Colonne di ambulanze, camion, trattori, medici, ingegneri verso il Sud Il Partito di Dio ha preso la ricostruzione Libano, dopo la fine dei raid



TIRO — Finisce, almeno per il momento, la «guerra santa» contro Israele. E inizia quella altrettanto «santa» per la ricostruzione. Ancora non sono cessati del tutto i combattimenti nel Libano meridionale. Anzi, il cessate il fuoco con il passare delle ore si rivela più fragile che mai. Ma la rete di istituzioni sociali dell'Hezbollah funziona già come un meccanismo bel oliato per portare aiuto alle popolazioni.
Sono ormai visibili ovunque i suoi militanti tra i villaggi più colpiti a ridosso del confine con Israele. Li abbiamo incontrati già tre giorni fa all'ospedale di Tibnin con carichi di cibo e medicinali. E più in su, con i primi bulldozer tra le vie devastate di Bint Jbeil, Aitarun, Aita Esh Shaab e il resto delle località che per un mese sono state la prima linea dei combattimenti più feroci. Le loro staffette di coordinamento con il centro logistico dell'organizzazione a Tiro si muovono spesso in motorino per passare più facilmente i crateri delle bombe su strade altrimenti intransitabili per i normali veicoli a quattro ruote.
Conoscono bene il territorio, è casa loro, e fino a ieri vi hanno combattuto. Adesso depositano mitra e katiuscia in cantina per indossare le vesti di assistenti sociali, operai, gruisti, muratori, persino di agenti incaricati di valutare i danni alle abitazioni private e, in qualche caso, distribuire le prime somme di denaro per gli indennizzi ai capifamiglia che incontrano sul posto.
È il segreto della grande forza popolare del «Partito di Dio» tra gli sciiti libanesi. Dai primi anni Ottanta si è sviluppato come un vero «Stato nello Stato». Dove il governo centrale era latitante, ci pensava l'Hezbollah a fornire scuole, cliniche, medici, mense per i poveri, borse di studio, asili nido, assistenza per gli anziani. E ora non è da meno. Hassan Nasrallah lo ha detto chiaramente in quello che la sua gente definisce il «discorso della vittoria»: «A completare i nostri successi militari verranno quelli della ricostruzione». A pagare è, come sempre, l'Iran, ma anche il folto numero di uomini d'affari sciiti libanesi emigrati in Africa sin dagli anni Cinquanta, arricchiti con i commerci in Congo, Nigeria, Costa d'Avorio, Sud Africa, Ruanda, Kenia e oggi disposti ad aprire i cordoni della borsa.
L'impegno è enorme. Lo ha ammesso lo stesso Nasrallah. «Almeno 15.000 abitazioni sono state completamente rase al suolo», ha detto, promettendo comunque che «nessuno sarà lasciato solo». Le prime stime governative parlano di 3,5 miliardi di dollari necessari per rimettere in sesto il Paese: di cui 2 per le case private e 1,5 per le infrastrutture pubbliche. Il ministro per gli Sfollati, Nehme Tohme (legato al «Fronte del 14 marzo» contrario allo strapotere dell'Hezbollah) ha dichiarato al New York Times che Nasrallah in questo momento avrebbe un «budget illimitato», messo a disposizione dell'Iran, che certo vede nella sfida sociale del suo «protetto» il modo migliore per allargare la sua influenza sulle masse musulmane di tutto il mondo.
Secondo l'intelligence americana, 150 milioni di dollari in contanti sarebbero già stati trasferiti da Teheran agli istituti di credito fedeli ai leader sciiti di Beirut. Una sommache già permette di staccare con tranquillità assegni da 10.000 dollari al colpo per pagare un anno d'affitto ai senza tetto. Ma, avvisa pubblicamente Nasrallah, «guai a chi speculerà sulle tragedie dei nostri fratelli cercando di alzare i prezzi delle case». Risalendo da Tiro sulla strada costiera verso Nord, mischiati al traffico delle decine di migliaia di profughi in rientro, abbiamo incontrato diverse colonne di volontari dell'Hezbollah diretti verso Sud. Ambulanze, camion, trattori, medici, ingegneri.
L'esercito regolare sta lentamente cercando di riparare una dozzina degli 80 ponti distrutti da Israele. Ma intanto gli uomini dell' Hezbollah spianano i tratturi, che tra le piantagioni di arance e banane garantiscono un minimo di viabilità. ABeirut c'è il quartier generale della loro compagnia edile più importante, la «Jihad al Bina» (letteralmente «guerra santa della costruzione»).
Vent'anni fa al meglio riempivano i crateri delle granate. Oggi sono una società con oltre 2.000 ingegneri e altri 6.000 dipendenti. «Non pagano molto. Lo stipendio di un ingegnere non supera i 1.000 dollari mensili. Ma in questo momento siamo la vera speranza della ripresa libanese», dice in italiano Hussein Karnib, 45 anni, laureato nel 1990 all'università di Catania, e adesso impegnato nel valutare i danni a Haret Hurek, la roccaforte dell'Hezbollah nel grande quartiere di Dahi alla periferia meridionale della capitale.
Lorenzo Cremonesi
17 agosto 2006