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    Predefinito Opinioni [di Lucio Garofalo]

    ELEZIONI E CRIMINALITA’ di Lucio Garofalo

    Secondo statistiche ufficiali, ogni anno, in Italia, verrebbero commesse oltre 300 mila violazioni della legge (ovviamente si tratta dei reati denunciati e accertati), dalle piccole infrazioni del codice penale ai reati più gravi quali estorsioni, sequestri di persona, omicidi. Nel contempo, le carceri italiane hanno i mezzi e gli spazi assai limitati e carenti, per cui non riescono ad ospitare tutti i violatori della legge che in pratica restano impuniti. In tale situazione sono soprattutto i grandi criminali che riescono a beneficiare delle enormi lacune del sistema carcerario italiano. Non è solo un problema di strutture penitenziarie, di luoghi fisici di detenzione, bensì è soprattutto una questione di mancanza di un’adeguata e razionale politica anticriminale da parte dello Stato italiano.

    L’azione del governo in materia di criminalità, si riduce a periodiche e provvisorie strategie di repressione poliziesca che sono sempre pilotate e condizionate da determinati interessi e meccanismi di ricerca del consenso popolare, strategie che prevedono e richiedono un ruolo importante e decisivo legato all’esercizio dell’informazione quotidiana di massa. Ad esempio, negli ultimi tempi, i principali media nazionali, con in testa i network televisivi, stanno promuovendo vaste campagne di pubblicità che hanno reso di “moda” alcuni tipi di reati.

    Il mio discorso non è affatto cinico o delirante in quanto, di fatto, si tratta proprio di “mode”, ossia di un sistema di amplificazione e di “esaltazione” del crimine, ovviamente mediante forme subdole e striscianti, attraverso meccanismi pubblicitari che agiscono a livello inconscio e subliminale.

    Alcuni decenni fa, ad esempio, ci fu la “moda” del brigatismo, nella misura in cui i mass-media fecero da potente cassa di risonanza del fenomeno dell’eversione brigatista, al fine di legittimare e suscitare l’invocazione di leggi punitive speciali, che poi, come si è visto, furono varate dallo Stato.

    Successivamente, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, con l’esplosione del fenomeno “hooligans”, abbiamo sopportato periodiche campagne tese a promuovere i crimini legati al teppismo negli stadi di calcio. In altre fasi abbiamo assistito a campagne di informazione quotidiana che privilegiavano ed enfatizzavano il fenomeno dei sequestri di persona, ad esempio in Aspromonte: non a caso ci fu subito qualche “eminente” personalità politica (basti ricordare l’allora capo del governo, l’on. Forlani, ed altri noti esponenti della destra neofascista) che ne approfittò per rilanciare e rimettere in questione una proposta favorevole alla pena capitale!

    Negli ultimi anni, in Italia, si è delineato e alimentato un clima di crescente attenzione e tensione popolare intorno ad alcuni reati di opinione e di associazione, mediante campagne tese soprattutto a criminalizzare il cosiddetto “movimento dei movimenti”, il movimento pacifista e i gruppi newglobal, in modo particolare il movimento dei “disobbedienti”. Ciò al fine di autorizzare ed evocare reazioni di stampo autoritario e repressivo, fino all’estrema richiesta di intervento armato, come è accaduto nelle giornate di Genova 2001, durante il G8, e come si preannunciava per il 4 Giugno 2004, in concomitanza con la visita di Bush in Italia.

    Inoltre, il sistema dell’informazione di massa concorre ad allestire ricorrenti campagne di allarmismo sul rischio terroristico, sia di stampo neobrigatista che soprattutto di matrice islamico-fondamentalista, nonché rispetto ad altre vicende criminali quali i recenti episodi di violenza negli stadi calcistici. Il meccanismo in questione è profondamente cinico, ipocrita e perverso, nella misura in cui l’intento reale non è quello di contrastare il crimine, ma di provocare reazioni diffuse nell’opinione pubblica, di segno autoritario, e quindi riscuotere un vasto consenso elettorale. Infatti, come è già accaduto in passato, da parte delle attuali forze politiche governative si tenta di strumentalizzare la delinquenza per biechi fini elettorali, inseguendo il consenso e l’approvazione da parte dell’opinione pubblica, montata ad arte dalla propaganda di alcuni potenti mass-media.

    Lo scopo ultimo sarebbe, in sostanza, quello di raccogliere e racimolare un bel mucchio di voti alle prossime elezioni, ma di certo non è quello di combattere e stroncare il crimine, dato che è impossibile sul piano della soluzione carceraria, per le gravi insufficienze di spazi e strutture detentive, come si è accennato all’inizio. Pertanto, la soluzione più razionale e radicale, rispetto ai fenomeni criminali, non è la repressione poliziesca e carceraria, nella misura in cui il carcere è divenuto un arnese vecchio, un vero anacronismo storico, come la tortura, la pena di morte, la schiavitù e simili pratiche incivili e disumane.

  2. #2
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    Predefinito Lucio Garofalo: Comunicati

    MAI PIU’ HIROSHIMA E NAGASAKI



    In questi giorni di un’estate che ormai volge al termine, in varie parti del mondo si sono svolte le tristi commemorazioni legate ai 60 anni trascorsi dalle terribili giornate del 6 e del 9 agosto 1945, quando gli americani gettarono senza pietà le prime bombe atomiche della storia a spese delle città di Hiroshima e Nagasaki, che vennero rase totalmente al suolo. Soltanto nei primi mesi successivi alla deflagrazione nucleare i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero almeno 350 mila.

    Quelle dell’agosto del 1945 sono state le uniche volte (per fortuna) in cui le armi nucleari sono state impiegate in un conflitto bellico contro popolazioni civili ed inermi, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città.

    E’ bene ricordare che la responsabilità e la paternità storica di tali massacri (veri e propri crimini contro l’umanità, come qualcuno li ha giustamente definiti) vanno ascritte agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un attimo ad usare armi di distruzione totale per vincere la guerra. In modo particolare, occorre riflettere sulla seconda bomba atomica, sganciata su Nagasaki.

    Secondo molti storici si è trattato di un atto criminale assolutamente inutile ed evitabile, eppure è stato ugualmente compiuto per due ragioni fondamentali. La prima, di natura scientifica, era che la bomba lanciata su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella gettata su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (naturalmente, tale ragionamento è totalmente cinico e spregiudicato). Il secondo motivo era di ordine strategico-politico, nella misura in cui la seconda bomba era davvero inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese ormai stremato, affranto e prostrato, completamente alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente un diverso scopo della seconda esplosione nucleare, ossia un atto in funzione palesemente antisovietica. In tal senso, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di un chiaro segnale teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni della storia.

    Negli anni successivi al 1945, ossia nel secondo dopoguerra, le armi atomiche furono adottate da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Sovietica l’ottenne nel 1949 (grazie soprattutto alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla realizzazione della bomba nucleare per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto e provvidenziale equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964.

    In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli armamenti atomici, si determinò un clima che venne definito di “GUERRA FREDDA”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e che fa capo agli U.S.A., e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “EQUILIBRIO DEL TERRORE”, ossia della strategia della deterrenza nucleare che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.

    Tale “equilibrio del terrore”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero sempre più numerose, ma soprattutto più sofisticate e complesse, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”.

    Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e ideologica del mondo) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte!

    Nel corso degli anni Ottanta, il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un brillante e geniale ragazzino di Seattle che, giocando col suo computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense, provocando (ovviamente, nella finzione cinematografica) il pericolo di un conflitto termonucleare totale, pericolo poi scongiurato. Cito questo film per far comprendere come in quegli anni la percezione della gravità dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione totale del genere umano, era molto maggiore di oggi.

    Eppure la situazione odierna è molto più pericolosa di quella che ho appena descritto e che si riferisce al periodo della “guerra fredda”. Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e dunque fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Israele, India e Pakistan.

    Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono: il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex-U.R.S.S., ossia Ucraina, Bielorussia e Kazakistan.

    Inoltre, la possibilità (non solo teorica) che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche vere e proprie e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici, può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’odierna situazione internazionale, avvolta in quella che è stata convenzionalmente chiamata “la spirale guerra-terrorismo”, ossia una realtà caratterizzata da crescenti tensioni e contraddizioni, da enormi conflittualità, aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra preventiva” made in U.S.A. che, di fatto, alimenta e rafforza ulteriormente le spinte e le tendenze oltranziste ed estremiste in ogni angolo della Terra.

    L’odierna situazione planetaria è dunque molto più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino avvenuto nel 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo “impero”, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e più facili da utilizzare.

    Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello molto più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. Anni in cui l’equilibrio tra le due superpotenze (U.S.A. e U.R.S.S.) esercitava un potentissimo effetto deterrente. Oggi quell’equilibrio non esiste più (è rimasto solo il “terrore”, scusate la battutaccia). Anzi, la situazione è profondamente squilibrata, caotica ed instabile, e gli U.S.A. non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-attribuiti con arroganza e che li ha condotti all’isolamento più totale ed infausto.

    Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede una responsabilità ed un coinvolgimento anche del nostro Paese. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte all’uso almeno 90 testate nucleari!

    Per far capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, voglio ricordare il 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive in quella regione), una contesa che avrebbe potuto condurre all’uso di armi nucleari. Esistono alcune micro-potenze regionali, quali la stessa Israele, l’India e il Pakistan, che detengono arsenali atomici ed assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti.

    Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come gli U.S.A., la Cina e la Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica del mondo e che agiscono in modo aggressivo ed espansionistico sul terreno economico-commerciale, entrando spesso in conflitto tra loro.

    Si pensi all’accesa competizione commerciale tra U.S.A., Europa e Cina, oppure alla rivalità monetaria (una vera e propria guerra monetaria) tra il dollaro e l’euro.

    Certo, dal 1945 ad oggi tutte le guerre finora combattute ed anche quelle tuttora in corso (si pensi allo stato di guerra-guerriglia permanente in Iraq) non hanno mai visto il ricorso ad armi atomiche, bensì solo a quelle convenzionali. Addirittura, in alcuni conflitti etnici sono stati perpetrati veri e propri genocidi utilizzando armi primitive e rozze, ad esempio sono stati commessi spaventosi massacri a colpi di machete, che è un pesante coltello dalla lama lunga e molto affilata.

    Finora ho fornito una ricostruzione storica il più possibile fedele e lineare, in materia di armamenti nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra passato e presente, tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che, come ho già spiegato, appare assai più pericolosa, benché la coscienza della gente comune sia indubbiamente molto meno diffusa e profonda che in passato.

    Pertanto, voglio citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale Bocca scrive testualmente:

    “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”

    In altri termini, il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale.

    Oggi, più che nel passato, questa perversa logica “machiavellica” del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve più essere tollerata, ma va respinta con fermezza e abbandonata in modo definitivo, pena l’auto-annientamento dell’umanità e la dissoluzione di quasi ogni forma di vita presente sul nostro pianeta.

    Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ecc. Queste sono le ragioni principali che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia nulla alle cause, alla natura e al significato di classe della guerra medesima.

    Tuttavia, la differenza più evidente e innegabile tra guerre tradizionali e guerra nucleare, sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certamente trascurabile o sottovalutabile.

    Dunque, voglio concludere con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo e utopistico, è più che mai utile e necessario alla salvezza dell’intera umanità:

    BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI,

    BANDIAMO TUTTE LE ARMI,

    BANDIAMO LA GUERRA DALLA NOSTRA VITA!



    Lucio Garofalo

  3. #3
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    BERTINOTTI PRESIDENTE



    Salve, sono Lucio Garofalo di Lioni (Avellino). Sono uno dei primi firmatari in Irpinia dell’appello scritto da Pietro Ingrao e Heidi Giuliani per appoggiare la candidatura di Fausto Bertinotti alle elezioni primarie del centro-sinistra che si terranno il prossimo 16 Ottobre.

    L’intento principale che fonda l’Unione, che costituisce “un’alleanza inedita nella storia d’Italia” – come viene definita nel documento di Ingrao e Giuliani -, è ovviamente battere Berlusconi, per arrestare le ignobili politiche di un centro-destra retto sulla triade forzista-leghista-postfascista, pur verificando che stanno prendendo forza le correnti neodemocristiane e filo-clericali che fanno capo a Pera e Casini, rispettivamente Presidente del Senato e Presidente della Camera.

    Per sconfiggere questo blocco politico conservatore e, in buona parte, reazionario, occorre creare una valida alternativa di governo, capace di esercitare un’efficace spinta di rinnovamento della società, della cultura e della politica del nostro Paese, straziato e devastato dalle nefandezze di un governo che si è rivelato il peggiore degli ultimi 50 anni!

    In tale ottica le Primarie, seppure siano un’istituzione importata dalla tradizione nordamericana, che non ci appartiene e ci è estranea, possono contribuire ad avviare un grande ciclo di partecipazione democratica e popolare, promuovendo una sorta di “rivoluzione dolce” su scala nazionale, alla stessa stregua – se possibile – di quanto è accaduto in Puglia con la vittoria di Nichi Vendola alle Primarie pugliesi e poi alle elezioni regionali dello scorso Aprile.

    Per tali ragioni abbiamo costituito ad Avellino un Comitato provinciale che è formato da vari esponenti della società civile. Si tratta di un comitato composto da operai, lavoratori precari, insegnanti, sindacalisti, amministratori locali, pensionati, liberi professionisti, intellettuali, eccetera.

    Pertanto, tale iniziativa non va ritenuta un’emanazione diretta di Rifondazione, ma nasce da istanze diffuse nella società irpina, è un’azione scaturita dallo sviluppo di un movimento plurale ed eterogeneo, nel quale confluiscono e convivono insieme diverse anime ed esperienze.

    D’altronde, nemmeno il sottoscritto è un esponente di partito, in quanto non è tesserato con il P.R.C. da almeno 3 anni. Tuttavia, ho ugualmente deciso di aderire all’appello di Ingrao e Giuliani, pur mantenendo uno spirito critico e un orientamento sempre vigile e dubitativo. Ho comunque deciso di impegnarmi a favore della candidatura di Bertinotti soprattutto perché il leader di Rifondazione riassume e rappresenta meglio di altri tutte quelle soggettività politico-sociali che all’interno dell’Unione esprimono le posizioni più critiche e più radicali, quindi più vicine alla mia formazione e alla mia visione della politica, della società, della cultura. Dunque, c’è soprattutto un rapporto di vicinanza e di affinità ideale, intellettuale e politica che mi induce a prendere una posizione favorevole alla candidatura di Bertinotti. Il quale dovrà confrontarsi non solo e non tanto con il favorito che è Romano Prodi, quanto soprattutto con figure minori come Pecoraio Scanio, schierato proprio per infastidire la candidatura del leader di Rifondazione.

    Dunque, io credo che avallare la sfida lanciata da Bertinotti voglia dire provare ad esaltare ed affermare nel programma di governo del centro-sinistra, le ragioni, le rivendicazioni e le posizioni di quella sinistra cosiddetta “antagonista” e “alternativa” che è presente in Parlamento attraverso il P.R.C., ma è presente soprattutto nella società, in modo particolare laddove sono in atto vertenze e battaglie in difesa dei diritti sindacali, civili e delle libertà democratiche della gente comune, dei lavoratori, delle persone più deboli e indifese. Una sinistra che, a partire dalle mobilitazioni anti-G8 di Genova nel Luglio 2001, si è apertamente schierata contro il nuovo militarismo guerrafondaio che è intervenuto, con tutta la sua devastante potenza bellica, nel conflitto in Iraq e che si serve della strategia della cosiddetta “guerra preventiva” voluta e perseguita dall’amministrazione Bush.

    Una sinistra che si oppone alle politiche neoliberiste, antipopolari ed antioperaie, portate avanti da quegli organismi economici sovranazionali che dirigono l’economia planetaria, condizionando e limitando notevolmente l’azione e la sovranità politica degli stessi stati nazionali (si pensi ad istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO, ecc.).

    Una sinistra che rigetta il modello vigente di globalizzazione economica, un sistema disumano, violento e liberticida, nella misura in cui tende ad omologarci e a renderci tutti semplici e stupidi consumatori delle stesse merci, degli stessi programmi televisivi, persino dei medesimi bisogni e desideri (di natura economica e consumistica), dall’Europa alla Cina, dagli U.S.A. all’India, dal Canada all’Australia. Una sinistra, dunque, che si batte contro un tipo di società che ci aliena e ci estrania dalla nostra umanità e individualità concreta, trasformandoci in aride cifre utili per le statistiche e le indagini di mercato, per i sondaggi elettorali, ecc. Una sinistra che ha combattuto il dogma del “pensiero unico”, ormai crollato, ma che fino a pochi anni fa era ancora egemone.

    Una sinistra che denuncia il crescente imbarbarimento dei rapporti interpersonali causato dalle nuove ossessioni sicuritarie, xenofobe ed egoistiche, dilaganti in occidente nel nome di una presunta “lotta al terrorismo”. Infatti, prendendo a pretesto l’inquietudine diffusa tra la popolazione, i governi occidentali spingono verso un inasprimento della legislazione in materia di immigrazione, sacrificando sull’altare della “sicurezza nazionale” lo stato di diritto, mentre i mass-media alimentano ed amplificano la paura del “diverso”, proponendo l’assurda equazione “migrante=clandestino=terrorista”, un’equazione teorizzata e formulata apertamente dallo stesso ministro dell’Interno Pisanu. A me pare che questo tipo di disinformazione e di propaganda xenofoba e razzista, rischi di sortire effetti assai più pericolosi e nocivi del terrorismo stesso, nella misura in cui si cerca di istigare un sentimento di paura, diffidenza e di avversione nei riguardi di esseri umani che devono subire anche il marchio infamante di “clandestini” soltanto perché non hanno altra scelta che quella di fuggire dalla fame, dalla povertà, dalla miseria e dall’oppressione che li attanaglia e li perseguita nel proprio Paese d’origine.

    Dunque, dare forza e sostanza alla presenza del P.R.C. nel centro-sinistra, credo che sia il modo migliore per dar voce agli invisibili, per accrescere il potere contrattuale dei soggetti socialmente più deboli e meno privilegiati (come appunto i migranti), delle classi lavoratrici e popolari del nostro Paese, sia nella fase di elaborazione del programma politico, sia soprattutto nel momento della sua esecuzione, vale a dire durante l’azione di governo, ovviamente dopo la vittoria che mi auguro alle prossime elezioni politiche del 2006.

    Tradotto in concreto, tale discorso significa, ad esempio, porre con la massima urgenza tra le priorità programmatiche, talune questioni che sono centrali e cruciali come l’ABOLIZIONE IMMEDIATA di alcune leggi vergognose emanate dal governo Berlusconi. Penso anzitutto alla Legge 30 (meglio nota come Legge Biagi) e alla famigerata controriforma Moratti, che ha fatto e sta facendo regredire di parecchi decenni la parte migliore della scuola italiana.

    A questo riguardo occorre fare un po’ di autocritica da parte del centro-sinistra, e lo dico senza spirito polemico o disfattistico. Bisogna ammettere e ricordare che tali leggi sono due esempi di radicalizzazione e di estremizzazione compiuta dall’attuale governo sulla base di precedenti riferimenti normativi. Voglio dire, ad esempio, che la Legge Biagi, che ha reso ancora più precario e ricattabile il diritto al lavoro di milioni di giovani soprattutto meridionali, ha rinvenuto un chiaro e preciso riferimento nel cosiddetto “pacchetto Treu”, promulgato da un governo di centro-sinistra, un pacchetto di norme che, tra le altre cose, ha permesso l’istituzione in Italia delle cosiddette “agenzie di lavoro interinale”, generando effetti di crescente precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro di una grossa fetta della nostra società.

    Parimenti è innegabile che il governo Berlusconi abbia trovato la strada spianata anche per altri interventi legislativi, ad esempio in materia di immigrazione (si pensi alla Legge Bossi-Fini), o rispetto alla “riforma” della scuola. La legge n. 53 del 2003, ossia la “riforma Moratti”, è stata favorita e preparata da precedenti iniziative normative assolutamente infauste e controproducenti assunte da governi di centro-sinistra nelle scorse legislature.

    Inoltre, anche nella fase attuale è evidente un’aspra conflittualità nel centro-sinistra nazionale, che troverà piena espressione nella competizione elettorale delle Primarie. Lo scopo di questo clima di “belligeranza” all’interno dell’Unione è la conquista dell’egemonia, per cui sono in atto contese per determinare gli equilibri interni. Inoltre, mi pare che si voglia indebolire e marginalizzare proprio quelle tendenze e quelle soggettività che difendono e rappresentano le istanze e i diritti dei più deboli, degli invisibili, dei migranti, dei disoccupati, dei lavoratori precari, ma anche di quei ceti medi che negli ultimi anni hanno visto letteralmente dimezzato il proprio potere d’acquisto, nella misura in cui con l’avvento dell’euro sono state permesse e favorite speculazioni prolungate, selvagge e senza alcun controllo, e nel contempo non è stata perseguita una saggia politica in difesa dei redditi dei lavoratori, e mi riferisco ai salariati del settore produttivo ma anche agli statali, che ormai non costituiscono più un ceto privilegiato e benestante come un tempo.

    Quindi, dicevo che si vuole indebolire, oscurare e contrastare l’azione di Bertinotti e del P.R.C., nella misura in cui si vuole emarginare e subordinare quel blocco sociale che si è costituito negli ultimi anni attraverso l’unione delle lotte anticapitaliste condotte dai movimenti (da Seattle a Genova e oltre) e le nuove vertenze della classe operaia. In tal modo, si cerca di costringere la “sinistra antagonista”, rappresentata in Parlamento da Rifondazione comunista, in un ruolo di subalternità e di complemento, utile solo in quanto serbatoio elettorale a sostegno di Prodi.

    Pertanto, per impedire e battere un simile progetto moderato, neocentrista e neoconservatore, nonché filo-confindustriale, che si sta delineando anche nel centro-sinistra (nazionale e locale), è a mio avviso necessario sostenere la candidatura di Bertinotti alle Primarie.

    Uniamoci, dunque, per vincere un’importante battaglia in corso nel centro-sinistra, in modo tale da sconfiggere Berlusconi da posizioni di sinistra, ossia rafforzando e privilegiando le ragioni della sinistra, per evitare e frenare una pericolosa deriva neodemocristiana che attraversa gli schieramenti e che già in occasione del referendum contro la Legge 40 ha unificato le forze più reazionarie e più oscurantiste del Paese, presenti sia nel centro-destra che nel centro-sinistra.



    Lucio Garofalo

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    BERTINOTTI PRESIDENTE



    Salve. Sono uno dei primi firmatari in Irpinia dell’appello scritto da Pietro Ingrao e Heidi Giuliani per appoggiare la candidatura di Fausto Bertinotti alle elezioni primarie del centro-sinistra che si terranno il prossimo 16 Ottobre.

    L’intento principale che fonda l’Unione, che costituisce “un’alleanza inedita nella storia d’Italia” – come viene definita nel documento di Ingrao e Giuliani -, è ovviamente battere Berlusconi, per arrestare le ignobili politiche di un centro-destra retto sulla triade forzista-leghista-postfascista, pur verificando che stanno prendendo forza le correnti neodemocristiane e filo-clericali che fanno capo a Pera e Casini, rispettivamente Presidente del Senato e Presidente della Camera.

    Per sconfiggere questo blocco politico conservatore e, in buona parte, reazionario, occorre creare una valida alternativa di governo, capace di esercitare un’efficace spinta di rinnovamento della società, della cultura e della politica del nostro Paese, straziato e devastato dalle nefandezze di un governo che si è rivelato il peggiore degli ultimi 50 anni!

    In tale ottica le Primarie, seppure siano un’istituzione importata dalla tradizione nordamericana, che non ci appartiene e ci è estranea, potrebbero contribuire ad avviare un grande ciclo di partecipazione democratica e popolare, promuovendo una sorta di “rivoluzione dolce” su scala nazionale, alla stessa stregua – se possibile – di quanto è accaduto in Puglia con la vittoria di Nichi Vendola alle Primarie pugliesi e poi alle elezioni regionali dello scorso Aprile.

    Per tali ragioni abbiamo costituito ad Avellino un Comitato provinciale che è formato da vari esponenti della società civile. Si tratta di un comitato composto da operai, lavoratori precari, insegnanti, sindacalisti, amministratori locali, pensionati, liberi professionisti, intellettuali, eccetera.

    Pertanto, tale iniziativa non va ritenuta un’emanazione diretta di Rifondazione, ma nasce da istanze diffuse nella società irpina, è un’azione scaturita dallo sviluppo di un movimento plurale ed eterogeneo, nel quale confluiscono e convivono insieme diverse anime ed esperienze.

    D’altronde, nemmeno il sottoscritto è un esponente di partito, in quanto non è tesserato con il P.R.C. da almeno 3 anni. Tuttavia, ho ugualmente deciso di aderire all’appello di Ingrao e Giuliani, pur mantenendo uno spirito critico e un orientamento sempre vigile e dubitativo. Ho comunque deciso di impegnarmi a favore della candidatura di Bertinotti soprattutto perché il leader di Rifondazione riassume e rappresenta meglio di altri tutte quelle soggettività politico-sociali che all’interno dell’Unione esprimono le posizioni più critiche e più radicali, quindi più vicine alla mia formazione e alla mia visione della politica, della società, della cultura. Dunque, c’è soprattutto un rapporto di vicinanza e di affinità ideale, intellettuale e politica che mi induce a prendere una posizione favorevole alla candidatura di Bertinotti. Il quale dovrà confrontarsi non solo e non tanto con il favorito che è Romano Prodi, quanto soprattutto con figure minori come Pecoraio Scanio, schierato proprio per infastidire la candidatura del leader di Rifondazione.

    Dunque, io credo che avallare la sfida lanciata da Bertinotti voglia dire provare ad esaltare ed affermare nel programma di governo del centro-sinistra, le ragioni, le rivendicazioni e le posizioni di quella sinistra cosiddetta “antagonista” e “alternativa” che è presente in Parlamento attraverso il P.R.C., ma è presente soprattutto nella società, in modo particolare laddove sono in atto vertenze e battaglie in difesa dei diritti sindacali, civili e delle libertà democratiche della gente comune, dei lavoratori, delle persone più deboli e indifese. Una sinistra che, a partire dalle mobilitazioni anti-G8 di Genova nel Luglio 2001, si è apertamente schierata contro il nuovo militarismo guerrafondaio che è intervenuto, con tutta la sua devastante potenza bellica, nel conflitto in Iraq e che si serve della strategia della cosiddetta “guerra preventiva” voluta e perseguita dall’amministrazione Bush.

    Una sinistra che si oppone alle politiche neoliberiste, antipopolari ed antioperaie, portate avanti da quegli organismi economici sovranazionali che dirigono l’economia planetaria, condizionando e limitando notevolmente l’azione e la sovranità politica degli stessi stati nazionali (si pensi ad istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il WTO, ecc.).

    Una sinistra che rigetta il modello vigente di globalizzazione economica, un sistema disumano, violento e liberticida, nella misura in cui tende ad omologarci e a renderci tutti semplici e stupidi consumatori delle stesse merci, degli stessi programmi televisivi, persino dei medesimi bisogni e desideri (di natura economica e consumistica), dall’Europa alla Cina, dagli U.S.A. all’India, dal Canada all’Australia. Una sinistra, dunque, che si batte contro un tipo di società che ci aliena e ci estrania dalla nostra umanità e individualità concreta, trasformandoci in aride cifre utili per le statistiche e le indagini di mercato, per i sondaggi elettorali, ecc. Una sinistra che ha combattuto il dogma del “pensiero unico”, ormai crollato, ma che fino a pochi anni fa era ancora egemone.

    Una sinistra che denuncia il crescente imbarbarimento dei rapporti interpersonali causato dalle nuove ossessioni sicuritarie, xenofobe ed egoistiche, dilaganti in occidente nel nome di una presunta “lotta al terrorismo”. Infatti, prendendo a pretesto l’inquietudine diffusa tra la popolazione, i governi occidentali spingono verso un inasprimento della legislazione in materia di immigrazione, sacrificando sull’altare della “sicurezza nazionale” lo stato di diritto, mentre i mass-media alimentano ed amplificano la paura del “diverso”, proponendo l’assurda equazione “migrante=clandestino=terrorista”, un’equazione teorizzata e formulata apertamente dallo stesso ministro dell’Interno Pisanu. A me pare che questo tipo di disinformazione e di propaganda xenofoba e razzista, rischi di sortire effetti assai più pericolosi e nocivi del terrorismo stesso, nella misura in cui si cerca di istigare un sentimento di paura, diffidenza e di avversione nei riguardi di esseri umani che devono subire anche il marchio infamante di “clandestini” soltanto perché non hanno altra scelta che quella di fuggire dalla fame, dalla povertà, dalla miseria e dall’oppressione che li attanaglia e li perseguita nel proprio Paese d’origine.

    Dunque, dare forza e sostanza alla presenza del P.R.C. nel centro-sinistra, credo che sia il modo migliore per dar voce agli invisibili, per accrescere il potere contrattuale dei soggetti socialmente più deboli e meno privilegiati (come appunto i migranti), delle classi lavoratrici e popolari del nostro Paese, sia nella fase di elaborazione del programma politico, sia soprattutto nel momento della sua esecuzione, vale a dire durante l’azione di governo, ovviamente dopo la vittoria che mi auguro alle prossime elezioni politiche del 2006.

    Tradotto in concreto, tale discorso significa, ad esempio, porre con la massima urgenza tra le priorità programmatiche, talune questioni che sono centrali e cruciali come l’ABOLIZIONE IMMEDIATA di alcune leggi vergognose emanate dal governo Berlusconi. Penso anzitutto alla Legge 30 (meglio nota come Legge Biagi) e alla famigerata controriforma Moratti, che ha fatto e sta facendo regredire di parecchi decenni la parte migliore della scuola italiana.

    A questo riguardo occorre fare un po’ di autocritica da parte del centro-sinistra, e lo dico senza spirito polemico o disfattistico. Bisogna ammettere e ricordare che tali leggi sono due esempi di radicalizzazione e di estremizzazione compiuta dall’attuale governo sulla base di precedenti riferimenti normativi. Voglio dire, ad esempio, che la Legge Biagi, che ha reso ancora più precario e ricattabile il diritto al lavoro di milioni di giovani soprattutto meridionali, ha rinvenuto un chiaro e preciso riferimento nel cosiddetto “pacchetto Treu”, promulgato da un governo di centro-sinistra, un pacchetto di norme che, tra le altre cose, ha permesso l’istituzione in Italia delle cosiddette “agenzie di lavoro interinale”, generando effetti di crescente precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro di una grossa fetta della nostra società.

    Parimenti è innegabile che il governo Berlusconi abbia trovato la strada spianata anche per altri interventi legislativi, ad esempio in materia di immigrazione (si pensi alla Legge Bossi-Fini), o rispetto alla “riforma” della scuola. La legge n. 53 del 2003, ossia la “riforma Moratti”, è stata favorita e preparata da precedenti iniziative normative assolutamente infauste e controproducenti assunte da governi di centro-sinistra nelle scorse legislature.

    Inoltre, anche nella fase attuale è evidente un’aspra conflittualità nel centro-sinistra nazionale, che troverà piena espressione nella competizione elettorale delle Primarie. Lo scopo di questo clima di “belligeranza” all’interno dell’Unione è la conquista dell’egemonia, per cui sono in atto contese per determinare gli equilibri interni. Inoltre, mi pare che si voglia indebolire e marginalizzare proprio quelle tendenze e quelle soggettività che difendono le istanze e i diritti dei più deboli, degli invisibili, dei migranti, dei disoccupati, dei lavoratori precari, ma anche di quei ceti medi che negli ultimi anni hanno visto letteralmente dimezzato il proprio potere d’acquisto, nella misura in cui con l’avvento dell’euro sono state permesse e favorite speculazioni prolungate, selvagge e senza alcun controllo, e nel contempo non è stata perseguita una saggia politica in difesa dei redditi dei lavoratori, e mi riferisco ai salariati del settore produttivo ma anche agli statali, che ormai non costituiscono più un ceto privilegiato e benestante come un tempo.

    Quindi, dicevo che si vuole indebolire, oscurare e contrastare l’azione di Bertinotti e del P.R.C., nella misura in cui si vuole emarginare e subordinare quel blocco sociale che si è costituito negli ultimi anni attraverso l’unione delle lotte anticapitaliste condotte dai movimenti (da Seattle a Genova e oltre) e le nuove vertenze della classe operaia. In tal modo, si cerca di costringere la “sinistra antagonista”, rappresentata in Parlamento da Rifondazione comunista, in un ruolo di subalternità e di complemento, utile solo in quanto serbatoio elettorale a sostegno di Prodi.

    Pertanto, per impedire e battere un simile progetto moderato, neocentrista e neoconservatore, nonché filo-confindustriale, che si sta delineando anche nel centro-sinistra (nazionale e locale), è a mio avviso necessario sostenere la candidatura di Bertinotti alle Primarie.

    Uniamoci, dunque, per vincere un’importante battaglia in corso nel centro-sinistra, in modo tale da sconfiggere Berlusconi da posizioni di sinistra, ossia rafforzando e privilegiando le ragioni della sinistra, per evitare e frenare una pericolosa deriva neodemocristiana che attraversa gli schieramenti e che già in occasione del referendum contro la Legge 40 ha unificato le forze più reazionarie e più oscurantiste del Paese, presenti sia nel centro-destra che nel centro-sinistra.



    Lucio Garofalo

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    Premetto di essere un marxista di stampo eterodosso, di sincera formazione libertaria e democratica. In altre parole, non mi sono affatto convertito al veterostalinismo di marca cossuttiana.

    Eppure sulla vicende cubane non mi convince quello che mi pare un subdolo tentativo di disinformazione e di speculazione propagandistica, in funzione reazionaria e neoliberista, messo in atto in un momento politico internazionale come quello attuale.

    Senza dubbio ritengo necessario condannare Cuba quando sbaglia. Anzi, rincarerei la dose esprimendo una considerazione più netta e perentoria: che il regime castrista fosse di natura antidemocratica ed illiberale non lo scopriamo oggi. Nondimeno, data la macabra ed oscura storia del continente latino-americano, data l’arretrata situazione della società cubana prima della rivoluzione castrista, oserei ipotizzare che il regime di Fidel sia la “migliore” tra le dittature del mondo, in quanto ha vinto con efficacia le secolari piaghe dell’analfabetismo e della povertà estrema che affliggevano la società cubana pre-rivoluzionaria.

    Inoltre la Cuba castrista può vantare i migliori ospedali e le migliori scuole pubbliche d’America. Sfido chiunque a smentire tali dati incontrovertibili che sono noti alla parte intellettualmente più onesta ed informata dell’opinione pubblica mondiale. Il governo castrista è sempre stato molto attento, equo e garantista verso i diritti e le tutele di carattere sociale: i diritti alla casa, al lavoro, all’istruzione e alla sanità pubbliche, assicurati a tutti i cittadini, sono un grande merito che bisogna riconoscere alla rivoluzione cubana.

    Purtroppo sul versante dei diritti politici e delle libertà democratiche il regime di Fidel Castro si è sempre rivelato insensibile e refrattario, nella misura in cui quei diritti e quelle libertà sono tuttora negati con estrema durezza. In tal senso è corretto asserire che il regime cubano sia uno Stato di natura politicamente autoritaria ed oppressiva.

    Tuttavia questo costituisce un punto di vista “occidentale”, in quanto è una valutazione parziale e relativa ad un contesto storico politicamente progredito, ma non è un giudizio applicabile ad altre realtà meno evolute come le società latino-americane, le società arabe, quelle africane, ecc. Probabilmente, sotto tale profilo la realtà sociale cubana rappresenta un’esperienza all’avanguardia, malgrado i limiti prima denunciati, ossia il deficit di democrazia rispetto alle società più avanzate dell’occidente, su cui pure occorrerebbe suscitare qualche perplessità e qualche riflessione critica. Infatti, la visione occidentale della “democrazia” è condizionata da un’ottica strumentale ed univoca, derivante da una profonda ipocrisia che caratterizza strutturalmente lo spirito liberal-borghese, fautore di uno “stato di diritto” meramente formale e a senso unico. A conferma di ciò suggerirei di rammentare, ad esempio, che negli U.S.A. (tradizionalmente celebrati come il modello storico della “democrazia occidentale”, come la patria dei diritti civili e dello Stato moderno) vige ancora la pena capitale, che è applicata sistematicamente in chiave classista e razzista, ossia a scapito dei soggetti più deboli, appartenenti alle classi subalterne o alle comunità etniche minoritarie, vale a dire contro i negri, gli ispanici, gli strati sociali meno abbienti e più indifesi.

    Tale ragionamento può senz’altro estendersi al tema più ampio della repressione carceraria e della violenza esercitata anche dalle democrazie occidentali contro le fasce più emarginate della società. Infatti, non mi pare che le democrazie occidentali siano immuni dall’influsso di meccanismi e di centri di potere di carattere antidemocratico, da sistematiche violazioni e da atroci crimini contro i diritti umani e civili, in funzione repressiva antiproletaria.

    Cito alcuni esempi. L’embargo commerciale imposto dagli U.S.A. contro Cuba, la sanguinosa guerra contro l’Iraq (un conflitto totalmente illegale ed immorale, in quanto è stato condannato e rifiutato da tutti, dal Papa, dall’O.N.U., dall’Europa, dalle moltitudini pacifiste, da tutti i popoli e dalla maggioranza dei governi del mondo!) e altre brutalità ed efferatezze perpetrate dal regime yankee contro il Sud del pianeta, rappresentano crimini assai più esecrabili di quelli commessi dal governo castrista, che pure vanno rigettati fermamente da parte di chi voglia progettare e perseguire l’idea di un comunismo migliore, più umano, compatibile con le libertà democratiche sancite non solo formalmente sulla carta, ma attuate in termini di un allargamento effettivo della partecipazione dei cittadini ai processi di decisione politica e ai canali di gestione della cosa pubblica.

    Lucio Garofalo

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    L’OROLOGIO DELLA DISCORDIA



    Evviva! Finalmente anche nella mia scuola è stato installato ed è in funzione un bellissimo orologio marcatempo, per “meglio verificare l’orario di servizio di tutti i dipendenti” (cito il testo del contratto integrativo di Istituto).

    E’ ora di smetterla con questi insegnanti ritardatari, fannulloni e lavativi, capaci solo di prelevare lo stipendio e che lavorano 4/5 mesi all’anno… E si lagnano continuamente!

    Invece, con questo “rivelatore di presenze automatico” tutti i mali della mia scuola saranno eliminati per sempre, a cominciare dal lassismo dei docenti che saranno costretti a svolgere il proprio dovere.

    Mi chiedo: ma le cose stanno veramente in questo modo?

    In realtà, la controversa questione dell’orologio marcatempo nasconde e richiama ben altre ragioni, problemi e contraddizioni, insite nel mondo della scuola e del lavoro in generale.

    Anzitutto, voglio chiarire che la mia tenace opposizione all’impiego di tale strumento elettronico di controllo, non deriva certo dalla volontà di perorare la “causa” dei nullafacenti e dei lavativi. Oltretutto posso garantire che nella mia scuola non esistono casi gravi di lassismo, anzi. D’altronde sono convinto che il “malcostume”, laddove esista, non si contrasta con il ricorso a strumenti che possono apparire coercitivi. Infatti, per noi insegnanti il vero e principale deterrente contro, ad esempio, la tendenza ad fare tardi a scuola, è costituito dalla responsabilità penale verso gli alunni che sono minorenni. E con ciò la faccenda è a mio avviso risolta.

    Dunque, sono altre le ragioni per cui io ho deciso di battermi contro l’adozione di tale sistema di controllo.

    Voglio esporle in breve.

    Anzitutto contesto i metodi e le procedure assolutamente autoritarie e verticistiche adottate dal dirigente per imporre questo nuovo “arredo” scolastico.

    Al di là se siano stati seguiti o meno i passaggi normativi necessari, sia per quanto concerne la delibera del Consiglio di Istituto, sia in sede di accordo contrattuale con le RSU (benché siano ravvisabili vizi formali), occorre segnalare l’atteggiamento di ostinato e arrogante rifiuto di aprire momenti di confronto e consultazione democratica con la base dei lavoratori, a partire dal Collegio dei docenti, nel quale invece si è registrata solo una brutale censura verso ogni richiesta di dibattito sull’argomento.

    Questo passaggio di consultazione collegiale e democratica, pur non essendo obbligatorio sul piano strettamente normativo (cosa che è pure discutibile), era ed è moralmente corretto e significativo, soprattutto sotto il profilo della democrazia sindacale, che a quanto pare è diventata un semplice optional!

    Tale vicenda conferma che l’introduzione della cosiddetta “autonomia scolastica” (che troppi dirigenti scambiano per tirannia personale) ha accelerato un processo di crisi e di svalutazione dei diritti, delle libertà democratiche e delle norme sindacali a tutela dei lavoratori della scuola, docenti e non docenti.

    Inoltre, l’uso dell’orologio marcatempo, che è uno strumento tradizionalmente applicato in luoghi di lavoro quali fabbriche ed uffici, nel momento in cui si va diffondendo anche nelle scuole, costituisce il suggello, anche simbolico, di un processo di aziendalizzazione in atto ormai da anni nella realtà della scuola italiana.

    Credo che sia superfluo ricordare che la professione dell’insegnamento non è assimilabile o inquadrabile in una logica aziendalista, date le originali peculiarità che la caratterizzano e la distinguono nettamente dalle funzioni impiegatizie e dalla produzione di manufatti.

    Infatti, l’educazione e la cultura non sono merci misurabili, quantificabili o alienabili economicamente.

    Il ruolo docente è una professione di tipo intellettuale, che comporta anche impegni straordinari in termini di studio, aggiornamento, preparazione delle lezioni, correzione dei compiti ecc., che vanno oltre l’orario di servizio certificato da una firma o dal timbro del cartellino, a meno che non si decida di installare una macchinetta elettronica anche nell’abitazione di ogni singolo docente.

    Veniamo ora ad un altro punto.

    Il costo economico di un orologio marcatempo non è di poco conto. Non conosco le cifre esatte, ma certamente si tratta di apparecchiature che, in quanto elettroniche, hanno un prezzo decisamente superiore a 1500 euro, e probabilmente possono superare i 2000/2500 euro. Vi invito a smentirmi.

    Ebbene, io mi domando: considerando il misero budget finanziario della scuola in cui lavoro, il cui Fondo di Istituto è di per sé ridotto e limitato nelle sue dimensioni, tale somma non poteva essere investita in modo più proficuo per sovvenzionare progetti e attività didattiche di qualità, così da elevare, ampliare e potenziare l’offerta formativa della scuola? Ciò avrebbe consentito di promuovere e migliorare anche l’immagine della scuola all’interno del contesto socio-ambientale in cui è inserita. Al contrario, l’acquisto di un’apparecchiatura indubbiamente costosa ha comportato seri tagli alle spese previste per l’arricchimento dell’offerta culturale.

    Queste ed altre motivazioni mi hanno indotto ad espormi contro l’introduzione dell’orologio marcatempo, che è (ripeto) un aggeggio tecnologico inutile e costoso, che suscita reazioni negative e controverse tra i lavoratori.

    Eppure c’è chi trae un vantaggio dall’impiego di tale sistema di controllo elettronico.

    Tale vantaggio consiste anzitutto nel permettere un controllo a distanza, così da evitare e risparmiare al controllore la “fatica quotidiana” di recarsi fisicamente sul luogo di lavoro per verificare l’orario di servizio dei propri dipendenti. Pertanto, il controllo elettronico giova solo al dirigente, che in tal modo non deve nemmeno scomodarsi da casa per effettuare i consueti controlli, che avvengono automaticamente.

    Chi è dunque il fannullone o il lavativo della situazione?

    Mi auguro di aver messo in luce la netta contraddizione tra le ragioni, più nobili, giuste e democratiche di chi, come il sottoscritto, si oppone fermamente al ricorso a questi sistemi di controllo, da un lato, e dall’altro il carattere verticista e autoritario dei metodi e delle procedure seguite da chi tenta di imporre uno strumento di controllo a distanza, che serve soltanto ad inasprire ed avvelenare i rapporti tra i lavoratori.



    Lucio Garofalo

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    La dura vertenza sorta nell’Istituto Comprensivo di Sant’Angelo dei Lombardi, sintetizza in modo emblematico le diverse e molteplici contraddizioni insite nel mondo della scuola in generale
    UNA VERTENZA EMBLEMATICA



    La dura vertenza sorta nell’Istituto Comprensivo di Sant’Angelo dei Lombardi sintetizza in modo emblematico le diverse e molteplici contraddizioni insite nel mondo della scuola in generale.

    In particolare emerge un’antitesi tra due opposte concezioni della cultura, dell’educazione, del diritto all’istruzione. Da un lato si colloca una linea burocratica e verticistica, che confonde un ambiente educativo e di apprendimento quale la scuola, con un’azienda o, peggio ancora, con una caserma; dall’altro lato si contrappone una visione più aperta, elastica, più democratica e più attenta alle istanze della collegialità e ai bisogni reali della comunità scolastica e sociale, formata dalle nuove generazioni e dalle famiglie, oltre che dai lavoratori della scuola.

    Tale dicotomia, che rischia di generare conflitti, antagonismi e vertenze molto aspre (come nel caso dell’I.C. di Sant’Angelo dei Lombardi), si snoda a partire da un grave motivo di controversia, che cela una perversa ipocrisia di fondo: il docente che timbra il cartellino registra la sua presenza nell’Istituto (come se fosse un’azienda) ma non in classe, laddove invece è chiamato a svolgere il proprio dovere professionale che è di natura didattico-educativa, per cui esercita un ruolo chiave e decisivo nel processo dialettico di insegnamento/apprendimento.

    La vertenza riflette anche una profonda divergenza di interpretazione rispetto alla cosiddetta “autonomia scolastica”, che tanti, troppi dirigenti scolastici (autoproclamatisi “manager”) scambiano per tirannia o arbitrio personale. Infatti, l’atteggiamento spesso arrogante, unilateralista e intransigente dei presidi, è il frutto di una mentalità dirigista che mortifica le spinte vitali e le potenzialità emancipatrici che possono derivare dall’applicazione dell’autonomia scolastica intesa come valorizzazione delle risorse umane, professionali, intellettuali e sociali presenti sul territorio, nel quale le scuole possono e devono assumere una funzione di traino e di promozione culturale.



    Lucio Garofalo

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    PROIBIRE IL PROIBIZIONISMO



    Dulcis in fundo!

    L’atto conclusivo del “meraviglioso” e “ineffabile” governo Berlusconi è un disegno di legge sulle droghe (inserito in modo subdolo come mini-emendamento in un maxi-emendamento per le Olimpiadi invernali di Torino) che reca, non a caso, il nome e la paternità di Gianfranco Fini, ossia di un fascista, post o vetero non importa in quanto la forma mentis è sempre la stessa.

    Ecco, dunque, il capolavoro dei capolavori di questo infame governo, che ha intrapreso la sua opera devastatrice, anticostituzionale e antidemocratica con la feroce repressione del movimento no-global attuata durante le giornate del G8 di Genova, nel Luglio 2001, e con un obbrobrioso provvedimento legislativo che ha eliminato la tassa sulle successioni e sulle donazioni che superano i 200 mila di euro! Cito solo alcuni degli atti più emblematici e significativi per rinfrescarci la memoria sulla natura classista e reazionaria di tale governo.

    L’intento dichiarato del decreto Fini è quello di colpevolizzare e perseguitare i tossicomani, anche i semplici consumatori di spinelli, giudicati alla stessa stregua degli spacciatori e dei narcotrafficanti, annullando cioè la “liceità” del consumo personale finora tollerato.

    Come argomentano i fautori della legge, la gravità dell’attuale situazione sarebbe determinata dal “permissivismo” contenuto nel concetto di “modica quantità”, un’idea ispirata e alimentata dall’ascesa, soprattutto negli anni ’60 e ‘70, della cosiddetta “cultura della droga” intimamente sposata alle varie “culture alternative” o “controculture” affermatesi in quel periodo.

    In effetti, questo è il ragionamento, rozzo e semplicistico, che fonda lo spirito della legge Fini.

    Invece, è un dato incontestabile che la causa dei crimini abitualmente perpetrati nelle aree urbane più degradate, ad esempio i reati commessi dai giovani tossicomani, sia proprio nell’esatto contrario del permissivismo, ossia in quel regime proibizionista che di fatto regola e decide la questione. Un regime che la legge Fini renderebbe ancora più aspro e crudele, criminalizzando e perseguendo non solo le abitudini di milioni di consumatori di droghe leggere, ma penalizzando anche altri comportamenti, fino a negare e calpestare alcuni elementari diritti sanciti e garantiti dalla nostra Costituzione.

    Le misure draconiane previste dalla suddetta legge mirano a reprimere il diritto a “farsi”, ma non ne eliminano le cause reali, nella misura in cui le ragioni dell’alienazione giovanile nelle droghe sono di natura esistenziale, psicologica e culturale, non certo di ordine giuridico.

    Inoltre, quelle norme brutalmente punitive investirebbero soltanto i piccoli spacciatori, ossia gli stessi abituali consumatori di sostanze narcotiche.

    Tale disegno politico cela una perversa volontà di esasperare il fenomeno della violenza urbana, specialmente di quella minorile, ma soprattutto arreca un vantaggio economico e politico incommensurabile alle più potenti organizzazioni malavitose (mafia, camorra, ecc.) che controllano il mercato nero delle sostanze stupefacenti, in modo particolare delle droghe pesanti, favorendo e incrementando il potere e i profitti dei narcotrafficanti internazionali.

    L’esperienza storica ha dimostrato che l’imbarbarimento di una già ferrea disciplina repressiva non fa altro che scatenare l’effetto contrario, generando fenomeni di recrudescenza e l’aumento del disordine, della rabbia, della disperazione.

    Tale legge costituisce un ulteriore segnale che attesta l’involuzione in senso autoritario e reazionario di una notevole parte della classe dirigente italiana, a cui non corrisponde un pari fenomeno regressivo nella società civile, che in tal modo si discosta sempre più dagli ambienti, dagli umori e dai poteri istituzionali del Palazzo.



    Lucio Garofalo

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    UNO STATO FORTE CON I DEBOLI E DEBOLE CON I FORTI E' SEMPLICEMENTE UNO STATO FASCISTA!

    Premetto che non sono tra quanti, un pò qualunquisticamente, pensano che non esista alcuna differenza tra centrodestra e centrosinistra, essendo entrambi gli schieramenti funzionali ad una politica antioperaia e neoliberista.
    Non mi preoccupo certo delle forze tradizionali del centrosinistra che già conosciamo essere da sempre vicine agli interessi del capitalismo bancario e della Confindustria, che non a caso sostiene Prodi & soci alle prossime elezioni politiche.
    Mi preoccupa invece la piega presa dal P.R.C., il cui gruppo dirigente sembra sempre più appiattito ed omologato su posizioni quantomeno ambigue ed incerte, ossia su una linea che appare priva di una sicura identità di classe.
    Effettivamente mi inquieta il silenzio mostrato dai dirigenti nazionali del P.R.C. di fronte agli arresti e alla repressione poliziesca dell'11 Marzo a Milano. Mi sconcerta ancor più l'atteggiamento di inerzia e passività assunto da Rifondazione comunista di fronte alla manifestazione neofascista dello stesso giorno, indetta con finalità chiaramente provocatorie e destabilizzanti (ovviamente per "stabilizzare"), che non a caso ha goduto di appoggi e di protezioni politiche ed istituzionali ad altissimo livello.
    Giudico davvero sconcertanti le posizioni assunte dal P.R.C. negli ultimi tempi, evidentemente troppo condizionata e preoccupata dall'esito elettorale, una posizione che di fatto sta dividendo e lacerando il movimento antagonista, persino l'area assai eterogenea e multiforme dei centri sociali.
    Basti pensare, ad esempio, che il Leoncavallo (vicino, non a caso, a Rifondazione) ha deciso di non aderire alla manifestazione antifascista dell'11 Marzo, assumendosi non poche responsabilità rispetto a quanto poi è accaduto, nella misura in cui, ad esempio, un servizio d'ordine allestito con la presenza dei leoncavallini avrebbe probabilmente potuto impedire che si arrivasse a quel tipo di scontro frontale con la polizia in assetto antisommossa, già pronta alla repressione più brutale.
    Personalmente nutro un profondo senso di rabbia e di nausea di fronte alla violenza inutile e sciocca di chi, magari, intende "giocare" alla rivoluzione.
    Il ribellismo e l'estremismo politico sono forme infantili e controproducenti di lotta, che non servono affatto alla causa antifascista e anticapitalista, ma al contrario giovano soltanto a chi ha interesse ad inasprire lo scontro di classe e a mettere in moto meccanismi repressivi, evocando spauracchi quali il terrorismo e altro, per invocare svolte politico-elettorali in senso reazionario e autoritario.
    Nel contempo il disgusto e lo sdegno sono molto più forti ed incontenibili di fronte allo sciacallaggio politico, ossia rispetto all'uso scellerato e strumentale che viene compiuto, in questo caso dal centrodestra (un tempo lo faceva la Democrazia cristiana), per ottenere una vittoria alle elezioni politiche.
    Così come sono notevolmente indignato e nauseato di fronte ad uno Stato di polizia che fa un ricorso esagerato e sistematico alla forza repressiva, ad esempio, per sfrattare di casa quelle famiglie già misere e sventurate che vivono l'emergenza abitativa e altre drammatiche emergenze della nostra società , mentre non adotta affatto la stessa "energia" per fronteggiare, ad esempio, fenomeni criminali ben più gravi come mafia e camorra, oppure per contrastare iniziative eversive e destabilizzanti di matrice neofascista, oppure (cosa ancora più inaccettabile e scandalosa) per combattere e perseguire comportamenti estremamente illegali ed antisociali quali l'evasione fiscale, che invece vengono incoraggiati, condonati e depenalizzati!
    Francamente, di fronte a tutto ciò io provo un sentimento di stizza e fastidio che non ha limiti, ma che non mi induce certo a forme irrazionali, istintive ed infantili di ribellione e di rivolta che, al contrario, rischiano di fare il gioco dell'avversario di classe e di quelle forze politico-istituzionali che stanno sfasciando la Costituzione e tutte quelle già fragili tutele sociali che sono state conquistate dal movimento dei lavoratori attraverso decenni di dure e sanguinose lotte, segnate anche da reazioni violentissime da parte dei padroni e dei loro servi.
    Basti pensare allo stillicidio delle stragi neofasciste, a quelle "stragi di stato" che hanno insanguinato la storia italiana del dopoguerra da Piazza Fontana nel 1969 in poi e che fanno capo alla cosiddetta "strategia della tensione", una strategia che mi pare sia stata riesumata, semmai fosse stata sepolta.
    Ebbene, voglio rammentare la natura visceralmente reazionaria, classista, sovversiva e antidemocratica del centrodestra che negli ultimi 5 anni ha cercato di sfasciare le istituzioni democratiche, i diritti e le garanzie costituzionali. Altro che sfasciare una vetrina del McDonald's!
    Pertanto, io ritengo che il pericolo rappresentato dal fascismo al potere, ossia da quelle forze di centrodestra che hanno governato l'Italia negli ultimi 5 anni, sia molto maggiore che nel passato, soprattutto se si tiene presente il mix micidiale di fascismo, populismo e neoliberismo sfrenato che caratterizza questo blocco politico-sociale.
    Ebbene, senza farmi facili e sciocche illusioni, riconosco che tale pericolo possa essere in parte scongiurato anche contribuendo a votare e sostenere quel fronte della sinistra più radicale e antifascista che è collocato nell'Unione, malgrado tutte le riserve, i dubbi e le perplessità prima enunciate.
    Rammento una celebre e storica citazione di Pier Paolo Pasolini che diceva: "Il fascismo potrà risorgere a condizione che si chiami antifascimo". Mi sembra che la frase rispecchi perfettamente il quadro storico-politico in cui si è compiuta la "metamorfosi" di Alleanza nazionale e della destra neofascista (ex MSI) per assorgere al governo della nazione, sdoganata e traghettata dal populismo berlusconiano.
    Per quanto concerne il rischio che un ipotetico, futuro governo di centrosinistra possa adottare e praticare una politica contro le masse operaie e popolari, magari utilizzando la presenza e il ruolo del P.R.C. per addormentare e neutralizzare l'antagonismo sociale e l'opposizione di classe, credo che la risposta, per quanto sia ora prematura e sempre suscettibile di analisi e di riflessione critica, debba essere quella di organizzare nel tempo un blocco sociale antagonista capace di non farsi "neutralizzare" o "narcotizzare" da nessun governo.

    Lucio Garofalo

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    DIARIO DI UNA METAMORFOSI
    Dopo lunghi mesi sofferti e travagliati sembra essersi conclusa un'esperienza singolare e, per certi versi, grottesca e "kafkiana", vissuta all'interno di una realtà scolastica del profondo Sud Italia, in un piccolo centro dell'interland avellinese.
    E' la storia quasi surreale di una "metamorfosi", di una rinascita, di un riscatto, ossia del recupero e della riaffermazione della propria dignità, umana e professionale, da parte di un gruppo di lavoratori della scuola.
    E' la storia di uno stillicidio di abusi di potere, di angherie e di soprusi perpetrati da un piccolo "tiranno" ancorato alle vecchie e nuove strutture burocratiche del potere inteso ed esercitato come puro arbitrio personale.

    Ebbene, io ritengo doveroso raccontare tale vicenda per informare anzitutto le altre realtà scolastiche e, nella fattispecie, gli altri colleghi, ed in generale per socializzare il patrimonio di valori, di conoscenze e di esperienze che è stato accumulato nel corso di una vertenza che considero più unica che rara rispetto a tutto il territorio nazionale. L'unicità di tale vertenza risiede soprattutto nella nascita e nella formazione di un gruppo alquanto numeroso di insegnanti "dissidenti" che ha preso coscienza dei propri diritti e delle proprie ragioni, riappropriandosi della più importante e preziosa tra le prerogative dell'essere umano, ossia la libertà, intesa anzitutto come libertà di partecipare alle decisioni che interessano il proprio destino e la propria esistenza, e che in questo caso investono essenzialmente la propria condizione lavorativa.

    Questi sono i fatti più salienti della vicenda.

    In data 30 Agosto 2005 il preside informa il Consiglio di Istituto di aver acquistato (non che sarà acquistato, usando dunque un verbo passato - questa è già un'anomalia) un orologio marcatempo per la rilevazione digitale delle presenze dei lavoratori. Capziosamente, al fine di carpire la buona fede dei presenti, riferisce al presidente del Consiglio di Istituto e agli altri rappresentanti dei genitori che il corpo docente sarebbe favorevole all'impiego di tale strumento di controllo. E' assolutamente falso!
    Il Collegio dei docenti non si è mai riunito né tantomeno si è pronunciato su tale materia.
    Oltretutto siamo ancora in vacanza, i colleghi prenderanno servizio il 1° Settembre.

    Il Consiglio di Istituto approva la delibera dell'acquisto, ritenendo veritiere le parole del preside.

    Il 1° Settembre 2005 si insedia e si riunisce il Collegio dei docenti per il nuovo anno scolastico.
    Il clima sembra sereno, per molti è ancora vacanziero. A sorpresa il preside informa il Collegio dei docenti che è stato acquistato un orologio marcatempo per il controllo automatico delle presenze dei lavoratori della scuola.
    La sala collegiale sembra essere invasa da un gelo improvviso ed anomalo, che contrasta con il clima ancora caldo dell'estate. Tuttavia, nessuno dei colleghi presenti chiede la parola per replicare o per ottenere ulteriori chiarimenti. Anch'io taccio (sbagliando in tale occasione) aspettando che qualcun altro intervenga. D'altronde ero appena rientrato nella sede di Sant'Angelo dei Lombardi, il preside era per me nuovo e sconosciuto, per cui mi trovavo ancora in una fase di studio e di ambientamento.

    In un successivo Collegio dei docenti, svoltosi sempre nel mese di Settembre, chiedo la parola per esprimere il mio parere e per avere alcune risposte in merito alla questione dell'orologio marcatempo.
    Il preside mi censura brutalmente e mi impedisce di parlare. Nessuno dei colleghi interviene in mia difesa, per cui mi accorgo che l'intero Collegio è omologato e represso.
    A quel punto mi limito ad una risposta ironica e beffarda: "Preside, la ringrazio per la libertà di parola che ci concede!". Qualche risatina e un pò di ilarità si diffondono nella sala.
    L'episodio si conclude qui, ma il confronto è soltanto rinviato.

    Trascorrono i giorni, le settimane, i mesi. Giungono le festività natalizie. Un pò tutti hanno sottovalutato la questione, ma soprattutto il dirigente e i suoi più stretti collaboratori sembrano sottovalutare le reazioni del sottoscritto e di una nutrita percentuale dei colleghi, come emergerà in seguito.
    Intanto, nel mese di Novembre il dirigente e le R.S.U. si erano incontrati per negoziare e definire la contrattazione di Istituto.

    Ne viene fuori un accordo vergognoso.

    Dalla lettura del testo contrattuale risalta l'art. 18 che recita: "Il Dirigente informa la R.S.U. dell'Istituto che è stato acquistato un rivelatore automatico delle presenze per meglio verificare l'orario di servizio dei lavoratori". Ancora una volta il verbo è coniugato al passato, ma soprattutto si nota una voce verbale ben precisa, ossia "informa", così come era già accaduto in sede di Consiglio di Istituto e di Collegio dei docenti.
    Si desume che non c'è stata alcuna seria trattativa, non si è svolto alcun momento di confronto dialettico, di scambio negoziale, ma soprattutto non è stato definito, approvato e sottoscritto alcun regolamento applicativo (obbligatorio in questi casi) che stabilisca le modalità di impiego di tale strumento di rilevazione automatica.
    C'è stato solo e semplicemente un atto unilaterale, verticistico e burocratico di informazione da parte del preside, e di certo non è questo il modo più giusto di condurre una contrattazione sindacale, da cui è scaturito non a caso un testo inqualificabile, e non solo per quanto concerne la questione dell'orologio marcatempo.

    Ovviamente in questa vicenda risultano assai rilevanti e determinanti le responsabilità delle R.S.U. le quali, in buona o in mala fede, hanno letto, approvato e sottoscritto il documento, ma soprattutto non hanno ritenuto utile ed opportuno avviare una fase di consultazione democratica della base dei lavoratori.
    A proposito delle R.S.U. sarebbe necessario riservare un paragrafetto a parte per spiegare meglio alcune irregolarità riguardanti addirittura la legittimità stessa della rappresentanza sindacale, in quanto le R.S.U. sarebbero dovute decadere già dal 1° Settembre 2005 in seguito al trasferimento in altra sede di due dei tre rappresentanti sindacali regolarmente eletti a suo tempo, per cui si sarebbero dovute indire nuove elezioni, ma tutto ciò non è accaduto.
    Come si può facilmente intuire, in questa scuola si vive in uno stato di illegalità diffusa e permanente, o quantomeno di assenza di regole certe, stabili e condivise.

    Intanto, all'ingresso principale della scuola viene installato il famigerato apparecchio che sarà all'origine di gravi discordie...

    Veniamo così all'inizio del nuovo anno solare. Il 9 Gennaio 2006 riprendono le attività didattiche.
    Con una circolare interna il preside comunica che dal giorno 16 dello stesso mese i lavoratori della scuola sono obbligati a ritirare il cartellino e a timbrare.
    Un gruppo di docenti decide di stendere un documento per chiedere al dirigente di rinviare la data, per consentire un momento di confronto e di discussione collegiale che non è mai stato concesso.
    Il preside risponde picche, ossia che il Collegio dei docenti è già stato informato e che tutti i passaggi compiuti sono stati corretti sotto il profilo normativo. Balle!
    Anche se per un'assurda ipotesi il preside avesse seguito correttamente le procedure formalmente necessarie, i risultati sostanziali che ne sono derivati, sono talmente rovinosi da indurre a mettere in discussione l'intero iter.

    Ecco gli effetti prodotti dalla decisione, arbitraria e autoritaria, del preside.

    In data 21 Gennaio 2006 viene indetta un'assemblea sindacale dei lavoratori dell'Istituto Comprensivo di Sant'Angelo dei Lombardi, per affrontare l'argomento.
    L'assemblea viene convocata dai rappresenanti provinciali di CGIL, CISL, UIL e SNALS.
    Nel frattempo si è dimessa la R.S.U. della CGIL.
    Dall'assemblea emerge una vivace critica all'operato del preside e una diffusa contrarietà della base dei lavoratori rispetto all'impiego di tale strumento di controllo, che viene considerato un rito inutile (infatti il registro di classe attesta già la presenza del docente; inoltre, il principale deterrente per l'insegnante risiede nella responsabilità penale rispetto agli alunni che sono minorenni), ipocrita (il docente non deve dimostrare di essere presente nell'Istituto, bensì nella classe, dove è chiamato a svolgere il proprio dovere che è di tipo didattico-educativo, un ruolo che non è assimilabile o equiparabile ad una funzione di natura aziendale, ossia ad una mansione manifatturiera o ad un impiego d'ufficio; inoltre, il compito dell'insegnante non si esaurisce nella classe e nell'orario di servizio, ma prosegue a casa, attraverso la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni, lo studio e l'autoaggiornamento professionale) e costoso (non solo sotto il profilo economico, ma anche per i costi prodotti in termini di stress psicologico ed emotivo, per le ripercussioni negative generate sul versante delle relazioni tra i docenti, nonché per gli effetti destabilizzanti provocati sulla gestione della scuola, sull'andamento del lavoro nelle classi, eccetera).
    Insomma, ci si interroga sull'effettiva utilità e sull'efficacia di tale strumento di controllo e si risponde in modo decisamente negativo.
    Sorvolo sugli altri elementi di analisi e di riflessione emersi durante l'assemblea. Al termine della quale si decide di stilare un documento da consegnare, tra gli altri destinatari, anche al MIUR, al Dirigente del C.S.A. di Avellino e al Direttore dell'Ufficio Scolastico della Regione Campania.

    Nei giorni successivi all'assemblea sindacale vari colleghi decidono di restituire il cartellino e smettono di timbrare. Intanto un esiguo gruppo di "irriducibili" si era rifiutato sin dall'inizio di ritirare il cartellino, per cui non ha mai timbrato.
    Il clima si innervosisce, la tensione cresce sensibilmente, gli animi non sono più sereni.
    Il preside emana un ordine di servizio, poi reiterato, con il quale impone di ottemperare alle precedenti disposizioni. A questo punto le posizioni si irrigidiscono ulteriormente, il dialogo tra le parti è completamente pregiudicato, in quanto era impossibile già prima, figurarsi ora!
    Si inasprisce lo "scontro", la vertenza diventa lunga ed estenuante e si sposta sul terreno squisitamente burocratico-repressivo. Inevitabilmente si allarga il divario delle incomprensioni e degli equivoci.
    Ha inizio una vera e propria "guerra psicologica" che mette a dura prova i nervi di tutti quanti.

    A conti fatti i colleghi che non timbrano il cartellino sono 21 su 54: non sono pochi, anzi!

    Intanto, da più parti si intraprendono iniziative di mediazione e di conciliazione, sia da parte dei sindacati provinciali, sia da parte del C.S.A di Avellino e persino dalla Direzione Scolastica Regionale, ma invano!
    Il preside si ostina a ribadire le sue ragioni, si arrocca nel suo bunker, si affida ad un legale (un avvocato penalista), ricorre alla Procura della Repubblica come se in tale vicenda affiorassero fatti penalmente rilevanti. L'unica "infrazione" commessa dagli insegnanti "ribelli" è la non ottemperanza ad un ordine di servizio, ed è dunque un'infrazione di carattere amministrativo. Il codice penale non c'entra nulla.
    E' evidente l'intento intimidatorio nell'utilizzo della Procura della Repubblica e del codice penale, agitati come spauracchi! Non a caso molti docenti cominciano ad intimidirsi, manifestando dubbi ed esitazioni.
    Dall'ufficio della presidenza partono alcune "contestazioni d'addebito" e viene persino inflitta una sanzione.
    Anche tali provvedimenti celano uno scopo intimidatorio, ma di fatto sono viziati sotto il profilo formale e procedurale, per cui si annullano da soli.

    Ormai appare sempre più lontana e difficile un'equa e pacifica soluzione della controversia.

    Un giorno (mi sembra il 23 Febbraio scorso) giunge la visita ispettiva disposta dall'Ufficio Scolastico Regionale, visita invocata con urgenza nel documento redatto e sottoscritto dai rappresentanti sindacali provinciali e consegnato personalmente al Dirigente Regionale.
    Sembra che gli Ispettori non siano favorevolmente colpiti dalla situazione che si trovano a valutare, anzi appaiono impressionati in modo molto negativo, soprattutto a causa del pesante clima ambientale e della rigidità che caratterizza la posizione del preside.

    Nel frattempo i due più stretti collaboratori del preside avevano già rassegnato le dimissioni.
    Alcuni giorni dopo il preside si mette in aspettativa per motivi di salute.

    E' un segnale di resa del preside? Di certo si tratta di una soluzione quantomeno "pilatesca".
    Dal C.S.A. di Avellino perviene una nomina coatta che obbliga la vicaria a ritirare le proprie dimissioni e ad accettare il nuovo incarico direttivo.
    Qualche giorno dopo segue il ritiro delle dimissioni da parte anche dell'altro collaboratore.

    Veniamo all'epilogo parziale e temporaneo della vicenda.

    Al termine del Collegio dei docenti del 7 Marzo scorso la collaboratrice vicaria, subentrata al posto del preside, comunica la "sospensione" dell'uso dell'orologio marcatempo, in attesa di decisioni provenienti dagli organi superiori.
    Il 10 Marzo scorso si è svolta un'altra assemblea sindacale con i rappresentanti provinciali i quali, interpretando in modo ottimistico e trionfalistico gli ultimi avvenimenti, hanno evidenziato l'esito positivo della vertenza.

    Per quanto ci riguarda la "vittoria" conseguita è soltanto parziale. Adesso si apre una nuova fase...

    Una prima, immediata valutazione degli eventi è la seguente: l'esito raggiunto non deve indurre a facili e sciocchi trionfalismi, né al contrario ad un eccessivo pessimismo.
    Si può essere in parte appagati dai risultati effettivamente conseguiti. La vittoria appare evidente nell'oggettività dei fatti, non è dunque una "vittoria di Pirro".
    Tuttavia, si tratta di un successo parziale, che a mio avviso ha bisogno di essere formalmente sancito e documentato sul versante normativo, attraverso una sentenza autorevole che attesti e riconosca la illegittimità dell'uso del suddetto orologio marcatempo, così da fornire un preciso punto di riferimento giurisprudenziale per evitare che altrove si possa ripetere quanto si è verificato nella nostra scuola.

    Per concludere occorre precisare che la questione dell'orologio marcatempo e la dura vertenza sindacale che ne è scaturita, costituiscono soltanto la punta dell'iceberg di una complessa e controversa realtà, nella quale si intrecciano profonde ed aspre contraddizioni legate ad un'errata e distorta concezione dell'autonomia scolastica, che invece dovrebbe essere intesa ed applicata in base allo spirito più autentico della legge, ossia in termini di partecipazione e coinvolgimento diretto ed effettivo di tutte le soggettività presenti ed operanti all'interno e all'esterno della scuola, quindi come estensione della base politico-decisionale.

    Lucio Garofalo

 

 
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