L'inizio del declino
Milano, 16 agosto - Critiche feroci, soprattutto da parte americana, hanno accolto le dichiarazioni dei presidenti siriano e iraniano, i quali hanno salutato la vittoria sul campo della resistenza libanese nei confronti di Israele. Lo stesso leader di Hezbollah Seyyed Hassan Nasrallah ha parlato di vittoria strategica di rilevanza storica. E' utile, quindi, ripercorrere brevemente la storia delle maggiori aggressioni israeliane ai danni del Libano e confrontarle con l'ultima.
Il 14 marzo 1978 25 mila soldati israeliani invasero il sud del Libano con l'obiettivo di sradicare dall'area i guerriglieri palestinesi e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina che costituiva una sfida militare per il nord di Israele. Il contingente israeliano raggiunse in pochissimi giorni il fiume Litani, provocò la fuga di circa 300 mila civili e fece circa 2 mila vittime. Il ritiro israeliano dall'area avvenne nel giugno 1978, cedendo il controllo in una fascia di sicurezza stretta a ridosso del confine alla milizia collaborazionista dell'Esercito del Libano del sud. Il bilancio fu di 20 soldati israeliani uccisi.
Il 6 giugno 1982 scattò la famigerata operazione "Pace in Galilea". Doveva durare 48 ore, ripulire il sud del Libano dalle infrastrutture dell'Olp. Il 13 giugno il contigente israeliano aveva già accerchiato Beirut. Due mesi di feroci bombardamenti, assalti di artiglieria, azioni delle truppe speciali provocarono quasi 7 mila morti tra libanesi, palestinesi, siriani. Giunti in una settimana a Beirut, gli israeliani decisero che avrebbero cercato di imporre un nuovo governo al Paese, un esecutivo dominato dai cristiano maroniti filoisraeliani. Il tentativo fallì. Seguirono anni di carneficine. Nel gennaio 1985 Israele decise il disimpegno a tappe e nel giugno di quell'anno lasciò il Paese, salvo la fascia del sud, larga sei-otto chilometri lungo la frontiera, custodita sempre assieme ai collaborazionisti dell'Esercito del Libano del Sud. In tre anni morirono 1217 soldati israeliani secondo le statistiche del Ministero della difesa di Tel Aviv.
Il 25 marzo 1993 scattò un'operazione di rappresaglia contro il movimento di resistenza di Hezbollah, cresciuto nel frattempo. Sino al 31 marzo di quell'anno, quando Israele decise di fermarsi, in bombardamenti aerei e attacchi di artiglieria oltre 100 libanesi rimasero uccisi, 300 mila furono gli sfollati e le infrastrutture del sud del Libano subirono gravi danni. Israele ebbe 7 morti.
L'11 aprile 1996 lo Stato ebraico cercò ancora una volta di espellere Hezbollah dal sud del Libano. In un'operazione durata sino al 27 aprile 1996 vennero compiuti oltre mille raid aerei, uccisi più di 100 libanesi. La resistenza, però, cominciò a rispondere: 640 razzi colpirono le città israeliane a ridosso del confine, prima che le ostilità si arrestassero. Nel maggio 2000 Israele decise di abbandonare la fascia di sicurezza occupata lungo il confine e lasciò il territorio libanese fatta eccezione per la minuscola area delle Fattorie di Shebaa. Il ritiro fu deciso, perché ogni anno Israele perdeva alcune decine di soldati nel Libano meridionale ad opera della resistenza libanese e all'opinione pubblica israeliana cominciò a pesare.
Tutto questo va confrontato con quanto è avvenuto dal 12 luglio al 14 agosto 2006. Quattromila razzi piovuti su Israele (la cifra lo ha fornito oggi il capo di Stato maggiore Dan Halutz alla Commissione esteri e difesa del Parlamento), nord di Israele prima paralizzato, poi parzialmente evacuato, notevoli danni economici subiti dallo Stato ebraico (si calcola 3 miliardi di dollari), 156 israeliani uccisi, quasi tutti militari caduti in combattimento, perdite in elicotteri, imbarcazioni da guerra, carri armati, pochi e inconsistenti progressi militari sul terreno, con le uniche truppe penetrate in profondità in Libano solo perché paracadutate (senza linee di approvvigionamento garantite, tant'è che è stato messo in conto persino che i soldati dovessero rubare cibo e acqua nei negozi locali), tutte le operazioni speciali, quelle che miravano a colpire la dirigenza Hezbollah o recuperare i soldati presi prigionieri, miseramente fallite, strutture e comandi Hezbollah perfettamente funzionanti sino all'ultimo nonostante la presenza di trentamila soldati israeliani in un fazzoletto di terra (non a caso Hezbollah nelle 24 ore precedenti all'entrata in vigore del cessate il fuoco ha lanciato il maggiore numero di razzi nell'arco di una giornata).
Nulla meglio di questi fatti evidenzia il fallimento militare israeliano di fronte alla resistenza libanese. E' la prova che la grande disponibilità di mezzi, di tecnologia militare ultramoderna, di raccolta di intelligence non sono più garanzia di vittoria in Medio Oriente, perché anche l'altra parte è cresciuta in mezzi, esperienza, disciplina, determinazione e raccolta di intelligence. E' l'inizio del declino del deterrente israeliano. Una svolta storica, strategica. Un'occasione unica per chi volesse davvero voltare pagina e puntare sul negoziato invece di sognare improbabili, folli rivincite.
La redazione di Arabmonitor




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