Il Comitato antidumping dell’Unione Europea ha dichiarato di non rendere definitivi i dazi sulle importazioni delle calzature provenienti da Cina e Vietnam. Ciò in risposta alla proposta del Commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, di rendere definitive le misure provvisorie volte a fronteggiare la concorrenza sleale, giocata sui bassi costi dei prodotti provenienti dai paesi di riferimento, mettendo in grave crisi il mercato calzaturiero, soprattutto per le produzioni delle piccole e medie imprese di settore.


Tratto da "L'Arena":
Verona - «Sono indignato». È Cesare Oliosi, presidente dei calzaturieri di Confindustria Verona che, mentre si trova per lavoro all’estero, commenta la decisione del Comitato antidumping dell’Unione Europa di respingere la misure (decisamente modeste, comunque) proposte dalla Ue per contrastare l’import di calzature dalla Cina e dal Vietnam in dumping, cioè sotto costo.
La richiesta avanzata dal commissario Mandelson, infatti, è stata respinta da ben tredici Paesi, interessati a commercializzare in Europa le calzature asiatiche e totalmente disinteressati davanti alla concorrenza sleale praticata e al pericolo di un tracollo del calzaturiero europeo. Un fulmine a ciel sereno sia a Bruxelles sia in Italia. Immaginarsi tra i calzaturieri veronesi, e Oliosi si fa interprete del pensiero dei colleghi.
«Siamo alle solite», dice il presidente, «con l’Europa che esiste solo in termini geografici, mentre tutto il resto è un carrozzone mangiasoldi, ancora peggio della macchina burocratica italiana. Ma come può il carrozzone europeo andare avanti ed alimentarsi se tarpa lo sviluppo? Che ci fosse il dumping non l’abbiamo detto solo noi: è stato ammesso, accertato e si sono adottate pallide misure per contrastarlo. Siamo veramente al paradosso ed al ridicolo».
E Oliosi offre un panorama non certo tranquillizzante per il futuro. «C’è un reale pericolo da noi», insiste, «di sparizione di tante aziende, soprattutto tra le più piccole che sono anche le più indifese. Non voglio considerare l’aspetto etico dell’intera vicenda perché di questi tempi, con gli esempi che vediamo, questi valori sono decaduti. Ma è soprattutto l’aspetto politico che mi preoccupa. In questa Europa Italia, Spagna e persino Francia contano ben poco rispetto ai piccoli paesi di nuova entrata come Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, con la Danimarca interessata ai commerci, l’ineffabile Inghilterra che sta, secondo i diversi interessi, con un piede dentro ed uno fuori l’Europa. E questo sarebbe l’ecumenismo europeo».
Cha fare allora? La ricetta offerta da Oliosi è molto semplice: tornare a protestare a Bruxelles, attivare le istituzioni comunitarie e nazionali, sensibilizzare la politica, oggi più preoccupata del potere che delle problematiche vere del Paese, coinvolgere poi le forze sociali, direttamente interessate con le problematiche dell’occupazione. «Forze sociali che, in verità», sottolinea Oliosi, «si sono finora dimostrate, forse per il loro retroterra politico, piuttosto tiepide sull’argomento. Invece è tempo di scendere tutti in trincea».
E poi il mondo imprenditoriale, quindi la Confindustria, chiamata a difendere le aziende con il loro radicamento sul territorio, con la irradiazione di benessere, con la valenza sociale che viene da una significativa presenza del calzaturiero a Verona.
«Andando avanti di questo passo», dice sconsolato Oliosi, «si rischia di distruggere ciò che si è fatto che è simbolo dello sviluppo del nostro mondo, di distribuzione della ricchezza che si è avuta in Italia. Pensare di creare un mondo solo di servizi è puro vaneggiamento. I servizi senza prodotto non sono neppure necessari».
Speranze? La prima è rivolta al ministro del Commercio Emma Bonino. «La nostra speranza» dice Oliosi, «è che il ministro riesca ad imporsi e che il buon senso e quei semplicissimi concetti che sono alla base delle nostre preoccupazioni siano fatti propri dalla Bonino. Conosciamo bene la sua personalità, la determinazione che mette, insieme alla testardaggine, in quello che fa. Ci si augura, quindi, che, anche con il suo intervento tutto rientri e si possa guardare con un minimo di serenità al futuro del manifatturiero. Perché dopo le scarpe sarà la volta di altri settori produttivi».