Che meraviglia cromatica quel rosso rubino che riposa dietro il vetro. Dorme tranquillo lui, fiero di essere imbottigliato sotto i sugheri migliori. E’ il vino rosso che trionfa su qualsiasi desco, autentica passione di bevitori patentati e più semplici ragionieri della bottiglia, quelli dal classico – unico – bicchierino a pasto.

E’ il rosso che vince su tutti i concorrenti alcolici, non c’è partita. Il bianco batte in ritirata in compagnia di qualche depresso pescetto, e il nero è meglio che non ci provi neanche a riparare nel bicchiere. Almeno questo è quello che impongono i partigiani dei rossi.
Un monopolio che non si ferma certo qui. Non si accontenta, il nostro, di spadroneggiare tra i quadrati delle tovaglie. Pretende di schiacciare i già ghettizzati concorrenti. E’ la dittatura del prodigio rubizzo, che non sopporta avversari tra i piedi.
Così chi ne abusa finisce nel girone paradisiaco dei “migliori figli di bacco”, manco mezza parola di censura. No, chi finisce cotto dai fumi del nettare rosso è il paradigma del degustatore-modello, sommelier non per titolo ma sicuramente per spirito. Pure se beve sbracato dal collo del fiasco. Gli va intonato un inno alla saggezza, punto e basta. E che nessuno si azzardi a discutere.

Il registro straborda: gli entusiasti luogotenenti del rosso non si contano. Che piaccia al signor vattelapesca ci importa poco, qui fa statistica il gradimento dei vip inzuppati nel lambrusco. E se l’alcol non è proprio vino, il discorso non cambia. A lorsignori celebri consumatori rossi, l’uso e l’abuso viene beatamente perdonato.
Capita invece che qualche illustre aficionado del bicchiere preferisca l’impopolarissimo nero al rosso “ortodosso”. Speziato, vellutato: un piacere infinito per il bevitore godurioso. Eppure per i censori dell’osteria progressista, la bottiglia di nero è peggio del peggior aceto. Maleodorante al naso, disgustoso appena lo assaggi, berlo proprio non si può.

L’ultimo – di un coraggioso gruppuscolo – ad aver commesso l’imperdonabile errore risponde al nome di Mel Gibson, australiano di stanza negli Usa, attore – una volta – di filmetti considerati tutti esplosioni e violenze, e che adesso è stato capace perfino di peggiorare (sempre per i censori di cui sopra). Ora dirige pellicole bollate di integralismo, da fiero cattolico, e pure tradizionalista, qual è. Ha una manciata di marmocchi, predica contro l’aborto e gli garba la vecchia messa in latino. Un modello perfetto di reazionario da distruggere a colpi di machete progressista. Ebbene, qualche giorno fa Mel ha alzato il gomito col nero speziato, è salito in macchina e ha corso un po’ troppo per le strade di Los Angeles. I poliziotti l’hanno fermato e lui li ha pure coperti di pessimi insulti antisemiti.

Ha sbagliato, in pieno, ma ha tutto il diritto di essere riammesso tra le schiere dei degni. Come gli altri, che anzi portano a casa solo applausi e nemmeno una tirata d’orecchie. Ne ha pieno titolo anche perché ha chiesto immediatamente perdono, senza esitare un attimo. Ma lui è il regista della “Passione”, creatura struggente e profonda, violentata dalle accuse di fondamentalismo dei saccenti bevitori rossi. E’ un troglodita cattolico che merita la gogna mediatica e l’esilio perenne dalla Hollywood che conta, quella liberal, pacifista e antibushista, ovvio. Gliel’hanno giurato, gli faranno terra bruciata.
Tranquillo Mel, non rimarrai solo. A 23 anni vecchio e reazionario lo sono anch’io. Ora continua a bere nero: modera le quantità ma non cambiare vino.

Italianhawk