ET IN TERRA PAX
LA CHIESA E LA PACE
“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i
discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:
Pace a voi!. Detto questo, mostrò loro
le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre
ha mandato me, anch’io mando voi. ”
Gv. 20, 19-22
“Rimane, o Venerabili Fratelli, che, siccome il cuore dei Principi e di tutti coloro ai quali spetta mettere fine alle
atrocità e ai danni (…), sta nelle mani di Dio, a Dio supplici leviamo la voce, e, a nome dell'intera umanità,
gridiamo: "Dacci la pace, Signore, nei nostri giorni".”
Benedetto XV.
Ad beatissimi apostolorum principi
1° Novembre 1914
Innanzitutto educare la
persona
“2. La pace e i giovani camminano insieme
Le presenti difficoltà sono realmente un «test» della nostra umanità. Esse possono costituire una svolta decisiva sulla
via di una pace durevole, perché accendono i sogni più audaci e sprigionano le migliori energie di mente e di cuore.
Le difficoltà sono una sfida per tutti; la speranza è un imperativo per tutti. Ma oggi io voglio attirare la vostra
attenzione sul ruolo che la gioventù è chiamata a svolgere nello sforzo di promuovere la pace. Mentre ci prepariamo
ad entrare in un nuovo secolo e in un nuovo millennio, dobbiamo renderci conto del fatto che il futuro della pace e,
quindi, il futuro dell'umanità sono affidati, in modo speciale, alle fondamentali scelte morali che una nuova
generazione di uomini e di donne è chiamata a fare. Tra pochissimi anni i giovani di oggi avranno la responsabilità
della vita delle famiglie e della vita delle nazioni, del bene comune di tutti e della pace.
I giovani hanno già
cominciato a chiedersi in tutto il mondo: Che cosa posso fare io? Che cosa possiamo fare noi? Dove ci conduce
il nostro sentiero? Essi vogliono portare il loro contributo al risanamento di una società ferita e indebolita. Essi
vogliono offrire nuove soluzioni a vecchi problemi. Essi vogliono costruire una nuova civiltà, imperniata sulla
solidarietà fraterna. Prendendo ispirazione da questi giovani, desidero invitare ciascuno a riflettere su queste realtà.
Ma intendo rivolgermi in modo speciale e diretto ai giovani di oggi e di domani.
3. Giovani, non abbiate paura della vostra giovinezza!
Il primo invito che voglio rivolgervi, giovani uomini e donne di oggi, è questo: Non abbiate paura!
Non abbiate
paura della vostra giovinezza e di quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di
durevole amore! Si dice qualche volta che la società ha paura di questi potenti desideri dei giovani e che voi stessi
ne avete paura. Non abbiate paura! Quando io guardo a voi, giovani, sento una grande gratitudine e speranza. Il
futuro a lungo termine nel prossimo secolo sta nelle vostre mani. Il futuro di pace sta nei vostri cuori. Per costruire la
storia, come voi potete e dovete, è necessario che la liberiate dai falsi sentieri che sta percorrendo. Per far questo
dovete essere persone con una profonda fiducia nell'uomo ed una profonda fiducia nella grandezza della vocazione
umana, una vocazione da perseguire nel rispetto per la verità, per la dignità e per gli inviolabili diritti della persona
umana.
Quello che vedo sorgere in voi è una nuova consapevolezza della vostra responsabilità ed una schietta sensibilità per
i bisogni della comunità umana. Voi siete presi dal vivo desiderio della pace, che tanti condividono con voi. Voi
siete turbati dalle grandi ingiustizie, che ci circondano. Voi avvertite un opprimente pericolo nel gigantesco
accumulo di armi e nelle minacce di una guerra nucleare. Voi soffrite, quando vedete largamente diffuse la fame e la
denutrizione. Voi siete interessati allo stato dell'ambiente, oggi e per le generazioni future. Voi siete minacciati dalla
disoccupazione, e molti di voi sono senza lavoro e senza la prospettiva di un impiego adeguato. Voi siete sconvolti
dal grande numero di persone, che sono politicamente e spiritualmente oppresse e che non possono godere
dell'esercizio dei loro diritti umani fondamentali sia come individui che come comunità. Tutto questo può
farvi pensare che la vita sia povera di significato.
In questa situazione, alcuni di voi possono esser tentati di rifuggire dalle responsabilità: negli illusori mondi
dell'alcool e della droga, nelle fugaci relazioni sessuali senza impegno per il matrimonio e la famiglia,
nell'indifferenza, nel cinismo e perfino nella violenza.
State in guardia contro l'inganno di un mondo che vuole
sfruttare o far deviare la vostra energica e potente ricerca della felicità e del senso della vita. Ma non evitate
la ricerca delle risposte vere alle domande che vi stanno di fronte. Non abbiate paura!
4. La domanda inevitabile: qual è la vostra idea dell'uomo?
Fra le domande inevitabili, che dovete porre a voi stessi, la prima e la principale è questa: qual è la vostra idea
dell'uomo? Che cosa, secondo voi, costituisce la dignità e la grandezza di un essere umano? Questa è una domanda
che voi giovani dovete porre a voi stessi, ma che ponete anche alla generazione che vi ha preceduto, ai vostri
genitori ed a tutti coloro che, a vari livelli, hanno avuto la responsabilità di preoccuparsi dei beni e valori del mondo.
Nel tentativo di rispondere onestamente e apertamente a questa domanda, giovani e vecchi possono esser condotti a
riconsiderare le loro proprie azioni e le loro proprie vicende. Non è vero che molto spesso, specialmente nelle
nazioni più ricche e sviluppate, la gente ha ceduto ad una concezione materialistica della vita? Non è vero che i
genitori talvolta ritengono di aver assolto i loro obblighi verso i figli offrendo ad essi, oltre alla soddisfazione delle
necessità basilari, più beni materiali che risposte per la loro vita? Non è vero che, così facendo, essi trasmettono alle
generazioni più giovani un mondo che sarà povero di valori spirituali essenziali, povero di pace e povero di
giustizia?
Non è vero parimenti che in altre nazioni il fascino di certe ideologie ha lasciato alle generazioni più
giovani un'eredità di nuove forme di asservimento, senza la libertà di perseguire i valori che veramente
elevano la vita in tutti i suoi aspetti? Chiedete a voi stessi quale tipo di persone voi e gli esseri umani vostri
simili volete essere, quale tipo di cultura volete forgiare. Ponete a voi stessi queste domande e non abbiate
paura delle risposte, anche se esse richiederanno da voi un cambiamento di direzione nei vostri pensieri e nei vostri
impegni.
5. La domanda fondamentale: chi è il vostro Dio?
La prima domanda conduce ad un'altra domanda ancor più basilare e fondamentale:
chi è il vostro Dio? Noi non
possiamo definire la nostra nozione di uomo senza definire un Assoluto, una pienezza di verità, di bellezza e
di bontà, da cui riconosciamo che sono guidate le nostre vite. E vero, quindi, che un essere umano, «immagine
visibile del Dio invisibile», non può rispondere alla domanda circa chi sia lui senza dichiarare al tempo stesso chi sia
il suo Dio. E' impossibile restringere questa domanda alla sfera dell'esistenza privata della gente. E' impossibile
separare questa domanda dalla storia delle nazioni. Oggi una persona è esposta alla tentazione di rifiutare Dio in
nome della sua propria umanità. Dovunque esiste questo rifiuto, lì c'è un'ombra di paura che stende come una coltre
che offusca lo sguardo. La paura nasce dovunque Dio muore nella coscienza degli essere umani. Ognuno sa,
sebbene oscuramente e con timore, che dovunque Dio muore nella coscienza della persona umana, lì segue
inevitabilmente la morte dell'uomo, ch'è immagine di Dio.
6. La vostra risposta. Scelte basate sui valori
Qualunque risposta voi diate a queste due domande tra loro connesse, segnerete l'orientamento per il resto della
vostra vita. Ognuno di noi, durante gli anni della propria giovinezza, ha dovuto affrontare queste domande e, a un
certo punto, è dovuto giungere ad una qualche conclusione, che ha modellato le sue future scelte, la futura strada e la
futura sua vita. La risposta che voi, giovani, date a queste domande determinerà anche il modo in cui risponderete
alle grandi sfide della pace e della giustizia. Se avete deciso che il vostro Dio siete voi stessi senza nessun riguardo
per gli altri, voi diventerete strumenti di divisione e di inimicizia, addirittura strumenti di guerra e di violenza. Ciò
dicendo, desidero farvi rilevare l'importanza di scelte che inglobano valori. I valori sono i supporti delle scelte che
determinano non solo le vostre vite, ma anche le linee di condotta e le strategie che costruiscono la vita nella società.
E ricordate che non è possibile creare una dicotomia tra valori personali e sociali. Non si può vivere nell'incertezza:
essere esigenti con gli altri e con la società, e decidere poi di vivere personalmente una vita basata sulla permissività.
Voi dovete, dunque, decidere su quali valori costruire la società. Le vostre scelte di adesso decideranno se nel futuro
subirete la tirannia dei sistemi ideologici, che riducono le dinamiche della società alla logica della lotta di classe. I
valori, che scegliete oggi, decideranno se le relazioni fra nazioni continueranno ad essere oscurate dalle tragiche
tensioni che sono il prodotto di disegni nascosti o apertamente propagandati, miranti a soggiogare tutti i popoli a
regimi in cui Dio non conta ed in cui la dignità della persona umana è sacrificata alle pretese di un'ideologia che
tenta di divinizzare la collettività. I valori, per i quali voi vi impegnate nella vostra giovinezza, determineranno se
sarete soddisfatti dell'eredità di un passato, in cui l'odio e la violenza soffocano l'amore e la riconciliazione. Dalle
scelte, che ciascuno di voi fa oggi, dipenderà il futuro dei vostri fratelli e sorelle.
7. Il valore della pace
La causa della pace, la costante ed ineludibile sfida dei nostri giorni, vi aiuta a scoprire voi stessi ed i vostri valori.
Lo stato delle cose è duro e drammatico. Sono spesi milioni per le armi; risorse di ordine materiale e intellettuale
sono dedicate solamente alla produzione delle armi; esistono posizioni politiche che a volte non riconciliano e non
uniscono i popoli, ma piuttosto erigono barriere ed isolano una nazione dall'altra. In tali circostanze un giusto senso
di patriottismo può cader vittima di un'eccessiva partigianeria, ed un onorevole servizio in difesa del proprio Paese
può dar luogo a un'interpretazione errata e perfino ridicola (cfr. Gaudium et Spes, 79).
In mezzo ai numerosi ed
allettanti appelli dell'egoismo, l'uomo e la donna di pace devono imparare a tener ben presenti, innanzitutto, i
valori della vita e, quindi, procedere con fiducia per metter quei valori in pratica. L'appello ad essere
operatori di pace poggerà allora fermamente sull'appello alla conversione del cuore, come ho suggerito nel
messaggio per la Giornata mondiale della pace dello scorso anno. Esso sarà poi corroborato dall'impegno per un
dialogo onesto e per leali negoziati, basati sul reciproco rispetto e collegati ad una realistica valutazione delle giuste
esigenze e dei legittimi interessi di tutti gli interlocutori. Esso cercherà di ridurre le armi, la cui esistenza in grandi
quantità suscita paura nel cuore delle persone. Esso spingerà a gettare ponti - culturali, economici, sociali, politici -
che permetteranno un maggiore scambio tra le nazioni. Esso promuoverà la causa della pace come la causa
propria di ciascuno non già con frasi propagandistiche, che condividono, o con azioni, che accendono passioni
inutili, ma con la calma fiducia, ch'è frutto di impegno per i valori veri e per il bene di tutta l'umanità.”
Dal Messaggio di Giovanni Paolo II
per la XVIII Giornata Mondiale della Pace:
La pace e i giovani camminano insieme-1 gennaio 1985
I Papi e le guerre mondiali
Benedetto XV
La diplomazia di Benedetto XV fece tutto il possibile per scongiurare l'intervento italiano, in guerra contro l'Austria.
La Santa Sede valutava correttamente il pericolo che correva l'ultima grande potenza cattolica d’Europa, l’Austria, e
perciò suggerì a Francesco Giuseppe la cessione del trentino all'Italia perché quest'ultima si astenesse dalla guerra. Il
governo di Vienna rifiutò. Quando, in seguito al patto di Londra dell’aprile 1915, fu chiaro che l’Italia sarebbe
entrata in guerra contro l’Austria, il papa volle che i vescovi italiani non si facessero coinvolgere in dimostrazioni di
patriottismo fuori luogo: il papa continuava a condannare la guerra come
orrenda carneficina che disonora
l’Europa.
Poiché tutti gli appelli alla pace e l’offerta di mediazione venivano lasciati cadere, a Benedetto XV non rimase altro
da fare che organizzare i soccorsi per le vittime della guerra: raccolta e trasmissione del nome dei caduti, dei
prigionieri, dei feriti; difesa e conforto dei prigionieri; aiuti finanziari, vettovaglie, abbigliamento; difesa delle
minoranze etniche, ecc. Il culmine dei tentativi di mediazione di Benedetto XV fu raggiunto nell’agosto del 1917,
quando il papa chiese che cessasse l’inutile strage: le reazioni dei governi europei furono molto deludenti, perché le
affermazioni del papa mettevano in crisi gli apparati propagandistici dei vari Paesi.
Pio XI
Lo sforzo per garantire la pace tra le nazioni divenne uno dei compiti primari del papato per tutto il XX secolo, in
assoluta continuità con gli sfortunati appelli di Benedetto XV. Le paci di Versailles apparvero al papa troppo
favorevoli ai vincitori e perciò egli favorì con tutte le sue forze i tentativi volti a colmare il fossato che si era aperto
tra i vincitori e vinti, provocando reazioni risentite soprattutto in Francia, dove si levarono voci favorevoli alla
creazione di una sorta di Chiesa nazionale staccata da Roma. Il papa, fin dal primo anno del pontificato, aveva
progettato la ripresa del Concilio Vaticano I, ma ne fu distolto dalla politica mondiale che, dopo il 1929, divenne
incandescente. I nemici della pace furono individuati nel nazionalismo e nel comunismo, riconosciuti come nemici
più irriducibili del programma papale. Nel 1938 la condanna dei regimi totalitari, ormai incamminati verso la guerra,
apparve chiaramente dai documenti pontifici e dai discorsi del papa, che si dichiarò pronto a dare la sua vita in
cambio della pace.
Pio XII
Pio XII aveva sperato che la guerra fosse ancora evitabile (i negoziati di Monaco avevano avuto la stessa
sensazione), addossandosi un compito nettamente superiore alle sue forze, quello di condurre la situazione
internazionale sui binari delle trattative diplomatiche. Nel momento in cui la guerra apparve inevitabile, ossia nei
giorni in cui veniva firmato il patto di non aggressione tra Molotov e Ribbentrop (agosto 1939), il papa Pio XII
affermò:
nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra; una dichiarazione che possiamo definire
profetica, ma che obbligava la Santa Sede a una rigorosa neutralità tra le parti in conflitto. Pio XII, comunque, tentò
di attivare col segretario di Stato Luigi Maglione, col suo sostituto Giovanni Battista Mintini, col segretario della
congregazione degli affari straordinari Domenico Tardini, un’azione diplomatica molto estesa. Ripristinò una
capillare organizzazione caritativa e assistenziale per lenire le paurose sofferenze provocate dal conflitto, come
aveva fatto in precedenza Benedetto XV. [...]. Nel radiomessaggio per il Natale del 1941, Pio XII completò
l’esposizione sui presupposti essenziali dell’ordine internazionale, sottolineando quanto sarebbe stata importante
l’azione di uomini autenticamente cristiani per costruire la società futura (si pensi a Spaak, Adenauer, De Gasperi).
[...]. In Italia, le attenzioni del papa rivolte alla città di Roma, per preservarla dalle distruzioni e dai bombardamenti,
ebbero maggiore successo. Il papa era romano, un epiteto che in questo caso significava universale: la distruzione di
Roma sarebbe stata un crimine imperdonabile. Durante l’occupazione nazista di Roma, Pio XII riuscì a far
funzionare un’organizzazione clandestina di aiuti ai perseguitati di ogni partito e nazionalità rifugiati perfino nelle
basiliche di San Pietro e San Paolo. Appena terminato il conflitto, nel corso del quale aveva acquistato grande risalto
la capacità del papa di rivolgersi alle masse del mondo intero mondo, anche se era emersa la sua scarsa influenza
sulle decisioni dei governi, Pio XII prese la parola sempre più spesso per difendere le vittime dei regolamenti di
conti tra vincitori e vinti.
Da A. Torresani, Storia della Chiesa. Dalla comunità di Gerusalemme al Giubileo 2000, Milano, ed. Ares, 1999
Giovanni XXIII e
Paolo VI
1.“PACEM IN TERRIS”
Abbiamo visto in cosa consisteva la pace giusta per Benedetto XV e Pio XII negli sconvolgimenti delle due guerre
mondiali e nelle prime scintille della guerra fredda. Nel caso di Giovanni XXIII non si erano verificati conflitti
drammatici, ma una crisi la cui gravità poteva benissimo sfociare in una guerra aperta tra le due superpotenze. Il
timore che, in futuro, simili tensioni internazionali finissero in modo drammaticamente diverso dalla crisi di Cuba
spinse Giovanni XXIII nell'enciclica
Pacem in Terris a illustrare i cardini sui quali si doveva reggere una pace giusta
e duratura (l'idea di Roncalli di dedicare un'enciclica alla pace nel mondo risaliva proprio all'episodio della crisi di
Cuba16).
In linea con i suoi predecessori, Giovanni XXIII ribadiva l'essenzialità di un ordine internazionale fondato su una
morale cristiana: "La Pace in Terra [...] può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell'ordine stabilito
da Dio [...] Una convivenza fondata soltanto sui rapporti di forza non è umana". L'ordine cristiano è un ordine di
libertà: "Ogni essere umano è persona libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri [...] universali, inviolabili,
inalienabili". Fra i diritti, Roncalli faceva esplicito riferimento, in particolare, a quelli di creare una famiglia, "nucleo
naturale ed essenziale della società", che deve essere sostenuta nella sua "stabilità" e nell'"adempimento della sua
specifica missione". Come per Pio XII, anche per Roncalli l'ordine interno era fondamentale per la pace in quello
esterno: Giovanni XXIII proponeva una giusta soluzione per la questione sociale ed operaia fondata sui diritti alla
libera iniziativa in campo economico, a condizioni di lavoro non lesive della sanità fisica e del buon costume, ad una
retribuzione secondo criteri di giustizia tale da "permettere al lavoratore ed alla sua famiglia un tenore di vita
conforme alla dignità umana". Faceva, inoltre, riferimento al diritto di proprietà privata e di associazione "per il
perseguimento di obiettivi che i singoli esseri umani non possono efficacemente perseguire" individualmente, e al
diritto della "tutela giuridica dei propri diritti" secondo "criteri obiettivi di giustizia". Infine, contro il soffocamento
della libertà da parte dello Stato, come accadeva nei regimi comunisti,
Roncalli riaffermò quanto aveva scritto nell'enciclica Mater et Magistra: "La presenza dello Stato" in tutti i campi
della società "non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà dell'iniziativa personale dei singoli cittadini,
ma per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile, nell'effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti
essenziali della persona".
Andava perseguito il principio di sussidiarietà che, al contrario, stimolava gli Stati a sostenere la libera iniziativa dei
cittadini e dei corpi intermedi. "Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori:
le comunità politiche", composte a loro volta da persone, come le singole persone "sono soggetti di diritti e
di doveri". In particolare, per una pace giusta e duratura, fra i doveri era fondamentale il rispetto dei diritti dei
popoli: "venga eliminata ogni traccia di razzismo". I popoli "possono differire tra loro nel grado di cultura e di
civiltà o di sviluppo economico; però ciò non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la
loro superiorità" sugli altri. Ma, ancora, non può esservi pace senza giustizia, "Le comunità politiche hanno il diritto
all'esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: [...] di conseguenza e simultaneamente le stesse
comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne
costituiscono una violazione". Gli eventuali contrasti vanno superati "non con il ricorso alla forza, con la frode o con
l'inganno, ma [...] con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l'equa
composizione".
Al centro del ragionamento di Giovanni XXIII stava il rispetto dei diritti dei popoli più che i diritti delle nazioni. Infatti,
se "dal XIX secolo una tendenza di fondo assai estesa nell'evolversi storico" era quella che portava a far coincidere
i popoli con le rispettive nazioni, "per un insieme di cause, non sempre riesce di far coincidere i confini
geografici con quelli etnici". Parlare solo di rispetto di diritti delle nazioni come cardine fondamentale del concetto
di giustizia sarebbe stato, perciò, riduttivo, perché non si sarebbe tenuto conto delle minoranze etniche, anch'esse da
considerare come popoli. Una "grave violazione della giustizia" è "comprimere" e "soffocare il flusso vitale delle
minoranze", tanto più quando l'intenzione è quella di "farle scomparire". Come aveva affermato Pio XII, occorre,
invece, che "i poteri pubblici portino il loro contributo nel promuovere lo sviluppo umano delle minoranze, con
misure efficaci a favore della loro lingua, della loro cultura, del loro costume, delle loro risorse ed iniziative
economiche". Per converso, "i mèmbri delle minoranze [...] possono essere portati [...] ad accentuare l'importanza
degli elementi etnici [...] fino a porli al di sopra dei valori umani[...], mentre saggezza vorrebbe che sapessero pure
apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro l'arricchimento di se stessi con l'assimilazione
graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti da quella alla quale essi appartengono". Anche
per Roncalli lo scopo finale era quello di fare dei popoli una "intera famiglia umana".
Ancora una volta il disarmo era indispensabile: Giovanni XXIII nella Pacem in Terrìs denunciava nuovamente
l'insufficienza della «coesistenza pacifica» e della «deterrenza nucleare»: "Gli armamenti, come è noto, si sogliono
giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che [...] fondata sull'equilibrio
delle forze". In pratica, "se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi
atomiche di potenza distruttiva pari. [...] Gli esseri umani vivono sotto l'incubo di un uragano che potrebbe
scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile". Anche
se era "difficile persuadersi" che vi fossero "persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori
che una guerra causerebbe", anche se "una guerra a fondo, grazie all'efficacia deterrente" delle armi nucleari
"non avrà luogo, [...] non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che
metta in moto l'apparato bellico". A questo proposito, era lecito domandarsi se i successori di Kennedy e di Kruscev
avrebbero avuto la medesima attenzione nell'evitare lo scontro aperto. Per questo motivo "è giustificato il timore che
il fatto della continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla
Terra".
Dunque, "giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente
e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari". Come per i suoi
predecessori, un disarmo integrale era, però, possibile solo se a quello materiale si accompagnava un disarmo
spirituale, perché si potesse dissolvere "la psicosi bellica" e si passasse da una pace "che si regge sull'equilibrio degli
armamenti" ad una vera pace costruita nella "vicendevole fiducia". E qui Giovanni XXIII si ricollegava a Pio XII:
"Chi è che non desidera ardentissimamente che il pericolo della guerra sia eliminato e la pace sia salvaguardata e
consolidata? [...] Risuonano ancora oggi severamente ammonitrici le parole di Pio XII: Nulla è perduto con la pace.
Tutto può essere perduto con la guerra". È vero, osservava Giovanni XXIII, che si diffondeva "sempre più tra gli
esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle
armi; ma invece attraverso il negoziato", come la recente crisi di Cuba aveva insegnato. D'altra parte, quella
persuasione era ancora fondata sulla "legge del timore", la «deterrenza nucleare», presente tra i popoli per "la forza
terribilmente distruttiva delle armi moderne". Era tempo che tra i rispettivi popoli non regnasse "il timore, ma
l'amore". Proprio questo sentimento di solidarietà e di fraterna collaborazio-ne doveva guidare "i grandi Stati" ad
aiutare "le nazioni più piccole e deboli" nella "loro libertà nel campo politico" e nella "tutela del loro sviluppo
economico", senza agire nei loro confronti con "propositi di predominio politico", come la logica della guerra fredda
suggeriva ad entrambe le superpotenze.
In linea con i suoi predecessori, Giovanni XXIII ribadiva la necessità di un organismo di arbitrato internazionale che
garantisse il rispetto dei diritti dei popoli, della giustizia e del disarmo: "i poteri pubblici [...] non sono più in grado
di affrontare e risolvere" adeguatamente Ì problemi internazionali "a motivo di una loro deficienza strutturale".
Giovanni XXIII metteva, quindi, in risalto la presenza positiva dell'ONU. "Le Nazioni Unite", sorte "di comune accordo,
e non imposte dalla forza", si proposero come fine essenziale di mantenere e consolidare la pace fra i popoli,
sviluppando fra essi le amichevoli relazioni, fondate sui principi dell'uguaglianza, del vicendevole rispetto, della
multiforme cooperazione". Era "un segno indubbio che gli esseri umani, nell'epoca moderna", avevano "acquistato
una coscienza più viva della propria identità", una coscienza che esigeva, in particolare il rispetto dei "diritti della
persona", contenuti nella maggior parte delle Costituzioni delle comunità politiche di quel tempo. I diritti dei popoli
non potevano essere difesi se anche l'ONU non si fondava sul rispetto dei diritti della persona umana. In questo
senso Giovanni XXIII sottolineava l'importanza dell'approvazione da parte dell'ONU, nell'assemblea generale del 10
dicembre 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo: "un passo importante nel cammino verso
l'organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale. In essa infatti viene riconosciuta, nella forma più
solenne, la dignità della persona a tutti gli esseri umani".
Queste erano le linee che Giovanni XXIII suggeriva al mondo per una pace giusta e duratura: concetti che erano già
stati elaborati dai suoi predecessori, specialmente da Pio XII, i cui richiami nella Pacem in Terris erano molto frequenti.
Giovanni XXIII seppe riformularli contestualizzandoli perfettamente a quel particolare periodo storico, per
"scongiurare gli uomini" affinché considerassero "a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra
le comunità politiche su piano mondiale" dopo le lacerazioni causate dalla crisi di Cuba: i Capi di Stato "scrutino il
problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l'avvio verso intese leali, durature, feconde".
Da A.Gianelli e A.Tornielli, Papi e guerre. Dal primo conflitto mondiale all’attacco in Irak, pp. 151-156
2.Discorso del Santo Padre Paolo VI alle Nazioni Unite
Nel momento in cui prendiamo la parola davanti a questo consesso unico al mondo, sentiamo il bisogno anzitutto di
esprimere la Nostra profonda gratitudine al Signor Thant, vostro Segretario Generale, per l'invito ch'egli Ci ha
rivolto di visitare le Nazioni Unite, in occasione del ventesimo anniversario della fondazione di questa Istituzione
mondiale per la pace e per la collaborazione fra i popoli di tutta la terra. Noi ringraziamo altresì il Signor Presidente
dell'Assemblea, On. Amintore Fanfani, il quale, dal giorno del suo insediamento, ha avuto per Noi parole tanto
cortesi.
Grazie anche a voi tutti, qui presenti, per la vostra buona accoglienza.
A ciascuno di voi il Nostro riverente e cordiale saluto. La vostra amicizia Ci ha invitati e Ci ammette ora a questa
riunione: e come amici Noi qui a voi Ci presentiamo.
Vi esprimiamo il Nostro cordiale omaggio personale e vi offriamo quello dell'intero Concilio Ecumenico Vaticano
II, riunito in Roma, e qui rappresentato dai Signori Cardinali che a questo scopo Ci accompagnano. A loro nome,
come da parte Nostra, rendiamo a voi tutti onore e vi salutiamo!
Questo incontro, voi tutti lo comprendete, segna un momento semplice e grande. Semplice, perché voi avete davanti
un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui
pure, se così vi piace considerarci, d'una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere
libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni
sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non
abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un
permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore.
DA VENTI SECOLI UN VOTO DEL CUORE
Questa è la Nostra prima dichiarazione; e, come voi vedete, essa è così semplice, che sembra irrilevante per questa
Assemblea, che tratta sempre cose importantissime e difficilissime. Ma Noi dicevamo, e tutti lo avvertite, che questo
momento è anche grande. Grande per Noi, grande per voi.
Per Noi, anzitutto. Oh! voi sapete chi siamo; e, qualunque sia l'opinione che voi avete sul Pontefice di Roma, voi
conoscete la Nostra missione; siamo portatori d'un messaggio per tutta l'umanità; e lo siamo non solo a Nostro nome
personale e dell'intera famiglia cattolica, ma lo siamo pure di quei Fratelli cristiani, che condividono i sentimenti da
Noi qui espressi, e specialmente di quelli da cui abbiamo avuto esplicito incarico d'essere anche loro interpreti. Noi
siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata; così Noi
avvertiamo la fortuna di questo, sia pur breve, momento, in cui si adempie un voto, che Noi portiamo nel cuore da
quasi venti secoli. Sì, voi ricordate: è da molto tempo che siamo in cammino, e portiamo con Noi una lunga storia;
Noi celebriamo qui l'epilogo d'un faticoso pellegrinaggio in cerca d'un colloquio con il mondo intero, da quando Ci è
stato comandato: "Andate e portate la buona novella a tutte le genti".
Ora siete voi, che rappresentate tutte le genti. Noi abbiamo per voi tutti un messaggio, sì, un messaggio felice, da
consegnare a ciascuno di voi.
IN NOME DEI MORTI DEI POVERI DEI SOFFERENTI
1. Il Nostro messaggio vuol essere, in primo luogo, una ratifica morale e solenne di questa altissima Istituzione.
Questo messaggio viene dalla Nostra esperienza storica; Noi, quali "esperti in umanità", rechiamo a questa
Organizzazione il suffragio dei Nostri ultimi Predecessori, quello di tutto l'Episcopato cattolico, e Nostro, convinti
come siamo che essa rappresenta la via obbligata della civiltà moderna e della pace mondiale.
Dicendo questo, Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre
passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la
condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle
presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei
diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso. I
popoli considerano le Nazioni Unite come il palladio della concordia e della pace; Noi osiamo, col Nostro, portare
qua il loro tributo di onore e di speranza. Ecco perché questo momento è grande anche per voi.
GIUSTIZIA DIRITTO TRATTATIVA NELLE RELAZIONI TRA I POPOLI
2. Noi sappiamo che ne avete piena coscienza. Ascoltate allora la continuazione del Nostro messaggio. Esso è
rivolto completamente verso l'avvenire: l'edificio, che avete costruito, non deve mai più decadere, ma deve essere
perfezionato e adeguato alle esigenze che la storia del mondo presenterà. Voi segnate una tappa nello sviluppo
dell'umanità, dalla quale non si dovrà più retrocedere, ma avanzare.
Al pluralismo degli Stati, che non possono più ignorarsi, voi offrite una formula di convivenza, estremamente
semplice e feconda. Ecco: voi dapprima vi riconoscete e distinguete gli uni dagli altri. Voi non conferite certamente
l'esistenza agli Stati; ma qualificate come idonea a sedere nel consesso ordinato dei Popoli ogni singola Nazione;
date cioè un riconoscimento di altissimo valore etico e giuridico ad ogni singola comunità nazionale sovrana, e le
garantite onorata cittadinanza internazionale. È già un grande servizio alla causa dell'umanità quello di ben definire e
di onorare i soggetti nazionali della comunità mondiale, e di classificarli in una condizione di diritto, meritevole
d'essere da tutti riconosciuta e rispettata, dalla quale può derivare un sistema ordinato e stabile di vita internazionale.
Voi sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal
diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall'inganno.
Così ha da essere. Lasciate che Noi Ci congratuliamo con voi, che avete avuto la saggezza di aprire l'accesso a
questa aula ai Popoli giovani, agli Stati giunti da poco alla indipendenza e alla libertà nazionale; la loro presenza è la
prova dell'universalità e della magnanimità che ispirano i principii di questa Istituzione.
Così ha da essere; questo è il Nostro elogio e il Nostro augurio, e, come vedete, Noi non li attribuiamo dal di fuori;
ma li caviamo dal di dentro, dal genio stesso del vostro Statuto.
GENEROSA FIDUCIA GIAMMAI INSIDIATA O TRADITA
3. Il vostro Statuto va oltre; e con esso procede il Nostro augurio.
Voi esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; diciamo questa seconda formula: per mettere
insieme gli uni con gli altri. Siete una Associazione. Siete un ponte fra i Popoli. Siete una rete di rapporti fra gli
Stati. Staremmo per dire che la vostra caratteristica riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra
Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale. Non v'è nulla di superiore sul piano naturale
nella costruzione ideologica dell'umanità. La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i
Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l'impresa; questa la vostra nobilissima impresa. Chi non vede
il bisogno di giungere così, progressivamente, a instaurare un'autorità mondiale, capace di agire con efficacia sul
piano giuridico e politico?
Anche a questo riguardo ripetiamo il Nostro voto: perseverate. Diremo di più: procurate di richiamare fra voi chi da
voi si fosse staccato, e studiate il modo per chiamare, con onore e con lealtà, al vostro patto di fratellanza chi ancora
non lo condivide. Fate che chi ancora è rimasto fuori desideri e meriti la comune fiducia; e poi siate generosi
nell'accordarla. E voi, che avete la fortuna e l'onore di sedere in questo consesso della pacifica convivenza,
ascoltateci: fate che non mai la reciproca fiducia, che qui vi unisce e vi consente di operare cose buone e grandi. sia
insidiata o tradita.
L'ORGOGLIO IL GRANDE ANTAGONISTA DELLE NECESSARIE ARMONIE
4. La logica di questo voto, che si può dire costituzionale per la vostra Organizzazione, Ci porta a integrarlo con
altre formule. Ecco: che nessuno, in quanto membro della vostra unione, sia superiore agli altri. Non l'uno sopra
l'altro. È la formula della eguaglianza. Sappiamo di certo come essa debba essere integrata dalla valutazione di altri
fattori, che non sia la semplice appartenenza a questa Istituzione; ma anch'essa è costituzionale. Voi non siete eguali,
ma qui vi fate eguali. Può essere per parecchi di voi atto di grande virtù; consentite che ve lo dica Colui che vi parla,
il Rappresentante d'una Religione, la quale opera la salvezza mediante l'umiltà del suo Fondatore Divino. Non si può
essere fratelli, se non si è umili. Ed è l'orgoglio, per inevitabile che possa sembrare. che provoca le tensioni e le lotte
del prestigio, del predominio, del colonialismo dell'egoismo; rompe cioè la fratellanza.
CADANO LE ARMI, SI COSTRUISCA LA PACE TOTALE
5. E allora il Nostro messaggio raggiunge il suo vertice; il vertice negativo. Voi attendete da Noi questa parola, che
non può svestirsi di gravità e di solennità:
non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo
principalmente è sorta l'Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace ! Ascoltate le chiare
parole d'un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: "L'umanità deve porre fine
alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità". Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di
questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili
stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura
del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera
umanità!
Grazie a voi, gloria a voi, che da vent'anni per la pace lavorate, e che avete perfino dato illustri vittime a questa santa
causa. Grazie a voi, e gloria a voi, per i conflitti che avete prevenuti e composti. I risultati dei vostri sforzi,
conseguiti in questi ultimi giorni in favore della pace, benché, non siano ancora definitivi, meritano che Noi, osando
farci interpreti del mondo intero, vi esprimiamo plauso e gratitudine.
Signori, voi avete compiuto e state compiendo un'opera grande: l'educazione dell'umanità alla pace. L'ONU è la
grande scuola per questa educazione. Siamo nell'aula magna di tale scuola; chi siede in questa aula diventa alunno e
diventa maestro nell'arte di costruire la pace. Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli
architetti, ai costruttori della pace.
E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l'equilibrio delle forze e degli interessi, ma
con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi già lavorate in questo senso. Ma voi siete ancora in principio:
arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua
storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e
pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi;
e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo.
Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le
armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine,
generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi
spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l'uomo rimane
l'essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie,
purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita
internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve
ottenere! Cresca la fiducia unanime in questa Istituzione, cresca la sua autorità; e lo scopo, è sperabile, sarà
raggiunto. Ve ne saranno riconoscenti le popolazioni, sollevate dalle pesanti spese degli armamenti, e liberate
dall'incubo della guerra sempre imminente, il quale deforma la loro psicologia. Noi godiamo di sapere che molti di
voi hanno considerato con favore il Nostro invito, lanciato a tutti gli Stati per la causa della pace, a Bombay, nello
scorso dicembre, di devolvere a beneficio dei Paesi in via di sviluppo una parte almeno delle economie, che si
possono realizzare con la riduzione degli armamenti. Noi rinnoviamo qui tale invito, fidando nel vostro sentimento
di umanità e di generosità.
OLTRE LA COESISTENZA: LA COLLABORAZIONE FRATERNA
6. Dicendo queste parole Ci accorgiamo di far eco ad un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo
vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per
renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri. Voi non vi contentate di facilitare la coesistenza e la convivenza fra le
varie Nazioni; ma fate un passo molto più avanti, al quale Noi diamo la Nostra lode e il Nostro appoggio: voi
promovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili
altissime ottengono l'appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli per il bene comune, e per il bene
dei singoli. Questo aspetto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite è il più bello: è il suo volto umano più autentico;
è l'ideale dell'umanità pellegrina nel tempo; è la speranza migliore del mondo; è il riflesso, osiamo dire, del disegno
trascendente e amoroso di Dio circa il progresso del consorzio umano sulla terra; un riflesso, dove scorgiamo il
messaggio evangelico da celeste farsi terrestre. Qui, infatti, Noi ascoltiamo un'eco della voce dei Nostri
Predecessori, di quella specialmente di Papa Giovanni XXIII, il cui messaggio della Pacem in terris ha avuto anche
nelle vostre sfere una risonanza tanto onorifica e significativa.
Perché voi qui proclamate i diritti e i doveri fondamentali dell'uomo, la sua dignità, la sua libertà e, per prima, la
libertà religiosa. Ancora, Noi sentiamo interpretata la sfera superiore della sapienza umana, e aggiungiamo : la sua
sacralità. Perché si tratta anzitutto della vita dell'uomo: e la vita dell'uomo è sacra: nessuno può osare di offenderla.
Il rispetto alla vita, anche per ciò che riguarda il grande problema della natalità, deve avere qui la sua più alta
professione e la sua più ragionevole difesa: voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa
dell'umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero
dei commensali al banchetto della vita.
Ma non si tratta soltanto di nutrire gli affamati: bisogna inoltre assicurare a ciascun uomo una vita conforme alla sua
dignità. Ed è questo che voi vi sforzate di fare. E non si adempie del resto sotto i Nostri occhi e anche per opera
vostra l'annuncio profetico che ben si addice a questa Istituzione: "Fonderanno le spade in vomeri; le lance in falci"?
(Is. 2, 4). Non state voi impiegando le prodigiose energie della terra e le invenzioni magnifiche della scienza, non
più in strumenti di morte, ma in strumenti di vita per la nuova era dell'umanità?
Noi sappiamo con quale crescente intensità ed efficacia l'Organizzazione delle Nazioni Unite, e gli organismi
mondiali che ne dipendono, lavorino per fornire aiuto ai Governi, che ne abbiano bisogno, al fine di accelerare il
loro progresso economico e sociale.
Noi sappiamo con quale ardore voi vi impegniate a vincere l'analfabetismo e a diffondere la cultura nel mondo; a
dare agli uomini una adeguata e moderna assistenza sanitaria, a mettere a servizio dell'uomo le meravigliose risorse
della scienza, della tecnica, dell'organizzazione: tutto questo è magnifico, e merita l'encomio e l'appoggio di tutti,
anche il Nostro. Vorremmo anche Noi dare l'esempio, sebbene l'esiguità dei Nostri mezzi ci impedisca di farne
apprezzare la rilevanza pratica e quantitativa: Noi vogliamo dare alle Nostre istituzioni caritative un nuovo sviluppo
in favore della fame e dei bisogni del mondo: è in questo modo, e non altrimenti, che si costruisce la pace.
PER SALVARE LA CIVILTÀ PROFONDO RINNOVAMENTO IN DIO
7. Una parola ancora, Signori, un'ultima parola: questo edificio, che state costruendo, si regge non già solo su basi
materiali e terrene: sarebbe un edificio costruito sulla sabbia; ma esso si regge, innanzitutto, sopra le nostre
coscienze. È venuto il momento della "metanoia ", della trasformazione personale, del rinnovamento interiore.
Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l'uomo; in maniera nuova la convivenza dell'umanità, in maniera
nuova le vie della storia e i destini del mondo, secondo le parole di S. Paolo: "Rivestire l'uomo nuovo, creato a
immagine di Dio nella giustizia e santità della verità" (Eph. 4, 23). È l'ora in cui si impone una sosta, un momento di
raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al
nostro destino comune. Mai come oggi, in un'epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l'appello alla
coscienza morale dell'uomo!
Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi
problemi che assillano l'umanità. Il pericolo vero sta nell'uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla
rovina ed alle più alte conquiste!
In una parola, l'edificio della moderna civiltà deve reggersi su principi spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma
altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principi di superiore sapienza, essi non
possono non fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell'areopago S. Paolo agli Ateniesi? Ignoto a
loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo?...
Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente,
il Padre di tutti gli uomini.
Lunedì 4 ottobre 1965
La Chiesa: pacifista o
educatrice di pace?
1.
Attenzione al rischio pacifista
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAOLO VI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
"GIORNATA DELLA PACE"
1° GENNAIO 1968
"Un'avvertenza sarà da ricordare.
La pace non può essere basata su una falsa retorica di parole, bene accette
perché rispondenti alle profonde e genuine aspirazioni degli uomini, ma che possono anche servire, ed hanno
purtroppo a volte servito, a nascondere il vuoto di vero spirito e di reali intenzioni di pace, se non addirittura a
coprire sentimenti ed azioni di sopraffazioni o interessi di parte.
Né di pace si può legittimamente parlare, ove della pace non si riconoscano e non si rispettino i solidi
fondamenti: la sincerità, cioè, la giustizia e l'amore nei rapporti fra gli Stati e, nell'ambito di ciascuna Nazione, fra
i cittadini tra di loro e con i loro governanti; la libertà, degli individui e dei popoli, in tutte le sue espressioni,
civiche, culturali, morali, religiose.
Altrimenti, non la pace si avrà - anche se, per avventura, l'oppressione sia capace di creare un aspetto esteriore di
ordine e di legalità - ma il germinare continuo e insoffocabile di rivolte e di guerre.
E' dunque alla pace vera, alla pace giusta ed equilibrata, nel riconoscimento sincero dei diritti della persona umana e
dell'indipendenza delle singole Nazioni che Noi invitiamo gli uomini saggi e forti a dedicare questa "Giornata".
Così, da ultimo, sarà da auspicare che la esaltazione dell'ideale della pace non debba favorire l'ignavia di coloro che
temono di dover dare la vita al servizio del proprio Paese e dei propri fratelli quando questi sono impegnati nella
difesa della giustizia e della libertà, ma cercano solamente la fuga della responsabilità, dei rischi necessari per il
compimento di grandi doveri e di imprese generose.
Pace non è pacifismo, non nasconde una concezione vile e pigra della vita, ma proclama i più alti ed universali
valori della vita; la verità, la giustizia, la libertà, l'amore."
MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAOLO VI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
"GIORNATA DELLA PACE"
1° GENNAIO 1978
"
La Pace, ricordiamolo subito, non è sogno puramente ideale, non è un'utopia attraente, ma infeconda e
irraggiungibile; è, e dev'essere, una realtà; una realtà mobile e da generare ad ogni stagione della civiltà, come il
pane di cui ci nutriamo, frutto della terra e della divina Provvidenza, ma opera dell'uomo lavoratore. Come
non è la Pace uno stato di atarassia pubblica, in cui chi ne gode è dispensato da ogni cura e difeso da ogni
disturbo, e può concedersi una beatitudine stabile e tranquilla, che più sa d'inerzia e di edonismo, che non di vigore
vigilante ed operoso; la Pace è un equilibrio che si regge sul moto e che dispiega continue energie di spirito e di
azione; è una fortezza intelligente e vivente."
INTERVISTA DI AVVENIRE A MONS. FOUAD TWAL, VESCOVO DI TUNISI
“Col terrorismo è giusto usare le maniere forti ma si deve essere consapevoli che il terrorismo non abita in un solo
luogo, assume tante facce e può moltiplicare i suoi sostenitori tra i delusi, fanatici e poveracci. Le esibizioni di forza
non bastano per evitare che nascano altri Ben Laden, e i vostri pacifisti incarnano una posizione debole perché si
ferma al “no alla guerra” ma non costruisce. Ci vuole altro, serve qualcosa che agisca in profondità. (…). Si
deve arrivare al cuore dell’uomo: . . . Guardiamo al Papa che, di fronte alla spirale d’odio, ripete che la
misura dell’uomo non può bastare, e che non può esserci pace senza giustizia né giustizia senza perdono. Sembra
una posizione utopistica, invece è l’unica che può davvero scongiurare il conflitto di civiltà. Ed è il contributo più
originale che i cristiani possono dare.”
da pag. 17 di Avvenire di martedì 29 ottobre 2003
INTERVISTA DI AVVENIRE AL CARD. ANGELO SODANO, SEGRETARIO DI STATO VATICANO
"La Santa Sede non è pacifista ad ogni costo, perché ammette la legittima difesa da parte degli Stati. Si deve
piuttosto dire che la Santa Sede è sempre pacificatrice, lavorando intensamente per prevenire il sorgere dei
conflitti. E così anche nel caso presente. Il Papa e tutti i suoi collaboratori non cessano di richiamare le parti in causa
ad evitare lo scoppio della guerra"
da pag. 3 di Avvenire di martedì 18 febbraio 2003
GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
II Domenica di Quaresima, 16 marzo 2003
"Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di
dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: "Mai più la guerra!", come
disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile!
Sappiamo bene che non è
possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera
e penitenza!"
RIFLESSIONE DI S.E. MONS. RENATO RAFFAELE MARTINO:
IL PAPA E LA PACE
“[…] Più la pace è fondata in Dio, più essa è di tutti e non solo di qualcuno. Nessuna bandiera può
completamente interpretarla, nessuna parte ne ha piena titolarità,
nessun interesse in campo può esimersi dal
confrontarsi con essa. Nessuno è esente da colpe nei suoi confronti, anche se non tutte le colpe sono uguali. La
pace diventa "misura" e criterio di discernimento, diventa "agenda": elenco di cose da farsi, ossia doveri. Come
"dono di Dio" essa appartiene all'umanità, è il suo bene comune. È scontrosa e condiscendente, esigente e
disponibile. Scontrosa, perché non tollera meschini compromessi e strumentalizzazioni; condiscendente, perché
si pone alla portata di tutti, "perfino" dei grandi della terra. Esigente, perché fatta per persone convinte e coraggiose;
disponibile, perché si adegua al realismo della gradualità e alla tolleranza delle debolezze umane.[…]
Proprio perché la pace la si riceve - è dono, appunto - proprio per questo essa è anche nelle nostre mani. Non la si
fabbrica, piuttosto la si fa germinare o fruttare. E la si crea pian piano, sicché il no alla guerra è anche un "rivedere"
il cammino che l'ha resa possibile. È un tenere i piedi per terra nella consapevolezza che il tragitto verso la pace è
lungo ma non impossibile, che le resistenze sono tante ma non insormontabili, che il passato ostacola il futuro ma
non lo pregiudica e, soprattutto, che non c'è "la" guerra, ma ci sono "le" guerre, quelle su cui puntano i riflettori i
media nei momenti di emergenza, ma anche quelle dimenticate e che rimangono nascoste, quelle coperte da
interessi e ideologie, quelle "tollerate" in quanto politicamente corrette.”
PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE (25 MARZO 2003)
Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
COMUNICATO FINALE
“Riconoscendo il valore del forte e diffuso anelito per la pace, che si esprime anche nella mobilitazione di tante
persone in varie parti del mondo, i Vescovi invitano a un costante discernimento "affinché
l’impegno per la pace
non sia confuso con finalità e interessi assai diversi, o inquinato da logiche che in realtà sono di scontro".
Nessuna ideologia può appropriarsi della pace: essa è dono di Dio,
è iscritta nella coscienza di ogni essere
umano e si alimenta con l’amicizia tra gli uomini e tra i popoli.”
Roma, 24-26 marzo 2003
Convegno promosso dalla Compagnia delle Opere:
intervento di
S. E. R. PAUL JOSEF CORDES
PRESIDENTE ISTITUTO PONTIFICIO CONSIGLIO
COR UNUM
“
Educare alla libertà per fare pace: il titolo di questo convegno è un modo originale per dire lo scopo del
cristianesimo. Siamo insieme per essere educati alla libertà e alla verità, che sono le condizioni per fare pace. Che
frutti hanno le dimostrazioni e le proteste? Non seminano in molti soprattutto odio? Gli scontri sulle strade
vanno fino al limite della guerra civile. Che paradossi! Né si costruisce la pace tra le nazioni o le culture con la
guerra, né la guerra e l’inimicizia edificano giustizia e benessere. Chi non è in grado di contenere la propria
aggressività, vada in palestra! Mi hanno chiesto: cos’è il movimento della pace di cui di recente ha parlato il
Papa? A me innanzitutto venite in mente voi, e con voi altri movimenti che costruiscono la Chiesa e educano
alla pace, senza la presunzione di scaricare sugli altri le colpe della guerra.”
Milano, il 29 marzo 2003
2.
Quale differenza tra la pace cristiana ed il pacifismo?
La pace viene dal Signore
di Joseph Card. Ratzinger
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
“
E’ pur vero che per questo la volontà e l’agire umano ultimamente non bastano; e che il sacerdote non è mai
solo un predicatore morale. Egli annuncia quel che noi uomini non possiamo dare: la nuova realtà, che da Dio viene
a noi in Cristo e che è più che parola e proposito. Dietro l’espressione “pace” la Chiesa antica ha inteso il
mistero dell’eucaristia. Pace è ben presto divenuto uno dei nomi del sacramento eucaristico, poiché in esso
accade davvero che Dio ci si faccia incontro, che ci renda liberi, che, benché siamo colpevoli, ci accolga nelle
sue braccia, si doni a noi. E mentre ci conduce a sé nella comunione del suo corpo, ci conduce nello spazio stesso
del suo amore, ci nutre con lo stesso pane e dona a ciascuno di noi anche dei fratelli. L’eucarestia è la pace che
viene del Signore.”
Da
Il Dio vicino, ed. Paoline
«DIRIGERE I NOSTRI PASSI SULLA VIA DELLA PACE»
MARCIA PER LA PACE
RIFLESSIONE CONCLUSIVA
S. E. MONS. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA
“Per noi cristiani non c’è educazione alla pace che non sia contemporaneamente educazione alla fede
, quale si
può vivere solo mediante un’esperienza di appartenenza forte a comunità cristiane vitali, concretamente
incontrabili. Queste comunità sono luogo di educazione permanente alla carità, al giudizio sulla realtà (cultura), a
vivere le dimensioni del mondo (missione). Gli uomini non crescono, per così dire, “settorialmente”![…]
Diventeremo così operatori di pace nel quotidiano
, legittimando il nostro fermo grido di questa sera ai potenti del
mondo: «NO ALLA GUERRA!».”
Venezia - Mestre, 25 gennaio 2003
GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
Domenica, 23 febbraio 2003
“
Noi cristiani, in particolare, siamo chiamati ad essere come delle sentinelle della pace, nei luoghi in cui viviamo
e lavoriamo. Ci è chiesto, cioè, di vigilare, affinché le coscienze non cedano alla tentazione dell'egoismo, della
menzogna e della violenza.”
Nella tragedia una positività
1. Costruttori di nuova umanità
MESSAGGIO DI SUA SANTITA’ GIOVANNI PAOLO II
AI CAPPELLANI MILITARI
DEL 24 MARZO 2003
“2.
E' proprio quando le armi si scatenano che diventa imperativa l'esigenza di regole miranti a rendere meno
disumane le operazioni belliche.
Attraverso i secoli, è andata gradualmente crescendo la consapevolezza di una simile esigenza, fino alla progressiva
formazione di un vero e proprio
corpus giuridico, definito come "diritto internazionale umanitario". Tale corpus ha
potuto svilupparsi anche grazie alla maturazione dei principi connaturali al messaggio cristiano.
Come ho avuto occasione di dire in passato ai membri dell'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, il
Cristianesimo "offre a questo sviluppo una base nella sua affermazione del valore autonomo dell'uomo e della sua
preminente dignità di persona con una sua propria individualità, completa nella sua costituzione essenziale, e dotata
di coscienza razionale e libera volontà. Anche nei secoli passati, la visione cristiana dell'uomo ha ispirato la
tendenza a mitigare la tradizionale ferocia della guerra, in modo da assicurare un trattamento più umano per
coloro che erano coinvolti nelle ostilità. Ha reso un contributo decisivo all'affermazione, sia da un punto di vista
morale che in pratica, delle norme di umanità e giustizia che sono ora, in forma debitamente modernizzata e
precisata, il nucleo delle nostre odierne convenzioni internazionali" (18 maggio 1982).
3. I cappellani militari, mossi dall'amore di Cristo, sono chiamati, per speciale vocazione, a testimoniare che
perfino in mezzo ai combattimenti più aspri è sempre possibile, e quindi doveroso, rispettare la dignità
dell'avversario militare, la dignità delle vittime civili, la dignità indelebile di ogni essere umano coinvolto
negli scontri armati. In tal modo, inoltre, si favorisce quella riconciliazione necessaria al ripristino della pace
dopo il conflitto.”
2. Occasione di santità
“Si trovava il mattino del 20 settembre 1918 nel coro e, nella sua preghiera, raccomandava a Dio la Chiesa, il mondo
intero, l’Europa sconvolta dalla guerra, l’Italia in quei giorni in dolore ancora per i caduti e i feriti al fronte e per i
lutti che nelle sue città e nei suoi paesi seminava la terribile influenza della
spagnola. Per tutti e per ognuno si
offriva vittima a Dio per placarne la giustizia, per ottenerne la misericordia. E’ ormai noto quanto avvenne in quel
20 settembre 1918 nella chiesa dei cappuccini di S. Giovanni Rotondo. Padre Pio stesso ha narrato ciò che gli
successe mentre era raccolto nella preghiera di offerta e di propiziazione. Il quotidiano Il Tempo di Roma del mese
di febbraio del 1967 ha riprodotto gran parte della lettera scritta da padre Pio al suo confessore nella quale egli dà
relazione di ciò che gli avvenne il 20 settembre 1918: questi sono i passi più importanti: Cosa dirvi di ciò che mi
domandate del come sia avvenuta la mia crocifissione? Mio Dio! Che confusione e che umiliazione io provo nel
dover manifestare ciò che tu hai operato in questa meschina creatura! Era la mattina del 20 settembre dello scorso
mese. Ero in coro dopo la celebrazione della S. Messa, allorché venni sorpreso dal riposo, simile ad un dolce
sonno. Tutti i sensi interni ed esterni, nonché la stessa facoltà dell’anima si trovavano in una quiete indescrivibile.
In tutto questo vi fu totale silenzio intorno a me, vi subentrò subito una gran pace e abbandono alla completa
privazione del tutto ed una posa della stessa rovina. E tutto questo avvenne in un baleno. E mentre tutto questo si
andava avverando, mi vidi davanti un Misterioso Personaggio, simile a Quello visto la sera del 5 agosto, che
differenziava in questo solamente, che aveva le Mani, i Piedi e il Costato che grondavano Sangue. La Sua vista
atterrisce, ciò che sentii in quell’istante non saprei dirvelo. Mi sentivo morire e sarei morto se il Signore non fosse
intervenuto a sostenere il cuore che sentivo sbalzare in petto. La vista del Personaggio si ritirò e io mi avvidi che
mani e piedi e costato erano traforati e grondavano di sangue! Immaginate lo strazio che sperimentai allora e che
vado sperimentando continuamente quasi tutti i giorni, la ferita del cuore getta assiduamente del sangue, specie dal
giovedì sera fino al sabato.”
Da A. del Fante, Per la storia. Padre Pio di Pietrelcina, il primo sacerdote stigmatizzato a fatti nuovi, San Giovanni
Rotondo (Foggia), Ed. Libreria S. M. delle Grazie, pp. 45-46
Un’idea del novecento
“Secondo la veggente Lucia, nell’apparizione del 13 luglio 1917, quindi più di tre mesi prima della rivoluzione
bolscevica in Russia, la Madonna previde che terribili castighi si sarebbero abbattuti sul mondo «a causa dei suoi
crimini». A cominciare da una seconda guerra mondiale «peggiore di questa». Per impedire tale ecatombe e salvare
tutti gli esseri umani «verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato», «se accetteranno le
mie richieste» avrebbe detto la Vergine «la Russia si convertirà e avranno pace; se no (la Russia) spargerà i suoi
errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà
molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi
consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace».
C'è anche una terza parte di questo messaggio, rimasta segreta fino alla rivelazione che ne ha fatta Giovanni Paolo II
durante il Giubileo del 2000. Essa «consiste in una visione profetica» che illustra ciò che già la Madonna aveva
predetto con le parole citate. Monsignor Bertone dell'ex Santo Uffìzio sottolineò che Lucia, nei colloqui che hanno
preparato la rivelazione del terzo segreto, «ribadisce la convinzione che la visione di Fatima riguarda soprattutto la
lotta del comunismo ateo contro la Chiesa e i cristiani e descrive l'immane sofferenza delle vittime della fede nel XX
secolo». Le stesse parole usate dal cardinal Sodano, nell'annuncio solenne dello svelamento del segreto, il 13
maggio 2000, quando il segretario di Stato aggiunse: «E’ una interminabile Via Crucis guidata dai Papi del XX
secolo».
Anche il cardinal Ratzinger, nel commento teologico alla terza parte del segreto, scriverà: «La via della Chiesa viene
così descritta come una Via Crucis, come un cammino in un tempo di violenza, di distruzioni e di persecuzioni. Si
può trovare raffigurata in questa immagine la storia di un intero secolo», nel terzo segreto «noi possiamo riconoscere
il secolo appena trascorso come secolo dei martiri, come secolo delle persecuzioni e delle sofferenze della Chiesa»,
ma scopriamo pure «che fede e preghiere sono potenze che possono influire nella storia e alla fine la preghiera è più
forte dei proiettili». Inoltre scopriamo che «nessuna sofferenza è vana».
Il cardinal Ratzinger infine analizza l'espressione fondamentale del segreto, quella attribuita alla Madonna: «il Mio
Cuore Immacolato trionferà». Si chiede il prelato: «Che cosa significa? Il Cuore aperto a Dio, purificato dalla
contemplazione di Dio, è più forte dei fucili e delle armi di ogni specie,
il fìat di Maria, la parola del suo cuore, ha
cambiato la storia del mondo, perché essa ha introdotto in questo mondo il Salvatore... Da allora vale la parola: “Voi
avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Il messaggio di Fatima ci invita
ad affidarci a questa promessa».
Questa interpretazione del Novecento, che coglie nel suo arco temporale uno speciale intervento della Vergine
Maria, è dunque l’interpretazione della Chiesa stessa ed è peraltro fondata sul passo del Vangelo in cui Maria rivela
meglio se stessa, il Magnificat: «Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente /... Ha spiegato la potenza del Suo braccio
/ ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore / ha rovesciato i potenti dai troni / ha innalzato gli umili» (Le 1,46-
55).
Giovanni Paolo II ha visto un intervento diretto di Maria per salvare la sua vita nell'attentato del 13 maggio 1981,
proprio nel giorno della Madonna di Fatima (anniversario della prima apparizione). Ne è derivata nel 1984 quella
“consacrazione” della Russia e del mondo al suo Cuore Immacolato che lei aveva chiesto dal 1917. Neanche un
anno dopo è arrivato al potere a Mosca Michail Gorbaciov ed esattamente il 25 dicembre 1991, il giorno di Natale,
veniva ammainata la bandiera rossa sul Cremlino e crollava l'Unione Sovietica: con essa veniva spazzato via
dall'Europa quell'esperimento comunista che aveva insanguinato il continente per 70 anni.
Ma incredibilmente il crollo di un impero di quelle dimensioni e di una nomenklatura che aveva dominato con
sistemi totalitari e feroci (che aveva a disposizione addirittura l'armamento nucleare della seconda potenza
mondiale), avveniva senza colpo ferire, senza che neppure un vetro fosse rotto. Che un evento così eccezionale sia
accaduto il giorno di Natale e che addirittura la liquidazione dell'Impero sia stata decisa in una riunione dei leaders
delle più importanti repubbliche, che si svolse 1'8 dicembre59, può dir poco all'osservatore laico, ma suggerisce una
riflessione a chi guarda la storia umana con occhi cristiani.
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La loro dichiarazione di uscita unilaterale dall’Unione Sovietica segnò di fatto la sua fine e la
fine del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus). Michail Gorbaciov in una recente intervista, a proposito di
quella riunione dell’8 dicembre, ha dichiarato: “ Ancora oggi non riesco a capire quello che passò per la testa dei
deputati russi, ucraini e bielorussi ” (Corriere della Sera, 30 dicembre 2001).
L'8 dicembre è infatti la festa dell'Immacolata Concezione e nei messaggi di Fatima - le cui apparizioni si
concludono in pratica all'inizio della rivoluzione d'ottobre - la Madonna chiedeva proprio la consacrazione della
Russia al suo cuore immacolato per ottenerne la conversione e annunciava - dopo molte tribolazioni -la vittoria del
suo Cuore Immacolato.
Ovviamente il comunismo, come ha spiegato anche il papa in un suo discorso, è crollato per cause storiche
perfettamente analizzabili. Ma l'azione della grazia, per i cristiani, si dipana attraverso i fatti storici e dentro i cuori
delle persone. E certo il crollo istantaneo di un tale impero, che poteva trascinare nella sua rovina il mondo intero, è
cosa assai stupefacente se non registra nemmeno una vetrina infranta.
Inoltre il cardinal Sodano sottolineò un altro aspetto dell’interpretazione globale della Chiesa: «Anche se le vicende
a cui fa riferimento la terza parte del “segreto” di Fatima sembrano ormai appartenere al passato, la chiamata della
Madonna alla conversione e alla penitenza, pronunciata all'inizio del XX secolo, conserva ancora oggi la sua
attualità».
Del resto sono purtroppo il martirio e le persecuzioni contro i cristiani che conservano ancora oggi la loro attualità.”
Da A. Socci, I nuovi perseguitati, ed. Piemme, Casale Monferrato (AL), 2002, pp. 56-60