USA, vince la blog-democracy
Maurizio Blondet
10/08/2006
Gli ebrei «di destra» piangono per la sconfitta del democratico «di sinistra».
STATI UNITI - Il senatore Joe Lieberman è stato liquidato dalle primarie democratiche del Connecticut. Sonoramente battuto da una quantità di elettori che si sono presentati per la prima volta, ed hanno scelto un democratico sconosciuto, Ned Lamont, al posto di quel pezzo da novanta del partito, invariabilmente al potere da 18 anni, rieletto tre volte al Senato.
Il motivo della bocciatura: Lieberman, democratico, ha sempre appoggiato le guerre di Bush e di Israele.
E’ infatti un israeliano con doppio passaporto.
Come si ricorderà, Lieberman era stato affiancato ad Al Gore per le elezioni presidenziali che alla fine vinse Bush.
Avesse vinto Gore, Lieberman sarebbe stato il suo Cheney e il suo Wolfowitz, naturalmente «da sinistra», ma pur sempre pronto a svenare l’America per lo Stato di Giuda.
La nota lobby lo stava promuovendo come candidato democratico preferito per le prossime presidenziali; e benchè gli altri aspiranti, fra cui Hilary Clinton, facevano a gara nel superare Lieberman in filo-giudaismo, la lotta era impari.
Non c’è più filo-giudeo di un israeliano.
E gli ebrei americani hanno sempre dominato il voto, grazie anche all’assenteismo generale dei cittadini.
Stavolta no.
Si sono mossi i blogger, a decine.
Anzitutto un sito chiamato Daily Kos, con 800 mila lettori quotidiani, che ha chiamato a raccolta i simpatizzanti democratici: andate a votare alle primarie per distruggere Lieberman.
Incredibilmente, hanno vinto loro, e la lobby ha perso.
Lo riconosce uno della lobby, Noam Scheiber, direttore di New Republic (1).
E la spiegazione di questo insider della manipolazione ebraica è illuminante.
Joe Lieberman, spiega, basava la sua forza e le sue credenziali come democratico
(«di sinistra») sul fatto che era sostenuto da una costellazione di gruppi d’interesse speciale: ambientalisti, abortisti, certi sindacati.
E’ contro lo sfruttamento petrolifero dell’Alaska, amico dei gay e così via.
Accontentava queste piccole lobby militanti, che mandavano i loro seguaci a votare alle primarie. Per il resto, ha sempre sostenuto Bush e le guerre dei neocon sionisti americani.
Perché il suo nerbo elettorale era sì di piccole minoranze; ma bastavano, nella pseudo-democrazia USA dove la maggioranza non vota mai, anzi è positivamente scoraggiata a farlo. (2)
«Il fatto è che negli ultimi sei anni questo vecchio modello s’è lacerato», dice Scheiber:
«I tradizionali gruppi d’interesse democratici [finocchi, lesbiche, animalisti, salutisti anti-fumo, ecologisti anti-sviluppo] hanno perso terreno, mentre ne ha guadagnato un movimento [di massa] più ideologizzato e progressista, abile ad usare internet per comunicare e raccogliere fondi. La faccia più visibile di questo movimento sono le migliaia di ‘blogger’ politici, con i loro milioni di lettori, che hanno demolito Lieberman giorno per giorno».
«Ma il movimento consiste anche di gruppi nazionali di raccolta-fondi e di lotta civile, come MoveOn.Org e ‘Democracy for America’. Chiamiamoli anti-Bush, dal nome del presidente che ha il singolare talento di portarli a parossismi di rabbia».
Al contrario dei «gruppi d’interesse particolare», minoranze con le loro paturnie e richieste privatissime, questo movimento è di massa.
Soprattutto, ammette Scheiber, «non è interessato a singoli temi speciali, ma vuole che i democratici rappresentino un fronte unito».
Unito su un solo tema, il principale e il più politico, perché non d’interesse particolare, ma di tutti: contro le guerre di Bush.
Unito nell’opposizione alla devastazione dell’Iraq e del Libano.
Insomma, una vera opposizione, non una finta.
La lobby israelita è caduta nel panico e nel furore.
Incredibilmente la Republican Jewish Coalition, ossia gli ebrei del partito repubblicano (dunque teoricamente opposto a Lieberman democratico) hanno pubblicato un manifesto di lutto per la sconfitta del finto avversario: «Joe Lieberman era una voce a sostegno di Israele», strilla l’annuncio, «adesso l’America e Israele stanno peggio».
E’ la rabbia perché, per una volta, è apparsa sulla scena la democrazia.
Ovviamente è in corso una furibonda campagna per bollare i sostenitori del vincitore Ned Lamont come pericolosi estremisti di sinistra e - indovinate? – «antisemiti».
In realtà, molti ebrei normali hanno contribuito a dare il colpo a Lieberman; hanno colto l’occasione per uscire dalla gabbia della lobby che sostiene di rappresentarli.
Persino l’editoriale non firmato del New York Times (3) gongola.
«E’ difficile immaginare il Connecticut, ‘la Terra delle Abitudini Stabili’, come una trincea di isolazionisti comunisti… la ribellione contro Lieberman è stato l’emergere di un raro fenomeno, i moderati arrabbiati. Sono i votanti che ne hanno abbastanza di assistere al galoppo di questo Paese in una direzione immoderata: una guerra che il presidente ha scelto di fare [non necessaria dunque] è degenerata in un disperato sanguinoso carnaio che ha alienato il mondo dagli Stati Uniti; e il disprezzo dell’Amministrazione Bush per i trattati internazionali, le prerogative del Congresso e l’autorità della giustizia ha indebolito lo Stato di diritto in casa e all’estero.
Chi sostiene l’opinione tradizionale che ogni persona abbia diritto a un giusto processo e a una difesa in tribunale, o che l’America non dovrebbe gettarsi in guerre che non sa come vincere, ha finito per essere bollato come estremista. Ogni tentativo di recuperare una posizione realmente di centro viene dipinto come una alternativa estremista».
Una rondine non fa primavera.
E la nota lobby è mobilitata per turare questa falla del suo potere a-democratico con tutti i mezzi di cui dispone dietro le quinte.
Ma è lieto notare che in USA c’è stato un risveglio.
Che questo risveglio è opera dell’informazione alternativa, che sfida da anni - disprezzata ufficialmente come irrilevante - le menzogne dei «grandi media».
E infine, questa vittoria dimostra qualcosa che anche la sinistra italiana (non quella dei partiti, ma degli elettori e dei cittadini) dovrebbe capire in fretta: che le «battaglie» per le nozze gay e per i caprioli da salvare non hanno dignità politica.
Lungi dall’essere temi giusti per la sinistra, sono trucchi per sviarla verso richieste innocue, che non costano niente a lorsignori.
E’ urgente liberarsi da queste micro-lobby e tornare ai temi politici, anzi al primo che incombe su tutti noi: la guerra e la pace, la vita e la morte, il diritto di parola sui veri temi, la difesa della civiltà europea che è quella del diritto e dei trattati, non delle armi e della violenza.
Perché con la sinistra al potere, non un soldato è stato ritirato dall’Iraq.
E i nostri soldati in Afghanistan vengono mandati non più a tenere l’ordine a Kabul, ma a sparare ai Talebani nel sud: e ci vengono mandati da Parisi e da D’Alema.
Israele ci trascina passo passo nella sua guerra, e la sinistra dei partiti obbedisce sottobanco, senza dirlo: ma noi, credete, non abbiamo i mezzi né gli uomini per una guerra coloniale contro
i Talebani.
La sinistra dei votanti e dei blogger si mobiliti, prima dell’eccidio inevitabile dei «nostri ragazzi». Rimandi a dopo la «lotta» per le nozze gay, la fecondazione e la clonazione; ora urge un’altra lotta vera, e veramente indispensabile.
Per il bene comune.
Maurizio Blondet
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Note
1) Noam Scheiber, «Rewriting the rules of American politicis», Herald Tribune, 10 agosto 2006.
2) Per quanto possa parere paradossale, la Costituzione degli Stati Uniti non garantisce il «diritto di voto» universale ed uguale. Le qualificazioni per il diritto a votare sono affidate a ciascuno Stato, che può ritirarlo a certe categorie di cittadini, per esempio negando il voto a chi sia stato pregiudicato per reati minori, anche se ha scontato la pena (cioè esclude automaticamente i negri). Questo principio è stato reiterato non più tardi del 2000, nella nota diatriba fra i due candidati presidenziali sul riconteggio dei voti dalla sentenza della Corte Suprema (Bush vs. Gore): i cittadini non hanno un fondamentale diritto al voto. Come dicono i giuristi, gli USA sono una «repubblica», non una democrazia.
3) «Revenge of the irate moderates», New York Times, 9 agosto 2006.
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