Nemmeno a farlo apposta, nel numero di agosto appena uscito in edicola della rivista Medioevo - che vi consiglio di acquistare e leggere -, è presente un dossier Romani e barbari: un incontro di culture, che ci permette di confermare e di aggiungere qualche altro dato su quanto da noi espresso recentemente proprio su questo forum riguardo all'impatto demografico e culturale dei popoli barbarici scesi in Italia a seguito del crollo dell'Impero Romano. Mi limiterò a riportare alcuni passaggi tra quelli più interessanti.
Il dossier è a cura di Alessandro Barbero, professore ordinario di Storia medievale all'Università di Vercelli.
Una breve biografia dell'autore reperita sul sito culturale della RAI, http://www.italica.rai.it/:
"Alessandro Barbero è nato a Torino nel 1959. Laureato in Storia Medievale nel 1981, insegna Storia Medievale a Vercelli presso l'Università del Piemonte Orientale. Ha pubblicato tre romanzi e molti saggi di storia medievale. Con il suo romanzo d’esordio "Bella vita e guerre altrui di mr. Pyle, gentiluomo" ha vinto il Premio Strega nel 1996.
Ha pubblicato per Mondadori, il suo secondo lavoro "Romanzo russo Fiutando i futuri supplizi" (1998), "L'ultimo rosa di Lautrec" (2001) e "Poeta al comando" (2003). Vasta è anche la sua produzione di saggi storici, tra i quali "Carlo Magno. Un padre per l'Europa" (Laterza) e "La battaglia. Storia di Waterloo" (Laterza). Collabora, saltuariamente, con La Stampa e Tuttolibri."
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Le popolazioni dell'Europa meridionale, dopo la caduta di Romolo Augustolo nel 476, continuarono per secoli a vivere nel solco del mondo antico. Un mondo che, per leggi, comportamenti, cultura non può che definirsi romano, portatore di una civiltà che illumina ancora dei suoi bagliori i primi secoli del Medioevo.
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VINCITORI E VINTI
Con la calata dei barbari sulle terre dell'Impero, ciascun Regno diventa un melting-pot in cui, tra invasori e popolazione indigena, ha luogo una complessa fusione etnica. Ma così lenta che i contemporanei non ne ebbero coscienza.
Con la formazione dei Regni romano-barbarici sul territorio che era stato dell'Impero Romano d'Occidente, la popolazione romana dell'Italia, della Gallia, della Spagna dell'Africa sembra scomparire dalla storia. L'attenzione dei Medievisti si è sempre incentrata sugli invasori che davano il nome ai nuovi Regna, fossero Visigoti o Vandali, Ostrogoti, Franchi o Longobardi; gli archeologi hanno cercato le loro tracce nelle sepolture, privilegiando quelle tombe che per la presenza di armi o di oreficerie sembravano denunciare un'appartenenza barbarica; i giuristi si sono concentrati esclusivamente su leggi, consuetudini e forme processuali dei popoli germanici, quasi che il diritto romano fosse sparito da un giorno all'altro dall'Europa; le grandi cronache scritte dagli intellettuali dell'epoca sono state automaticamente considerate come storie di quei popoli, anche a costo di pesanti forzature. Emblematico il caso di Gregorio di Tours, che era un vescovo romano, discendente di martiri e di senatori, e che nella Gallia del VI secolo intitolò la sua opera Historiae, come Tacito: il che non impedì ai posteri di ribattezzarla con disinvoltura Storia dei Franchi.
Eppure tutti riconoscono che i barbari invasori erano ovunque soltanto una piccola minoranza. I Vandali che sbarcarono in Africa al comando di Genserico erano in tutto 80 000 persone, secondo lo storico africano Vittore di Vita; il successore del re visigoto Alarico, che nel 418 si stanziò con il suo popolo nella Gallia meridionale, ottenne dal governo imperiale una fornitura di grano sufficiente, secondo i calcoli più attendibili, a nutrire per un anno 15 000 guerrieri con le loro famiglie; nel 489, Teodorico il Grande condusse in Italia circa 100 000 Ostrogoti, e nel 568, quando Alboino passò le Alpi per invadere la Pianura Padana, c'erano con lui forse 150 000 Longobardi e alleati, fra uomini, donne e bambini.
Di fronte a cifre così esigue, è sicuro che ogni provincia dell'antico Impero, anche l'Italia del VI secolo devastata dalla guerra greco-gotica e dalla peste, contava comunque diversi milioni di abitanti. Che cosa accadde a tutti costoro?
UNA NUOVA IDENTITA'
La vecchia tesi del Manzoni, che immaginava i Romani come un volgo disperso ridotto in servitù dai vincitori, e credeva che ancora al tempo di Carlomagno i fulvi Longobardi vivessero separati dalla popolazione ilalica, come la razza padrona d'un apartheid avanti lettera, è oggi completamcnte screditata. Si sa, invece, che ciascun Regno divenne un melting-pot in cui ebbe luogo una complessa fusione etnica; così lenta, però, che neppure i contemporanei ne ebbero piena coscienza, e che soltanto oggi abbiamo l'impressione di cominciare a capire cosa accadde veramente.
La schiacciante preponderanza della popolazione romana fece sì che sotto l'aspetto, diciamo così, biologico furono gli invasori a essere completamente assorbiti, e i loro tratti distintivi annullati: lo testimonia l'estinzione delle lingue germaniche, abbandonate ovunque entro poche generazioni a favore dei dialetti romanzi parlati dalla popolazione locale.
Pagine 108-110:
AI POSTI DI COMANDO
Del resto, già nella sua generazione non erano in molti a condividere gli scrupoli di Sidonio. Lui stesso si rivolge scherzosamente a un amico, un nobile senatore ed esperto di diritto romano, che s'è integrato così bene alla corte d'un altro re barbaro, quello dei Burgundi, da aver imparato la loro ostica lingua meglio degli stessi barbari: tanto che, quando c'è lui, i capi burgundi esitano a prendere la parola, temendo di commettere degli errori e di fare brutta figura. Uomini come questo erano preziosi per i re barbari, i queli potevano contare sui loro fedeli finché si trattava di menare le mani, ma dovevano circondarsi di Romani quando si trattava di governare il territorio, riscuotere le tasse, amministrare la giustizia, e perfino fare la guerra con un minimo di organizzazione e di calcolo.
In tutti i Regni romano-barbarici, fino al VI secolo inoltrato e addirittura al VII, il personale di governo comprende una moltitudine di Romani, anche nei posti più delicati e a più diretto contatto col re. Quando i Goti si impadroniscono della Gallia meridionale e poi della Spagna, interi uffici del governo provinciale passano agli ordini dei nuovi padroni, con i loro capuffici in testa; e anche le nuove nomine privilegiano, forzatamente, personale romano. I nobili così designati portano al servizio dei re barbari tutte le tradizioni, nel bene e nel male, dei ceti dirigenti dell'Impero Romano.
Pagina 111 e seguenti, troviamo l'articolo, di cui riporto l'apertura ed un paio di passaggi:
IL MANTO DI PORPORA
Bisogni di legittimare il loro potere, i capi barbari si pongono come rappresentanti, quando non addirittura continuatori, degli imperatori romani. Mutuandone il linguaggio politico e simbolico.
[...]
Questo bisogno di collegarsi alla tradizione romana si ritrova anche nei più barbari fra i conquistatori, i Longobardi.
[...]
i nobili longobardi ostentavano il titolo romano di vir inlustris, come appare dagli anelli a sigillo con cui molti di loro si facevano seppellire, e gli stessi re a partire da Autari premettevano sistematicamente al proprio nome quello romano di Flavius.
Pagina 116-117:
ROMA DETTA LEGGE
Per molto tempo dopo l'avvento dei Regni romano-barbarici, anche la moneta che continuò a circolare in Occidente fu quella imperiale romana. Insieme alle infrastrutture e agli uffici amministrativi i re barbari ereditarono dagli imperatori anche le Zecche, e continuarono a farvi battere moneta a nome e coll'effige dell'imperatore. Non si trattava di ingenua imitazione, ma proprio del riconoscimento che i territori da loro governati continuavano in un certo senso a far parte dell'Impero, in termini non solo ideali, ma concreti.
Pagina 118:
I MITI DELLE ORIGINI
I BARBARI NELLA STORIA ROMANA
Nel corso dell'Alto Medioevo, nei principali Regni romano-barbarici si formò una tradizione semileggendaria che pretendeva di conservare il ricordo delle remote origini dei vari popoli germanici e delle imprese dei loro antichi re. E' probabile che in ciascuno di questi racconti esista un nucleo di memoria più o meno autentica, e non c'è dubbio che il costituirsi di questa tradizione scritta rappresentò un momento di grandissima importanza per la formazione d'una coscienza nazionale presso i Goti, i Franchi e i Longobardi.
Proprio per questo, però, è sorprendente constatare quanto romane e quanto poco barbariche fossero in realtà le tradizioni confluite in questi racconti.
[...]
Allo stesso modo, gli scrittori franchi del VII secolo, come Fredegario, inventarono una fortunata favola per cui i Franchi, al pari dei Romani, discendevano da Troia attraverso un principe troiano, chiamato Francione, che come Enea s'era rifugiato in Occidente dopo la caduta della città.
Anche per i Franchi, insomma, la ricerca d'un'identità nazionale era concepibile soltanto all'interno della storia romana.



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