Le tavole della Salvezza
Riportiamo l'articolo comparso su "Luoghi dell'Infinito"


Piacenza: cinquecento metri di icone della Santissima Trinità.

Stupore.
E’ questa la prima emozione che suscita il grande ciclo pittorico realizzato da Francisco “Kiko” Arguello per la chiesa della Santissima Trinità di Piacenza.
Collocato sulla parete absidale, illuminato dalla grande vetrata della facciata (un’opera del 1996 di padre Costantino Ruggeri) e da quella del transetto, che ne esaltano l’intera gamma cromatica impreziosita dal laminato aureo, lo splendido dipinto si estende per più di 500 metri quadrati: un capolavoro unico per la città di Piacenza e per molti edifici sacri contemporanei.
Realizzato nel 2000 in occasione del Grande Giubileo, ha celebrato anche i cinquant’anni dall’inizio dei lavori per la costruzione di quella che è la più grande chiesa della città, voluta tenacemente da monsignor Antonio Tagliaferri (parroco della Santissima Trinità dal 1942 al 2001), consapevole che l’espansione edilizia dell’immediato dopoguerra avrebbe richiesto in breve tempo un edificio che potesse rispondere al nuovo sviluppo del tessuto urbano. Il pittore spagnolo Francisco Arguello, noto anche come fondatore dell’esperienza neocatecumenale, ha creato un’opera ispirata ai retablos della Spagna barocca, componendo una teoria di dodici grandi icone (ognuna di cinque metri di base per cinque di altezza) che illustrano la vita di Gesù, dall’Annunciazione alla Pentecoste. Le immagini sono sistemate intorno alla “deesis” (parola greca che significa “intercessione”): la raffigurazione di Gesù in trono affiancato da Maria, Giovanni Battista, gli arcangeli Gabriele e Michele, san Pietro e san Paolo che intercedono per i peccatori.
Arguello ha iniziato a lavorare a quest’opera nel maggio del 1999, accogliendo, dopo alcuni anni di esitazione, la richiesta di monsignor Tagliaferro, che si rivolse a lui dopo che negli anni precedenti altri pittori (tra cui Pietro Annigoni e il piacentino Luciano Ricchetti) rifiutarono a motivo dell’immensità del lavoro e dei costi.
“Nel pieno rispetto della tradizione stilistica bizantina – dice don Riccardo Alessandrini, parroco della Santissima Trinità - Arguello riesce ad intervenire con originalità, creando un’opera personale, nuova, perfetta combinazione del senso spirituale dell’icona con le soluzioni estetiche più moderne, specialmente dal punto di vista cromatico”. E così riproduce fedelmente l’impianto classico dei grandi capolavori degli artisti russi e slavi (la celebre Trinità di Rublev ad esempio è il modello esplicito per l’icona della Santa Famiglia di Nazareth), senza trascurare di attingere all’eredità di Duccio e di Giotto e alla mediazione da questi operata del linguaggio di matrice bizantina. Arguello inserisce quali elementi di novità schematismi lineari di derivazione cubista o preziosità coloristiche che guardano a Matisse. Tutto ciò senza mai tradire la ragione essenziale della produzione dell’icona, non semplicemente ed esclusivamente opera d’arte ma immagine celeste, riflesso figurativo di una scelta fondamentale di fede e quindi strumento per annunciare e commuovere. E non v’è dubbio che la collocazione del grande dipinto proprio di fronte all’assemblea assolve pienamente la funzione “catechetica” di narrare, spiegare e illustrare la verità e della vicenda cristiana, esattamente come accadeva con le medievali bibliae pauperum.
Dopo l’iniziale stupore e la meraviglia che le dimensioni stesse dell’affresco producono, lo sguardo dell’osservatore, anche di quello più distratto, viene quasi rapito dalla dolcezza dei volti, dalla morbidezza fluente delle linee, da una gestualità che, nei colori e nell’espressività dei volti, stempera in parte la consueta fissità con cui l’icona celebra l’evento. E’ in particolare il viso di Gesù a offrire i segni di questa novità, con i suoi grandi e dolcissimi occhi, le labbra che sembrano accennare ad un sorriso, un volto “da bambino”, secondo le parole di Arguello, umile, non severo come normalmente avviene nella tradizione antica.
Il lavoro, intenso e impegnativo anche dal punto di vista fisico, sempre accompagnato da meditazione e preghiera secondo la prassi degli iconografi russi, è stato inteso dall’autore e dai suoi collaboratori come l’espressione visibile di un profondo bisogno di unità per la Chiesa nel terzo millennio, un annuncio dell’unità possibile tra Oriente e Occidente nelle sue radici cristiane, sul cammino dell’ecumenismo voluto da Giovanni Paolo II proprio all’interno del Grande Giubileo.
Invitato alla celebrazione inaugurale dell’affresco nel giugno 2000 il Patriarca di Mosca Alessio II ha invitato padre Vladimir Kuchumov, che ha colto e apprezzato il profondo significato ecumenico di un’opera come questa, testimonianza di amore e rispetto per una disciplina artistica e spirituale che merita di essere diffusa in Occidente con sempre maggiore convinzione.
A Piacenza Arguello ha operato in questo senso una precisa scelta estetica: “Guardando ad Andreij Rublev, probabilmente la cima più alta dell’arte cristiana di tutti i tempi, possiamo ripensare all’orizzonte artistico di cui ha bisogno l’Occidente cristiano oggi e quindi recuperare un’immagine capace di riflettere il contenuto deella nostra fede”. A conferma di una sfida vinta sono i volumi di firme riempiti da visitatori, molti dei quali illustri, che provenendo da tutto il mondo hanno fatto della Santissima Trinità una nuova meta di pellegrinaggio del terzo millennio.


Giuseppe Dosi
Tratto da : "Luoghi dell'infinito" , mensile allegato ad Avvenire, Luglio-Agosto2006


Nell'immagine :la pagina di apertura dell'articolo




La copertina del numero di Luglio-Agosto2006 del mensile "Luoghi dell'infinito".