IL COMPLOTTISTA
Venti di guerra fra Russia e Georgia
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MAURIZIO BLONDET
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Rischiamo di vedere anche questa: una guerra della Russia contro l’ex repubblica sovietica della Georgia. L’ultima scintilla è scoppiata qualche giorno fa: due soldati russi sono stati uccisi da ignoti attentatori in Abkhazia, e non è la prima volta. È probabile che non abbiate mai sentito parlare dell’Abkhazia, ma è qui che può scoppiare il conflitto. Questa regione della Georgia è in subbuglio dalla caduta dell’impero sovietico, perché non vuole stare sotto Tblisi (la capitale georgiana) e invece vuole stare con Mosca; anche perché la regione è vicina a Soci, la cittadina del Mar Nero dove la nomenklatura sovietica aveva le sue ville, e l’Abkhazia era un luogo di villeggiatura tradizionale dei russi-bene del Pcus.
Nel 1992 la Georgia ha mandato le sue truppe in Abkhazia: ci sono stati combattimenti e massacri, e la conclusione è stata che gli abkhazi filo-russi hanno cacciato non solo i soldati (male armati e stracciati), ma anche i civili georgiani abitanti nella regione, circa 250 mila. Nel ’94, i vincitori hanno dichiarato l’Abkhazia “repubblica indipendente”. Non riconosciuta da nessun altro Paese, ridotta alla miseria da un embargo internazionale, e con la popolazione dimezzata a poco più di 250 mila abitanti, l’Abkhazia - che continua ad usare il rublo come moneta - gode tuttavia dell’appoggio palese ed occulto di Mosca. La quale ha concesso il passaporto russo alla grande maggioranza degli abkhazi; e quando l’Onu ha mandato là i suoi osservatori, Mosca ha mandato le sue truppe per “mantenere la pace” e per proteggere quei suoi nuovi cittadini. I due soldati uccisi, caduti in un’imboscata al loro pullman nella zona tra Soci e Gudauta sono appunto parte delle cosiddette “forze di pace” russe.
Pace per modo di dire. Nel solo luglio, il premier georgiano Mikhail Saakashvili ha accusato pubblicamente Putin di “minacciare la democrazia” e di volere “distruggere lo Stato georgiano”; Mosca ha accusato la Georgia di stare meditando un’offensiva nel Sud-Ossezia (un’altra “repubblica” filo-russa); il parlamento georgiano ha votato una risoluzione che esige il ritiro delle truppe russe “di pace” dall’Abkhazia; le truppe russe hanno bloccato un convoglio militare che puntava sulla medesima Abkhazia; la Georgia ha creato un “governo in esilio” filo-georgiano dell’Abkhazia, subito minacciato di morte del locale “governo” filo-russo. Il tutto fra attentati reciproci, ammazzamenti e veri e propri combattimenti.
Si combatte infatti anche in questi giorni nelle gole di Kodori, la sola parte dell’Abkhazia rimasta nominalmente sotto controllo georgiano. Qui un caporione locale di nome Emzar Kvitsiani ha costituito una milizia di 300 uomini che stanno sparando sulla polizia della Georgia, e la Russia ha intimato alla Georgia di ritirare i suoi poliziotti da Kodori.
Per contro, la Georgia ha dato diritto di asilo a caporioni ceceni ricercati da Mosca. E Mosca ha bloccato le esportazioni georgiane in Russia, specialmente di una pregiata acqua minerale georgiana in cui Mosca ha scoperto “tracce di materie fecali”.
Insomma una situazione “balcanica”, in un’area che trabocca di armi e munizioni sovietiche, vecchie ma pesanti (carri armati, artiglieria) e temibili. Solo pochi giorni fa la Iaea, l’ente dell’Onu per il controllo della non-proliferazione nucleare, ha scoperto in Georgia, nella remota regione montuosa di Racha, una fabbrica abbandonata di materiale radioattivo. La radioattività era 12 volte superiore al normale, e noduli di metalli nucleari erano sparsi dappertutto, non solo nella fabbrica ma nelle case vicine. L’Urss usava questi materiali radioattivi come fonti di energia in aree poco popolate; la caduta dell’impero sovietico ha lasciato queste “fonti d’energia” abbandonate e senza sorveglianza; in Georgia ne sono state trovate almeno 300. Con questo materiale si possono fabbricare bombe “sporche”, ossia ordigni esplosivi convenzionali che però, scoppiando, disperdono radioattività, e che possono diventare un’arma da incubo nelle mani di gruppi terroristici islamici.
Il motivo del contendere è di tipo “balcanico” e ha le stesse ragioni. Come l’esplosione della Jugoslavia ha lasciato forti minoranze serbe abitanti in Croazia e Bosnia, così il crollo dell’Urss ha lasciato nelle repubbliche ex-sovietiche forti minoranze russe, emigrate lì quando esisteva ancora l’Unione Sovietica. Mosca “protegge” e sottobanco istiga queste sue minoranze, nell’evidente scopo di mantenere o riaffermare la sua influenza nelle terre dell’ex-impero. Spesso, nelle zone contese hanno sede basi militari sovietiche ancora occupate dalle truppe russe, sospettose e ostili dei nuovi regimi.
I sospetti di Mosca sono stati acuiti dalle “rivoluzioni democratiche” che si sono prodotte in Georgia ed Ucraina - secondo Putin finanziate e provocate dalla Cia, per creare attorno alla Russia una cintura di Stati ostili e anti-russi - e dalla richiesta di queste “democrazie nuove” di entrare a far parte della Nato; il tutto aggravato dal fatto che la Nato ha prontamente accettato la richiesta, e sta attivamente preparando l’Ucraina ad entrare nell’Alleanza Atlantica, anche riarmandola.
Situazione infernale: una guerricciola “balcanica” può scoppiare in ogni momento tra Mosca e Tbilisi, ma con il rischio di trascinare nel conflitto la Nato, ossia tutti noi. Uno scenario di escalation anche peggiore di quello medio-orientale.
[Data pubblicazione: 06/08/2006]




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