutti e per ognuno si
    offriva vittima a Dio per placarne la giustizia, per ottenerne la misericordia. E’ ormai noto quanto avvenne in quel
    20 settembre 1918 nella chiesa dei cappuccini di S. Giovanni Rotondo. Padre Pio stesso ha narrato ciò che gli
    successe mentre era raccolto nella preghiera di offerta e di propiziazione. Il quotidiano
    Il Tempo di Roma del mese
    di febbraio del 1967 ha riprodotto gran parte della lettera scritta da padre Pio al suo confessore nella quale egli dà
    relazione di ciò che gli avvenne il 20 settembre 1918: questi sono i passi più importanti:
    Cosa dirvi di ciò che mi
    domandate del come sia avvenuta la mia crocifissione? Mio Dio! Che confusione e che umiliazione io provo nel
    dover manifestare ciò che tu hai operato in questa meschina creatura! Era la mattina del 20 settembre dello scorso
    mese. Ero in coro dopo la celebrazione della S. Messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile ad un dolce
    sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, nonché la stessa facoltà dell’anima si trovavano in una quiete indescrivibile.
    In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me, vi subentrò subito una gran pace e abbandono alla completa
    privazione del tutto ed una posa della stessa rovina. E tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si
    andava avverando, mi vidi davanti un Misterioso Personaggio, simile a Quello visto la sera del 5 agosto, che
    differenziava in questo solamente, che aveva le Mani, i Piedi e il Costato che grondavano Sangue. La Sua vista
    atterrisce, ciò che sentii in quell’istante non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse
    intervenuto a sostenere il cuore che sentivo sbalzare in petto. La vista del Personaggio si ritirò e io mi avvidi che
    mani e piedi e costato erano traforati e grondavano di sangue! Immaginate lo strazio che sperimentai allora e che
    vado sperimentando continuamente quasi tutti i giorni, la ferita del cuore getta assiduamente del sangue, specie dal
    giovedì sera fino al sabato.

    Da A. del Fante,
    Per la storia. Padre Pio di Pietrelcina, il primo sacerdote stigmatizzato a fatti nuovi, San Giovanni
    Rotondo (Foggia), Ed. Libreria S. M. delle Grazie, pp. 45-46

    Un’idea del novecento
    “Secondo la veggente Lucia, nell’apparizione del 13 luglio 1917, quindi più di tre mesi prima della rivoluzione
    bolscevica in Russia, la Madonna previde che terribili castighi si sarebbero abbattuti sul mondo «a causa dei suoi
    crimini». A cominciare da una seconda guerra mondiale «peggiore di questa». Per impedire tale ecatombe e salvare
    tutti gli esseri umani «verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato», «se accetteranno le
    mie richieste» avrebbe detto la Vergine «la Russia si convertirà e avranno pace; se no (la Russia) spargerà i suoi
    errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà
    molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi
    consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace».
    C'è anche una terza parte di questo messaggio, rimasta segreta fino alla rivelazione che ne ha fatta Giovanni Paolo II
    durante il Giubileo del 2000. Essa «consiste in una visione profetica» che illustra ciò che già la Madonna aveva
    predetto con le parole citate. Monsignor Bertone dell'ex Santo Uffìzio sottolineò che Lucia, nei colloqui che hanno
    preparato la rivelazione del terzo segreto, «ribadisce la convinzione che la visione di Fatima riguarda soprattutto la
    lotta del comunismo ateo contro la Chiesa e i cristiani e descrive l'immane sofferenza delle vittime della fede nel XX
    secolo». Le stesse parole usate dal cardinal Sodano, nell'annuncio solenne dello svelamento del segreto, il 13
    maggio 2000, quando il segretario di Stato aggiunse: «E’ una interminabile Via Crucis guidata dai Papi del XX
    secolo».
    Anche il cardinal Ratzinger, nel commento teologico alla terza parte del segreto, scriverà: «La via della Chiesa viene
    così descritta come una Via Crucis, come un cammino in un tempo di violenza, di distruzioni e di persecuzioni. Si
    può trovare raffigurata in questa immagine la storia di un intero secolo», nel terzo segreto «noi possiamo riconoscere
    il secolo appena trascorso come secolo dei martiri, come secolo delle persecuzioni e delle sofferenze della Chiesa»,
    ma scopriamo pure «che fede e preghiere sono potenze che possono influire nella storia e alla fine la preghiera è più
    forte dei proiettili». Inoltre scopriamo che «nessuna sofferenza è vana».
    Il cardinal Ratzinger infine analizza l'espressione fondamentale del segreto, quella attribuita alla Madonna: «il Mio
    Cuore Immacolato trionferà». Si chiede il prelato: «Che cosa significa? Il Cuore aperto a Dio, purificato dalla
    contemplazione di Dio, è più forte dei fucili e delle armi di ogni specie,
    il fìat di Maria, la parola del suo cuore, ha
    cambiato la storia del mondo, perché essa ha introdotto in questo mondo il Salvatore... Da allora vale la parola: “Voi
    avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo”
    (Gv 16,33). Il messaggio di Fatima ci invita
    ad affidarci a questa promessa».
    Questa interpretazione del Novecento, che coglie nel suo arco temporale uno speciale intervento della Vergine
    Maria, è dunque l’interpretazione della Chiesa stessa ed è peraltro fondata sul passo del Vangelo in cui Maria rivela
    meglio se stessa, il
    Magnificat: «Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente /... Ha spiegato la potenza del Suo braccio
    / ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore / ha rovesciato i potenti dai troni / ha innalzato gli umili»
    (Le 1,46-
    55).
    Giovanni Paolo II ha visto un intervento diretto di Maria per salvare la sua vita nell'attentato del 13 maggio 1981,
    proprio nel giorno della Madonna di Fatima (anniversario della prima apparizione). Ne è derivata nel 1984 quella
    “consacrazione” della Russia e del mondo al suo Cuore Immacolato che lei aveva chiesto dal 1917. Neanche un
    anno dopo è arrivato al potere a Mosca Michail Gorbaciov ed esattamente il 25 dicembre 1991, il giorno di Natale,
    veniva ammainata la bandiera rossa sul Cremlino e crollava l'Unione Sovietica: con essa veniva spazzato via
    dall'Europa quell'esperimento comunista che aveva insanguinato il continente per 70 anni.
    Ma incredibilmente il crollo di un impero di quelle dimensioni e di una nomenklatura che aveva dominato con
    sistemi totalitari e feroci (che aveva a disposizione addirittura l'armamento nucleare della seconda potenza
    mondiale), avveniva senza colpo ferire, senza che neppure un vetro fosse rotto. Che un evento così eccezionale sia
    accaduto il giorno di Natale e che addirittura la liquidazione dell'Impero sia stata decisa in una riunione dei leaders
    delle più importanti repubbliche, che si svolse 1'8 dicembre
    59, può dir poco all'osservatore laico, ma suggerisce una
    riflessione a chi guarda la storia umana con occhi cristiani.

    59
    La loro dichiarazione di uscita unilaterale dall’Unione Sovietica segnò di fatto la sua fine e la
    fine del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus). Michail Gorbaciov in una recente intervista, a proposito di
    quella riunione dell’8 dicembre, ha dichiarato: “ Ancora oggi non riesco a capire quello che passò per la testa dei
    deputati russi, ucraini e bielorussi ” (Corriere della Sera, 30 dicembre 2001).
    L'8 dicembre è infatti la festa dell'Immacolata Concezione e nei messaggi di Fatima - le cui apparizioni si
    concludono in pratica all'inizio della rivoluzione d'ottobre - la Madonna chiedeva proprio la consacrazione della
    Russia al suo cuore immacolato per ottenerne la conversione e annunciava - dopo molte tribolazioni -la vittoria del
    suo Cuore Immacolato.
    Ovviamente il comunismo, come ha spiegato anche il papa in un suo discorso, è crollato per cause storiche
    perfettamente analizzabili. Ma l'azione della grazia, per i cristiani, si dipana attraverso i fatti storici e dentro i cuori
    delle persone. E certo il crollo istantaneo di un tale impero, che poteva trascinare nella sua rovina il mondo intero, è
    cosa assai stupefacente se non registra nemmeno una vetrina infranta.
    Inoltre il cardinal Sodano sottolineò un altro aspetto dell’interpretazione globale della Chiesa: «Anche se le vicende
    a cui fa riferimento la terza parte del “segreto” di Fatima sembrano ormai appartenere al passato, la chiamata della
    Madonna alla conversione e alla penitenza, pronunciata all'inizio del XX secolo, conserva ancora oggi la sua
    attualità».
    Del resto sono purtroppo il martirio e le persecuzioni contro i cristiani che conservano ancora oggi la loro attualità.”
    Da A. Socci,
    I nuovi perseguitati, ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 2002, pp. 56-60


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    Ecclesia Militans, il successo dei nostri nemici non nasce dalla loro forza,ma dalla mancanza di convinzione dei Cattolici.La Chiesa, il nostro amore verso la civiltà Cristiana,il nostro amore verso la Patria,frutti dell'amore che sale a Dio per mezzo di maria, si trasforma in un irrinunciabile dovere di autentica militanza Cristiana

  3. #3
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    Complimenti per il lungo ma interessante approfondimento che ho appena finito di leggere.
    Complimenti anche al Principe Barbaccia per l'immagine postata!
    Bellissima!
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  4. #4
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    grazie....

  5. #5
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  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Celtic
    questo sito è una risorsa per me, una vera e propria fonte di ispirazione, andate a visitarlo. questo è il sito ufficiale di Gioventù Studentesca

  7. #7
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    Notizia del 14 agosto 2006 - 10:14 Troppo occidentale: uccisa
    Aveva solo 21 anni Hina Saleem, la ragazza pakistana trovata morta nel giardino di casa. La sua colpa? Amare un italiano
    I tagliagole sono già tra di noi...
    di Nessie

    ...ma noi facciamo finta di niente. Ci pensa "il generale Agosto" a mettere tutto a tacere. Tutti al mare, e intanto ne scoppiano di tutti i colori. E i giornali relegano nei "normali fatti di cronaca" (e cioè nelle pagine interne) quanto dovrebbe essere oggetto di riflessioni su chi ci mettiamo in casa. Nel giro di poco tempo, due fattacci di sangue: il primo avvenuto a Roma (sempre più Romanistan) dove un pakistano che vive "regolarmente" da sei anni in Italia ha sgozzato un suo connazionale 43enne "perché non pregava abbastanza" e "gli imam sono come angeli" e non sono troppo rigidi , come invece affermava la sua povera vittima, dapprima torturata e seviziata, poi sgozzata.
    Il secondo delitto di sangue avvenuto nel bresciano con sgozzamento rituale (dettaglio spesso viene omesso durante i notiziari nel timore che a qualcuno constati l'amara verita sullo scontro di civiltà già tra di noi) è toccato a una ragazza (pakistana anche questa) di anni 20 uccisa ferocemente per essersi innamorata di un cristiano bresciano. La ragazza, poco propensa ad applicare alla sua vita le norme coraniche e attratta dal modo di vivere occidentale, è stata punita con l'applicazione della sharia. Ora si cercano i suoi genitori su cui ricadono pesanti indizi.
    Dunque questi sarebbero poi, secondo la nuova legge del governo, eventuali cittadini italiani? E di cosa? Per diritto di sangue? Non più. Per diritto di suolo? Italiani d'elezione perché come Goethe amano il nostro paese e ne imparano lingua, cultura, usanze e tradizioni? O vogliono morire con l'epitaffio simile a quello di Stendhal il quale fece scrivere sulla sua tomba, "Henri Beyle "milanese" Visse, scrisse, amò"? O per meriti professionali?
    Ma figuriamoci!
    Questa è gente che vuole vivere nell'extraterritorialità più tribale e ferina. Che applica la sharia.
    E ci vuole una bella dose di cinismo reiterato a credere che diventino a tutti gli effetti "cittadini d'Italia", solo perché si ha bisogno del loro voto!

  8. #8
    ITALIANO PURO SANGUE
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    peccato.....che stronzi (scusatemi il termine) quelli che l'hanno uccisa

 

 

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