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  1. #1
    Veritas liberabit vos
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    Via Crucis dei cattolici adulti

    I tormenti
    dei cattolici adulti



    di Eugenia Roccella


    da Ideazione di luglio-agosto 2006



    Con l’articolo del 18 giugno sul Corriere della Sera, “Il dialogo finito con i cattolici”, Ernesto Galli della Loggia ha dichiarato morto il cattocomunismo. È un’analisi che condividiamo pienamente. Il terreno delle tematiche sociali, su cui sarebbe dovuto avvenire l’incontro storico tra le due grandi culture popolari, la comunista e la cattolica, si è progressivamente inaridito, riducendosi a una steppa disabitata in cui vagano gruppi di superstiti confusi. Con la stessa spaventosa velocità con cui nel dopoguerra è scomparsa la civiltà contadina, portandosi via in un colpo la secolare questione della terra e della “roba”, a partire dagli anni Ottanta si è andata liquefacendo la classe operaia, e soprattutto si è conclusa l’epoca della sua centralità politica. Il dibattito sulle possibili soluzioni per colmare le diseguaglianze, sulla solidarietà e la concertazione, persino sulla sopravvivenza dello Stato sociale, non impegna più gli intellettuali e non scalda più il cuore del popolo di sinistra.
    Sul numero di gennaio 2006 di Ideazione (“Radicali a sinistra e l’Unione zapateriana”), avevamo analizzato il passaggio a sinistra del Partito Radicale come una scelta obbligata, non più classificabile come una delle tante fluttuazioni tra l’anima liberista (orientata a destra) e quella libertaria (orientata a sinistra) dei pannelliani. L’ipotesi che l’opzione prodiana fosse per loro ormai inevitabile, era collegata proprio alla prevalenza nel dibattito politico dei temi etici, e al destino di progressiva irrilevanza identitaria a cui sono consegnati quelli economici e sociali. Non certo perché l’economia solleciti minore attenzione da parte dell’elettorato, ma perché non è più possibile avere, nei confronti delle scelte di politica economica, approcci radicalmente diversi, che rimandino a posizioni immediatamente riconoscibili. Nella notte della globalizzazione tutti i ministri del Tesoro tendono ad essere grigi, e le decisioni si inseriscono in un ordine che non è più quello nazionale, ma quello europeo, stabilito e negoziato a Bruxelles.

    Capita anche che le differenze tra i due schieramenti siano il contrario di quelle che ci si aspetterebbe (come nel caso delle norme sul precariato: la legge Biagi è più garantista nei confronti dei lavoratori di quella varata dal centrosinistra). A conferma di quanto i tentativi di trovare riconoscibilità nella politica economica siano vani basterebbe ricordare il clamoroso fallimento di un obiettivo qualificante come le 35 ore in Francia, così come il sollievo dimostrato dalla gran parte della sinistra in occasione del fallimento del referendum sull’articolo 18 promosso da Rifondazione. Persino l’antica e solida vocazione statalista del centrosinistra fatica a trovare sbocchi ideologici coerenti, elaborazioni nuove che convincano l’opinione pubblica, e rischia – si è visto con chiarezza durante la campagna elettorale – di far identificare l’Ulivo semplicemente come il partito delle tasse.

    È difficile per tutti, ma in particolare per la sinistra, trovare in un progetto economico e sociale una identità robusta, proprio perché è lì che la vecchia identità comunista è finita in pezzi, è lì che si possono contemplare le rovine ideologiche e i fallimenti storici. Con la sostituzione della sua base elettorale e sociale, la sinistra ha sostituito anche i suoi temi forti, assumendo con rapidità sorprendente quelli tipici dei radicali. Diritti individuali sempre più ingombranti ed estensivi, e totale via libera all’odiato “edonismo reaganiano” (non c’è nessuno esperto di buoni vini, buona cucina, buona qualità della vita, come gli ex sessantottini), alla cultura della “libera scelta”, alla distruzione della tradizione, alla manipolazione integrale del corpo e della nascita.

    Come collocare i cattolici all’interno di questo quadro? Molti insistono, per radicata abitudine, a considerare la sinistra il proprio luogo naturale, ma la vita per loro diventerà sempre più scomoda, come si può intuire già dagli imbarazzati silenzi del cattolico adulto Romano Prodi. D’altra parte è solo sui temi eticamente sensibili che si può tenere unita l’eterogenea compagine della maggioranza, perché in questo campo la sinistra estrema può essere accontentata senza danno per i complicati equilibri tra poteri forti e governo. Ci sarà dunque un interminabile balletto di dubbi e discussioni, annunci e controannunci, avanzate e ritirate, su pacs, coppie di fatto, legge 40, eugenetica, eutanasia, in cui verrà dato grande risalto pubblico alla presenza e ai tormenti dei cattolici dell’Unione. Intanto, però, saranno rosicchiati gli spazi reali di mediazione, finché la semplice linea difensiva apparirà un compromesso accettabile, come è già accaduto per il colpo di mano di Mussi in Europa. Le obiezioni di Binetti o Bobba non si sono tradotte in iniziativa politica, e non hanno mai costituito il minimo rischio per la maggioranza. Se non c’è rischio, perché ascoltare quelle obiezioni? E perché la scelta del ministro della Ricerca non è stata interpretata come una grave minaccia all’unità della maggioranza e alla stabilità del governo (e quindi annullata), mentre l’opposizione dei cattolici viene caricata di responsabilità? Il primo atto di questo governo, una vendetta contro il voto referendario sulla procreazione assistita, ha ben chiarito i limiti del compito che si vorrebbe affidare ai cattolici: un ruolo del tutto inessenziale e decorativo, utile solo per esibire un dibattito che non c’è.

    Nell’articolo che abbiamo citato, Galli della Loggia conclude che quella cattolica sui temi etici è «una battaglia disperata, ma nobile e importante come sono spesso le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l’inevitabile conformismo, delle maggioranze». Su questo punto non siamo d’accordo: la resistenza sui temi etici non è né disperata, né inesorabilmente minoritaria. L’irruzione della biopolitica nella quotidianità, la pressione disgregativa a cui viene sottoposta la famiglia, i dilemmi sulla vita e la morte posti dalla tecnoscienza, hanno creato una inedita e vincente alleanza tra laici e cattolici, che in Italia ha dato origine all’astensione di massa sul referendum del giugno 2005. L’ intransigente difesa della vita umana è stata a lungo un tratto distintivo dei cattolici, quasi un’esclusiva, e negli anni Settanta sembrava una posizione indifendibile, una cittadella assediata dalla rivoluzione antropologica postmoderna, destinata prima o poi a cadere. Invece, l’area di consenso intorno al nucleo duro della tutela della vita e della sua dignità si è allargata, superando anche la divisione tra laici e cattolici, e non solo in Italia. In tutto il mondo ormai nascono strane alleanze tra soggetti che hanno radici culturali e ideologiche assai distanti (ambientalisti, cyberfemministe, movimenti no-global), che trovano nella fermezza delle posizioni cattoliche un punto di riferimento. Da noi, il referendum sulla procreazione assistita ha creato uno schieramento trasversale che ha portato a casa una vittoria di proporzioni schiaccianti e inaspettate; ma inaspettato è stato anche il voto europeo sui limiti etici alla ricerca sugli embrioni. Lo scarto tra maggioranza e minoranza, infatti, è stato minimo, e tutti i gruppi parlamentari sono usciti dal voto lacerati. Sul piano internazionale cresce la consapevolezza sull’impatto disgregativo che alcuni “diritti” potrebbero avere sulla comunità, e cresce il rifiuto etico nei confronti di pratiche manipolative che sfociano nella selezione genetica e nell’indifferenza per la vita umana.

    In questo nuovo panorama fitto di segnali in controtendenza, l’Italia ha un’importanza centrale. Quella che è stata definita l’anomalia italiana, diventa l’occasione per esercitare un ruolo di avanguardia e di traino nei confronti della crescente ostilità all’ondata relativista che rischia di sommergerci. Chi sembra non accorgersi della nuova situazione è una parte del clero cattolico, tenacemente legato a vecchi moduli interpretativi. Nell’intervista rilasciata dal cardinale Martini al chirurgo e deputato ds Ignazio Marino sull’Espresso, per esempio, si legge in filigrana l’idea di una Chiesa sempre in ritardo e in affanno rispetto al progresso e alla scienza, una Chiesa a cui si chiede con impazienza uno sforzo di aggiornamento e di apertura. C’è dietro l’idea dello “scisma sommerso”, di una drammatica divaricazione tra i comportamenti concreti dei fedeli e gli imperativi morali troppo rigidi difesi dalle gerarchie ecclesiastiche. E c’è l’idea di una storia che cammina verso una direzione di miglioramento, e di un radioso futuro a cui l’evoluzione scientifica dà un contributo essenziale. Il cardinale fornisce risposte prudenti, ma postula come terreno di incontro possibile l’esistenza di una “zona grigia”, in cui le certezze etiche si appannano, e i principi non negoziabili di Ratzinger sfumano in una cauta negoziabilità. È questo il salvagente inadeguato a cui si attaccano i cattolici di sinistra, accettando, consapevolmente o meno, una posizione di subalternità culturale.
    La irrinunciabilità di quei principi, l’esistenza di limiti certi e invalicabili sono, invece, la vera forza del mondo cattolico, e il motivo della sua rinnovata capacità di attrazione e di leadership. I cattolici che vogliono stare a sinistra, devono verificare i margini di compatibilità con la politica dell’Unione sui temi etici, e farlo subito, prima di scoprire che si trovano più vicini a Fabio Mussi che al Papa.

  2. #2
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    LA CHIESA


    Il metodo del gentil simbolismo è veramente splendido.
    La società di Gesù si sente evidentemente rinascere ancora di fronte a quella foresta di aggrovigliati e politici simboli e miti fascisti. E riprende quel metodo e quel cammino che usò secoli or sono con i bramani o i confuciani per convertirli al cattolicesimo. Dal fatto, al simbolo; dal simbolismo al gesuitismo: la strada è larga e ben segnata, e la società di Gesù vi si precipita.(...)

    Ecco il benestare dei Gesuiti al fascismo, visto dall’alto di una lunga e annosa esperienza come un giovane pargolo che malgrado qualche scappatella, malgrado qualche esagerazione, è veramente un buon ragazzo e pieno di riverenza e di rispetto per chi la sa più lunga ed ha maggiore autorità.(...)

    Il che è un modo, seppur gentilmente simbolico, di dire al fascismo che non ha assolutamente nessuna originalità di pensiero, che quel poco di cui si era ammantato gli veniva da fonti estranee e che ora, riconosciuta la sua sterilità fondamentale farebbe bene a decidersi ad entrare una volta per tutte nelle braccia della chiesa che, come è noto, non ha altra fame che di delusi, di scettici e di increduli purché ben decisi a rassegnare nelle mani di lei la soluzione dei loro dubbi.. (...)
    Insomma non dovrebbe più essere permesso oggi ancora pensare differentemente dalla "Civiltà Cattolica".

    (1937, in "Giustizia e Libertà")

    F. Venturi, La Lotta per la libertà, Torino 1996, Einaudi, pag.106 e 108




    Citazione Originariamente Scritto da Vandeano05
    I tormenti
    dei cattolici adulti



    di Eugenia Roccella


    da Ideazione di luglio-agosto 2006



    Con l’articolo del 18 giugno sul Corriere della Sera, “Il dialogo finito con i cattolici”, Ernesto Galli della Loggia ha dichiarato morto il cattocomunismo. È un’analisi che condividiamo pienamente. Il terreno delle tematiche sociali, su cui sarebbe dovuto avvenire l’incontro storico tra le due grandi culture popolari, la comunista e la cattolica, si è progressivamente inaridito, riducendosi a una steppa disabitata in cui vagano gruppi di superstiti confusi. Con la stessa spaventosa velocità con cui nel dopoguerra è scomparsa la civiltà contadina, portandosi via in un colpo la secolare questione della terra e della “roba”, a partire dagli anni Ottanta si è andata liquefacendo la classe operaia, e soprattutto si è conclusa l’epoca della sua centralità politica. Il dibattito sulle possibili soluzioni per colmare le diseguaglianze, sulla solidarietà e la concertazione, persino sulla sopravvivenza dello Stato sociale, non impegna più gli intellettuali e non scalda più il cuore del popolo di sinistra.
    Sul numero di gennaio 2006 di Ideazione (“Radicali a sinistra e l’Unione zapateriana”), avevamo analizzato il passaggio a sinistra del Partito Radicale come una scelta obbligata, non più classificabile come una delle tante fluttuazioni tra l’anima liberista (orientata a destra) e quella libertaria (orientata a sinistra) dei pannelliani. L’ipotesi che l’opzione prodiana fosse per loro ormai inevitabile, era collegata proprio alla prevalenza nel dibattito politico dei temi etici, e al destino di progressiva irrilevanza identitaria a cui sono consegnati quelli economici e sociali. Non certo perché l’economia solleciti minore attenzione da parte dell’elettorato, ma perché non è più possibile avere, nei confronti delle scelte di politica economica, approcci radicalmente diversi, che rimandino a posizioni immediatamente riconoscibili. Nella notte della globalizzazione tutti i ministri del Tesoro tendono ad essere grigi, e le decisioni si inseriscono in un ordine che non è più quello nazionale, ma quello europeo, stabilito e negoziato a Bruxelles.

    Capita anche che le differenze tra i due schieramenti siano il contrario di quelle che ci si aspetterebbe (come nel caso delle norme sul precariato: la legge Biagi è più garantista nei confronti dei lavoratori di quella varata dal centrosinistra). A conferma di quanto i tentativi di trovare riconoscibilità nella politica economica siano vani basterebbe ricordare il clamoroso fallimento di un obiettivo qualificante come le 35 ore in Francia, così come il sollievo dimostrato dalla gran parte della sinistra in occasione del fallimento del referendum sull’articolo 18 promosso da Rifondazione. Persino l’antica e solida vocazione statalista del centrosinistra fatica a trovare sbocchi ideologici coerenti, elaborazioni nuove che convincano l’opinione pubblica, e rischia – si è visto con chiarezza durante la campagna elettorale – di far identificare l’Ulivo semplicemente come il partito delle tasse.

    È difficile per tutti, ma in particolare per la sinistra, trovare in un progetto economico e sociale una identità robusta, proprio perché è lì che la vecchia identità comunista è finita in pezzi, è lì che si possono contemplare le rovine ideologiche e i fallimenti storici. Con la sostituzione della sua base elettorale e sociale, la sinistra ha sostituito anche i suoi temi forti, assumendo con rapidità sorprendente quelli tipici dei radicali. Diritti individuali sempre più ingombranti ed estensivi, e totale via libera all’odiato “edonismo reaganiano” (non c’è nessuno esperto di buoni vini, buona cucina, buona qualità della vita, come gli ex sessantottini), alla cultura della “libera scelta”, alla distruzione della tradizione, alla manipolazione integrale del corpo e della nascita.

    Come collocare i cattolici all’interno di questo quadro? Molti insistono, per radicata abitudine, a considerare la sinistra il proprio luogo naturale, ma la vita per loro diventerà sempre più scomoda, come si può intuire già dagli imbarazzati silenzi del cattolico adulto Romano Prodi. D’altra parte è solo sui temi eticamente sensibili che si può tenere unita l’eterogenea compagine della maggioranza, perché in questo campo la sinistra estrema può essere accontentata senza danno per i complicati equilibri tra poteri forti e governo. Ci sarà dunque un interminabile balletto di dubbi e discussioni, annunci e controannunci, avanzate e ritirate, su pacs, coppie di fatto, legge 40, eugenetica, eutanasia, in cui verrà dato grande risalto pubblico alla presenza e ai tormenti dei cattolici dell’Unione. Intanto, però, saranno rosicchiati gli spazi reali di mediazione, finché la semplice linea difensiva apparirà un compromesso accettabile, come è già accaduto per il colpo di mano di Mussi in Europa. Le obiezioni di Binetti o Bobba non si sono tradotte in iniziativa politica, e non hanno mai costituito il minimo rischio per la maggioranza. Se non c’è rischio, perché ascoltare quelle obiezioni? E perché la scelta del ministro della Ricerca non è stata interpretata come una grave minaccia all’unità della maggioranza e alla stabilità del governo (e quindi annullata), mentre l’opposizione dei cattolici viene caricata di responsabilità? Il primo atto di questo governo, una vendetta contro il voto referendario sulla procreazione assistita, ha ben chiarito i limiti del compito che si vorrebbe affidare ai cattolici: un ruolo del tutto inessenziale e decorativo, utile solo per esibire un dibattito che non c’è.

    Nell’articolo che abbiamo citato, Galli della Loggia conclude che quella cattolica sui temi etici è «una battaglia disperata, ma nobile e importante come sono spesso le battaglie delle minoranze contro le opinioni, e l’inevitabile conformismo, delle maggioranze». Su questo punto non siamo d’accordo: la resistenza sui temi etici non è né disperata, né inesorabilmente minoritaria. L’irruzione della biopolitica nella quotidianità, la pressione disgregativa a cui viene sottoposta la famiglia, i dilemmi sulla vita e la morte posti dalla tecnoscienza, hanno creato una inedita e vincente alleanza tra laici e cattolici, che in Italia ha dato origine all’astensione di massa sul referendum del giugno 2005. L’ intransigente difesa della vita umana è stata a lungo un tratto distintivo dei cattolici, quasi un’esclusiva, e negli anni Settanta sembrava una posizione indifendibile, una cittadella assediata dalla rivoluzione antropologica postmoderna, destinata prima o poi a cadere. Invece, l’area di consenso intorno al nucleo duro della tutela della vita e della sua dignità si è allargata, superando anche la divisione tra laici e cattolici, e non solo in Italia. In tutto il mondo ormai nascono strane alleanze tra soggetti che hanno radici culturali e ideologiche assai distanti (ambientalisti, cyberfemministe, movimenti no-global), che trovano nella fermezza delle posizioni cattoliche un punto di riferimento. Da noi, il referendum sulla procreazione assistita ha creato uno schieramento trasversale che ha portato a casa una vittoria di proporzioni schiaccianti e inaspettate; ma inaspettato è stato anche il voto europeo sui limiti etici alla ricerca sugli embrioni. Lo scarto tra maggioranza e minoranza, infatti, è stato minimo, e tutti i gruppi parlamentari sono usciti dal voto lacerati. Sul piano internazionale cresce la consapevolezza sull’impatto disgregativo che alcuni “diritti” potrebbero avere sulla comunità, e cresce il rifiuto etico nei confronti di pratiche manipolative che sfociano nella selezione genetica e nell’indifferenza per la vita umana.

    In questo nuovo panorama fitto di segnali in controtendenza, l’Italia ha un’importanza centrale. Quella che è stata definita l’anomalia italiana, diventa l’occasione per esercitare un ruolo di avanguardia e di traino nei confronti della crescente ostilità all’ondata relativista che rischia di sommergerci. Chi sembra non accorgersi della nuova situazione è una parte del clero cattolico, tenacemente legato a vecchi moduli interpretativi. Nell’intervista rilasciata dal cardinale Martini al chirurgo e deputato ds Ignazio Marino sull’Espresso, per esempio, si legge in filigrana l’idea di una Chiesa sempre in ritardo e in affanno rispetto al progresso e alla scienza, una Chiesa a cui si chiede con impazienza uno sforzo di aggiornamento e di apertura. C’è dietro l’idea dello “scisma sommerso”, di una drammatica divaricazione tra i comportamenti concreti dei fedeli e gli imperativi morali troppo rigidi difesi dalle gerarchie ecclesiastiche. E c’è l’idea di una storia che cammina verso una direzione di miglioramento, e di un radioso futuro a cui l’evoluzione scientifica dà un contributo essenziale. Il cardinale fornisce risposte prudenti, ma postula come terreno di incontro possibile l’esistenza di una “zona grigia”, in cui le certezze etiche si appannano, e i principi non negoziabili di Ratzinger sfumano in una cauta negoziabilità. È questo il salvagente inadeguato a cui si attaccano i cattolici di sinistra, accettando, consapevolmente o meno, una posizione di subalternità culturale.
    La irrinunciabilità di quei principi, l’esistenza di limiti certi e invalicabili sono, invece, la vera forza del mondo cattolico, e il motivo della sua rinnovata capacità di attrazione e di leadership. I cattolici che vogliono stare a sinistra, devono verificare i margini di compatibilità con la politica dell’Unione sui temi etici, e farlo subito, prima di scoprire che si trovano più vicini a Fabio Mussi che al Papa.

  3. #3
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    L'originalità di pensiero è sicuramente stata l'ambizione dei pensatori e politici dei secoli trascorsi. Ma se ben analizziamo la storia dell'umanità, sarà semplice notare come, negli ultimi secoli, si sia aggiunto poco o nulla al pensiero umano. Già in Grecia venne detto praticamente tutto, e noi, appartenenti a questi secoli "illuminati" abbiamo saputo ripetere a pappagallo, concetti vecchi di millenni ed ormai perduti nei gorghi della storia. In realtà abbiamo semplicemente estremizzato, magari partendo da un concetto elementare, e costruendoci un teorema sopra. Direi che la vera novità degli ultimi duecento anni, sia stata l'applicazione del pensiero politico alla realtà umana, ottenedo risultati disastrosi. E se il fascismo non fu originalissimo, certamente è stato l'ultimo baluardo della Tradizione, e di conseguenza, difensore e tutore della Chiesa, sopravvissuta al secolo appena trascorso grazie al suo intervento.

  4. #4
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    Ancora sulla Via Crucis dei cattolici adulti

    Se il potere mortifica la coscienza





    Di Sua Eccellenza mons. Luigi Negri
    Vescovo di San Marino–Montefeltro

    Il Giornale 18-06-2006




    Sono bastate poche settimane di governo dell’Unione per fare l’esperienza di quello che l’illustre giurista Piero Pajardi, in un suo attualissimo libro, definiva la lussuria del potere.
    Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori: affermazioni di ministri che si sarebbero attuate ricerche e sperimentazioni sulle cellule staminali degli embrioni, che la famigerata «pillola del giorno dopo» sarebbe stata, a breve, mutualizzata, che si sarebbero creati luoghi per aiutare i drogati «a drogarsi»... e tutto questo con grandi inni alla libertà e alla democrazia che vivono in maniera totale solo a Cuba e con inquietanti ricordi di un passato non propriamente esemplare di uomini ormai ai vertici delle istituzioni.
    Su alcune cose il popolo sovrano si è espresso in modo inconfutabile: con una maggioranza schiacciante il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita ha chiuso, anche, ogni sperimentazione embrionale. Ma all’onorevole ministro dell’Università e della ricerca Fabio Mussi sembra che questo non faccia nessun problema.
    Altre questioni sono in assoluta rottura con quei valori che il popolo italiano sente singolarmente vicini alla propria mens e che il Papa Benedetto XVI ha definito «non negoziabili»: la vita, la persona, la famiglia, l’educazione.
    Ma le convinzioni del popolo dal potere catto-comunista non vengono prese in considerazione. Siamo di fronte ad una arroganza da «cafoni».
    Le istituzioni hanno valore se sono «benedette», cioè di sinistra: in caso contrario sono da superare, quando non da abbattere, per affermare la propria «egemonia» (sta tornando di moda questa orrenda parola).
    L’arroganza accompagna inevitabilmente un potere ideologico, sostanzialmente ancora totalitario. Ma chi dice ancora che lo stalinismo è morto?
    Nelle file dell’Unione militano anche dei cattolici, dichiarati e «famosi».
    Molti si aspettavano che questi cattolici, di fronte alle iniziative politiche o affermazioni tese a negare verità sostanziali della verità cattolica, avrebbero assunto una posizione critica e forse anche dato vita, insieme ad altri cattolici, ad iniziative anche politiche che impedissero la sconfitta della Chiesa, e quindi della civiltà.
    Niente da fare. Come «l’ordine regnava a Varsavia», così l’ordine regna a Roma.
    Ancora una volta la ragione di potere sconfigge la coscienza cristiana e la libertà personale.
    Anzi, uno di questi famosi uomini politici cattolici, approdato «finalmente» al Pds, dopo essere stato presidente diocesano di una grande associazione cattolica, capo ufficio stampa di una prestigiosa università, fondatore dell’Associazione cattolica Città per l’uomo ha detto esplicitamente che salvare l’unità dell’Unione (bellissimo scherzetto semantico) era un valore che superava tutti gli altri.
    Anche la fede, anche l’unità dei cristiani nel Battesimo, anche l’obbedienza al Papa?
    Pare proprio di sì. Stiamo assistendo allo spettacolo miserevole della fine ingloriosa del cattolicesimo sociale, che è stato un evento epocale per il nostro Paese e per la sua democrazia.


    Don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e quella immensa schiera di cristiani che hanno, in politica, difeso la Chiesa e promosso la democrazia hanno di che rivoltarsi nelle loro tombe.

  5. #5
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    Cool I "cattolici adulti" e i temi della politica del futuro

    Sì alla Vita,
    Editoriale Lug/Ago '06



    Di Carlo Casini


    Un bell’articolo di Galli della Loggia, pubblicato dal Corriere della Sera e rafforzato da un’inchiesta di Repubblica, svela un altro pezzo di verità: finito il comunismo reale, integrati gli eredi nella cultura dell’economia di mercato, le uniche vere discriminanti sociali e culturali restano la bioetica e il diritto alla Vita

    Sul Corriere della Sera di qualche settimana fa, è uscito un fondo di Galli della Loggia dal titolo “La fine del cattocomunismo” che ha suscitato discussioni ancora in corso. La tesi di Galli della Loggia è che, crollato il comunismo reale, cioè dimostratosi falso il mito di un mondo nuovo generato dall’economia collettiva, la differenza tra le varie posizioni politiche diviene assai sfumata. Gli ex comunisti hanno accettato l’economia di mercato e sono talora divenuti più liberisti dei liberali. D’altronde i rafforzati poteri dell’Unione europea vincolano e orientano le scelte nazionali, quale che sia la maggioranza al governo. Anche sul piano internazionale le differenze riguardano più i toni e le parole che le grandi scelte. L’unica vera differenza – osserva Galli della Loggia – è riscontrabile nella bioetica: solo riguardo all’embrione, all’aborto, al matrimonio, all’eutanasia e simili, il confronto si fa serrato. Ma questo determina la fine del cattocumunismo, poiché l’attrazione del marxismo verso i cattolici non era esercitata dalle proposte bioetiche della sinistra, ma dalle (fallite) promesse di solidarietà e giustizia sociale.

    Galli della Loggia ha ragione. Ne deduco la riprova dai lunghi servizi su “Il silenzio dei cattolici democratici”, redatti da Simonetta Fiore su Repubblica del 12 e 13 luglio. Vi è l’insistito lamento che non vi sono più cattolici veramente liberi capaci di disobbedire alla gerarchia. Ma poi, vai a vedere gli esempi di libertà democratica citati dalla Fiore e ti trovi di fronte al fedele che dice no all’abrogazione del divorzio o si impegna per la depenalizzazione dell’aborto, mentre la “resistenza” mancata è quella “al cardinal Ruini, alla strategia astensionista per il referendum sulla legge 40”:

    Allora è vero: la differenza, anche nel campo politico, è descritta dalle scelte nel campo della bioetica: queste sono quelle che distinguerebbero i “cattolici democratici” dagli altri. Senonché la Fiore dimentica che a lungo in passato è stata sostenuta una tesi opposta, che ancora oggi non è completamente abbandonata: quella della indifferenza. I temi della vita e della famiglia sarebbero estranei alla politica. Rispetto ad essi i governi dovrebbero essere neutrali, le alleanze tra partiti dovrebbero ignorarli. Non differenza, ma indifferenza. A ben guardare fu usata proprio la tesi della indifferenza per giustificare i “cattocomunisti”, che credevano di trovare nella interpretazione marxista della storia e della società la chiave per realizzare la loro ansia cristiana di dare risposte ai bisogni del mondo e perciò ritenevano secondari (indifferenti) i problemi bioetici, tanto da accettare ambiguità e compromessi che permettessero di mantenere un solido legame con una sinistra forza di redenzione sociale.
    Ma ora, crollato il comunismo reale, convertita la la sinistra italiana alla economia di mercato, accettati i radicali prima a destra e poi a sinistra, cosa resta di qualificante? Dove ritrovare una identità profonda? La visione bioetica fa la differenza: ed è giusto che sia così, perché in definitiva, si tratta di decidere sulla dignità umana, che è come dire sulla definizione stessa di uomo, sul senso della sua vita, sul fondamento dei diritti umani. È logico, perciò, che quanto diventa primario non possa essere più oggetto ai mascheramenti, annacquamenti o indifferenze. Questo spiega la fine del cattocomunismo.

 

 

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