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    Predefinito Terrorismo E Disinformazione

    Vittorfranco PISANO

    Terrorismo e disinformazione

    Quid est veritas?
    Vangelo di S. Giovanni
    XVIII, 38


    1. Introduzione


    E' doveroso precisare sin dall'inizio che le pagine che seguono non costituiscono un saggio scientifico nel senso rigoroso del termine, bensì una serie di brevi osservazioni e considerazioni intese a lanciare un appello affinché il tema del terrorismo venga affrontato con maggiore accuratezza e obiettività e con particolare attenzione agli effetti altamente dannosi della disinformazione in tutte le sue forme e manifestazioni. Questo appello è accompagnato da un ulteriore invito affinché venga fatta luce, con studi approfonditi, sul rapporto tra terrorismo e disinformazione.
    Va altresì subito riconosciuto che l'idea di un appello in materia di terrorismo, con particolare riferimento alla ricerca, non è nuova. Già all'inizio degli anni novanta, un noto analista del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America, Dennis Pluchinsky si rivolse agli accademici, avvalendosi appunto di un articolo, con l'intento di stimolare ricerche approfondite da parte di persone qualificate impegnate nel settore privato (1) . Mentre Pluchinsky perorava la causa della ricerca storica, questo articolo-appello perora più specificamente quella della verità, o quantomeno della chiarezza, e si rivolge non solo agli accademici, ma anche ai giornalisti, ai politici ed ai tecnici che curano sistematicamente o occasionalmente questa materia, già di per se stessa complessa.
    A conoscenza dell'autore di questo appello, il rapporto tra terrorismo e disinformazione non è ancora stato oggetto di una disamina approfondita, quantomeno nel pubblico dominio. Un lodevole tentativo, sicuramente condizionato da limiti di tempo e malauguratamente senza seguito, venne fatto in occasione del dibattito su "La Geopolitica e la Disinformazione" organizzato il 6 dicembre 1999 dal Limes Club Roma, in collaborazione con il Centro Italiano di Studi per la Conciliazione Internazionale, presso la sede romana della St. John's University di New York. Parteciparono l'Ambasciatore Boris Biancheri, Presidente dell'ANSA, il cui compito fu quello di discutere il ruolo dell'informazione, il Professor Gyula Csurgai, il quale delineò gli aspetti fondamentali della disinformazione (2) , e, infine, l'autore di queste pagine, al quale fu chiesto di trattare la disinformazione in relazione al fenomeno terroristico.
    E' dai contenuti di quel dibattito che questo articolo-appello trae la propria ispirazione, ispirazione accompagnata da notevoli dosi di frustrazione accumulate dall'autore nel corso di ben oltre un ventennio dedicato allo studio del terrorismo, fenomeno soggetto a rappresentazioni e interpretazioni troppo spesso caratterizzate da carenza di cognizioni, superficialità, leggerezza, faziosità e fini ingannevoli.
    Bisogna aggiungere, e forse enfatizzare, che le osservazioni e considerazioni qui contenute vengono formulate in un momento particolarmente drammatico in cui lo stesso concetto e il modo di porsi del terrorismo debbono essere oggetto di profonda riconsiderazione.
    Va infine premesso che quanto osservato o espresso in questa sede corrisponde al pensiero dell'autore e non comporta necessariamente il parere concorde degli enti pubblici e privati, nazionali e internazionali, presso i quali egli ha svolto incarichi di natura professionale.


    2. Disinformazione: concetto, fini e metodiche

    Il vocabolo disinformazione, oggi d'uso corrente, deriva dal termine russo dezinformatsiya, adottato dal disciolto Comitato per la Sicurezza dello Stato (Komitet Gosudartsvennoe Bezopasnosti - KGB) di sovietica memoria. Il termine dezinformatsiya abbracciava una serie di tecniche ed attività sistematicamente poste in essere dal KGB, nel contesto della Guerra Fredda, con lo scopo di disseminare informazioni fuorvianti, incluse voci, insinuazioni e falsità, ai danni del Patto Atlantico e dei singoli Paesi aderenti alla NATO, nonché a scapito dei rapporti tra il Primo e il Terzo Mondo.
    Fra le principali metodiche della dezinformatsiya utilizzate dall'Unione Sovietica, con l'ausilio dei Paesi satelliti, dei partiti comunisti fratelli e di compiacenti compagni di strada, vanno ricordate la falsificazione di documenti e corrispondenza, l'impiego di agenti d'influenza, l'emissione di notiziari clandestini e la creazione di organizzazioni propagandistiche internazionali di facciata o copertura. I raccoglitori e veicoli più efficaci per la disseminazione di tali informazioni fuorvianti sono stati naturalmente i media occidentali o del Terzo Mondo (3) .
    Anche se la defunta Unione Sovietica ha sicuramente fatto scuola nel campo della disinformazione, sarebbe riduttivo ed errato attribuire le origini e lo sviluppo di questo mezzo di mistificazione a ciò che un raffinato comunicatore americano, il Presidente Ronald Reagan, definì l'impero del male. Senza risalire alla Bibbia, che annota astuzie fuorvianti impiegate sin dall'Antichità, basta ricordare a titolo esemplificativo un episodio della Seconda Guerra Mondiale. I servizi segreti tedeschi decisero di minare il morale dei combattenti francesi inviando loro missive, simulatamente provenienti da vicini di casa o compaesani, in cui si asseriva che le consorti si davano alla prostituzione o che avevano contratto malattie veneree.
    La disinformazione rientra, infatti, nell'ambito più vasto della propaganda, già definita dallo Office of Strategic Service (OSS) - precursore nella Seconda Guerra Mondiale dell'attuale Central Intelligence Agency (CIA) - come la direzione o manipolazione intenzionale di notizie per ottenere un obiettivo specifico. In quanto la propaganda include qualunque forma di comunicazione intesa ad influenzare le opinioni, le sensibilità, le passioni, gli impulsi, gli atteggiamenti ed i comportamenti di una aggregazione di persone per trarne un beneficio, diretto o indiretto, nel breve, medio o lungo termine, si suole distinguere, già dapprima che il termine disinformazione entrasse in auge, tra propaganda bianca, grigia e nera.
    La propaganda bianca viene disseminata da una fonte che se ne attribuisce l'origine, la paternità o, quantomeno, la responsabilità. La propaganda grigia è, invece, priva di una chiara fonte d'imputazione. Infine, la propaganda nera finge di provenire da una fonte diversa da quella che effettivamente la trasmette o dissemina. Le tre tecniche possono essere impiegate simultaneamente per far fronte alle esigenze più svariate, così come talvolta viene a mancare una linea di demarcazione netta tra propaganda grigia e nera (4) .
    Lo strumento della disinformazione non è circoscritto a conflitti squisitamente bellici come la Seconda Guerra Mondiale o a raffronti ideologici ed economici sull'orlo dello scontro nucleare come la Guerra Fredda. La disinformazione non è neppure un'arma in esclusiva dotazione dei servizi d'intelligence con la loro componente di segretezza. Essa rimane, particolarmente nell'attuale contesto storico caratterizzato da martellamenti mediatici, un mezzo alla portata di qualunque centro d'interessi intento a raggiungere i propri scopi influenzando e sfruttando uno o più settori della compagine sociale. La disinformazione vera e propria è poi affiancata da forme di espressione e manifestazioni d'ignoranza che certamente non contribuiscono alla rappresentazione della verità.


    3. Terrorismo: fenomeno complesso e termine ambiguo

    Il termine terrorismo, nonostante l'uso quotidiano e generalizzato, è privo di significato univoco in quanto non accompagnato da una definizione universalmente recepita. Emergono tuttavia due scuole principali di pensiero, ancorché caratterizzate da notevoli sfumature interne a ciascuna impostazione, particolarmente nel primo caso.
    La prima scuola di pensiero estende la portata del terrorismo a qualunque atto o stato di fatto correttamente o non correttamente reputato ingiusto e intimidatorio sia a livello fisico sia a livello psichico. Questo approccio abbraccia quindi una vasta gamma di fenomeni di varia natura, fra cui la delinquenza comune, la criminalità organizzata, la pena di morte, le armi di distruzione di massa, l'impiego dello strumento bellico in generale, gli impianti energetici nucleari, i problemi ambientali, l'asserita precarietà delle istituzioni, il colpo di stato, il neo-imperialismo, il G8 e le società multinazionali. Per chi segue questa scuola di pensiero, in buona o mala fede, il terrorismo è in fin dei conti tutto ciò che terrorizza. Dato che il terrore è spesso soggettivo, i fatti terroristici possono diventare innumerevoli per i seguaci di questo orientamento.
    La seconda scuola di pensiero - più rigorosa e palesemente d'impostazione specialistica - inquadra il terrorismo nella sfera della conflittualità non convenzionale e lo qualifica come una forma particolare di violenza criminale, normalmente esercitata da gruppi privati o subnazionali, con o senza l'appoggio di Stati sostenitori, e sempre caratterizzata tanto dal movente politico o politico-confessionale quanto da metodiche strutturali e operative clandestine (5) .
    Questa fattispecie di terrorismo classico o in senso stretto, formulata dalla seconda scuola di pensiero, è stata affiancata da un ulteriore termine sorto in anni recenti, il neoterrorismo, che a sua volta comprende cinque branche fenomenologiche: il terrorismo religioso, l'ecoterrorismo, il narcoterrorismo, il terrorismo nucleare-biologico-chimico e il cyberterrorismo. Tutte queste branche sono a loro volta soggette a diverse interpretazioni. Si tratta, infatti, di fenomeni riscontrabili, o solo ipotizzabili, con riferimento 1) alle matrici ed ai fini negli episodi di terrorismo religioso ed ecologico, 2) alle matrici ed ai fini, nonché alle modalità di attuazione, negli episodi di narcoterrorismo e 3) unicamente alle modalità di attuazione negli episodi di terrorismo nucleare-biologico-chimico e informatico (6) .
    Come su accennato, il problema della definizione del termine terrorismo (per non parlare dei neologismi da esso scaturiti), della delimitazione della sua portata e dell'interpretazione del fenomeno sottostante, che costituisce la minaccia sostanziale, si è poi reso ancora più intricato a seguito dei tragici eventi verificatisi, senza precedenti, a New York e Washington l'11 settembre 2001. Potremmo trovarci di fronte ad una forma di conflittualità non convenzionale i cui criteri strategici e possibili future dinamiche debbono ancora delinearsi, forse con risvolti intimidatori e relativi rimedi mai previsti.
    L'intrinseca ambiguità o, meglio, l'insufficiente specificità del termine terrorismo e la complessità del fenomeno o dei fenomeni che con questo termine si vorrebbero rappresentare costituiscono un terreno fertile per l'opera di disinformazione, la quale è in condizione di agire nel contesto di una interpretazione sia estensiva sia restrittiva del terrorismo.



    4. Il rapporto terrorismo-disinformazione

    Conformemente a quanto su anticipato e in considerazione della sfuggevolezza del rapporto tra terrorismo e disinformazione, ora elenchiamo e commentiamo in modo conciso ed a titolo esemplificativo una serie di episodi, pratiche ed atteggiamenti che individualmente o nel loro insieme contribuiscono a fornire una falsata rappresentazione del fenomeno terroristico o ad aggravarne le ripercussioni. Rientrano quindi in questa disamina riferimenti a fonti e metodologie di disinformazione, o a essa assimilabili, aventi scopi spesso eterogenei.
    § Gli stessi terroristi sono una fonte primaria di disinformazione. Il terrorismo classico normalmente emette, a corredo degli attentati, rivendicazioni di paternità da parte del gruppo responsabile e/o altre dichiarazioni contenenti disquisizioni o analisi socio-politiche colme di asserzioni, vere e artefatte, a fini di propaganda e di proselitismo. (Il modo spesso frammentario e selettivo in cui queste esternazioni letterarie vengono riprese dai mass media può incrementare gli effetti disinformativi voluti dai terroristi). Inoltre, nei casi non infrequenti di rivendicazioni plurime per lo stesso attentato o di assunzioni di paternità sotto una denominazione diversa dal gruppo responsabile, l'intento è quello di depistare le indagini o di generare il convincimento che il fenomeno terroristico coaguli diverse aggregazioni o che si estenda al di là della sua dimensione effettiva.
    § Sempre nell'ambito della disinformazione proveniente da fonte terroristica, è istruttivo notare una metodica basilare utilizzata dagli ecoterroristi, normalmente inquadrati sotto l'etichetta del neoterrorismo piuttosto che del terrorismo classico. Costoro - i quali appartengono alla componente ambientalista, a quella animalista o talvolta ad entrambe e in ogni caso asseriscono di proteggere l'ambiente e tutte le forme di vita - fanno ricorso alla violenza distruttivo-vandalica e clandestina mentre, nel contempo, si avvalgono propagandisticamente della negazione del reato accompagnata da dichiarazioni di protesta contro la situazione ambientale o contro le condizioni che hanno motivato la commissione del fatto criminoso ai danni delle strutture da essi prescelte. Si tratta quindi di una tattica ben studiata per il capovolgimento della responsabilità.
    § Va poi notato che tanto il terrorismo classico quanto il neoterrorismo spesso si vantano ingannevolmente di fatti sanguinosi che potrebbero apparire di matrice terroristica oppure ricorrono a minacce o falsi allarmi riguardanti l'incolumità delle persone o delle cose. (Un esempio significativo di millantato credito è stata la rivendicazione, via Internet, dei secessionisti ceceni per la tragedia del sottomarino nucleare russo Kursk nell'agosto 2000). Lo scopo può essere propagandistico ai fini della causa sposata dal gruppo specifico, come può essere quello di diffondere il panico per bloccare attività politiche, sociali o economiche ed arrecare notevoli danni collaterali. Particolarmente preoccupante, nell'ambito del neoterrorismo, è il ricorso a minacce e falsi allarmi di natura nucleare, biologica e chimica, ovvero Nbc. Mentre la casistica riguardante l'effettivo impiego terroristico di questi agenti od ordigni di distruzione di massa è limitatissima e non si estende comunque al di là dell'aggressione bio-chimica, i falsi allarmi dolosamente posti in essere, i tentativi di acquisire taluni di questi ordigni e la paventata possibilità che vengano usati su grande scala hanno creato un clima di enorme insicurezza, talvolta incautamente alimentata dai mass media e da alcuni analisti. Mentre rimane improbabile che il terrorismo classico - le cui matrici, ricordiamolo, sono di natura ideologica (sinistra e destra), etno-separatista o teocratica - se ne serva o abbia intenzione di servirsene, l'ipotesi Nbc è decisamente più realistica per quanto riguarda, sempre che ne abbiano le capacità, due componenti del neoterrorismo: (1) quella cosiddetta religiosa, composta da sette o culti di stampo apocalittico e da aggregazioni dedite al radicalismo confessionale puro proteso verso forme di guerra santa totale e (2) quella cosiddetta ecologica limitatamente, però, alle frange che perseguono l'ecologia della restaurazione, cioè il ritorno allo stato primordiale.
    § Per scopi ancora più subdoli, la disinformazione è anche riconducibile ad elementi estremisti non necessariamente qualificabili alla stregua del terrorismo classico o del neoterrorismo, ma in ogni caso dediti alla promozione della paura e dell'odio ed all'istigazione della violenza. Fanno stato alcune campagne di disinformazione neonaziste concernenti l'asserito controllo ebraico della cinematografia, dei mezzi di comunicazione e del settore bancario e finanziario quale trampolino di lancio per la presa di possesso dell'intera società.
    § Nella categoria dei disinformatori si riscontrano altresì aggregazioni o individui che non hanno alcun nesso con l'estremismo e tantomeno con il terrorismo, ma sono semplicemente fautori di campagne intese a contrastare asserite ingiustizie e violenze non dissimili, a loro modo di vedere, dal fenomeno terroristico, ovviamente interpretato in senso lato. Una di queste campagne riguarda l'abolizione della pena di morte. E' significativo notare una tattica disinformativa apparsa sulla stampa nel corso di questa campagna. In occasione della condanna a morte per reati comuni di un civile reduce della Guerra del Vietnam e decorato di Purple Heart (letteralmente Cuore Purpureo), questa medaglia, indistintamente concessa dagli Stati Uniti d'America a tutti i combattenti feriti o morti in operazioni belliche o ad esse assimilabili, è stata falsamente qualificata come una decorazione al valore militare. Nel deplorare la pena di morte si biasimava quindi anche l'aggravante della sua applicazione ad un eroe.
    § Nei casi in cui la matrice è statale, la casistica dimostra che la disinformazione può assurgere ad alti livelli di sofisticazione. Risalta il caso del falso manuale da campo FM 30-31 B redatto dal KGB sovietico e attribuito allo U.S. Army, l'esercito americano, quale strumento programmatico per un intervento destabilizzante negli affari interni di Paesi amici in cui erano attive forze comuniste o comunque di sinistra. Questa falsificazione, già in circolazione alcuni anni prima del sequestro Moro ad opera delle Brigate Rosse, fu riesumata a seguito di quel grave episodio terroristico per avvalorare la tesi, promossa dall'Unione Sovietica e sostenuta anche da esponenti comunisti occidentali, che il sequestro - e successiva uccisione - dell'esponente democristiano era stato ordito dagli Stati Uniti per bloccare il compromesso storico tra democristiani e comunisti assecondato dall'On. Aldo Moro. Fra i periodici non partitici che dettero spazio alla asserita connection tra lo FM 30-31 B e il caso Moro ci
    furono El Pais ed Europeo (7) .
    § Il caso Moro e la lunga stagione del terrorismo interno di sinistra e di destra che ha sconvolto l'Italia nel periodo 1968-1988 costituiscono un esempio decisamente significativo dello sfruttamento propagandistico non solo a livello partitico, ma anche da parte dei mass media allineati. Fanno stato tesi e allusioni riguardanti le sedicenti Brigate Rosse, il terrorismo di destra mascherato da sinistra, le bombe esclusivamente di destra, le oscure forze della reazione e le stragi di Stato. Anche dopo il tardivo riconoscimento da parte del Partito Comunista Italiano (PCI) dell'esistenza del terrorismo di sinistra, quel partito, nelle proprie relazioni in materia, apponeva le virgolette solo al terrorismo di sinistra, quindi: terrorismo di destra e "terrorismo di sinistra".
    § A sua volta la sfruttabilità di lungaggini e mancate (o politicamente sgradite) risultanze giudiziarie riguardanti, in primis, sia le stragi provocate dall'uso indiscriminato di esplosivi sia gli ipotetici colpi di Stato, ha contribuito a protrarre sulla stampa polemiche e insinuazioni concernenti responsabilità e depistaggi. Ad esempio, oltre trent'anni dopo la strage di Piazza Fontana del 1969, per la quale a tutt'oggi non si conoscono i colpevoli poiché non si è ancora esaurito l'intero iter giudiziario, si è recentemente equivocato, avvalendosi di foto scattate in tempi diversi, sul riconoscimento dell'anarchico Valpreda, già incriminato per quella strage e successivamente scagionato processualmente. Altro esempio è il cosiddetto golpe Borghese, il quale, nonostante sia definitivamente chiuso a livello giudiziario con l'assoluzione di tutti gli imputati per i reati di insurrezione armata e cospirazione politica, continua ad essere chiamato tale e ripetutamente collegato a disegni eversivi d'Oltre Oceano.
    § A prescindere dagli allineamenti ideologici, i mass media spesso rispecchiano una tendenza verso il sensazionalismo e non infrequentemente con riferimento al terrorismo tanto in senso stretto quanto in senso lato. Macroscopica è la ricerca del sensazionalismo praticata dal New York Post, da non confondersi con il New York Times. Ad esempio, durante la prigionia del Generale James Dozier, sequestrato a Verona dalle Brigate Rosse, questo foglio falsamente riportava in caratteri cubitali che l'ufficiale americano veniva drogato affinché rivelasse segreti in suo possesso. Ciononostante, a tutt'oggi vengono riprese dalla stampa estera notizie provenienti dal New York Post, la cui assonanza con il New York Times può, intenzionalmente o meno, generare credibilità. Il sensazionalismo, comunque, non si esaurisce con quel foglio. Citiamo solo alcuni casi in cui le stesse fonti hanno dovuto fare marcia indietro:
    - Nel luglio del 1998 la CNN dovette scusarsi per rivelazioni infondate sulla Guerra del Vietnam riguardanti l'impiego di gas nervino durante un'operazione condotta nel Laos contro il nemico ed asseriti disertori americani.
    - Nel 2000, dopo un'ampia e sdegnata trattazione dell'asserita tortura e uccisione, risalente al 1997, di un bimbo di origine irachena da parte di tre neonazisti nella cittadina tedesca di Sebnitz, venne riconosciuto che il fanciullo era annegato in piscina per mancata sorveglianza della sorellina dodicenne alla quale era stato affidato.
    - Lo stesso anno, dopo notevole risalto dedicato a un'altra aggressione neonazista, questa volta a Verona e asseritamente accompagnata dal grido di "sporco ebreo", seguì la rettifica: l'aggredito, cattolico convertito di stirpe ebraica e docente apparentemente non in possesso dei titoli necessari per l'insegnamento presso la scuola media superiore da cui dipendeva, si era inventato tutto. Prima della rettifica la risonanza del fatto aveva attirato l'interessamento parlamentare, non privo di polemiche e faziosità di natura partitica.
    § La disinformazione, quantomeno sotto forma confusionaria, è anche alimentata, seppure non sempre con piena consapevolezza o intenzionalità, da una serie di opere monografiche, diverse delle quali rientrano nella categoria di libri di occasione. Questi saggi provengono non solo da giornalisti e tecnici, talvolta politicamente o ideologicamente allineati, ma anche da uomini politici. Ecco alcuni esempi:
    - Il noto libro The Terrorist Network (1981) di Claire Sterling, esponente del giornalismo investigativo, erroneamente genera l'impressione, particolarmente se letto in modo sbrigativo, che all'epoca esistessero saldi legami internazionali tra i gruppi terroristici di sinistra (inclusi taluni il cui orientamento ideologico era subordinato a spinte etno-nazionaliste) e che contemporaneamente l'Unione Sovietica esercitasse una regìa totalizzante sul terrorismo. Mentre è vero che rapporti ideologici, logistici e, molto più di rado, operativi esistevano tra alcuni di questi gruppi o elementi degli stessi, così come è vero che l'Unione Sovietica sfruttava, ma, attenzione, non gestiva, il fenomeno terroristico - anche appoggiando svariati elementi sovversivi - a scapito dell'Occidente, non corrisponde a verità la tesi sottostante della Sterling, avanzata, del resto, sotto forma di rappresentazioni a livello di situazioni locali senza stabilire un vero e proprio nesso. La capacità descrittiva e passione della Sterling, malgrado la mancata linearità della presentazione, hanno sicuramente contribuito a lanciare in modo accattivante il messaggio della scrittrice americana.
    - Nel 1983, Ray S. Cline, già alto funzionario della CIA, e Yonah Alexander, ispiratore e curatore di molte opere collettanee in materia di terrorismo, diedero alla stampa un volume intitolato Terrorism: The Soviet Connection. In questo caso l'impostazione dell'opera è accademica piuttosto che giornalistica, ma emerge, perlomeno all'occhio del lettore attento, un aspetto fuorviante ai fini di un'accurata analisi del terrorismo in senso stretto. In appendice al volume appaiono vari documenti, in alcuni casi corredati da fotografie di uomini in divisa, che attestano il compimento di corsi di addestramento convenzionale (per comandanti di plotone di ricognizione, di battaglione di fanteria e di sezione di artiglieria, nonché per piloti di mezzi corazzati) da parte di elementi palestinesi presso centri militari dell'Unione Sovietica, dell'Ungheria (allora Paese membro del Patto di Varsavia) e del Vietnam. Mentre è indiscutibile l'autenticità della documentazione presentata al lettore, manca il nesso tra terrorismo, inteso quale forma di conflittualità non convenzionale, e addestramento militare convenzionale. Trattandosi di un libro scritto da due specialisti ci si aspetterebbe appunto una trattazione rigorosa della materia.
    - Per quanto riguarda il caso italiano durante i cosiddetti anni di piombo, una tesi molto diversa da quanto proposto da Sterling e Cline/Alexander è stata avanzata sotto forma di saggio scientifico nel 1984 da Giuseppe De Lutiis nel volume Storia dei Servizi Segreti in Italia, pubblicato da Editori Riuniti, la casa editrice legata al PCI. In sintesi, De Lutiis ritiene che bande armate sovversive abbiano ripetutamente costituito una struttura parallela dei servizi di sicurezza nazionali, le cui operazioni sarebbero riconducibili a condizionamenti derivanti da accordi con gli Stati Uniti d'America. Questo saggio è costellato dall'uso ripetitivo dei vocaboli probabilmente e forse, che potrebbero ben rispecchiare l'onestà intellettuale dell'autore in quanto non totalmente sicuro o convinto della validità delle informazioni da lui raccolte o dalle analisi da lui proposte. Tuttavia ciò non diminuisce l'effetto disinformativo del contenuto del volume.
    - Nella monografia The Financing of Terror (1986), una delle poche opere dedicate al finanziamento dei gruppi terroristici - argomento tuttora di enorme attualità in considerazione della guerra multidimensionale dichiarata dal Presidente Bush junior al terrorismo e ai suoi finanziatori - il giornalista britannico James Adams è molto persuasivo nel sostenere che il terrorismo va combattuto neutralizzando le fonti di alimentazione finanziaria. Questo libro ha l'ulteriore pregio di ridimensionare gli aspetti più esasperati di quelle tesi che enfatizzano il legame tra terrorismo e Stati cosiddetti patroni. Malauguratamente l'opera, il cui stile è totalmente giornalistico, include allo stesso tempo inesattezze e rappresentazioni incomplete - anche nel sintetizzare le analisi di altri autori in essa citati - che alterano l'effettiva natura di alcuni gruppi e situazioni ambientali. Uno di questi casi riguarda le Brigate Rosse, incluse nella trattazione.
    - In materia di servizi di intelligence e terrorismo è uscito, nel 1990, un libro di non facile interpretazione, By Way of Deception, ad opera congiunta di Victor Ostrovsky, il quale sostiene di essere un ex agente pentito del Mossad israeliano da lui considerato sfuggito al controllo istituzionale, e del giornalista canadese Claire Hoy. Ai diversi errori riguardanti personaggi e date, si aggiunge la narrazione di episodi inspiegabilmente non riscontrabili in altre fonti. E' del tutto inverosimile che non siano venute a conoscenza dei mass media azioni violente commesse all'aeroporto di Fiumicino e dintorni. Questi aspetti inducono a domandarsi se si tratta di un'opera di disinformazione piuttosto che il riflesso di una crisi di coscienza o ravvedimento da parte di un agente segreto. Contemporaneamente sorge il dubbio se lo scopo del libro sia stato quello di denigrare il Mossad - ed eventualmente ridicolizzare i servizi di altri Paesi - oppure di esaltarne le capacità operative.
    - Nella parte introduttiva di Segreto di Stato: La Verità da Gladio al Caso Moro (2000), libro-intervista dei giornalisti Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con l'ex Senatore dei Democratici di Sinistra Giovanni Pellegrino, già Presidente della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulle Stragi e sul Terrorismo (8) , si mettono sullo stesso piano i servizi segreti dell'Est e dell'Ovest. Entrambi avrebbero intercettato e contaminato il terrorismo di destra e di sinistra che ha afflitto l'Italia. Questa tesi si discosta notevolmente da quelle precedenti della sinistra sulle responsabilità a senso unico, senza però che il resto del testo faccia piena chiarezza sul fenomeno.
    - In un libro-intervista poco più recente, I Segreti di San Macuto (2001), del giornalista Gian Paolo Pellizzaro con il Senatore di Forza Italia Vincenzo Ruggero Manca, già Vice-Presidente della stessa Commissione, vengono contestate le accuse tradizionalmente mosse dalla sinistra ai servizi di sicurezza italiani e alleati. Nel contempo si elencano e si discutono una serie di fatti terroristici di portata internazionale, o comunque attinenti a quell'aspetto del fenomeno, la cui trattazione mette in risalto un determinato clima politico internazionale sollevando, però, più considerazioni che offrendo risposte.
    § Il tema dell'asserita ingerenza americana negli affari interni italiani per il tramite della NATO, dei servizi d'intelligence di Oltre Oceano o di accordi tra servizi americani e italiani salta ripetutamente alla ribalta e abbraccia molti aspetti collettivamente sintetizzati nelle espressioni doppio stato e doppia lealtà. Una disamina di questo tema richiederebbe molto più spazio di quanto disponibile in questa sede. Ci limitiamo quindi a considerare due aspetti di particolare rilevanza nel quadro della disinformazione, che sfrutta l'ignoranza della materia: il caso Gladio e la concessione del nullaosta di sicurezza.
    - All'organizzazione Gladio - componente italiana di una struttura più vasta in ambito NATO con funzioni specifiche e circoscritte e tecnicamente denominata stay-behind, letteralmente stare indietro - sono state attribuite finalità eversive, sempre riconducibili ad una forma di egemonia americana. Il quesito da porsi in questo contesto è "cosa significa nella sostanza stay-behind?" Per ottenere una risposta basta consultare un manuale da campo dello U.S. Army, in questo caso autentico e nel pubblico dominio sin dal dicembre 1965, ancor prima che fossero coniate le espressioni anni di piombo e la notte della Repubblica. Si tratta dello FM 31-20, intitolato Special Forces Operational Techniques, ossia Tecniche Operative delle Forze Speciali. Mentre è palese il significato di FM, la designazione numerica 31 sta per Forze Speciali, una branca dell'Esercito più spesso soprannominata Green Berets (Berretti Verdi, dal colore del copricapo) e il numero 20 vuole designare questo manuale da campo come parte della serie 31, che riguarda appunto le Forze Speciali. Il predetto FM, parimenti agli altri di questa e delle altre serie (ad esempio il numero 19 contraddistingue la serie della Military Police o Polizia Militare) è pubblicato dal Quartier Generale del Dipartimento dell'Esercito. Il paragrafo 30, pagina 46, dello FM 31-20 delimita stay-behind e recita, in traduzione italiana, quanto segue:
    Distaccamenti di Forze Speciali possono essere preposizionati in aree di prevedibili operazioni prima che tali aree siano occupate dal nemico, così permettendo di organizzare il nucleo di una forza di guerriglia. Rigorose precauzioni devono essere adottate per salvaguardare la sicurezza, in particolare quella delle aree di rifugio o di altri siti di salvezza da utilizzare durante il periodo iniziale dell'occupazione. Le informazioni concernenti le località e le identità all'interno della organizzazione sono rivelate in base a quello che è indispensabile sapere. I contatti tra vari elementi avvengono con comunicazioni clandestine. Depositi segreti in ordine sparso, inclusi gli apparati radio, vengono predisposti quando possibile. Essendo sconsigliabile che gli appartenenti ai distaccamenti di Forze Speciali vengano impiegati come agenti di intelligence in aree urbane, le operazioni alle spalle del nemico hanno migliori possibilità di successo in aree rurali. Quando le predette operazioni sono condotte in are
    e densamente popolate il distaccamento delle Forze Speciali si appoggia completamente sulle organizzazioni indigene in relazione alla sicurezza, ai necessari contatti per l'espansione della rete e all'incremento dello sforzo.
    - A fini disinformativi si è altresì molto equivocato sulla natura e sulle procedure che riguardano il rilascio del nullaosta di sicurezza ed in particolar modo sugli uffici preposti al rilascio. Detto nullaosta, il quale permette l'accesso a documentazione classificata (e l'ingresso in determinate aree), viene concesso a ciascun cittadino a cui compete per compiti d'istituto esclusivamente dal proprio Stato. L'accesso a informazioni specifiche dipende tanto dal livello del nullaosta - riservatissimo, segreto o segretissimo - quanto dalla necessità da parte di chi ne è munito di accedere per motivi di servizio a informazioni specifiche, pertanto non a tutte. In seno alla NATO, la quale è una organizzazione internazionale a carattere non sopranazionale, ogni Stato membro conserva la propria sovranità ed ogni decisione deve quindi essere presa all'unanimità. Il nullaosta NATO non è altro che l'equivalente del nullaosta nazionale in materie di comune accesso e classificate, di comune accordo, ai fini della sicurezza dell'Alleanza, la cui natura è politica e militare. Non è quindi possibile ottenere un nullaosta NATO se non si è muniti del nullaosta nazionale rilasciato dalle proprie autorità nazionali. In nessun caso può la NATO rilasciare nullaosta nazionali o nullaosta NATO a chi non è munito di nullaosta nazionale. Va infine ricordato che gli organi della NATO sono composti da personale dei 19 Paesi che la compongono.
    § La minaccia del colpo di Stato in un Paese come l'Italia, saldamente inserito nel Primo Mondo - ora Global North - già dall'epoca del miracolo economico, può solamente rientrare negli scenari proposti della disinformazione o nei piani di contingenza tutt'altro che realistici di personaggi quali il defunto eroe resistenziale Ambasciatore Edgardo Sogno. Affinché un colpo di Stato, ancorché effimero, si possa verificare sono collettivamente indispensabili una serie di fattori: circostanze favorevoli, la volontà di porlo in essere, un piano militare ben coordinato e mezzi adeguati. Pur tralasciando ogni considerazione sui primi due fattori, da nessuna parte, nemmeno nel libro postumo di Sogno con il giornalista Aldo Cazzullo, Testamento di un Anticomunista (2000), emerge un concreto piano militare. La stessa Medaglia d'Oro, nonostante i suoi precedenti di ufficiale combattente di due guerre, asserisce di non essere mai entrato nel dettaglio di un non meglio specificato piano militare preparato da un generale, fra l'altro comandante di una regione militare del Sud e non di una grande unità operativa. Per quanto riguarda poi le forze militari da impiegare, ci sono solo le dichiarazione di Sogno, il quale avrebbe preso contatto con diversi alti ufficiali (ne elenca i nomi) che, sempre secondo l'Ambasciatore, condividevano i suoi valori liberali, concordavano con le sue preoccupazioni sulla minaccia posta dalla sinistra e si erano, almeno in un primo tempo e a parole, dimostrati disponibili. Del resto l'assoluzione di Sogno per il cosiddetto golpe bianco, che non vide mai movimenti di truppe, molto prima che uscisse il Testamento di un Anticomunista confermerebbe che le istituzioni repubblicane avevano poco da temere da questo entusiasta.
    § Nonostante le lodevoli intenzioni di chi li organizza, pure i convegni sul terrorismo possono dar vita a situazioni dove il confine tra informazione, disinformazione e confusione è alquanto labile. Ciò emerge in particolar modo nei casi, non infrequenti, dove il rapporto tra il numero dei relatori ed il tempo disponibile è inadeguato per trattare la materia compiutamente. Questa situazione è ulteriormente aggravata da servizi giornalistici che tendono a concentrarsi, estraendo o parafrasando brani, sugli interventi di personaggi notori, invitati per dar lustro al convegno, piuttosto che sugli interventi degli specialisti. (è incidentalmente interessante notare la facilità con cui la stampa attribuisce motu proprio titoli accademici e professionali a taluni relatori oppure li collega a istituzioni di cui non fanno più parte senza precisarne il cessato rapporto). Gli stessi atti, in forma condensata, dei convegni spesso offrono un limitatissimo contributo o ne deprimono la sostanza. Già nel lontano 1986, l'attento ed equilibrato Walter Laqueur, giornalista e docente universitario, lamentava fenomeni di questa natura (9) .
    § Non va poi sorvolata una fonte assai enigmatica: lo U.S. Labor Party, la cui affiliazione o derivazione italiana è conosciuta come Partito Operaio Europeo (POE). Altra sua creatura è l'Istituto Schiller con sede in Germania e promotore di convegni anche in Italia. Questo apparato - il cui fondatore, Lyndon LaRouche, aspirante alla presidenza degli Stati Uniti, è stato, peraltro, condannato e imprigionato per reati finanziari - è noto per numerose tesi dietrologiche. In occasione del sequestro Moro, il POE pubblicò sull'organo Bollettino Internazionale un montaggio della fotografia diffusa dalle Brigate Rosse (BR) dell'uomo politico democristiano nella prigione del popolo con una sola variante: la sostituzione della bandiera delle BR con quella della Gran Bretagna come sfondo (10) . Quasi vent'anni dopo, nel 1997, apparse su Solidarietà, altro organo della stessa matrice, un articolo intitolato L'internazionale terrorista veste fumo di Londra in cui vengono elencati e discussi gruppi terroristici di varia natura, inclusi i più noti d'ispirazione radicale islamica, e si usano espressioni quali il terrorismo pilotato da Londra (11) . Fra le iniziative dell'Istituto Schiller risalta un convegno in cui un parlamentare ed ex appartenente alla struttura d'intelligence italiana - per inciso erroneamente, se non volutamente, identificato come ex capo del controspionaggio italiano - interveniva in difesa di Lyndon LaRouche, al quale sarebbero mancate le garanzie processuali previste dagli ordinamenti giudiziari degli Stati Uniti e veniva quindi presentato come un perseguitato (12) .
    § Internet, moderno strumento di comunicazione e attualissima fonte di cognizione, non si è dimostrato immune dall'uso improprio che conduce o contribuisce alla disinformazione. Non intendiamo l'aspetto ovvio della propaganda mendace qualunque ne sia la fonte palese od occulta, ma l'utilizzo di Internet a fini imprenditoriali proprio nella sfera dell'antiterrorismo e della sicurezza. Basta prendere nota delle descrizioni poco aggiornate e delle analisi ancora meno approfondite, ma voluminose, dettagliate nell'apparenza e artatamente presentate che si affacciano sui siti di taluni istituti di consulenza e fungono da attrazione per potenziali clienti digiuni in materia e facilmente impressionabili dall'effetto ottico.
    § Sebbene di peso marginale nella maggioranza dei casi, l'imprecisione terminologica svolge anch'essa un ruolo disinformativo. Casi marginali sono i consuetudinari riferimenti alla P38 come se fosse l'arma standard del terrorismo e agli 007, per qualificare gli addetti ai servizi d'intelligence, così evocando personaggi da romanzo o da film. Già più grave, per considerazioni molto diverse l'una dall'altra, è l'uso di termini quali kamikaze e top secret. Il kamikaze era un pilota militare giapponese che si immolava, in guerra, colpendo un obiettivo nemico di natura militare. Attribuire lo stesso appellativo, come ormai è consuetudine, a fanatici criminali che si rivolgono contro inermi bersagli civili equivale ad attribuire pari dignità a chi non ne possiede. Diverso, naturalmente, è il ragionamento per ciò che riguarda il vastissimo abuso del termine top secret, parola inglese che qualifica la più alta classificazione di sicurezza, cioè segretissimo. L'attribuzione da parte dei mass media della classificazione top secret a documenti, in special modo in materia di terrorismo, tutto al più riservati, ma non classificati - nemmeno a livello di riservatissimo o segreto, le due classificazioni inferiori - genera l'impressione, totalmente fuorviante, che si tratti di informazioni di particolare delicatezza o consistenza.
    § Nulla giovano, poi, alla reale rappresentazione dei fatti o delle testimonianze, titoli fantasiosi che spesso vengono dati ad articoli e interviste e che, alterandone il contenuto ed attraendo l'attenzione del lettore superficiale o svogliato, lasciano solo il ricordo di quanto contenuto nel titolo. Valga come esempio il titolo di un recente articolo, apparso in un quotidiano romano, concernente i drammatici fatti di New York e Washington, Quando bin Laden lavorava per conto della CIA, rapporto a tutt'oggi non comprovato (13) . A proposito di figure quali Osama bin Laden e prescindendo dalle loro responsabilità, è istruttivo notare la frequenza degli avvistamenti e delle ipotesi riguardanti un loro coinvolgimento in una miriade di situazioni come se fossero onnipresenti e onnipotenti. Basta ricordare, già prima di bin Ladin, l'inchiostro e la carta dedicati a Carlos e ad Abu Nidal. A nulla di serio giovano, inoltre, riferimenti a personaggi senza nome citati come fonte privilegiata in giornali e libri, una consuetudine a cui hanno aderito anche scrittori di successo quali la su menzionata Claire Sterling (14) .
    § Nemmeno in occasione dei preparativi, seguiti dalle note violenze di piazza, per il vertice annuale del G8 recentemente celebratosi a Genova sono venute a mancare le tradizionali accuse tenebrose nei confronti dei servizi di intelligence, uno degli obiettivi prediletti della disinformazione. In questo contesto merita attenzione un libello che si presenta come un piccolo manuale tascabile colmo d'informazioni sul fenomeno della protesta anti-globalizzazione, ma va ben oltre e fornisce dettagliate informazioni sulle possibili opzioni di comportamento a disposizione dei contestatori e relativi rischi di natura giuridica a cui gli stessi potrebbero andare incontro. Il tutto è corredato, sotto forma di sarcasmo, da disegni disinformativi attribuiti proprio ai servizi d'intelligence, che avrebbero messo in circolazione notizie atte a disseminare il panico, nella fattispecie la diffusione del virus Aids da parte dei contestatori con l'utilizzo di strumenti all'uopo congegnati.


    5. Conclusioni

    A rischio di annoiare il lettore, gradiremmo reiterare che questo articolo non costituisce un saggio, ma semplicemente un appello come puntualizzato nell'Introduzione. In tale ottica, e soprattutto volendo evitare commenti affrettati o emotivi in questo momento di enorme gravità, abbiamo intenzionalmente evitato di entrare, se non superficialmente, nel merito degli attentati dell'11 settembre 2001 e delle pulsioni culturali o di altra natura che li hanno causati o che sono, comunque, ad essi connesse. Del resto, l'autore di questo articolo-appello ha già di recente trattato il radicalismo religioso in altra sede poco prima che la tragedia si abbattesse su New York e Washington (15) .
    Poiché è inevitabile che in ogni osservazione o considerazione rientri una certa dose di soggettività, ci scusiamo fin d'ora nei confronti di persone - vive o defunte, menzionate o non menzionate in queste pagine - il cui operato potremmo aver mal interpretato. Infatti, lo scopo di queste pagine non è quello di fare polemica, ma di esprimere l'auspicio, profondamente sentito dall'autore, che il terrorismo venga esaminato in modo pacato ed equilibrato. Solo così, a nostro avviso, si possono affrontare i grandi problemi e le grandi minacce.

    (1) Dennis A. Pluchinsky, "Academic Research on European Terrorist Developments: Pleas from a Government Terrorism Analyst", Studies in Conflict and Terrorism, Washington, D.C., Vol. 15, 1992.
    (2) In occasione del dibattito, l'oratore distribuì un suo saggio dattiloscritto in lingua francese, intitolato Géopolitique et désinformation.
    (3) Per una sintesi della strategia di disinformazione sovietica vedi Richard H. Schultz & Roy Godson, Dezinformatsia: The Strategy of Soviet Disinformation, Berkley, New York, 1986. Per maggiori dettagli riguardanti casi specifici vedi, in materia, la serie Foreign Affairs Note pubblicata dallo United States Department of State, Washington, D.C., aprile 1982-aprile 1988.
    (4) Interessanti aspetti della disinformazione e della propaganda sono trattati in maniera sintetica nei seguenti testi: Henry S.A. Becket, The Dictionary of Espionage, Dell, New York, 1986 e Bob Burton, A Clandestine Operator's Glossary of Terms, Berkley, New York, 1987.
    (5) L'autore di questo articolo concorda con la seconda scuola di pensiero. Per maggiori dettagli, vedi Vittorfranco Pisano, Introduzione al Terrorismo Contemporaneo, Sallustiana, 2a edizione aggiornata, Roma, 1998.
    (6) Per ulteriori considerazioni sul neoterrorismo, vedi Vittorfranco Pisano, "Il Terrorismo e la Società del 2000", Security Forum 2000, ItaSForum, Milano, ottobre 2000.
    (7) FM sta effettivamente per Field Manual (Manuale da Campo), così come 30 sta per Military Intelligence, una branca dell'Esercito. Per quanto riguarda tutto il resto si tratta di una completa falsificazione, come si evince, inter alia, dalla commistione di ortografia ed espressioni linguistiche americane e britanniche. Inoltre, a questa falsificazione fu assegnata la classifica di sicurezza top secret, cioè segretissimo, un livello che rarissimamente si addice a un Field Manual, in quanto redatto e inteso quale strumento dottrinale e di addestramento normalmente destinato a vasta circolazione senza classificazioni di sicurezza. Per ulteriori dettagli, vedi Hearings before the Subcommittee on Oversight, Permanent Select Committee on Intelligence, U.S. House of Representatives, Soviet Covert Action (The Forgery Offensive), 96th Congress, 2d Session, February 6 and 9, 1980 e United States Department of State, Foreign Affairs Note, Soviet Active Measures: Focus on Forgeries, April 1983.
    (8) Il volume in questione è stato recensito sul numero 18/2000 della presente Rivista.
    (9) Vedi Walter Laqueur, "Missing the Target", The New Republic, 6 ottobre 1986.
    (10) Vedi, a proposito, un articolo ingegnosamente intitolato "La Regina Elisabetta in Via Fani" a firma di Renato Farina su Il Giornale, 17 marzo 1998, p. 1.
    (11) Solidarietà, anno V, n. 5, novembre 1997.
    www.solidaritaet.com/movisol/terror.htm. L'indirizzo del sito viene citato come appariva all'epoca dell'articolo.
    (12) Vedi Nuova Solidarietà, 17 febbraio 1990.
    (13) Per chi ne avesse interesse, varrebbe la pena consultare Kenneth Katzmam, Terrorism: Near Eastern Groups and State Sponsors, 2001, Congressional Research Service, The Library of Congress, Washington, D.C., 10 settembre 2001.
    (14) Vedi, ad esempio, Claire Sterling, The Time of the Assassins, Charles Scribner & Sons, New York, 1983. Questo libro riguarda l'attentato di Piazza San Pietro a Papa Giovanni Paolo II.
    (15) Vittorfranco Pisano, "Stati Uniti d'America e Radicalismo Islamico", Rassegna dell'Arma dei Carabinieri (Roma), N. 4, ottobre/dicembre 2000 e stesso autore, "Taleban Afghani: il Terrorismo ed il Radicalismo Religioso", esseccome (Bologna), N. 9, settembre 2001.
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    Saluti liberali

  2. #2
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    " Né legge né ordine

    Da un editoriale del Jerusalem Post

    Venerdì scorso un’esplosione sulla spiaggia di Gaza causava la morte di sette civili palestinesi. Sebbene non fosse immediatamente chiaro che cosa avesse causato l’esplosione, e nonostante l’annuncio che Israele che avrebbe avviato un’indagine, nulla ha impedito che si levasse subito da tutto il mondo un coro di condanne che unanimemente incolpavano Israele per quelle morti. Il dipartimento di stato americano, ad esempio, esprimeva il proprio rincrescimento per “l’uccisione e il ferimento di palestinesi innocenti a causa del fuoco d’artiglieria delle Forze di Difesa israeliane”. Il Foreign Office britannico dava voce alla propria profonda preoccupazione per “i morti causati da bombardamenti israeliani su civili”. Per non essere da meno, il ministero degli esteri francese diffondeva una dichiarazione in cui deplorava “il bombardamento israeliano su una spiaggia di Gaza…”. Anche India e Giappone si premuravano di incolpare esplicitamente Israele.
    Forse la reazione più notevole è stata quella del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ha chiesto un’indagine sull’incidente e sabato sera ha chiamato il primo ministro israeliano Ehud Olmert per chiedergli che Israele reagisse in modo proporzionato al fuoco da Gaza. A quanto risulta, Olmert gli ha replicato: “Perché non mi ha telefonato quando sono stati lanciati trenta razzi in poche ore su Israele, per dirmi che volevate un’indagine su questo?”. Sorprendentemente Annam ha risposto dicendo che non era al corrente di un così alto numero di lanci di Qassam. La situazione si è ulteriormente complicata martedì quando, alcune ore prima che Annan e il resto del mondo venissero a conoscenza dei risultati dell’inchiesta israeliana da cui risulta che le Forze di Difesa israeliane sono estranee all’esplosione di venerdì, Israele colpiva una cellula terroristica della Jihad Islamica che si apprestava a lanciare razzi Katyusha a lunga gittata tipo Grad: restavano uccisi tre terroristi, ma anche otto astanti palestinesi. Poco dopo Annan dichiarava di “dubitare” dei risultati dell’inchiesta israeliana sull’esplosione di venerdì, annunciando che avrebbe mandando un suo rappresentante ad indagare l’incidente sulla spiaggia. Annan chiedeva inoltre a Israele di “rispettare la vita umana e il diritto internazionale”.
    Nonostante l’incalzare degli eventi, e proprio per la perdita davvero tragica di vite umane, suggeriamo con forza che la comunità mondiale, e per primo lo stesso Annan, facciano tesoro di questo suo ammonimento. Infatti è proprio il diritto internazionale che dirime con chiarezza quello che sembra l’inestricabile groviglio dei recenti sviluppi, sulla base di un fatto molto semplice: l’aggressione palestinese, sottoforma di continui lanci a freddo di razzi e missili, è il comportamento che porta la responsabilità per i fatti di cui stiamo parlando.
    Il primo articolo della Carta delle Nazioni Unite prevede che l’Onu adotti "efficaci misure collettive per… reprimere gli atti di aggressione”. La Convenzione di Ginevra per la protezione dei civili in tempo di guerra proibisce attacchi indiscriminati, definiti come gli attacchi “che sono non sono diretti contro un obiettivo militare specifico”. E se questo bastasse per convincere la comunità internazionale del suo dovere di premere sui palestinesi affinché cessino le aggressioni, altri lumi possono venire dallo Statuto di fondazione della Corte Penale Internazionale, che conferisce alla Corte la giurisdizione su casi di “crimini di guerra” definiti, in parte, come gli “attacchi diretti intenzionalmente contro la popolazione civile”: Tutte queste norme trovano applicazione nel caso dei palestinesi che lanciano razzi e missili contro bersagli civili israeliani.
    Ciò che è stato davvero “spiacevole” e “deplorevole” nei giorni scorsi è stata la totale mancanza di volontà a livello internazionale di applicare queste leggi ai palestinesi per la pioggia di razzi sui civili israeliani, e non la presunta mancanza di rispetto di queste leggi da parte di Israele.
    La totale mancanza di fermezza nel chiamare i palestinesi a rispondere dell’osservanza di queste leggi internazionali si traduce in un abbandono del principio su cui tali leggi sono fondate che è quello di dissuadere l’aggressione. Finché le cose restano così – e il mondo chiude entrambi gli occhi sulle centinaia di razzi lanciati dalla striscia di Gaza da quando Israele dieci mesi fa si è ritirato – i palestinesi non saranno per nulla dissuasi dal fare continuo ricorso alla violenza.
    Accogliamo con soddisfazione l’appello di Annan per un’indagine indipendente sulla tragica esplosione di venerdì alla spiaggia di Gaza. Ma Israele dovrebbe condizionare la propria collaborazione a questa inchiesta a una decisione da parte dell’Onu di condurre un’altra indagine parallela sugli attacchi di razzi palestinesi contro Israele, esigendo l’applicazione di tutte le misure del diritto internazionale per ogni provata violazione di tale diritto.
    La comunità mondiale ha la possibilità di contribuire alla fine degli attacchi palestinesi attraverso la forza del diritto. In assenza di questa azione o di altre soluzioni, Israele dovrà continuare ad invocare il suo “diritto naturale di autodifesa” sancito dalla Carta dell’Onu.

    (Da: Jerusalem Post, 14.06.06)
    "

    Shalom

  3. #3
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    Sul quotidiano LIBERO di oggi interviene l'ex ministro Martino con la sua solita chiarezza............

    "Così la sinistra ha scelto di stare con il nemico

    di ANTONIO MARTINO


    Secondo Magdi Allam, «è guerra, guerra vera, ormai». Effettivamente la situazione è estremamente pericolosa. Come nota il settimanale inglese The Economist, «Il ferocemente antiisraeliano Hezbollah (il "partito di Dio") ha forti simpatie per Hamas; è legato a filo doppio con la Siria, dove risiede Khaled Meshal, il leader di Hamas in esilio; ed entrambi i gruppi hanno l'appoggio dell'Iran». Questo significa che, con ogni probabilità, esiste un disegno unico responsabile degli attacchi subiti da Israele sia dalla striscia di Gaza sia dal Libano meridionale. Un disegno che vede coinvolti: il governo iraniano, il cui leader non solo nega che lo sterminio degli ebrei ad opera del nazismo sia avvenuto ma ritiene anche urgente cancellare Israele dalla carta geografica, e che finanzia Hezbollah; la Siria che continua ad esercitare un ferreo controllo sul Libano; e il neoeletto governo palestinese guidato da Hamas, che ha giurato di distruggere Israele. Questo attacco concentrico è molto più pericoloso delle quattro guerre che Paesi arabi hanno mosso ad Israele venendone sconfitti. Infatti, dato che gli attacchi con razzi (Hezbollah ne ha 12 mila) sulle città Israeliane provengono dai territori unilateralmente liberati da Israele (il Libano meridionale sei anni fa, la striscia di Gaza recentemente grazie alla illuminata politica di Sharon), la politica di "land for peace", concessioni territoriali in cambio della pace, rischia di perdere qualsiasi credibilità presso l'opinione pubblica israeliana. Ed è probabilmente proprio questo che vogliono i governi iraniano e siriano, Hamas e Hezbollah . Un esponente del governo israeliano, durante un incontro bilaterale, mi ha ricordato: «Israele è l'unico stato sovrano al mondo la cui esistenza venga messa in discussione. Non possiamo permetterci un errore: potrebbe essere l'ultimo». Se a questo si aggiunge la pericolosità del programma nucleare iraniano, che continua malgrado l'opposizione della comunità internazionale, il terrorismo globale di ispirazione islamista, ferocemente antiebraico, anti-israeliano, antidemocratico ed anti-occidentale, la ininterrotta attività terroristica di cellule collegate ad al- Qaeda nei più disparati Paesi del mondo, il monito di Kofi Annan secondo cui «il terrorismo globale esiste e va combattuto» appare assolutamente ovvio. Credibilità perduta Dal momento che la sfida è globale, richiede una risposta globale. Il che significa che tutti i Paesi devono dare il loro contributo in proporzione alle loro possibilità. Questo nel loro interesse nazionale perché dovrebbe essere evidente a tutti che, se la situazione degenerasse, ne pagheremmo le conseguenze tutti. Anche l'Italia, quindi, deve fare la sua parte. E' stato questo il significato ultimo della nostra Kossovo ed in Afghanistan e della missione europea alla frontiera fra la striscia di Gaza e l'Egitto, per non parlare di tanti altri incarichi di minore rilevanza. Tutto questo è cambiato. In meno di due mesi, il governo delle sinistre ha dilapidato il patrimonio di credibilità acquisito negli ultimi cinque anni, ha cancellato la missione civile a politica estera e di difesa nei cinque anni del governo Berlusconi: di gran lunga la migliore dell'intera storia della Repubblica italiana. Grazie ad essa, l'Italia ha acquistato una credibilità ed un prestigio senza precedenti. Tanto per citare un solo dato, nell'ultimo semestre del nostro governo, avevamo il comando della missione europea in Bosnia, di quelle della Nato in guida Onu che ci eravamo impegnati a realizzare in Iraq, ha risposto negativamente a Nato ed Ue che ci chiedevano maggiori truppe e mezzi in Afghanistan e sta dando vita ad uno spettacolo indecoroso di divisioni sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero, che dal 30 giugno sono prive di copertura giuridica ed economica. Grottesca teocrazia Come se non bastasse, il nostro ineffabile ministro degli Esteri ha ritenuto necessario precipitarsi a Teheran, abbandonando forse a malincuore i suoi sette (sic) sottosegretari di cui tre con rango di viceministri, per rassicurare gli esponenti di quella grottesca teocrazia medioevale che egli considera «inalienabile (sic) il diritto dell'Iran a dotarsi di capacità nucleari a scopi civili». Non contento di ciò ha ritenuto di dovere fare sfoggio di creatività linguistica proclamando la sua "equivicinanza" (parola della cui esistenza nessuno ci aveva mai avvertito) fra i terroristi di Hamas e lo Stato di Israele. Infine, in presenza del quadro attuale, non trova di meglio che biasimare la reazione "sproporzionata" di Israele. Tutto ciò è profondamente deprimente. E' come se l'Italia avesse deciso di uscire di scena, cessare di esistere, relegarsi al ruolo di spettatrice impotente della Storia del nostro tempo. E tutto questo per far piacere a gruppuscoli estremistici di scalmanati, fra cui quelli che cacciarono Fassino dal corteo "pacifista". Evidentemente l'obiettivo di farlo riammettere a quel corteo per il governo delle sinistre è più importante dell'onore dell'Italia.
    "


    Shalom

  4. #4
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    dal quotidiano LIBERO di oggi........

    "I bimbi israeliani ammazzati nel silenzio dei pacifisti

    di ANDREA MORIGI

    Sembra quasi di riesumarne i corpicini, e costa dolore, ma è l'unico mezzo per ricordarli. Dal 2000 a metà del 2006, terroristi islamici hanno massacrato 127 minorenni israeliani. Il più piccolo di loro era nato il giorno prima di essere ucciso. Altri nove avevano meno di un anno. Per qualche ragione anagraficogiuridica non rientrano nel macabro conteggio soltanto quei dieci feti che erano ancora nel grembo della mamma e non ne sono mai usciti vivi. Sono una piccola parte delle 1125 "perdite" causate dalla cosiddetta "Seconda Intifada". In lingua inglese il termine "perdite" è tradotto addirittura con "casualties", come se fosse uno scherzo del destino e non il tragico bilancio di una guerra che in sei anni ha fatto fuori un israeliano su 6.071 e ne ha ferito uno su 878. Onefamilyfund, l'organizzazione ebraica che provvede alle necessità economiche e alle cure mediche dei sopravvissuti agli attentati, tiene un catalogo aggiornato delle conseguenze: 831 bambini sono rimasti orfani del padre o della madre, 31 li hanno persi entrambi. I loro genitori non erano stati avvertiti dai kamikaze di Hamas o della Jihad Islamica che di lì a poco sarebbe scattata la spoletta dell'uomo-bomba.

    SCUDI UMANI
    Ma a Cana di Galilea e nei dintorni, prima di bombardare, l'aviazione israeliana aveva lanciato migliaia di volantini scritti in arabo, dove si diceva di allontanarsi perché la zona era diventata un bersaglio. I terroristi si nascondono dietro le abitazioni civili per lanciare i loro razzi contro gli ebrei (e gli arabi) che sono dall'altra parte del confine. Sono indifferenti alla loro sorte. Anzi, se poi li ammazzano è anche meglio, perché il lutto crea odio antisionista. Per questo hanno atteso sette ore per soccorrere gli abitanti della palazzina colpita. Non perché i raid aerei, che nel frattempo si erano conclusi, impedissero di entrare e portar fuori morti e feriti. L'attacco si era consumato tra la mezzanotte e l'una di domenica 30 luglio. L'edificio è crollato la mattina, seppellendo chi c'era all'interno. Chissà quanti, magari, erano ancora in vita e se la sarebbero potuta cavare con qualche graffio. Invece li hanno lasciati là a crepare. Bell'esempio di solidarietà islamica. Per gli Hezbollah sarebbe stato un controsenso salvarli. Nessuna vittima, nessuna eco sulla stampa mondiale, nessun effetto propagandistico sull'opinione pubblica, nessuna conseguente tregua. Una sequenza di eventi calcolata, visto che dei morti israeliani non rimangono che poche tracce fotografiche, mentre le immagini delle vittime civili palestinesi o libanesi rimbalzano da un capo all'altro del mondo. L'eccidio di Cana, invece, ha concesso un po' di respiro ai terroristi, che ora possono riorganizzarsi militarmente dopo aver subito per due settimane i colpi durissimi dell'esercito con la stella di David. È subentrato l'orrore per il sangue degli innocenti versato: 27 bambini libanesi che non avevano nessuna colpa. E il risultato si è rivelato più efficace di una battaglia vinta sul campo.

    STRAGI DIMENTICATE
    Sembra che i morti ebrei siano diversi. Le stragi compiute col contagocce ai loro danni non sembrano degne di entrare nella storia. Lì per lì provocano sdegno. Poi ci si fa l'abitudine. Li prendono di mira almeno dal 1970, quando 12 alunni della scuola di Avivim Moshav furono sequestrati sullo scuolabus e barbaramente uccisi dai terroristi palestinesi. Altri 22 furono sacrificati dai seguaci di Yasser Arafat nel maggio del 1974, mentre andavano in gita scolastica da Safed a Ma'alot. In Italia, chi si ricorda più che il 9 ottobre 1982, durante un attacco alla sinagoga di Roma, che costò il ferimento di trenta persone, morì anche un bambino di due anni? Figurarsi. Nell'era di Internet, bisogna andare a cercare in archivi polverosi per ritrovare una notizia "così vecchia". Ma non si è persa affatto la memoria della strage di Sabra e Chatila, dello stesso anno, quando Israele invase il Libano del Nord. Eppure è diffusissimo il luogo comune che "gli ebrei" siano potentissimi e maledettamente influenti nel mondo della comunicazione. Senza scivolare nel campo della propaganda antisemita, che li dipinge come arcigni burattinai che controllano il mondo, si contano nel popolo d'Israele e nella sua diaspora planetaria parecchi editori e direttori di testate di fama mondiale. Non si spiega allora perché su Israele penda un'incancellabile leggenda nera, mentre nei confronti dei crimini palestinesi si adotti tutt'altra misura di misericordia. Ufficialmente, le vittime sono soltanto i popoli arabi oppressi. Chi lo sostiene, si munisce anche di cifre e fatti, per dimostrare, certificati di morte alla mano, che perdono la vita più piccoli palestinesi sotto il tiro degli israeliani che viceversa.

    LA TECNICA SUICIDA
    Manca solo un particolare importante. I bambini israeliani la mattina vanno a scuola, mica a tirar pietre e molotov agli arabi. Nei campi dominati da Hezbollah e da Hamas, invece, li addestrano sin dall'infanzia a suicidarsi portando con sé il numero più alto possibile di ebrei. Avevano aperto la strada gli ayatollah negli anni Ottanta, insegnando ai giovanissimi la tecnica per lanciarsi pieni di esplosivo sotto i carri armati di Saddam Hussein, durante la guerra tra Iran e Iraq. Così si va diritti in paradiso, spiegavano durante le lezioni del loro catechismo di morte. Visto il successo mondano e le promesse escatologiche, gli Hezbollah a loro volta avevano importato l'idea nei campi palestinesi e poi Hamas l'aveva copiata "producendola" in massa. A quel punto anche i seguaci di Al Fatah, per non sentirsi da meno dei rivali, si erano messi a propagandare il cosiddetto "martirio" alla tv dei ragazzi palestinese. Le famiglie facevano festa e offrivano dei dolcetti a vicini e parenti quando apprendevano che finalmente il loro pargoletto sarebbe andato a saltare in aria per la volontà di Maometto. Salvo poi dare la colpa all'invasore israeliano. Se si computano anche i kamikaze nell'elenco delle vittime, si fa presto a far salire a proprio favore le statistiche della "tragedia umanitaria".

    L'ONU DISCRIMINA
    Poi si va a New York, alla sede dell'Onu, dove non vedono l'ora di dare addosso a Israele. I Paesi arabi ricattano tutti e guai se passa una risoluzione favorevole a Israele. Tre anni fa, a metà di novembre del 2003, l'allora rappresentante diplomatico di Gerusalemme presso il Palazzo di Vetro, Dan Gillerman, aveva proposto una bozza di documento in cui si chiedeva la protezione dei bambini ebrei dal terrorismo. Una settimana prima, il 6 novembre, ne era stato approvato - con 88 voti favorevoli, 4 contrari e 58 astensioni - uno speculare che chiedeva protezione per i bambini palestinesi. Per quelli ebrei non si poteva fare altrettanto, anche se il 4 ottobre di quello stesso anno erano stati uccisi in un attentato ad Haifa quattro bambini israeliani. La delegazione egiziana - espressione cioè di un Paese arabo cosiddetto moderato e filo-occidentale, che ha firmato un trattato di pace con Israele - era insorta, riuscendo a raccogliere il consenso dei Paesi non allineati - Bahrain, Malaysia, Arabia Saudita, Sudafrica, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Volevano che invece di "bambini ebrei" si scrivesse "bambini del Medio Oriente". E giù un'altra sfilza di emendamenti, dove entravano termini come «assalti militari israeliani», «occupazione» e «uso eccessivo della forza», ma pretendevano che si cancellasse del tutto la parola «terrorismo ».

    ISRAELE È L'OCCIDENTE
    Se fosse una questione che riguarda soltanto le due parti in conflitto, qualche "isolazionista" nostrano potrebbe fare spallucce e ignorarla. Invece, Israele da quelle parti rappresenta l'Occidente. E chi non fosse d'accordo almeno mediti sul fatto che l'impossibilità di giungere a una formulazione del termine "terrorismo" accettata da tutta la comunità internazionale genera disastri in tutto il mondo. Le sentenze giudiziarie che fanno passare i terroristi di Al Qaeda come "guerriglieri" sono basate proprio su controversi documenti dell'Onu. E la sottolineatura sull'uso sproporzionato della forza militare è risuonata qualche giorno fa proprio nel Parlamento italiano, proveniente dalla Farnesina, per neutralizzare lo sforzo di autodifesa di Israele. Forse solo un richiamo al nostro egoismo ci consentirà di smuoverci. Abbandonare al loro destino i figli del popolo di Israele significa allo stesso tempo condannare noi stessi a soccombere all'islam.

    "

    Shalom

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    dal quotidiano LIBERO di oggi....

    "ERA ORA, SI SVEGLIANO

    di RENATO FARINA

    Dopo gli attentati sventati a Londra
    Il governo diceva che in Italia era tutto tranquillo: ieri hanno arrestato 40 sospetti terroristi islamici ed espulso altri 110. Le bugie e le follie della sinistra sono al capolinea
    La domanda è: chi si prenderà la briga di assolverli? La corte di Bologna o il gip di Milano? L'agenzia Ansa delle 19 e 46 di ieri usa un linguaggio eufemistico: «Quaranta persone vicine al mondo islamico sono state arrestate in Italia». Sì, decisamente vicine, molto vicine, forse addirittura dentro il mondo islamico. Magari sono persino 40 musulmani. Continua il telex: «Si tratta del bilancio di una maxioperazione rientrata, secondo quanto si apprende, nell'attività straordinaria di controllo seguita agli attentati sventati a Londra». C'è stato bisogno di un'azione straordinaria. Dovrebbe essere ordinario il controllo antiterrorismo islamico, non è vero? Figuriamoci. Da noi il problema è la Cia. Per fortuna non c'è stato bisogno di una strage in Italia per prenderli e sbatterli dentro. Meno male che si è sfiorata quella inglese, viene da dire amaramente. Ora che accadrà di questi 40? Abbiamo qualche presentimento che se la caveranno. La cronaca giudiziaria italiana ha dei precedenti molto simpatici per i reclutatori di kamikaze. Si scoprirà magari che si limitavano a falsificare passaporti, forse per qualcuno in partenza per Nassiriya, ma la resistenza non è un reato. Forse però qualcosa si muove. Grazie al cielo, Londra e Karachi hanno dato l'esempio. Da noi l'operazione accaduta da quelle parti non sarebbe stata giuridicamente accettabile. Insomma: a Roma e a Milano non avrebbero arrestato i 24 kamikaze. Per prudenza, aggiungiamo: probabilmente, non li avrebbe arrestati nessuno. Che indizi ci sono? Fumosi. Il gruppo di appartenenza non è chiaro, non è proprio sicuro sia Al Qaeda, e le altre sigle chi le conosce? Inoltre: in fondo si tratta solo di liquidi. Come si fa ad essere sicuri che volessero proprio mescolarli per far saltare dieci aerei? I terroristi musulmani in Italia ci sono. Si sapeva da un sacco di tempo. Offrono basi logistiche per azioni in Iraq, in Afghanistan. Lo fecero per le Torri gemelle. È possibile che complici dei kamikaze di Londra circolino ancora tra noi. Ora se ne è preso qualcuno per il collo. Forse è soltanto la classica operazione di facciata, per far vedere che la guardia è alta e il governo lavora. Intanto è qualcosa. Ma ho paura che dura minga, che bisognerà aspettare un attentato perché si faccia sul serio. C'è una stampa favorevole e una cultura piena di benevolenza anche tra molti magistrati. Esiste una sentenza della Cassazione del maggio scorso importante: è stata pubblicizzata il 19 luglio. È la numero 24994. Essa stabilisce che un militante islamista sia condannato per "terrorismo internazionale" per aver semplicemente aderito a un gruppo o movimento che appoggia i kamikaze. Fino ad ora la giurisprudenza esigeva come prova che il jahidista avesse in una mano una bomba e nell'altra una dichiarazione dove spiega di voler fare una mattanza di cristiani. Resta ancora in Italia l'impossibilità di agire come a Londra, con la stessa forza, e senza tante storie. Com'è andata lassù? Giungono notizie frammentarie sull'operazione del servizio segreto britannico congiunto con quello pakistano e con Scotland Yard. Siècapito questo: gli 007 del Paese asiatico hanno presi sette tizi che bazzicavano madrasse fondamentaliste. Hanno fatto cantare due degli arrestati. Tortura o metodi molto persuasivi? Quelli hanno spifferato: c'è qualcosa di enorme in ballo a Londra, l'ordine è già partito per l'Inghilterra. A questo punto è scattata la retata. In base a che legge? Quella vigente in Gran Bretagna dopo l'11 settembre. Essa consente un fermo di polizia per sospetto terrorismo di 30 giorni. Non c'è bisogno di informare la magistratura, con le possibili fughe di notizie, anche se lì non siamo in Italia. [e la magistratura del Regno Unito è SUL SERIO INDIPENDENTE, in tutti i sensi. ndr] È stata considerata una grave sconfitta politica di Blair, la bocciatura della sua proposta di portare il fermo di polizia da 30 a 90 giorni. Intendiamoci: è una cosa tremenda. Sbattono dentro un tale, e non gli dicono nulla per un mese, non può vedere nessuno, lo interrogano. Non è bella la guerra di intelligence. Fa schifo. Ma fa più schifo far saltare quattromila persone in pacifico volo. Magari nostri figli o nipoti. Perché in Italia sarebbe stato impossibile? Esiste il decreto Pisanu, convertito in legge il 31 luglio dell'anno scorso. Un successone. Dopo un furioso tira e molla con l'opposizione (di allora) si è riusciti a raddoppiare il tempo del fermo di polizia. Da 12 ore a 24 ore. Fantastico. Intanto, di quanto è successo davvero a Londra trapela pochissimo. La storia dei liquidi da mescolare, pare la classica polpetta da dare in pasto all'opinione pubblica. Dev'essere qualcosa di più terribile, dicono nostre fonti di intelligence. In Gran Bretagna se lo possono permettere. Da noi sarebbe già partita la campagna sulla «manutenzione della paura». Anzi, il sospetto lo si ritrova già sui giornali di estrema sinistra, tipo il Manifesto, il quale scrive: «La strategia è sempre la stessa, alzare il livello della paura, riconfermare (...) il via libera all'abuso di potere dentro e fuori casa». Ma presto si aggiungerà Repubblica, è sicuro. Intanto conviene ricordare che gli aderenti di Al Qaeda indicano l'Italia come modello di giustizia giusta (per loro). Mohammed Mazouz , davanti al tribunale di Rabat in Marocco, imputato di terrorismo ha detto al magistrato: «Signor giudice, mi lasci spiegare qualcosa che lei non sa. La invito a prendere esempio da un magistrato italiano. Una donna, non musulmana, il giudice Clementina (testuale), ha liberato quattro marocchini(...). E perché ora lei, giudice marocchino e musulmano come me (...) non vuole considerarmi innocente come ha fatto con gli imputati in Italia il giudice Clementina» (Corriere della Sera, 9 febbraio 2005, pagina 10). Poi c'è stata la sentenza di Bologna, che ha addirittura esaltato il martirio. Il27 giugno del 2006 si è legittimato il «martirio» di chi combatte coi talebani e Al Qaeda in Afghanistan (vedi articolo a pag.6). Se uno agisce contro un gruppo che non ha proprio il marchio di Al Qaeda è considerato un pesce lesso che crede a quei mascalzoni dei servizi segreti. Esempio Giuseppe D'Avanzo, su Repubblica, 30 giugno 2005: «La risolutezza ossessiva della procura di Milano contro Ansar Al Islam è un altro buco bigio. Ansar Al Islam è stata costituita, all'inizio del 2001, da tre gruppi(...). Presto finiscono a mal partito . Il mullah Krekar (il leader, ndr) vive oggi libero inNorvegia dove lo ha incontrato anche il direttore del Sisde, Mario Mori. È incomprensibile l'esclusività indagatoria che laprocura diMilanoha assegnato a questo piccolo gruppo curdo di disperati, se non si sa che Blair e Bush sono convinti, nell'estate del 2002,cheAnsaral Islam sia il filo che allaccia il terrorismo di Bin Laden alla dittatura di Saddam, e quindi può essere una ragione per l'invasione dell'Iraq. La subalternità delle iniziative di una procura ai "bocconi avvelenati" di servizi segreti, desiderosi di offrire intelligence a conferma delle opzioni politiche dei governi ». L'italiano è quello che è, ma il concetto è chiaro. Si perseguono poveri islamici curdi, gente disperata costretta dalla vita ad allearsi con Bin Laden, per fare un piacere a Blair e Bush. E Krekar, il loro capo è una innocua e rispettata persona, quietamente ospitata in Norvegia. Il 20 luglio scorso è arrivata questa notizia, ignorata, ovvio: «Il governo novergese ha ordinato l'espulsione dell'imam Mullah Krekar in quanto minaccia per la sicurezza nazionale». Il decreto non è ancora esecutivo: si attendono garanzie dall'Iraq perché non sia condannato a morte. Urge articolo di D'Avanzo sulle ossessioni dei norvegesi. Bisogna spiegare con pazienza anche agli scandinavi che il problema sono Bush, Blair, la Cia e i nostri servizi segreti,mica il povero «vecchio capo guerrigliero Krekar».
    °°°°°°°°°°°
    LEGGI DISATTESE LEGGE ANTITERRORISMO DEL 2001 Il decreto legge dell'ottobre 2001, convertito in legge nel dicembre introduceva il reato di "terrorismo internazionale con pene dai 7 ai 15 anni per chi avesse commesso atti sovversivi anche all'estero e carcere fino a 4 anni anche per chi avesse aiutato la cellula senza farne parte. Inoltre allargare la possibilità di intercettazioni telefoniche e ambientali e rendeva possibili "operazioni sotto copertura" per reati connessi al terrorismo. Infine, permetteva di sentire gli imputati in videoconferenza durante i processi e di applicare le misure di prevenzione e di sequestro dei patrimoni.
    DECRETO PISANU, LUGLIO 2005 Il decreto Pisanu del luglio 2005 era un pacchetto di norme per contrastare il terrorismo. Tra l'altro, estendeva le misure già in vigore per la lotta alla criminalità organizzata anche alle indagini legate al finanziamento del terrorismo. Prevedeva l'espulsione per gli stranieri su cui pesassero prove di complicità coi terroristi e premi per chi collaborava con l'autorità giudiziaria o la polizia, stabiliva che il ministro potesse organizzare unità investigative interforze con esperti di terrorismo e prevedeva il reato di arruolamento di terroristi con la reclusione da 7 a 15 anni e da 5 a 10 anni per chi addestra terroristi. Inoltre stabiliva nuove norme sulle intercettazioni e sulla conservazione dei dati sul traffico telefonico e telematico, sulla identificazione delle persone, fra queste il prelievo della saliva e prevedeva l'uso di guardie giurate per la vigilanza sussidiaria nei porti, stazioni ferroviarie e stazioni di metropolitane.
    "



    Saluti liberali

 

 

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