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    SENATORE di POL
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    Predefinito Sul "Fascismo" Islamista

    Dal Corriere della Sera del 13 agosto 2006

    I regimi fascisti e l'estremismo islamico condividono i miti e il culto della morte - Un'ideologia di massa dietro alla minoranza del terrore»

    di Alessandra Frakas


    NEW YORK — Il saggista americano «liberal» Paul Berman è stato il primo nel 2003 a utilizzare l'espressione «fascismo islamico», pronunciata da Bush negli scorsi giorni e oggetto di un nuovo, acceso dibattito. E oggi ribadisce al Corriere che quel termine è «storicamente e linguisticamente corretto» e che «l'estremismo islamico è strettamente imparentato con nazismo, fascismo e franchismo per molti motivi». L'autore di Terrore e Liberalismo respinge le critiche avanzate dallo studioso francese Gilles Kepel, che su Repubblica aveva definito l'espressione «ambigua e maldestra» sostenendo che «il fascismo rappresentò un movimento di massa in alcuni Paesi europei, mentre i gruppi terroristi islamici sono oggi il contrario dei movimenti di massa». Per Berman «l'estremismo islamico, come i totalitarismi europei del Novecento, è basato sulla mitologia. Che da una parte vede un popolo probo e giusto, dall'altra una cospirazione cosmica di nemici stranieri e forze interne inquinanti che lo opprime. Imponendogli di scatenare una guerra di stermino: una titanica lotta mitologica di liberazione. Anche la loro meta è identica».In che senso?
    «Condividono un'utopia: il ritorno all'età d'oro del passato, rielaborata in versione "futurista". Mussolini e Hitler desideravano ricreare l'apoteosi dell'Impero romano. Franco mirava a riesumare l'era delle crociate cattoliche del Medio Evo con il suo movimento di guerrieri di Cristo Re. Lo scopo dei jihadisti islamici è restaurare l'età d'oro del Califfato del Settimo secolo».
    Altri paralleli?
    «In un modo o nell'altro, tutti i movimenti fascisti sono approdati al culto della morte. E tutti i totalitarismi sono germinati in Europa negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale e poi si sono diramati nel mondo, ispirati dagli stessi testi e pensatori. Ciò vale anche per il moderno islamismo, fondato nel 1928 in Egitto con i Fratelli Musulmani e poi con il Baathismo, nato a Damasco da intellettuali formatisi alla Sorbona ».
    Per alcuni il terrorismo islamico è conseguenza della guerra in Iraq e quindi è colpa degli americani.
    «Perché ci si ostina a parlare della guerra in Iraq, dimenticandosi di citare quella in Afghanistan, che ha spodestato i talebani e al Qaeda, dando loro un vero motivo per essere infuriati? Dopo gli attentati di Madrid, nel 2004, tutti puntarono il dito contro la partecipazione della Spagna alla guerra in Iraq. Ma un videotape diffuso dal portavoce dei terroristi, che guarda caso si faceva chiamare "Al Afghani", citava l'Afghanistan. Certa gente farebbe meglio a leggere i testi dei jihadisti, invece di strumentalizzare le proprie ire politiche».Alcuni tribunali italiani hanno emesso sentenze che legittimano i terroristi, definendoli «resistenti» e «martiri».
    «L'inabilità di capire questi movimenti e la tendenza ad incoraggiarli, direttamente o indirettamente, sono un'altra, tragica costante del totalitarismo moderno. Forse ciò spiega anche il motivo per cui essi, prima o poi, hanno finito per travolgere l'Europa. Oggi vediamo la stessa confusione e incapacità di mobilitarsi di fronte al fascismo islamico che sperimentammo durante il nazi-fascismo. Ma le colpe degli intellettuali oggi sono maggiori».
    Perché?
    «L'intellighenzia, soprattutto a sinistra, è intenta a impugnare categorie storiche e socio-economiche per capire cosa c'è di razionale, congruo e persino ammirevole in questi movimenti. Dimenticandosi che dal '79 ad oggi il fascismo islamico ha sterminato milioni di persone. Ma questi morti restano invisibili a molti intellettuali e leader occidentali. Che in un grottesco delirio osano paragonare Hezbollah e i terroristi iracheni ai partigiani francesi o italiani. La sinistra, l'unica in grado di contrastare questi fascisti islamici con il dialogo e non con le armi che non servono, non sta facendo niente, con l'unica eccezione di Blair».
    Possiamo sconfiggere l'Islam radicale come abbiamo battuto Hitler e Mussolini? «Certo.
    Un'altra virtù del termine fascismo è che ci permette di capire come il nemico sia qualcosa di ben più grande di un piccolo gruppo eversivo, che può essere liquidato con le armi. Ma allo stesso tempo è anche qualcosa di molto più piccolo di uno scontro tra civiltà. È un movimento politico moderno, con tutti i suoi limiti, può essere neutralizzato solo con la forza della persuasione. Come fascismo, nazismo e comunismo, caduti grazie alla riconversione ideologica delle masse».Non teme che dallo scontro tra Occidente e Islam possa scaturire un nuovo conflitto mondiale?
    «Se l'Iran si procura l'atomica, lo scenario si concretizzerà. Ma oggi il pericolo per l'Occidente è di perdere i suoi sacri valori liberali, distruggendo la natura stessa della nostra democrazia, accanendoci contro gli emigranti e diventando dei bigotti anti-Islam, intolleranti e razzisti. Se ciò dovesse accadere, la nostra società non sarebbe mai più la stessa».
    "

    Shalom

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  2. #2
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    Predefinito

    " «Solo Israele sconfiggerà i fanatici La colpa della guerra è di chi ha blandito Hezbollah»

    INTERVISTA AL LEADER MARONITA ROGER BOU CHAHINE

    «Sono anni che chiediamo all’Onu, al mondo e all’Europa di disarmare gli hezbollah altrimenti il Libano non sarà mai libero dai condizionamenti esterni di Teheran e Damasco, ma abbiamo visto trattare i leader sciiti in giro per il mondo come degli statisti e non come dei terroristi.. adesso è facile lamentarsi della guerra e dire che Israele sta esagerando, ma io posso assicurarvi che ci sono centinaia di migliaia di libanesi che si augurano che lo stato ebraico la vinca velocemente questa guerra e ci liberi da hezbollah, e questo con tutto che le bombe di Gerusalemme cadono in testa anche a loro, visto che non sono poi così intelligenti».Roger Bou Chahine è il rappresentante diplomatico in Italia delle Forze libanesi, il movimento cristiano maronita del Libano che fa capo al leader Samir Geagea, di recente liberato dalle segrete dell’ultimo carcere di massima sicurezza in Beirut gestito direttamente da Damasco. In questa intervista esclusiva Chahine mette bene in chiaro soprattutto una cosa: «se non fosse stato per i terroristi palestinesi e i loro campi profughi a metà negli anni ’70, così come in seguito per gli hezbollah negli anni ’80 e anche oggi, il Libano non sarebbe stato mai un teatro di guerra con Israele e nemmeno uno stato ostile che non lo riconosce, visto che già dal 1954 esistevano trattati di pace, almeno venti anni prima di Camp David».Il solito errore di credere in un’evoluzione politica di una milizia di guerriglieri e terroristi?
    «Non ci sono dubbi. Oggi il mondo raccoglie quello che ha seminato. E questo vale anche per l’America: ha ritenuto di promuovere la democratizzazione dei Fratelli musulmani in Egitto e adesso c’è il rischio di uno stato teocratico e di una rivoluzione che rovesci Mubarak, non ha scoraggiato Hamas in Palestina e vediamo i risultati, e adesso c’è il cancro hezbollah».E che pensi dell¹intervista di ieri di Kofi Annan ad Al Jazeera in cui proprio Hizbullah viene definito un partito politico e non un movimento terrorista?
    «Mi ha fatto la stessa impressione di quella che ebbi anni fa dopo avere constatato l’incredibile approccio allo stesso problema da parte della segreteria di stato vaticana».
    Cioè?
    «Sei anni fa quando il Papa Woytila andò in Libano, mi ricordo il messaggio del cardinal Silvestrini che parlò di loro a tutto il mondo tramite la radio vaticana come se fossero dei frati francescani del sud del Libano».
    Molti però condannano questa guerra di Israele e imputano allo stato ebraico troppe vittime civili.
    «Il mio pensiero in materia è questo: non sono d’accordo con progetti improvvisati e condotti con l’istinto senza un vero progetto politico per il dopoguerra che verrà. Sinora questa cosa potrebbe rafforzare politicamente proprio Nasrallah, che ha solo 3 mila miliziani armati, ma dietro di loro almeno 400 mila fanatizzati all’odio pronti a usare le proprie case come deposito di missili».
    Ma allora che bisogna fare? Tu stesso dici che tentare di recuperarli alla vita civile fu un errore. Combatterli direttamente, sempre tu, dici che è contro producente. E allora che facciamo? Ce li teniamo così come sono?
    «No per niente e sebbene la popolazione libanese oggi sia tutt’altro che amica con Israele per logici motivi, io posso assicurati che ci sono centinaia di migliaia di persone nel Nord e nel Sud del Libano che si augurano essenzialmente due cose. La prima è che la guerra finisca presto, ma la seconda è che hezbollah venga annientata da Israele, perché la paura e che se non ci riescono loro, non sarà certo Chirac o Kofi Annan, ma nemmeno Prodi o D’Alema, a disarmarli».Insomma ci sono dei libanesi che hanno idee che non condividono per citare il vignettista Altan?
    «Sì, esiste questa contraddizione».
    Come si può uscire fuori da questo stallo?
    «La soluzione l’ha già indicata Olmert e Israele sembra propenso ad accettarla: la sostituzione dell’esercito israeliano nella zona sud del Libano con un esercito internazionale pronto a combattere con hezbollah fino alla consegna delle armi».
    Non una missione di pace allora?
    «Gli hezbollah non si combattono con il pacifismo ma con la forza. Solo che il popolo libanese vede male quella esercitata da uno stato che lo invade ma ne accetterebbe a braccia aperta una internazionale che lo liberi da questo cancro».Finirà mai l’odio arabo-islamico contro Israele?
    «Chiaramente questa guerra lo ha rinfocolato per qualche altra generazione, ma il Libano nello specifico è stato l’unico paese del medio oriente ad avere accettato la convivenza con Gerusalemme sin dal 1954, dopo avere partecipato alla guerra del 1948. Poi noi ce ne saremmo stati tutti in pace a farci i fatti nostri se non ci fosse stata l’invasione dei profughi e dei terroristi di Arafat nel sud nel Libano a partire dalla prima metà anni degli anni ’70 dopo la loro cacciata dalla Giordania in seguito ai fatti del famoso settembre nero del 1970. Da quel momento ci hanno costretto prima loro, e poi gli hezbollah, a subire le conseguenze di una guerra contro quello che loro consideravano il loro nemico, Israele, ma che non era il nostro. Siccome però loro stavano sul nostro territorio noi ci prendevamo le bombe degli uni e degli altri. Questo il mondo deve capire se veramente ama il Libano».
    E i paesi arabi moderati?
    «Dimostrino di esserlo veramente anche a livello ufficiale e non continuino con questa diplomazia sottobanco con Gerusalemme, per cui i leader parlano con accenti anti semiti quando si trovano in Arabia Saudita, Giordania o Egitto e con toni occidentali quando stanno all’Onu o nelle riunioni come quella di Roma. L’esempio che le masse recepiscono è quello ufficiale e non ipocrita dei loro rais. I popoli arabi sono stanchi di un medio oriente in guerra solo perché l’ideologia islamista e il terrorismo islamico vogliono cancellare Israele dalla carta geografica... e magari sognano l’islamizzazione anche dei cosiddetti paesi crociati... D’altronde noi delle forze libanesi come è noto siamo cristiano maroniti, e ci prendiamo anche noi le bombe di Israele pur non approvando neanche un millimetro di quelle nefande ideologie di fanatismo religioso».
    DIMITRI BUFFA "


    Shalom

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
    Dal Corriere della Sera del 13 agosto 2006

    "«[B]

    NEW YORK — Il saggista americano «liberal» Paul Berman ................................ Ma oggi il pericolo per l'Occidente è di perdere i suoi sacri valori liberali, distruggendo la natura stessa della nostra democrazia, accanendoci contro gli emigranti e diventando dei bigotti anti-Islam, intolleranti e razzisti. Se ciò dovesse accadere, la nostra società non sarebbe mai più la stessa»."[/U]

    Shalom

    Dell'intervista di Berman ..quello sopra mi pare un passaggio essenziale. Berman da "liberal" pone giustamente l'accento sulla necessità che la guerra contro il terrorismo non si trasformi in una "bigotteria anti Islam" e apra le porte ad inutili, dannose e pericolose intolleranze antimusulmane o peggio .....razziste. E' anche evidente che nella guerra al fascismo islamico gli Stati liberali e democratici corrano il rischio di spostare pericolosamente i confini fra libertà e sicurezza, mettendo in discussione talune conquiste di civiltà connaturate con il moderno "Stato di Diritto" e con le fondamenta stessa della "legalità democratica". Tuttavia sul tema è altrettanto pericoloso, come ci spiega con grande intelligenza Angelo Panebianco, un'integralismo da neofiti della "democrazia liberale" e della centralità della sua "legalità".

    dal Corriere della Sera di oggi, 13 agosto 2006

    "Questione di vita o di morte
    i necessari compromessi tra stato di diritto e sicurezza: un editoriale di Angelo Panebianco

    " «Il compromesso necessario»

    di Angelo Panebianco


    Facciamo un'ipotesi, di fantasia ma non proprio del tutto implausibile. Immaginiamo che tra qualche mese venga fuori che l'Apocalisse dei cieli, il grande attentato destinato a oscurare persino gli attacchi dell'undici settembre, con migliaia e migliaia di vittime innocenti, sia stato sventato solo grazie alla confessione, estorta dai servizi segreti anglo-americani tramite tortura, di un jahadista coinvolto nel complotto, magari anche arrestato (sequestrato) illegalmente. Chi se la sentirebbe in Occidente di condannare quei torturatori? La risposta è: un gran numero di persone. In Italia più che altrove.
    La cosa interessante è che a emettere sentenze di condanna senza nemmeno riconoscere l'esistenza di un «dilemma etico» nella vicenda in questione non ci sarebbero solo quelli che Giuliano Ferrara sul Foglio ha definito gli appartenenti al «nemico interno» (il quale esiste, eccome), alleato di fatto del terrorismo jahadista. No, fra coloro che condannerebbero i torturatori senza dubbi né tentennamenti ci sarebbero anche tante brave persone in buona fede che hanno orrore del terrorismo ma che credono che cose come la legalità, i diritti umani e quello che chiamano (in genere, senza sapere bene cosa sia) lo «stato di diritto» debbano sempre avere la precedenza su tutto: anche sulla salvezza di migliaia di vite umane.
    Come si spiega che in Italia più che altrove sia venuta totalmente meno l'idea (che però resiste in altri Paesi occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, alla Francia) che la convivenza democratica possa poggiare solo su un compromesso, precario quanto si vuole, ma pur sempre un compromesso, fra stato di diritto e sicurezza nazionale? La spiegazione deve mettere in gioco vari elementi. C'è in primo luogo il lunghissimo periodo di pace che abbiamo alle spalle. Quella fortunata età dell'oro che è stata la lunga pace post '45 ha reso un gran numero di persone, soprattutto quelle nate dopo la Seconda guerra mondiale, incapace persino di mettere a fuoco l'idea di «nemico», il nemico vero, assoluto, quello che ti ucciderà se non riuscirai a neutralizzarlo. Per queste persone, la guerra è un fenomeno letteralmente incomprensibile. Ciò le rende disponibili a credere che la guerra dichiarata all'Occidente dal terrorismo jahadista possa essere affrontata con gli stessi strumenti con cui ci si difende dai ladri di polli o dai rapinatori di banche.
    La seconda ragione ha a che fare con la vicenda italiana recente. La caduta dell'Urss e la successiva vicenda di Mani pulite determinarono in molte persone, all'inizio degli anni 90, una singolare metamorfosi: esse passarono, senza soluzione di continuità, dagli ammiccamenti per la Rivoluzione (fra tutti gli eventi, il più «illegale» che si possa immaginare) alla apologia della «legalità». Da bravi neofiti costoro hanno trasformato lo «stato di diritto» in una specie di feticcio davanti a cui ci si dovrebbe solo inchinare acriticamente.
    Nessuno ha spiegato loro che lo stato di diritto è solo uno strumento, altamente imperfetto, che serve a regolare i rapporti entro la comunità democratica in condizioni di normalità. Uno strumento che fallisce quando scatta l'emergenza, quando qualcuno ti dichiara guerra. Sono questi neofiti che, se uno osa dire che dalla guerra, anche quella asimmetrica, non ci si può difendere con mezzi legali ordinari, gli spiegano subito con sussiego che se la democrazia non rispetta rigorosamente la «legalità» diventa come i terroristi la vogliono. Dimenticando che i principi vanno sempre adattati alle situazioni e che servono solo se si resta vivi.A differenza dei neofiti della legalità, i liberali di antica data hanno sempre saputo che lo stato di diritto deve convivere, se si vuole sopravvivere, con le esigenze della sicurezza nazionale. Il che significa che si deve accettare per forza un compromesso, riconoscere che, quando è in gioco la sopravvivenza della comunità (a cominciare dalla vita dei suoi membri), deve essere ammessa l'esistenza di una «zona grigia», a cavallo tra legalità e illegalità, dove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più gravi. I neofiti della legalità non lo capiranno mai ma questo compromesso è anche l'unica cosa che, in condizioni di emergenza, possa salvare lo stato di diritto e la stessa democrazia. Perché quando arrivano le bombe, quando le strade si tingono di sangue, o ci affida a quel tacito compromesso oppure si deve scontare l'inevitabile reazione che porterà, prima o poi, dritto filato verso soluzioni autoritarie. Le democrazie più salde e consolidate ne sono consapevoli e per questo difendono quel compromesso. Il rischio è che una malintesa, fondamentalista, visione della legalità ci porti ad abbassare drammaticamente le difese, per esempio a isolare i nostri addetti alla sicurezza dal resto dei servizi segreti occidentali, perdendo così l'input più prezioso nella guerra simmetrica contro il terrorismo: le informazioni.Una classe dirigente degna di questo nome non può fare finta di nulla. È assolutamente necessario, come dimostrano anche i contraccolpi dell'inchiesta giudiziaria sul sequestro di Abu Omar, che un confronto tra politica, operatori del diritto (magistrati, avvocati) e operatori della sicurezza abbia luogo. Per ricostituire quel compromesso tra stato di diritto e sicurezza nazionale che in Italia, proprio in uno dei momenti più cupi e pericolosi della storia recente dell'Occidente, è venuto meno. È un'esigenza vitale. Letteralmente."


    La lotta al "fascismo islamico" è un'esigenza assolutamente concreta che ci fa correre un mare di pericoli, di ogni genere, ma è un'esigenza imprescindibile per la sicurezza globale e la sopravvivenza stessa della nostra civiltà, anzi ....di ogni civiltà di questo pianeta.

    Saluti liberali

  4. #4
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    dal quotidiano IL RIFORMISTA del 15 agosto 2006...




    ]«Sì, l’Islam fondamentalista è soltanto totalitarismo»


    di Emanuele Ottolenghi



    Le reazioni al complotto terroristico in Inghilterra riflettono le due facce dell’eredità filosofica e intellettuale dell’Illuminismo: ottimismo nella natura umana, fede nella razionalità e nella scienza, convinzione che tutto ha una spiegazione e che ogni problema offre una soluzione. Ma anche il lato oscuro del Terrore francese, della tirannia delle idee sulla libertà degli uomini, dei regimi totalitari che si ispirarono parte della filosofia illuminista non meno delle liberal-democrazie. Certi, in Europa come negli Stati Uniti, hanno compreso che il terrorismo è uno strumento dell’Islam radicale, un’ideologia totalitaria assassina, che deve essere affrontata per quel che è, non per quel che vorremmo che fosse, in nome dei valori liberali su cui si reggono le nostre società. Certo, possiamo discutere, come faceva ieri Paolo Franchi, se si tratti di fascismo o altro. I paragoni storici sono sempre quelli che sono. Ma le categorie servono a capire un fenomeno, e quella del totalitarismo serve più di altre. L’Islam radicale usa brutali meccanismi di repressione, s’ispira a un passato mitico a cui vuol far ritorno, aspira a imporre un nuovo ordine e spazzare via un mondo corrotto, articola un’ideologia pervasiva di tutti gli aspetti della vita, impone un’ortodossia comportamentale attraverso uno stato-partito e i suoi meccanismi repressivi. A capo di questi movimenti c’è un leader carismatico; chi ne fa parte è votato a un culto della morte e della violenza. Ma non tutti quelli che dibattono la natura del fenomeno spaccano come noi il capello su quale termine di paragone sia più opportuno adottare. Altri cercano invece di sminuirne le caratteristiche per timore delle conseguenze di dir le cose come stanno, specialmente visto che l’Islam non è una remota realtà orientale, ma abita qui, nel cuore dell’Europa. Guardando i dettagli del complotto terroristico e dei suoi protagonisti - per lo più cittadini inglesi di classe media, due dei quali recentemente convertiti all’Islam - gli esperti stanno già sollevando un polverone nel tentativo di sviarci da simili conclusioni. Scrivendo sulla Stampa di venerdì, per esempio, Igor Man commentava il complotto terroristico dedicando due terzi del suo editoriale a Hezbollah, il Libano e la Palestina. La sua conclusione? Bisogna ritornare alla “testa dell’acqua” cioè alla «antica questione della Palestina».Timothy Garton Ash su Repubblica lamenta l’apparente fallimento del modello d’integrazione britannico. Ash non esclude che una delle ragioni della rabbia mussulmana in Inghilterra sia la politica estera britannica (cosa che per altro non ha nulla a che fare con l’integrazione), visto che i mussulmani francesi non fanno altrettanto. Ma come spiegare allora le periferie francesi date alle fiamme da mussulmani inferociti? Come spiegare gli slogan apparsi - tutti uguali - sui muri di 185 città francesi? La causa del terrorismo non è che l’Occidente sbaglia politica estera. La causa è una radicalizzazione della società islamica - in Medio Oriente e in Europa - e il rifiuto di molti mussulmani di abbracciare appieno i valori occidentali. Ma forse è meglio sostenere che il problema ha una soluzione, invece che riconoscere che la nostra fede nella razionalità dell’uomo non è sempre giustificata. E’ un’eredità dell’Illuminismo che ci impedisce di affrontare con chiarezza il fanatismo. Cerchiamo sempre una spiegazione più ragionevole:esiste una causa (le nostre politiche),esiste un effetto (la loro rabbia) che ha una conseguenza (il terrorismo),ed esiste una soluzione al problema (un cambiamento di direzione politica). Quest’impulso è in un certo senso comprensibile perché ci offre una diagnosi e una cura. Non ci lascia impotenti di fronte all’apparente follia di chi ci aggredisce. Ma questo ragionamento è anche fuorviante. Perché dovrebbe essere logico e persino comprensibile che la rabbia mussulmana nei confronti della politica estera occidentale produce il terrorismo? Che dire allora della rabbia brianzola per un fisco esoso o la rabbia calabrese per la malasanità? O la rabbia del sottoscritto per la linea editoriale di certe testate? Dovremmo allora perdonare o comprendere simili atti omicidi e stragisti perché spiegati con siffatte scuse? Dobbiamo prenderne in considerazione le rivendicazioni, abbassando le tasse in Brianza e costruendo trenta ospedali nel mezzogiorno? O facendo scrivere di calcio a Igor Man e di Medio Oriente solo a Fiamma Nirenstein? E se chiamassimo tutto questo col suo vero nome, cioè un ricatto? Perché insomma non dire invece che le differenze d’opinione sono solo legittime quando espresse con i mezzi pacifici ampiamente offerti dalle società aperte di cui facciam parte? Che nulla di quello che ci fa arrabbiare diventa prima o poi una scusa per ammazzar la gente? E che chi lo fa si merita la galera, non maggior attenzione alle sue rivendicazioni? L’argomento sulle “comprensibili” cause del terrorismo finisce con il difendere l’indifendibile oltre che ignorare i fatti. Il complotto sventato non era una risposta alla guerra tra Israele e Hezbollah in Libano,o alla riluttanza anglo-americana a intervenire per fermare il conflitto. L’inabilità occidentale di guardare il male dritto negli occhi, chiamarlo col suo vero nome e reagire alle sue provocazioni invece di cedere ai suoi ricatti è comprensibile. Ma ci lascia vulnerabili di fronte a quella tradizione dell’Illuminismo che elevò l’Idea di Libertà al di sopra della Vita di coloro ai quali avrebbe dovuto offrire la Felicità e in questo percorso fece morire milioni di persone per trionfare. E’ giusto includere l’Islam radicale nella categoria dei totalitarismi perché agisce come un’ideologica totalitaria, il cui scopo precipuo è di creare un nuovo ordine mondiale fondato su un’Idea,il trionfo della quale giustifica qualunque mezzo,compreso l’assassinio di chiunque sia d’ostacolo e di milioni di altri innocenti. Che differenza c’è, alla fine, tra chi avrebbe ucciso senza esitazione migliaia di persone in volo tra Londra e l’America in nome dell’Islam radicale,e,diciamo, lo storico Eric Hobsbawm, che in un’intervista proclamò che se il trionfo del comunismo fosse anche costato venti milioni di vite umane, sarebbe stato un prezzo che valeva la pena di pagare? La vita umana vale poco quando si insegue un’utopia, quale che essa sia. Ma a noi che la storia l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, nel ventesimo secolo, questa logica non sfugge. Fa parte della nostra eredità. Il Comunismo non è figlio dell’Oriente misterioso - ed è responsabile per la morte di decine di milioni di persone. Anche il Fascismo è figlio dell’Occidente, e anch’esso portò allo sterminio di decine di milioni di europei.L’occidente provò a “capire” e “soddisfare le rivendicazioni” di una Germania arrabbiata e umiliata negli anni Trenta. Perché dobbiamo pretendere allora che questa volta le cose andranno diversamente? Dovremmo anche ricordarci di quel che capita a chi,nelle nostre società,paga il costo della nostra decisione di “comprendere” le rivendicazioni dei terroristi.Quanti altri impareranno la lezione e abbandoneranno la democrazia, dato che spiegheranno l’incapacità della democrazia a resistere al male come il risultato del fallimento dei suoi fondamenti morali? Così come il fallimento dei governi liberali a gestire la minaccia del comunismo dopo la Grande Guerra finì col rafforzare il fascismo e il nazismo, il fallimento occidentale di vedere nell’Islam radicale un’ideologia totalitaria finirà col portare voti e influenza politica all’estrema destra europea. La strada si aprirà quindi a un processo di erosione di valori liberal-democratici perché prima o poi, il fallimento della politica di chi vuole risalire «alla fonte dell’acqua» finirà col creare le condizioni per una controtendenza. Quando l’anno scorso Londra fu colpita dagli attentati islamisti, parallelamente alla risposta pusillanime del governo britannico ci fu un aumento del 600 percento di attacchi a sfondo razzista contro mussulmani. I partiti razzisti in Europa hanno guadagnato molti più consensi negli ultimi cinque anni. Non è da escludere che gli avvenimenti di Londra rafforzino questa tendenza. Ignorare la natura della minaccia terroristica e pretendere che ci sia invece una soluzione rapida non farà altro che aumentare il costo della difesa della nostra libertà nel lungo periodo.
    "



    Shalom

  5. #5
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    Dal FOGLIO del 19 agosto 2006 un articolo di Carlo Panella che spiega le analogie tra fondamentalismo jihadista e nazismo:

    "
    ISLAMO_NAZISMO

    di Carlo Panella

    George W. Bush ha sbagliato nel definire “fascisti islamici” i terroristi e i fondamentalisti musulmani. A rigor di storia avrebbe dovuto infatti definirli “islamo-nazisti”, ma è un errore veniale. E’ indubbio che, non tra l’islam in genere, ma che tra l’islam fondamentalista nelle sue varie componenti (khomeinista, wahabita e palestinese) e il nazismo vi sono stati e vi sono molti punti di contatto sul terreno dell’ideologia; sovrapposizioni fondamentali che non permettono un’identificazione meccanica, ma che legittimano la similitudine, che peraltro spiega come la reazione di Israele oggi e nel recente passato sia stata “proporzionata” al pericolo incombente. Questa, come tutte le similitudini, soprattutto quando vengono usate in politica, non dev’essere intesa in modo meccanico e assoluto. Sono evidenti le diversità tra la vita in una società come quella iraniana di oggi e la vita a Berlino alla fine degli anni 30. Meno evidenti sono le differenze con la vita nella società governata dai Talebani e da Osama bin Laden in Afghanistan prima di Enduring Freedom, resa con straordinaria efficacia letteraria dall’ottimo romanzo “Il cacciatore di aquiloni”. Questo perché, l’islamo-nazismo contemporaneo è caratterizzato da una flessibilità e da una modernità che ne fanno un sistema di riferimento duttile, non ingessato da schemi rigidi, capace non solo di basarsi sul consenso di massa, ma anche di recepire le tensioni sociali di società moderne, di assorbirle, di sterilizzarle, di governarle, come ben dimostra la successione tra la fase realpolitiker di Rafsanjani seguita da quella riformista di Khatami e infine da quella post-nazista di Ahmadinejad. Sul piano generale, delle dottrine politiche, i due sistemi ideologici sono accomunati innanzitutto da una visione similare dello stato etico, il cui fine è forgiare, indirizzare e guidare l’affermazione di un “uomo nuovo”, di un progetto di società e di umanità finalizzato. La Legge islamica fondamentalista, la norma, la sharia non sono dunque finalizzate a regolare i rapporti tra cittadini e tra questi e lo stato, ma tendono a sviluppare un progetto finalistico e salvifico, da imporre armi alla mano a tutta l’umanità, che cambi il senso della storia. Vi è qui, una differenza fondamentale, che però non cambia il segno di un percorso parallelo e che semmai aggrava ancora di più la presa del fondamentalismo islamista. Là dove infatti il nazismo e il fascismo svilupparono una concezione laica dello stato e della sua religione ed etica, l’islamismo fondamentalista e terrorista a cui si rifanno tra gli altri gli Hezbollah rappresenta l’unica ideologia rivoluzionaria con ampio seguito di massa nata nell’alveo di una religione storica. Solo Gilles Kepel, che da anni incredibilmente predice il fallimento già maturato del jihadismo per motivi che solo lui conosce, può definirlo “dalle poche centinaia di aderenti”. Nella realtà, la connotazione religiosa del totalitarismo islamico, la sua filiazione da una delle “Religioni del Libro”, il riferimento a una liturgia e a una Tradizione più che millenarie sono la base delle incredibili simpatia ed empatia che esso riscuote in tutto il mondo musulmano, ben al di là dell’avversione comune allo stato degli ebrei. Il “sistema di valori” dell’islamismo fondamentalista, inoltre, presenta un’altra differenza – ma non di essenza, di forza – rispetto al nazifascismo: non si è imposto grazie all’azione violenta di settori marginali della società, come fecero il nazismo e il fascismo (che seppero costruire consenso alla propria dittatura solo dopo la presa del potere), ma ha saputo imporsi con una rivoluzione popolare, la più popolare tra le rivoluzioni del XX secolo che trionfò in Iran nel 1979. Questa essenza rivoluzionaria, di massa, del fondamentalismo contraddistingue anche i suoi dirigenti, che alla testa di enormi mobilitazioni di popolo hanno saputo conquistare e poi difendere il potere. Ma questa dinamica rivoluzionaria e non di regime, non giacobina, è tanto potente quanto ignorata da un occidente che ha perso le sue ideologie e che non sa neanche più riconoscere e allarmarsi per le ideologie degli altri, anche quelle che lo minacciano di morte. I velleitarismi delle cancellerie europee e le fumisterie della sinistra planetaria – in primis quella italiana – a fronte dell’Iran, come di Hezbollah e di Hamas, nascono proprio da questa incapacità di “leggere” un movimento rivoluzionario in movimento che viene esorcizzato sino a pensare che possa essere imbrigliato in normali accordi politici”, come si trattasse di imbrigliare movimenti nazionalisti come tanti altri. Timothy Garton Ash, proprio sulla base di questo errore, arriva oggi a paragonare Hezbollah all’Ira irlandese e a ipotizzare quindi una sua evoluzione positiva grazie a un graduale patteggiamento sulle sue istanze nazionaliste. Ma Hezbollah, come Hamas, come Ahmadinejad e Khamenei, non ha nessun problema nazionale, ma subordina gli stessi interessi delle nazioni in cui vive, semplicemente, al Giudizio universale. Quando i Soloni politicamente corretti – tutti antiamericani quanto antisraeliani – saranno in grado di spiegare come si possa patteggiare e trattare su diverse concezioni del Giudizio universale, il problema sarà risolto. Ma, a oggi, l’impresa pare difficilina. Sia Ahmadinejad sia Hezbollah sia Hamas (e peraltro anche Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri), con straordinaria chiarezza – inascoltati –, ci dicono da un trentennio che il punto focale che li porta “a combattere l’occidente e i cristiani e i crociati e i falsi musulmani” è il Giudizio universale. Khomeini lo spiegò già con estrema chiarezza nelle prime righe della sua Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran, documento fondamentale per tracciare le infinite similitudini (e le poche differenze) tra nazismo e fondamentalismo islamico (inutilmente avversato dagli ayatollah moderati, spazzati via dall’Imam): “La Repubblica islamica è un sistema che si basa sulla fede in: 1 – Un Dio Unico (La Ilaha Ilallah), nella sua sovranità esclusiva, nei suoi comandamenti e nella necessità di sottomettersi al suo ordine. 2 – La Rivelazione Divina e il suo ruolo fondamentale nella formazione delle leggi. 3 – Il Giorno del Giudizio Finale e nel suo ruolo costruttivo nell’evoluzione perfettibile degli uomini verso Dio. 4 – La Giustizia di Dio nella Creazione e nei comandamenti. 5 – L’imamato, la sua direzione permanente e il suo ruolo fondamentale nello sviluppo continuo della Rivoluzione islamica. 6 – La dignità e il valore supremo dell’uomo e della sua libertà, così come della sua responsabilità verso Dio.” Il combinato disposto della sovranità esclusiva di Allah e dell’Imamato del suo esercizio vicario a opera di un Giureconsulto segna un’affinità straordinaria, dal punto di vista concettuale, con l’elemento cardine del nazismo: il Fürherprinzip. Il potere, tutto il potere, in Iran è concentrato nelle mani del Rahbar, della guida della Rivoluzione, vicario di Dio, incarnazione dello stato etico, che dispone di tutto il potere monocratico nella politica estera, nella politica giudiziaria, nella politica militare, e che ha pieni e totali poteri sovraordinati a un esecutivo apparentemente elettivo, in realtà espressione solo dell’umma musulmana. Hezbollah libanese è ugualmente e volontariamente sottoposto a questo Fürherprinzip e si propone come proiezione internazionale della rivoluzione islamica iraniana, agli ordini dell’ayatollah Khamenei, di cui Sayyed Nasrallah è soltanto il “rappresentante in Libano”. Umberto Eco ci aiuta poi a focalizzare un altro fondamentale punto di contatto tra islamismo fondamentalista e nazismo: “C’è una componente dalla quale è possibile riconoscere il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, sapendo con assoluta certezza che da quelle premesse non potrà venire che ‘il fascismo’, ed è il culto della morte”. Questo culto naturalmente si presentava in forma laico-nichilista nel nazifascismo, mentre vive come riproposizione gnostica nello scisma martirologio khomeinista. L’ideologia dello shahid esalta infatti la “bella morte”, non come delirio di onnipotenza dell’individuo superiore e quindi eroico, ma all’interno di un perfetto schema neoplatonico: uccidendo e negando la propria materia umana con la dinamite, il martire compie un completo percorso di conoscenza del divino e diventa pura luce, proprio perché distrugge la polarità diabolica della materia di se stesso e contemporaneamente delle sue vittime infedeli, siano essi cattivi musulmani, cristiani e – soprattutto – ebrei. Questa “religione della morte” è, nel nazismo come nel fondamentalismo, intrecciata con la “religione della guerra”, la considerazione ideologica del conflitto armato come bene in sé, la scelta di purificare la società e l’individuo non nella vita civile, ma impegnandolo, con tutta la società, in una guerra permanente con gli “infedeli”, in una dimensione che il nazismo esaltava col “ruolo salvifico della guerra” e che il fondamentalismo esalta col suo crescente jihadismo. Nell’uno e nell’altro caso si ha la fine della politica – sia sul piano interno sia su quello estero – e il predominio dei rapporti di forza violenti e di deflagrazioni belliche devastanti, intervallate mai dalla pace, ma solo da tregue. Una mistica della guerra come “bene supremo” che enfatizza – altro punto in comune tra le due ideologie – il miraggio dell’“arma finale”. Il senso della politica atomica iraniana, ben più e ben prima del possesso effettivo della bomba A, è tutto nell’“effetto annuncio” dell’arma finale. E’ l’anticipazione dello strumento per scatenare il Giudizio universale, la molla che fa scattare un jihad che – come si è visto in Libano – non è tanto ingenuo da puntare le sue carte su una banale deterrenza o su un impiego effettivo della bomba. L’effetto annuncio serve a motivare lo scatenamento di una serie di azioni militari del tutto tradizionali (esattamente come fece l’Urss negli anni settanta e ottanta in Africa e Asia, sotto copertura atomica), in una logica non più di guerra tradizionale nasseriana ma di guerriglia da bunker e di attentati, magistralmente messa in atto dagli iraniani nel Libano del sud, con lo scopo non di ottenere lo stato dei palestinesi (che i fondamentalisti dall’epoca del Gran Muftì rifiutano) ma di distruggere lo stato degli ebrei. L’antisemitismo nel fondamentalismo islamico è infatti strutturale, portante, esattamente come lo era nel nazismo. Identica è la concezione dell’ebreo nelle due ideologie, perché il giudeo è nemico della umma come della Deutsche Gemeinschaft in quanto portatore di complotto, secondo un’interpretazione dell’archetipo politico maomettano che ha le sue radici nei presupposti complotti ebraici che il Profeta combatté alla Medina e che lo spinsero a ordinare la strage degli ebrei Banu Quraizah, sgozzati in 650 nel 627 d. C. con una liturgia che i terroristi iracheni ci hanno riproposto via al Jazeera, tagliando la gola al giovane ebreo americano Daniel Pearl. Vi sono mille e mille prove storiche della radicalità di un profondo antisemitismo musulmano, ma tra queste la più importante – però la più trascurata da quanti si aspettano un’evoluzione positiva di Hamas – è il definitivo legame tra Giudizio universale e sterminio di tutti gli ebrei. Pure, questo rapporto salvifico tra l’Avvento del Regno di Allah, vittoria universale dell’Islam e sterminio hitleriano di tutti gli ebrei, questa invocazione di una nuova shoah apocalittica è riportato con chiarezza e con enfasi nello statuto di Hamas, a dimostrazione di come il problema sia ben più radicale che non il mancato riconoscimento dello stato di Israele: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo’, ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei (Hadith riferito da al- Bukhari e da Muslim)”. Là dove l’indiscutibile antisemitismo storico cristiano è sempre stato vincolato a San Paolo e Sant’Agostino, che legavano l’Ultimo Giorno alla conversione dell’ultimo ebreo, Hamas e i Fratelli musulmani disegnano invece un finalismo, un senso teologico della storia che ha nell’uccisione dell’ultimo ebreo il suo estremo sigillo. Che ci si spieghi come sia possibile una trattativa politica con chi ha questa visione del mondo e dell’umanità e ci accoderemo alle critiche al governo di Gerusalemme per la “sproporzione” delle sue risposte. Di nuovo, nozze piene tra nazismo e fondamentalismo – ma qui anche col cosiddetto “Islam moderato” – quanto a diritti delle donne. Solo i “dialogatori cattolici postconciliari” sono riusciti a non accorgersene, ma in tutto l’Islam contemporaneo, salvo fazioni minoritarie, la donna gode di pieni diritti solo quanto ad anima. Per il resto, quanto al suo corpo, nella pòlis, quale cittadina, essa è sottoposta a un dimidiamento dei diritti che è insanabile, perché discende da un principio indiscutibile: l’autorità tutoria dell’uomo. Concetto così sviluppato dal fondamentalista italiano Hamza Piccardo nel suo commento al Corano a cura dell’Ucoii (130 mila copie vendute): “Oltre alla complementarietà tra uomo e donna, c’è un problema di guida, nella famiglia e nella società, che non significa predominio, oppressione o disconoscimento della prevalenza femminile in una quantità di settori e circostanze. Allah affida questo ruolo dirigente al maschio. E’ un compito gravoso e difficile, di cui l’uomo farebbe volentieri a meno e di cui è tenuto a rispondere davanti ad Allah”. E’ qui, in questo “ruolo dirigente del maschio”, il nodo teologico-giuridico da cui discende tutta la legislazione repressiva nei confronti della donna. Sempre Hamza Piccardo, che ha fama, immeritata, di essere un “moderato”, dà prova del paradosso del suo riformismo fondamentalista là dove indica che la donna non è solo esposta al ripudio dell’uomo, ma che, in fondo, anche essa può scegliere il divorzio. Naturalmente, però, a differenza dell’uomo, essa deve “pagare” questa sua scelta, essendo una mezza cittadina, “offrendo una compensazione economica”. Poligamia, divieto di nozze con ebrei o cristiani, valore dimezzato delle testimonianze in tribunale, necessità del permesso del tutore maschio per le nozze, quote ereditarie dimidiate rispetto ai coeredi, e la stessa imposizione del velo derivano da questa “autorità tutoria” dell’uomo (la femmina deve coprire le sue zone erogene perché, a differenza del maschio, non è capace di gestirne l’impatto sociale). Infine, ma non per ultimo, l’ossessione dell’apostasia costituisce un ulteriore legame tra il “progetto di stato” islamico e quello nazista. In quasi tutto l’islam contemporaneo, infatti, il divieto di proselitismo da parte dei cristiani consegue alla proibizione assoluta per il musulmano di abbandonare la umma. Un divieto che deriva dall’inscindibile unità tra patto sociale e patto con Allah: il cittadino che abbandona la fede viola per ciò stesso il patto di cittadinanza della pòlis e quindi va punito. Divergono solo le pene per questo reato che ovviamente nega qualsiasi liceità della pratica del libero pensiero: in Iran, Pakistan, Yemen, Sudan e negli Stati islamici della Nigeria la pena è la morte, nella “laica” Algeria una legge del 2006 punisce con due anni di carcere e 10 mila euro di multa ogni atto di proselitismo, altrove le pene variano (l’Ucoii italiana, al riguardo, pare essere moderata, anche se permane il divieto di pratica del libero pensiero). E’ questa, dunque, la riproposizione di uno stato governato da una Santa Inquisizione, in cui il tradimento dell’ideologia del regime equivale al tradimento della patria, con conseguente punizione del reo. E’ la riproposizione di uno stato concentrazionario. Tanto basta, più che a dare ragione a George W. Bush, a definire una “chiave interpretativa” del fenomeno fondamentalista e terrorista islamico che spiega come le strade della politica, della trattativa, del compromesso non riescano mai a imporsi nei conflitti tra islam e occidente e illustra anche le ragioni per cui – come urlò Jibril Rajoub a Yasser Arafat nel 2003 – quello palestinese è assolutamente l’unico movimento di liberazione nazionale del ’900 che non sia riuscito a conseguire il suo obbiettivo
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    dal quotidiano LIBERO di oggi......

    "«Basta antisemitismo Via i leader dell'Ucoii»

    di CATERINA MANIACI

    Omar Camiletti, consigliere della Lega Musulmana, accusa: «La nostra comunità danneggiata dal manifesto contro Israele»

    ROMA Il manifesto antisraeliano - per non dire antisemita - fatto pubblicare dall'Ucoii su diversi giornali italiani «ha avuto un contraccolpo così negativo per l'Islam in Italia che sarebbe bene non perdere l'occasione di fare un passo indietro, secondo un'etica della responsabilità che non è estranea all'Islam». Lo spiega Omar Camiletti, esponente dell'Islam moderato, consigliere della Lega Musulmana Mondiale, che lavora nella Grande Moschea di Roma. Camiletti pensa appunto che l'Ucoii debba fare «un passo indietro». Magari attraverso le dimissioni dei vertici? «Sì, penso che questo faciliterebbe anche il lavoro del ministro Amato e della stessa Consulta sull'Islam. Per la loro credibilità». Contraccolpi negativi per l'immagine dell'Islam. Dopo gli omicidi della ragazza pachistana Hina e quello della ragazza bresciana, Elena, dietro i quali emerge il fantasma di un Islam fondamentalista, capace di ispirare gesti tanto brutali. «Il delitto di Hina si pone fuori della cultura islamica, fuori dalle tradizioni e della cultura pakistana. Ma questi episodi mettono in evidenza un rischio: quello di circoscrivere tutta la vita degli immigrati alle moschee, che dettano le regole della vita di tutti, le estremizzano». Il delitto, dunque non ne è conseguenza diretta, ma in qualche modo influenzata. Solo che «la vita dei musulmani italiani non è solo lavoro e moschea. C'è voglia di socializzare, di stare insieme, di cultura. Invece si assiste alla preminenza della vita religiosa a discapito di quella culturale e sociale. Questo fa sì che poi tutto l'Islam venga visto come qualcosa di oppressivo, che venga identificato con atteggiamenti che invece ne sono una forma di degenerazione». Sembra che quello sia il solo modo di essere musulmani. Invece, spiega Camiletti, «non lo è secondo i testi sacri, non lo è per l'autorità religiosa, e neppure nella realtà quotidiana». Contro le donne «il maschilismo, i padri-padroni, usano quelle che sono solo interpretazioni del Corano per tenerle soggiogate». Il fatto è che non riesce ad emergere il volto di un vero Islam moderato, non emergono «leader in grado di proclamare apertamente che gli orrori perpetrati nel nome dell'Islam in realtà gli sono del tutto estranei. Sono comunque pochi, ma le istituzioni e i mass media in Italia non fanno molto per valorizzarli». Gli Hezbollah in Libano, spiega Camiletti, sono l'esempio di quel che accade «quando l'Islam diventa ideologia e ambisce ad essere Stato. Diventa come un qualunque totalitarismo. Secondo me l'Islam, nel suo significato autentico, non vuole diventare Stato». Anche se gli Hezbollah godono di un forte appoggio popolare, per il consigliere della Lega musulmana mondiale si tratta di «una circostanza dovuta a questa partecipare fase storica e contingente. E la strategia della leadership israeliana non è certo stata positiva. Oggi bisogna capire che con la guerra non si vince. Serve avviare un serio negoziato di pace, calmare gli odii, salvaguardare il diritto all'esistenza di Israele e avviare un processo di creazione dello Stato palestinese». Per tornare all'Italia, la Consulta, che il ministro Amato ha valorizzato convocandola subito dopo lo scoppio del "caso Ucoii", sottolinea lo studioso, dovrebbe «consentire l'ingresso ad esponenti che rappresentano un Islam liberale e lavorano per una reale integrazione dell'Islam e dei musulmani nella società italiana». Insomma, quello che dovrebbe imporsi in Italia - e non solo - è un Islam moderato, senza tentare di diventare Stato. E senza stringere legami "pericolosi" con la sinistra più radicale: «Faccio fatica a pensare», conclude Camiletti, «che l'Islam possa coniugarsi con un'ideologia statalista, sostanzialmente ateistica, trascurando i fondamentali valori della famiglia».
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    dal quotidiano IL FOGLIO di oggi, giorno di Santa Lucia

    Un colloquio con Leon De Winter

    di Giulio Meotti:

    La mia è una delle tante storie ebraiche di scomparsa, distruzione e sofferenza”. La famiglia dello scrittore Leon De Winter era destinata, come altri 140 mila ebrei olandesi, a diventare “luftmenschen”, creature dell’aria da passare per il camino. “Le famiglie di mio padre e mia madre sono state incenerite nelle camere a gas – racconta al Foglio De Winter – Sono stati bruciati tutti nel campo di sterminio di Sobibor, nessuno si è salvato. I miei genitori ne sono usciti per miracolo, protetti da un gruppo della Resistenza e da alcune suore e preti. I miei nonni, zii, cugini e cugine furono gassati o fucilati nelle città polacche”. E’ da questa ferita sempre aperta che De Winter si affaccia sul baratro del negazionismo iraniano, la conferenza di Teheran sul “mito dell’Olocausto” e la compiacenza degli “utili idioti” che, come negli anni Quaranta, secondo De Winter restano alla finestra, mentre per strada sfilano i carri bestiame. “L’origine dell’Olocausto viene fatta risalire alla Prima guerra mondiale e alla crisi economica tedesca. Ma c’è sempre qualcos’altro che sfugge agli storici: la gioia di odiare l’ebreo, la soddisfazione per la capacità di ucciderlo. Gli ebrei sanno che lo sterminio di massa è sempre possibile, il concetto di nemico è parte della loro storia, memoria collettiva, identità. Io sono cresciuto con la paura del nemico”. Lo schianto dell’11 settembre lo ha portato a rivivere il fremito che dovettero sopportare i suoi nonni, prima di diventare cenere nella cloaca del lager: “Vivere con la consapevolezza di essere odiati da uomini che li consideravano nemici. Per l’islamista la nostra sola esistenza è fonte di odio. Per gli ebrei la guerra fu una inquantificabile distruzione di vita umana e di talenti. Ma se c’è una lezione che possiamo trarre da Sobibor è che non abbiamo scelta: dobbiamo batterci contro il male, come fece Winston Churchill. Se vedi qualcosa che cammina come un cane e abbaia come un cane, concludi che si tratta di un cane. Oggi osserviamo fascisti islamici che parlano da fascisti islamici e si comportano come tali: con il male non scendi mai a compromessi”. Secondo Emil Fackenheim, Auschwitz ha aggiunto l’undicesimo comandamento: sopravvivere. I pasdaran iraniani stanno usando l’Olocausto a più livelli. “Ahmadinejad spera di compattare sunniti e sciiti nell’odio verso gli ebrei: odiamo loro più di quanto odiamo noi stessi. La nuova leadership del mondo islamico ha bisogno di un nemico comune, che dall’inizio della storia dell’islam è stato individuato negli ebrei. Il giudaismo, non la cristianità, è considerata una congiura: gli ebrei avrebbero manipolato il messaggio originale dei profeti islamici, come Abramo e Mosè”. Per De Winter l’antisemitismo è la più antica tradizione del complotto, “una cospirazione”. “Gli ebrei sarebbero in grado di manipolare il mondo, gli ebrei superiori, gli ebrei dietro l’11 settembre. Se l’islam è la religione perfetta e superiore, perché noi musulmani non siamo intelligenti, ricchi e affascinanti come gli ebrei? Perché gli ebrei sono in grado di manipolare il mondo! E’ propaganda geniale: non parliamo di soppressione femminile, libertà di parola, arretratezza economica e scientifica, è colpa degli ebrei. Ahmadinejad è un moderno predatore persiano con una missione. L’islamismo è guidato dal fuoco religioso di una visione in cui tutto il globo terrestre dovrà passare sotto lo stendardo della legge islamica. E sta guadagnando terreno: Sudan, Somalia e Gaza”. Come Israele ha sperimentato in Libano, la superiorità militare non è garanzia di successo. “E’ l’ideologia e la teologia islamista che deve essere affrontata, le idee dell’inevitabile vittoria ed egemonia dell’islam. Il nazismo era guidato da una gioia di massacrare e arrecare dolore agli ebrei, come oggi fa l’islamismo. Mi chiedo se i musulmani moderati siano in grado di fermarlo. Ma nutro poche speranze”. La vittimologia del colonialismo rinsalda l’alleanza fra sinistra neomarxista e islamismo. “Israele è visto come l’ultimo degli stati americani. A Teheran partecipano anche ebrei, le stesse dodici famiglie di rabbini che odiano Israele, ma anche uno studioso come Norman Finkelstein, uomo intelligente ma disturbato. Noi non uccidiamo i nostri ebrei pazzi. Li prendiamo per i fondelli, Finkelstein è come l’ebreo di Joseph Goebbels. Ma sono adorati dalla sinistra antisionista”. Lo storico Walter Laqueur fa notare che Hitler ha dato una pessima reputazione all’antisemitismo. “Non si può essere antisemiti dopo il 1945 – spiega De Winter – Si fanno chiamare antisionisti. Ma parliamo della stessa cosa. Così come l’antiamericanismo è una forma di antisemitismo. C’è qualcosa di sconfortante nel mettere in prigione David Irving senza condannare il negazionismo iraniano”. Durante la guerra intere comunità di ebrei dell’Est non sentirono spirare il vento della morte. “Non hanno saputo concepire l’inconcepibile, riconoscere il male. Sono finiti sui treni della morte. Gli ebrei oggi si sentono esposti e insicuri, attaccati dai media e dalle élite. Nel contempo non vogliono vedere il pericolo islamista. E poi c’è qualcosa di noioso nel parlare di antisemitismo, troppi libri, troppi film, troppe conferenze”. Quando il musicista Mikis Theodorakis definisce il popolo ebraico “la radice del male”, non lo fa per ignoranza dell’Olocausto. Così come le immagini di cataste umane ad Auschwitz non hanno impedito a Josè Saramago di paragonarlo a Ramallah. Dalla piccola città di Bloemendaal, De Winter lancia uno sguardo al magico deserto del Negev. “Se gli ebrei non si fossero difesi nel 1948 sarebbero stati massacrati come era successo agli ebrei europei pochi anni prima. Un pugno di ebrei – persone che secondo l’interpretazione musulmana hanno rifiutato il messaggio di Maometto – è riuscito nel 1948 a tener testa agli eserciti di un numero consistente di paesi arabi. Gli effetti dello choc causato dall’infamante sconfitta inflitta dagli ebrei si fanno tutt’ora sentire. I ‘martiri’ islamici non combattono per Jenin e Gerico, ma per Giaffa e Gerusalemme. Israele è la soluzione ebraica, gli ebrei di tutto il mondo possono trovarvi rifugio. E’ la ragion d’essere del sionismo. Sento intimamente la possibilità di emigrare, ho bisogno di sapere che da qualche parte c’è un posto chiamato Israele. Poi mi chiedo anche cosa sarebbe la vita ebraica oggi se non esistessero gli Stati Uniti”.

    Shalom

 

 

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