Contro il provvedimento di clemenza proposto dal guardasigilli Clemente Mastella sono state sollevate alcune classiche obiezioni. Molti giudicano l’amnistia come anti-liberale, perché spezza il nesso tra la pena e il reato e pregiudica la certezza della pena, e immorale, perché distrugge l’effetto deterrente che sui criminali esercita il rischio di incorrere nella punizione prevista dalle leggi penali. Esistono infatti numerosi studi sull’analisi economica del crimine che confermano la relazione causale tra l’allentamento della risposta repressiva da parte dello Stato e l’aumento dei reati. Secondo questa prospettiva, promossa anche dal premio Nobel per l’economia Gary Becker, i delinquenti sarebbero dei massimizzatori di utilità, capaci di soppesare rischi e benefici potenziali prima di intraprendere un’azione criminosa. Di recente anche l’economista americano Steven Leavitt, autore del bestseller Freakonomics, ha realizzato uno studio in cui sostiene, dati alla mano, che “la galera riduce la criminalità”. L’amnistia è inoltre fortemente antipopolare. Quasi sempre la sua adozione viene avversata a schiacciante maggioranza dall’opinione pubblica, che la vede come un immotivato premio ai delinquenti. Perché allora i membri dell’apparato statale sono tendenzialmente favorevoli a provvedimenti di indulto o di amnistia, o comunque di riduzione delle pene (basti pensare alla legge Gozzini o alla larghezza con cui vengono concessi i benefici premiali, che ogni volta scandalizzano il pubblico)? La ragione probabilmente sta nel modo burocratico di produzione dei servizi di sicurezza e giustizia da parte dello Stato. Nel libero mercato se la domanda per un particolare bene o servizio cresce, l’impresa che lo produce ne gioisce: accoglie con felicità i nuovi affari ed espande la propria attività per poter evadere i nuovi ordini.
Le entrate dello Stato, però, provengono dalle imposte e non hanno alcuna relazione con la qualità e la quantità dei servizi offerti. Per la burocrazia che opera in un ente pubblico, pertanto, la crescita della domanda per i servizi che offre non fa aumentare i profitti, ma rappresenta un appesantimento della mole di lavoro. Mentre ai cittadini, come consumatori dei beni relativi alla protezione e alla giustizia, interessa che il maggior numero di delinquenti sia punito e rimanga in carcere per tutta la durata della pena, gli operatori dell’amministrazione della giustizia hanno invece un interesse “corporativo” a ridurre il proprio carico di lavoro, e per questo premono per allentare la “pressione carceraria”.
Giustificare l’amnistia con il problema del sovraffollamento delle carceri suona pertanto assurdo: se lo Stato non riesce a svolgere efficientemente in condizioni di monopolio una certa funzione, non può pensare di risolvere il problema semplicemente cessando di svolgerla! Più corretta appare la posizione di coloro che per rimediare al collasso della giustizia chiedono la costruzione di nuove carceri o l’introduzione di criteri di produttività e di merito tra forze dell’ordine, magistrati e funzionari della giustizia. Sappiamo però per esperienza quanto sia difficile implementare questi obiettivi di efficienza all’interno delle strutture statali, per cui da alcune parti si è proposto di introdurre anche in Italia le carceri private, secondo un modello sperimentato con ottimi risultati nel mondo anglosassone.
Negli Stati Uniti sono operative infatti più di cento prigioni private, in Gran Bretagna undici e in Australia sette. Come ha documentato Adrian T. Moore, studioso del Reason Public Policy Institute, nel saggio “Private Prisons: Quality Correction at a Lower Cost”, i costi dei penitenziari privati che ricevono un appalto statale per la custodia dei detenuti sono in media del 23 per cento inferiori a quelli statali. Queste strutture private, inoltre, vengono costruite nella metà del tempo di quelle statali, con risparmi del 30-40 per cento. Lo studio di Moore evidenzia anche la presenza, nelle carceri private, di migliori programmi educativi e sanitari per i detenuti, un minor numero di aggressioni alle guardie o agli altri carcerati e un minor numero di recidive.
Malgrado questi eccellenti risultati, la cultura politica dominante nel nostro paese rende estremamente improbabile l’adozione del sistema delle carceri private. Non va dimenticato, inoltre, che anche la sanzione carceraria presenta, dal punto di vista sociale, evidenti difetti. Da un lato, l’incarceramento non sembra contribuire a migliorare la personalità del reo, perché la prigione rappresenta spesso una scuola del crimine. Ma soprattutto, la pena carceraria non ricompensa in alcun modo la vittima, ma pone a carico della collettività (e quindi della vittima stessa) l’elevato costo per il mantenimento del detenuto.
Se si vuole nei tempi brevi ridurre il problema del sovraffollamento delle carceri e spostare l’attenzione del sistema penale verso la vittima del reato, invece dell’amnistia occorrerebbe rivalutare lo strumento del lavoro di pubblica utilità, in modo da rendere obbligatoria l’adesione a meccanismi di risarcimento delle vittime del reato da parte degli autori degli stessi, quale condizione per l’ammissione alle misure alternative al carcere.
di Guglielmo Piombini


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