| Venerdi 4 Agosto 2006 - 12:49 | Siro Asinelli |
Oltre diecimila militari sionisti stanno spianando la strada all’intervento delle forze Onu nel sud del Libano. L’obiettivo è stato definitivamente reso noto dal ministro della Guerra sionista Amir Peretz: avanzare in profondità per 6-7 chilometri al fine di costituire una “fascia di sicurezza” sotto il controllo dei caschi blu.
Una terra di nessuno per ristabilire il “cuscinetto” tra l’Entità sionista ed il resto del mondo, quello “cattivo”. È nelle parole del primo ministro Olmert che si può leggere la nuova linea di difesa-attacco israeliana: Tel Aviv non combatte per la sua sola sopravvivenza, ma per la salvaguardia di tutto l’Occidente. Un disco che gira all’infinito. Una nenia ipnotica che gode dell’appoggio incondizionato dei grandi media e delle istituzioni occidentali. L’aggressore diventa l’aggredito, il colpevole la vittima. Lo spauracchio “11 settembre” si agita sulle prime pagine dei quotidiani, all’apertura dei tele-radio giornali. Le iniziative di solidarietà si consumano ai piedi dei nuovi santuari del Bene, le ambasciate dell’entità sionista. La verità mistificata si abbatte su ogni voce di dissenso mentre gli strateghi della propaganda mondialista creano mostri per ogni evenienza, per ogni fronte di Resistenza: Bin Laden è uno et trino, si trasforma in Saddam, Ahmadinejad, Assad, in Chavez e Morales, in Hamas ed Hizbollah.
Lo scenario non è né più né meno inquietante di quello imposto al mondo negli ultimi sessant’anni, con una Onu nata e pasciuta per garantire la pax atlantica. Al punto che oggi è divenuta strumento principe per imporre la dittatura della democrazia. Tel Aviv rade al suolo un Paese ed accetta l’intervento delle Nazioni Unite, ma non prima che la pulizia etnico-politica sia finita, e soprattutto alle sue condizioni: “Almeno 15mila caschi blu”, ha dichiarato Peretz, “sul campo due ore dopo il cessate il fuoco”, ma che siano “unità combattenti” e non “pensionati”. Perché è ormai prassi che il lavoro sporco lo facciano altri e d’altronde, come sottolineato dal primo ministro sionista in un’intervista al Corriere della Sera “devono essere unità combattenti per impedire che lo Stato israeliano si ritrovi nella stessa situazione (...). Nel sud del Libano ci sono già i caschi blu dell’Unifil e non sono mai stati efficaci”. Già, un’efficacia che viene meno soprattutto quando sottoposti a bombardamento mirato da parte dell’esercito israeliano.
In Europa l’Italia fa da apri pista, istituzionalmente succube dell’imperialismo atlantico. L’aggressioni dell’entità sionista è grossolanamente e strategicamente definita come “scontro tra Israele e gli Hezbollah”, ha dichiarato il ministro degli Esteri D’Alema accettando la tesi atlantica di un “Paese democratico” – “l’unico della regione” come ci ricorda la martellante propaganda atlantica – attaccato da forze del terrore.
Alla base della critica di D’Alema all’indirizzo dell’uso sproporzionato della forza da parte di Tel Aviv c’è il timore di ritrovarsi con“una situazione irachena, con volontari che arrivano da molti Paesi per combattere contro Israele e l’Occidente”. Il centrosinistra italiano rivolta la frittata, dimentico che la pace non c’è perché c’è chi semina morte e distruzione da sessant’anni. L’aggressore diventa la vittima mentre “Israele” fa rima con “Occidente”. Il resto è, inevitabilmente, terrorismo.
Dentro questo mondo ci sono le tv di Stato, quelle delle multinazionali, le diplomazie dell’impero del Bene, i predicatori messianici; ci sono i ‘politically correct’, le industrie di armamenti, i giornalisti prezzolati e i politici conniventi. Ci sono le torture di Stato, le prigioni segrete ed i voli fantasmi. La lotta al “terrorismo internazionale” cancella ogni geografia: non esistono nord, sud, est ed ovest. Non esistono popoli o civiltà, non esiste la storia e non esiste il diritto alla vita, alla libertà. Il filo della memoria è costruito sulla menzogna del vincitore. La linea tra realtà e mistificazione si assottiglia nelle veline recepite dai direttori di testate giornalistiche conniventi.
Questo è il mondo disegnato dai Bush, dalle Rice e dagli Olmert, sostenuto dai Prodi e dai Berlusconi, dai Blair e dai D’Alema. Un ghetto dorato dove gli steccati si ergono a forza di bombe intelligenti, muri della vergogna, bulldozer su Gaza.
Fuori c’è un altro mondo che comincia ad insospettirsi, a svegliarsi. Un mondo che non crede nelle lusinghe del neo liberismo e non cede alle sirene della “democrazia esportabile”. Un mondo che è la maggioranza. Un mondo che inizia a fare rumore, una sirena d’allarme per gli strateghi atlantici.
Siro Asinelli




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