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Discussione: la poesia indiana

  1. #1
    Vittima del kali yuga
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    Il desiderio, è come un fuoco insaziabile. Grazie alla barca della conoscenza certamente varcherai tutto l'oceano del male (b. gità)
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    Predefinito la poesia indiana

    La “Scuola delle ombre”, in hindî Châyâvâd, è un movimento letterario del nostro secolo, che
    riveste un’importanza primaria non solo nell’ambito della letteratura hindî1, ma nell’intero panorama
    letterario del sub-continente indiano. Tale scuola, praticamente sconosciuta in Italia al di fuori di una
    ristretta cerchia di studiosi delle lingue e letterature neo-indo-arie, è in qualche modo l’erede
    contemporanea di una ricchissima e straordinaria tradizione di poesia, i cui inizi risalgono alle origini
    stesse della cultura letteraria dell’India e che venne espressa dapprima in vedico, poi in sanscrito
    classico, nei vari pracriti, in apabhraäða e, infine, nelle diverse lingue indo-arie moderne2. A partire
    dall’epoca classica, si assiste anche al grande sviluppo delle letterature in lingue dravidiche (kannaöa,
    malayâêam, tamil_e telugu non sono che le principali), che diedero un prezioso e spesso originale
    contributo a un panorama letterario di un’imponenza senza pari: un panorama nel quale la poesia (in
    sanscrito e hindî: kâvya) occupa un posto privilegiato, anche a causa di un particolare modo di sentire
    che da sempre è proprio delle popolazioni dell’India e che trova la sua più spontanea e immediata
    espressione nel canto. La poesia, in India, non si recita, ma si canta, e questo suo stretto legame con melodie antichissime ed estremamente suggestive ne fa una forma d’arte che non ha eguali sul nostro pianeta.

    Prima di passare a trattare del movimento letterario hindî detto Châyâvâd, ovvero “Scuola delle
    ombre”, un breve excursus sulla grande eredità della letteratura e, in particolare, della poesia (kâvya) in
    1 Ricordo che la lingua hindî è dal 1948 la lingua ufficiale dell’Unione Indiana; parlata come lingua materna in una vasta area
    dell’India settentrionale e centrale, la hindî è oggi studiata come seconda lingua, unitamente all’inglese, nell’intero subcontinente
    indiano.
    2 Se si esclude il sanscrito, lingua letteraria classica per eccellenza usata ancor oggi per comporre poesia, le lingue letterarie
    “moderne” riconosciute dalla Costituzione dell’India sono 15, e precisamente: asamiyâ (assamese), baügâlî (bengalese),
    kannaöa, gujarâtî, hindî, kaðmîrî, malayâêam, marâõhî, nepâlî, oçiyâ, pañjâbî, sindhî, tamil, telugu e urdû. Sono inoltre
    state riconosciute come lingue letterarie dalla Sahitya Akademi di Delhi le seguenti lingue: öogrî, maithilî, râjasthânî,
    maãipurî e inglese. Cfr. S. Piano, Lingua ufficiale e lingue nazionali: note sul problema linguistico dell’Unione Indiana, in
    Lingua, dialetti, società. Atti del Convegno della Società Italiana di Glottologia. Testi raccolti a cura di Emidio De Felice,
    Pisa, 8 e 9 dicembre 1978, Giardini Editori, Pisa 1979, pp. 57 nota 5 e 60.

    sanscrito s’impone, non solo perché su di essa s’innesta inevitabilmente l’esperienza dei successivi
    poeti fino ai nostri giorni e perché la stessa poesia espressa in sanscrito è straordinariamente viva ancor
    oggi, ma anche per il fatto che la straordinaria creatività dei poeti “classici” ha finito per creare dei veri
    e propri “modelli” espressivi, ai quali è rimasta per sempre legata, in India, l’idea del comporre poesia.
    Come è noto, la cultura dell’India indo-aria ha origini antichissime, e s’innesta tuttavia su un
    sostrato che aveva già prodotto una grande civiltà fiorita nel corso del III millennio a. C., senza però
    lasciarci documenti letterari. Tale civiltà, detta “dell’Indo” o “della valle dell’Indo” dovette svilupparsi
    in un’area assai estesa dell’India settentrionale, come i più recenti scavi hanno dimostrato, anche molto
    lontano dai suoi centri più famosi, che sono Harappâ (nel Pañjâb) e Moheñjo Daro (nel Sindh). Essa
    seppe dar vita a una progredita e raffinata cultura urbana, di fronte alla quale dovettero apparire assai
    rozze le abitudini delle orde degli ârya (“nobili”, così si autodefinirono le popolazioni di lingua indoeuropea
    che invasero l’India presumibilmente dai passi di Nord-Ovest attorno al 1500 a. C.), che,
    introducendo nel sub-continente indiano una nuova struttura sociale (basata sulle tre fondamentali
    categorie funzionali degli indo-europei, che ricevettero il nome generico di varãa o “colori”) e una
    nuova lingua (rappresentante lo stadio più arcaico del sanscrito classico), diedero alla civiltà “indiana”
    quell’impronta che essa ha conservato – e non solo nel Nord – fino ai nostri giorni. Erano popoli di
    mandriani e pastori, che non vivevano in sedi stabili, ma conducevano una vita nomade, abitando nelle
    loro tende; organizzati in clan e tribù, conoscevano il cavallo e il ferro, e di entrambi avevano fatto lo
    strumento di una indubbia superiorità militare, della quale resta traccia nei canti vedici inneggianti al
    dio Indra, il condottiero celeste capace di distruggere con la potenza del suo fulmine le pur, ovvero le
    roccheforti dei più antichi abitanti. Erano genti apparentemente rozze, ma la loro grandezza, e anche la
    loro raffinatezza, risiedeva nel canto, nella creatività poetica, nella straordinaria capacità di comporre
    poesia. I poeti (kavi) furono chiamati “vati, veggenti” (çïi) e la loro “parola creatrice”, misteriosamente
    ascoltata in una rivelazione interiore e “uditiva” (ðruti), in quanto evocatrice del Vero, gettò le basi per
    quella dottrina della parola, che in India ebbe non solo molti cultori, ma diventò in epoca classica, col
    cosiddetto “tantrismo”, un vero e proprio sistema religioso. La parola (vâc, lat. voc-em), il Verbo degli
    antichi sapienti, finì per identificarsi, nell’universo religioso dei Tantra, con la sublime ineffabile
    “potenza” creatrice di Dio e divenne la sua Šakti, a Lui perennemente e misteriosamente unita in un
    infinito amplesso come componente femminile di una divinità concepita come “coppia divina”.
    Le origini di questa nuova visione, che sopravvive e perdura nel cosiddetto “induismo”
    contemporaneo, si possono rintracciare già nelle più antiche creazioni poetiche degli ârya, che ci sono
    pervenute in quello straordinario corpus letterario che porta il nome di Veda (La sapienza): qui la
    speculazione è ancora soprattutto intuizione di verità nascoste, celate, accostate con la trepida
    riverenza con la quale ci si affaccia sul mistero. Ne fa fede un inno celeberrimo del X libro o “ciclo”
    (maãöala) del Ÿg-veda (La sapienza espressa in strofe laudative), composto presumibilmente verso il
    1000 a. C., nel quale l’antichissimo vate s’interroga sulle origini stesse del mondo:
    1. Non il non essere c’era, non l’essere c’era allora;
    non c’era l’atmosfera, né il cielo che sta al di sopra.
    Che cosa nascondeva? Dove? Di chi era rifugio?
    C’era forse acqua, profonda, insondabile?
    2. Non c’era la morte né l’immortalità in quel tempo;
    non c’era segno distintivo della notte e del giorno.
    Respirava senza vento, spontaneamente, Quello, l’Uno.
    Oltre a Quello non c’era proprio nulla!
    3. Tenebra c’era, da tenebra avvolta, in principio;
    indifferenziata acqua era tutto questo.
    Quel vuoto che era dal vuoto coperto,
    Quello, l’Uno, nacque per la potenza dell’ardore.
    4. Di Quello il desiderio in principio s’impadronì,
    che fu del pensiero il primo seme.
    Dell’essere l’origine nel non essere trovarono
    i vati, cercando con saggezza nel cuore.
    5. Trasversale fu tesa la loro corda.
    Fu forse sotto? Fu forse sopra?
    Kervan – Rivista Internazionale di studii afroasiatici n. 1 – gennaio 2005
    39
    Vi furono portatori di seme, vi furono potenze:
    sotto l’intenzione, sopra l’offerta.
    6. Chi sa davvero, chi c’è quaggiù che possa annunciare
    donde si produsse, donde questa espansione?
    Gli dei vennero dopo il suo sprigionamento;
    chi dunque sa donde venne in essere?
    7. Donde venne in essere questa espansione,
    se depose o no [il suo seme],
    colui che di essa è il testimone nel cielo supremo,
    egli certo lo sa, o forse non lo sa3.


  2. #2
    Vittima del kali yuga
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  3. #3
    Vittima del kali yuga
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    Alessandra Loffredo

    Recita un antico adagio:"Molte sono le porte per entrare in India, ma non ve ne è nessuna per uscirne."

    L'India è una opportunità unica per conoscere la storia umana in tutte le sue epoche e sfaccettature.
    Per questo ognuno trova qualcosa di sé in India, qualcosa che a volte non si sapeva nemmeno di avere, ma dal quale poi è difficile volersi liberare. -------


    parole sante

    .

  4. #4
    Antiokos
    Ospite

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    L'India è Indimenticabile per chiunque ci sia stato, ed è un Patrimonio dell'Umanità, l'Ultimo Bastione della Tradizione Antica.

  5. #5
    Vittima del kali yuga
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    Citazione Originariamente Scritto da Antiokos
    L'India è Indimenticabile per chiunque ci sia stato, ed è un Patrimonio dell'Umanità, l'Ultimo Bastione della Tradizione Antica.
    vero, quoto parola per parola. Diffatti:
    1)non riesco (e NON VOGLIO) a dimenticarla
    2)Dopo aver letto alcuni brani delle leggi di Manu, e degli istituti di visnhu, nonchè il riassunto del mahabharata, ho veramente compreso la bellezza e la superiorità delle società Tradizionali

 

 

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