
Originariamente Scritto da
FreeFlag
Prodi contro Prodi
27/8/2006
di Luca Ricolfi
..... Quel che però nel Dpef non c'è scritto in modo esplicito è come un simile risultato verrà ottenuto, in che misura con più tasse e in che misura con minore spesa pubblica.
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La sinistra sindacale e politica si sta accorgendo di una cosa che non può dire, e forse nemmeno pensare: quando c'era Tremonti e si straparlava di «macelleria sociale» in realtà la spesa sociale saliva (e le tasse diminuivano), mentre ora che finalmente «siamo al governo noi» quel che si profila all'orizzonte è un mix di nuove privatizzazioni, più tasse e minore spesa sociale. Insomma Berlusconi - come Craxi a suo tempo - ci ha permesso di vivere al di sopra dei nostri mezzi, e tocca al solito Prodi rimettere le cose a posto. Ma allora il Dpef ci prende in giro quando parla di riforma degli ammortizzatori sociali, asili nido, politiche per la famiglia e via cantando? Come possiamo aver fiducia in un governo che per «rilancio della crescita» intende un modesto +1.5% all'anno di incremento del Pil, e come se non bastasse prevede che la maggior parte di esso, anziché ad irrobustire lo Stato sociale, vada al ripianamento del debito? Se questo è il prezzo, meglio tenerci il debito.
Queste, più o meno oscuramente, sembrano le preoccupazioni che si stanno facendo strada a sinistra. Ad esse il governo non sta dando nessuna vera risposta. Perché?
Forse perché una risposta chiara e coraggiosa metterebbe a repentaglio l'esistenza stessa del governo Prodi. Stante il fatto che il governo (giustamente, a mio modo di vedere) non ha alcuna intenzione di raccogliere l'invito di una parte della sinistra a infischiarsene dell'Europa e del patto di Maastricht, le risposte che esso potrebbe dare alla «sinistra inquieta» si riducono infatti essenzialmente a due.
Prima risposta. Ragazzi, abbiamo ballato per trent'anni, è arrivata l'ora di tirare la cinghia. Vi chiediamo dei sacrifici. Sì, nonostante tutto quel che abbiamo detto e promesso la Legislatura non sarà una passeggiata. L'Italia può crescere un pochino di più che sotto Berlusconi, ma non tanto di più. Dobbiamo rimboccarci le maniche, se vogliamo restare in Europa.
Seconda risposta. Guardate che noi facciamo sul serio. Lo Stato sociale si può salvare, anzi rafforzare. L'Italia può crescere al ritmo dell'Europa, sopra il 2% all'anno. Naturalmente, oltre a rilanciare le liberalizzazioni, bisognerà far riemergere gradualmente almeno 1/3 del sommerso, ed affondare il bisturi negli sprechi (e nelle truffe) della spesa pubblica. Se riusciremo a fare queste tre cose, non solo risaneremo i conti, ma potremo ridurre le aliquote, ridare competitività alle imprese, creare nuova occupazione regolare, offrire migliori servizi sociali.
Entrambe le risposte richiedono coraggio, perché - in un modo o nell'altro - chiedono ai cittadini di rinunciare a sicurezze, tutele e privilegi. Nel primo caso, senza offrire nulla di appetibile in cambio (l'abbattimento del debito pubblico esalta solo banchieri e tecnocrati). Nel secondo caso offrendo una chance di rilancio dell'Italia, ma facendone ricadere i rischi soprattutto sul Mezzogiorno, dove sono concentrati oltre metà dell'evasione fiscale e degli sprechi.
Ma un governo che volesse avere un simile coraggio, dovrebbe avere anche una grande autorità morale. Non si può chiedere molto agli altri, se non si è nella posizione per farlo. E' il nostro governo in tale posizione? Difficile rispondere di sì, a giudicare dallo spettacolo che ha dato nei suoi primi cento giorni: aumento del numero di ministeri, moltiplicazione delle poltrone, nessun passo indietro dei partiti dalla sanità e dalla Rai, nessun vero segnale di riduzione dei costi della politica, e infine la vergogna dell'indulto esteso ai politici corrotti e ai furbetti di ogni possibile quartierino.
Era innanzitutto per questo - perché il governo non perdesse autorità morale - che alcuni di noi presero posizione contro quel provvedimento, e non certo per moralismo o vocazione giustizialista: proprio perché sapeva di dover chiedere molto agli italiani, il nuovo governo non poteva permettersi il lusso di essere indulgente con sé stesso. Soggiacendo alla fame di poltrone dei partiti e non opponendosi all'indulto allargato a corrotti e corruttori, Romano Prodi ha sprecato l'occasione che la «luna di miele» dei primi cento giorni offre ad ogni nuovo governo. Così Prodi ha finito per legarsi le mani da sé. Prodi è diventato prigioniero di se stesso.
Per cambiare davvero l'Italia, il suo governo dovrebbe avere le carte in regola per chiederci di fare la nostra parte. Non avendole, preferirà semplicemente sopravvivere, lasciando l'Italia più o meno com'è?