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Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
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    Predefinito Diario dal Libano-Diario dalla Galilea

    Funzionerà la mia auto
    con la benzina allungata?
    di LINA KHOURY

    RIUNIONE DI FAMIGLIA, come tutte le sere, per sentire le notizie in tv. Il mio proposito di non ascoltarle è ormai naufragato. Guardo i quartieri colpiti a Beirut e avrei voglia di urlare: non ci sono sciiti lì, non ci sono Hezbollah. Israele vuole ucciderci tutti? I semi di questa violenza dureranno per generazioni, dice mio padre, i bambini cresceranno odiando gli israeliani, che sono i nostri vicini, e lo resteranno: lui quest'odio lo ha già visto nascere, e non pensava sarebbe accaduto di nuovo. Come tutti noi del resto.

    Mi hanno chiamato da Beirut: ho avuto l'autorizzazione a parlare con le donne rifugiate nelle scuole per il mio documentario. "Avrà più scelta", mi dice con ironia amara il responsabile della sicurezza di una delle scuole con cui parlo al telefono: da lui, quando sono andata la scorsa settimana, c'erano 450 persone. Oggi sono 900: molte arrivano dai sobborghi di Beirut, quelli finiti nel mirino degli israeliani negli ultimi giorni. Torno a pensare all'odio che crescerà nei bambini rifugiati lì. È così difficile da capire?

    Nei prossimi giorni dovrò tornare in città, per l'università: il 15 agosto è il giorno fissato per la riconsegna dei lavori da parte dei miei studenti, ma non so ancora se l'università sarà aperta o no, e se i ragazzi riusciranno a venire. Intanto cerco di capire come potrei arrivare: un amico oggi è sceso a Beirut e ci ha messo tre ore, per un percorso che di solito ne richiede una. È rimasta un'unica strada e se distruggeranno anche quella non si passerà più.

    In più manca la benzina: una persona che conosco oggi è andata in Siria a comprarla e poi l'ha rivenduta qui al villaggio. Ne ho comprata una tanica, perché non ne posso più di fare ore di fila e avere solo quantità minime dal distributore. Mi dicono che potrebbe non essere buona, che forse è allungata: lo scoprirò presto, suppongo.
    Drammaturga libanese
    (Repubblica, 10 agosto 2006)

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  2. #2
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    Quel concerto nel bunker
    mentre fuori si bombarda
    di EDNA CALO LIVNE

    UN SMS MI COMUNICA: "Oggi alle 13.00 - Ehud Banai al rifugio di Sasa, birra libera". Da 22 giorni non vado a casa, penso al basilico che avevo piantato con tanto amore, ai miei amici del kibbutz di cui sento una grande nostalgia. Per cui salgo in macchina e parto. Arrivo a Sasa passando dal Monte Meron, dove appaiono enormi chiazze di bosco incendiato.

    Mentre parcheggio un altoparlante minaccioso inizia a fischiare e riconosco la voce di Uri, il responsabile della sicurezza, che con voce ferma annuncia: "Tutti gli abitanti sono pregati di entrare immediatamente nei rifugi". Panico. Volevo passare prima da casa per vedere. Decido di passare lo stesso: il basilico è completamente secco... Non faccio in tempo a varcare la soglia di casa che un boato inimmaginabile mi riduce il cuore come uno di quei palloncini che si sgonfiano e restano senza aria.

    Il rifugio centrale è gremito di gente, ragazzi in divisa, vecchi che hanno deciso di non abbandonare la loro casa. Ehud Banai, insieme a George Saman, il primo ebreo l'altro arabo, iniziano il loro concerto. Ehud è uno degli artisti più amati d'Israele, canta di amore, di pace, canta per chi non c'è piu'; da un po' di tempo ha scoperto George, hanno tradotto l'uno le canzoni dell'altro e insieme cantano in ebraico e in arabo. In questi giorni fanno 7-8 concerti al giorno nei rifugi della Galilea. Mentre cantano, i muri del rifugio tremano per i bombardamenti. Guardo i volti intorno a me, c'è una gratitudine che trasfigura tutti...

    Sabato sera, a Maagan, avevano suonato i "Gaya", trascinando tutti i mille sfollati in un coro di "Od yavò shalom aleinu", la pace arriverà su di noi e sul mondo intero. Sono momenti come questi che ci danno la forza di andare avanti.
    Romana, vive in israele dal 1975. Fondatrice del Rainbow Theatre e della Fondazione Bereshit la Shalom

    (10 agosto 2006)


  3. #3
    kalashnikov47
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    commovente tentativo di mettere insieme aggrediti e aggressori. Complimenti.

  4. #4
    Punto nel multiverso
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    Poverini loro nei Bunker c'hanno anche i clown per tenersi su il morale


    Ma i LIbanesi non avranno case a cui tornare quando finiranno i bombardamenti, 1 millione di senza tetto grazie all'entità sionista.

    Kala l'hai letto l'articolo DELIRANTE di Guzzanti ? Guarda te lo posto

    Oh Israele [isramerda]

    Paolo Guzzanti

    Voglio urlare ad Israele: vai e colpisci ovunque essi siano, vai e fai quello che un occidente mentitore e senza spina dorsale non ha il coraggio di fare.

    Lo dirò sui giornali, lo dirò in parlamento, lo dirò e lo dico agli italiani, tutti accecati, abbrutiti, masturbati dall'inferno del calcio, dai gol de calcio, dalle sue oscene vittorie, dai suoi miserabili scandali.

    Di questo vivono gli italiani mentre Israele si erge come un essere umano e la sua pelle si fa di drago e le sue narici, narici di drago e hanno occhi di missile, occhi elettronici di decodificazione alfanumerica rigenerata stellare missilistica satellitare guidati da occhi di filosofi, occhi di matematici, occhi di medici e di poeti, occhi e mani di scrittori sparsi nel mondo, occhi del seme d'Israele perduto in mille altri semi della diaspora del seme, semi nascosti in corpi alieni che sono corpi di Israele e non lo sanno o lo vanno scoprendo, io voglio gridare, io voglio esaltare la guerra di Israele.(woohoo, sembra scritto da Bsviglia questo pezzo , ahaha no dai scherzo Bsi :* NdZoroastro)

    Voglio che Israele con mano chirurgica e ferma colpisca e cauterizzi, che con mano pietosa distrugga col fuoco, voglio che Israele non abbia pietà degli equivicini, degli equidistanti, dei mascalzoni, basta pietà per chi non sa schierarsi, per chi non vede da che parte sta il bene e dove sta il male, basta con la Siria, basta con l'Iran, basta con il fango degli escrementi corrosivi che inquinano la morale, basta con gli sputi accecanti che impediscono la vista.

    I piloti devono avere occhi ben aperti, gli occhi di chi non può consentirsi emozioni, le mani devono essere ferme sulle leve e i joy stick nei carri roventi che macinano la terra e la sabbia, le mani che guidano i motori diesel, le mani che stringono le armi e che vuotano caricatori, le menti gelide nel deserto rovente che devono pensare, le radio che cicalano fra di loro parole e numeri e codici e codici e codici e fuoco.

    Noi vogliamo Israele in guerra così come vorremmo gli italiani in guerra invece che impiccati alla corda dei loro maledetti palloni, dei loro fottutissimi scudetti, coppe e turpi insalatiere, capaci di mascherarsi di colore le loro facce e perdere la voce e il filo dell'anima soltanto per la loro maledettissima palla, va e colpisci anche per loro Israele, e per i francesi che esaltano i loro zizù zazà zulù zozò, le loro cornate da capre mentre Parigi si appresta a bruciare di nuovo e per quella gente di formaggio e di paura che abita l'Olanda fertile di musulmani e la Svezia musulmana e la Danimarca musulmana e i loro maledetti covi e riti, via spazzateli tutti, purgateli, eliminateli, colpisci anche per loro, per noi, Israele.

    Fallo per te stesso ma fallo anche per questi popoli codardi che hanno creato un occidente cieco e senza spina dorsale, Israele, ma fallo.

    Fallo per i tuoi figli, fallo per le mogli che attendono che Gill ritorni, fallo per i padri delle ragazze sagge che volano di bianche ali, fallo per chi ha capito tardi che cos'era che non andava nella sua identità e perché non aveva mai aderito, mai assorbito, mai condiviso ciò che gli era estraneo, ciò che gli era lontano come l'abisso.

    Oh Israele se solo potessi marciare nella tua guerra, se potessi vegliare nei tuoi campi in attesa, se potessi fare l'autostop per raggiungere la mia unità, se potessi lasciare il mio kibbutz o villaggio o città biblica con i capelli sotto il berretto, il fucile in spalla, l'abito da guerra di Israele e la sua bandiera.

    Oh Israele se soltanto potessi non essere solidale ma esserci, non scrivere ma combattere, come vorrei Israele essere alla guida di un carro con due materassi legati fuori, insieme a giovani con la chitarra come quelli che incontrai in Libano un quarto di secolo fa e parlare con loro di cinema e sparare e di poesia e sparare e di musica e correre e far tuonare il corto cannone che non sbaglia mentre il cielo viene tagliato a lama di coltello dai nostri jet.

    Oh Israele [isramerda]

  5. #5
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    Per quanto mi riguarda, Guzzanti può andare a morire ammazzato, come pare desideri ardentemente, a quanto scrive nel suo articolo. Non nutro gli stessi sentimenti per chi è sotto le bombe, invece, senza dimenticare (chi sa perchè molti di voi lo dimenticano) che in Galilea almeno il 25% della popolazione è araba e che molti morti e feriti sono arabi. Chi sa perchè di questi arabi qui non importa niente a nessuno (come dei palestinesi, del resto: tutti dicono di preoccuparsi per la loro sorte e invece sono le vittime più vittime di tutti). Io invece sono solidale con tutti quelli che sono bombardati, in Libano e in Galilea: mi dispiace, non riesco ad augurarmi la morte e il terrore per nessun civile. E' comodo fare il tifo comodamente a casa propria dietro un computer: mi dispiace, ma io mi rifiuto.

  6. #6
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    Al matrimonio dei miei amici
    in pochi per una festa triste

    di LINA KHOURY
    Una stanza semivuota in un albergo di Tripoli, la musica in sottofondo, poca gente seduta ai tavoli imbanditi per il banchetto: è stato doloroso il mio primo matrimonio sotto le bombe. Ci sono andata nel pomeriggio: la data delle nozze era fissata venti giorni fa, ma gli sposi avevano deciso di prendere tempo per aspettare che la situazione fosse diventata più tranquilla. Ma per noi la tregua è come una soap-opera che ogni giorno vediamo in tv: viene rinviata a ogni puntata, non arriva mai. I miei amici non ce l'hanno fatta ad aspettare e hanno deciso di sposarsi comunque. È stato un matrimonio veloce, non pensano a come sarà la loro nuova vita, non fanno progetti, mi hanno detto che il futuro se lo inventeranno giorno per giorno.

    Che dolore partecipare a queste nozze. Sono partita dalla casa dei miei genitori di mattina presto e ho fatto un percorso a ostacoli per raggiungere la città, molti altri non se la sono sentita. Ci siamo ritrovati in pochi, meno di un terzo degli invitati. La stanza che avevano scelto per il ricevimento era grande perché doveva esserci uno spettacolo di danza, dovevamo ballare e festeggiare fino a tarda notte. Così sarebbe stato fino a un mese fa. Invece ci siano trovati lì, troppo pochi, uno stretto all'altro. La festa non è mai iniziata: per un po' abbiamo simulato di esser felici, poi il discorso è inevitabilmente scivolato sul tema della guerra: abbiamo iniziato a parlare di politica e del nostro Paese distrutto, e degli attacchi che colpiscono anche questa zona del nord dove non ci sono gli Hezbollah.

    Ora sono di nuovo a casa: quando scatta il coprifuoco, alle otto della sera, siamo costretti a barricarci dentro, le strade si svuotano perché da questo momento chiunque può diventare un obiettivo. Sento gli aerei volare bassi sulla mia stanza, sono depressa: non mi basta più dormire e leggere, le uniche vie di fuga dalla realtà che mi sono rimaste. Dopo un mese, ormai ascolto ossessivamente le notizie alla tv e, quando va via luce, accendo alla radio in attesa dell'ultima puntata di questa atroce soap-opera.
    Drammaturga libanese
    (Repubblica, 11 agosto 2006)


  7. #7
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    Guerra o pace,
    dipende tutto dalla scuola

    di EDNA CALO LIVNE
    Apro gli occhi, guardo l'ora: le sei del mattino. Dopo aver controllato alle tre, alle quattro e alle cinque è arrivato il momento di alzarsi. Automaticamente accendo la televisione: raccontano una ad una le storie di 15 riservisti rimasti uccisi ieri in un'imboscata. 15 padri in meno, mi sento cosi pesante che non riesco a muovermi.

    Vorrei riaddormentarmi e ricominciare la giornata in un altro modo, ma devo alzarmi presto: oggi ho un incontro importante a Tel Aviv con il ministro dell'Educazione, Yuli Tamir. Un anno fa, per "La giornata del pane della pace", mi rivolsi a lei per ottenere i permessi a entrare in zona palestinese, e da allora c'è tra noi un profondo rapporto di amicizia. È uno dei personaggi più belli d'Israele: determinata, aperta a iniziative e a nuove idee, una persona per la quale l'essere umano ha un valore primario.

    Quando arriviamo c'è grande agitazione: il ministro del Tesoro ha appena comunicato che ci saranno tagli drammatici, a partire dagli stanziamenti per l'educazione. Tamir spiega che l'anno scolastico deve iniziare assolutamente il 1 settembre come ogni anno, anche se gli alunni dovranno studiare nei rifugi, anche se si dovranno organizzare viaggi speciali per non passare sul confine, anche se molte scuole sono state danneggiate o distrutte, e anche se insegnanti, alunni e genitori hanno vissuto un'estate traumatica. Il ministro trova comunque il tempo per accoglierci con affetto, per dimostrarci la sua solidarietà.

    Quando usciamo riceviamo la notizia dei terroristi arrestati a Londra. Rivedo il volto di una bimba libanese dal capo coperto che ieri in tv diceva: "Da grande anch'io mi arruolerò negli Hezbollah e sarò felice di morire combattendo!". È una questione di educazione, a quanto pare: educazione alla pace o educazione alla guerra.
    Romana, vive in Israele dal 1975. Fondatrice del Rainbow Theatre e della fondazione Bereshit la Shalom
    (Repubblica, 11 agosto 2006)


 

 

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