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Discussione: D'Alema in pericolo.

  1. #1
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito D'Alema in pericolo.

    D'Alema ora è in pericolo

    Maurizio Blondet
    17/08/2006
    Massimo D'Alema nella foto scandalo con Hussein Hassan in visita tra le macerie di Beirut

    Molto significativa la manovra degli esponenti ebraici italiani contro D'Alema. «Incredibilmente a braccetto con il rappresentante di un'organizzazione nemica della pace, non solo di Israele».
    A braccetto con il parlamentare libanese Hussein Hagji Hassan, D'Alema si è macchiato per di più di una colpa aggiuntiva: ha visitato le devastazioni di Beirut, ma «non è andato a constatare gli effetti dei bombardamenti libanesi in Israele», dice Pacifici, l'ultrà della curva-Likud.
    Da sinistra, Furio Colopmbo «si sorprende».
    Da destra-sinistra, il Capezzone cocco di Pannella: «dell'equivicinanza è rimasta solo la vicinanza ad Hezbollah».
    Irresponsabili come al solito, i giornali del Polo o contigui parlano di D'Alema anti israeliano.
    Una vera campagna, che - vedrete - crescerà.
    Molto significativa per vari motivi.
    Anzitutto, rivela cosa vogliano gli israeliani e i loro lobbysti italici dalla «forza d'interposizione»: che spari contro Hezbollah, che faccia il lavoro d'Israele.
    Secondo, non vogliono che nessuno «parli» con Hezbollah.

    E' l'atteggiamento tradizionale dei likudnik: attorno a noi solo «terroristi», e non trattiamo coi terroristi; ergo, non abbiamo nessuno con cui trattare; ergo, il solo linguaggio possibile è quello della violenza e dei bombardamenti.
    Questa «politica» si basa su una menzogna iniziale e radicale; che palestinesi ed Hezbollah, Teheran e Siria, siano tutti solo dei folli, degli irrazionalisti fanatici, dei criminali esclusi dal consorzio umano in quanto non solo assetati di sangue, ma chiusi alla ragione.
    Il risultato è guerra totale e infinita, disastrosa per tutti, e alla fine, anche per Israele. (1)
    Sono riusciti ad imporre questa politica demenziale e nichilista agli Stati Uniti, che non trattano e non parlano, minacciano e sparano.

    In Europa, funziona meno bene.
    Funziona sull'opinione pubblica, allarmata dalla presunta cieca violenza delle cosiddette masse islamiche, immaginate tutte massicciamente pronte a sgozzare, ad esplodere e a morire nel jihad (intanto, compriamo il pane dall'innocuo panettiere egiziano dell'angolo).
    Ma la propaganda funziona meno bene con i politici europei; gli ebrei non riescono a chiudere completamente questa parte del mondo nel terrore che paralizza la ragione e il pensiero.
    Sub-normali come Bush non si trovano in tutti i governi.
    D'Alema ha fatto bene a «parlare con Hezbollah»: se no, con chi parlare?
    Hezbollah è uno dei belligeranti, e tenere canali aperti con loro è ovvia prudenza per la sicurezza stessa dei nostri soldati, visto che li vogliamo mandare nel tritacarne libanese.
    Inoltre, Hezbollah è un partito politico e una parte importante della società civile libanese: è ovviamente saggio aprire con loro una linea di convinzione e di dialogo, per vedere se è possibile indurli al disarmo.
    «Parlare» con le parti è il preliminare elementare di ogni tentata mediazione.
    E dunque, bisogna sottolineare il secondo fatto significativo: Israele e le sue lobby «non possono permettere che la politica del 'parlare' abbia successo».
    Tutta la loro egemonia sull'America si fonda sulla proclamata necessità della violenza come «prima ratio», sul presupposto che parlare è inutile, anzi addirittura criminale, con «terroristi».
    Già il fatto che Hamas «parli», che Hezbollah «parli» in modo articolato, indebolisce questa visione paranoica del mondo.
    E rischia di far fallire una strategia basata sul terrore per l'irrazionale, che hanno così felicemente cavalcato dall'11 settembre.
    Israele - l'Israele maggioritaria, paranoide - non può consentire alcun successo della trattativa.

    Ecco perché riteniamo, seriamente, che D'Alema sia oggi in pericolo; che sia più vicino il pericolo di un mega attentato «islamico» in Italia - magari lo rivendicherà Al Qaeda, la sezione «Al Qaeda in Hollywood» - e che un grave pericolo attenda i nostri soldati nella forza d'interposizione.
    Vanno là nella terra del «false flag», interposti tra specialisti dell'attentato vero a bandiera falsa.
    Speriamo che D'Alema sia cosciente di quanto sia serio il pericolo.
    Attento alle telefonate, attento alle foto.
    Che si circondi di guardie del corpo personali, fidate, magari di «compagni» esperti di sicurezza. Esperti anche tecnologicamente, capaci di controllare il funzionamento dell'auto, dell'aereo,
    di frugare bene la barca prima di una regata, ed ogni altro mezzo di trasporto.
    Coscienti di avere contro una forza piena di truce esperienza e di feroce immaginazione.
    E con i suoi «specialisti».

    Ricordiamo a D'Alema e alla sua security due fatti.
    Anna Lindh, la donna ministro degli Esteri svedese: trucidata a coltellate l'11 settembre 2003 (un altro simbolico 11 settembre!) pubblicamente, in un supermercato di Stoccolma.
    L'omicida, dissero i giornali era «un immigrato serbo senza chiare motivazioni politiche».
    In ogni caso, un professionista dell'omicidio, capace di colpire in modo non solo letale ma irreversibile (i medici del pronto soccorso furono agghiacciati da come era stato ridotto il fegato di Annal Lindh, così da provocare un'emorragia inarrestabile), e sparire da mezzo una intera folla.
    Quanto alle «motivazioni», Anna Lindh era filo-palestinese, garante di una politica mediterranea cordiale.
    Aveva creato un «Programma sul dialogo fra culture e civiltà» orientato sui giovani, l'istruzione e i media che costituiva la sostanza di un apposito Piano d'Azione varato a Valencia nel 2002.
    Insomma, un'azione esattamente contraria allo «scontro di civiltà».


    L'assassinato ministro svedese Anna Lindh con Arafat.

    Pochi mesi prima, 4 giugno 2003, era morto in modo non chiaro un altro politico di primo piano: il tedesco Juergen Moellemann, liberale, già vice-cancelliere in uno dei governi Kohl.
    Esperto paracadutista e atletico 57enne, secondo la procura di Muenster, Moellemann, era salito a bordo di un aereo assieme a nove paracadutisti all'aeroporto di Marl Lohmuehle (nord Reno Westfalia) e si era lanciato da 4.000 metri.
    Il suo paracadute però, non si era aperto.
    Suicidio, hanno detto subito.
    Ma nulla è più facile che manomettere un paracadute, per esperti professionisti di omicidio, per i kidon.
    Il paracadutista che si era gettato dopo di lui ha testimoniato: «Ho visto il suo paracadute aprirsi normalmente, ma poi staccarsi dal corpo di Moelleman».
    Suicidio?
    Il fatto è che Moellemann era appena stato espulso dal suo partito libera-democratico, che aveva fondato e di cui era presidente, per «antisemitismo».
    Era stato accusato in un talk-show televisivo condotto da Michel Friedman, giornalista televisivo che è anche il vicepresidente del Consiglio ebraico germanico.
    Accusato di fomentare sentimenti antisemiti, nel caldo del dibattito, Moellemann aveva ritorto: «Nessuno crea più antisemitismo di Ariel Sharon; e di Herr Friedman, col suo stile arrogante e intollerante».
    Seguirono, come disse lo stesso Moellemann, «sei mesi di caccia all'uomo contro di me, per sbattermi fuori».
    E aveva scritto un libro in cui accusava apertamente il Mossad, «Klartext» («Parlar chiaro»).


    L'ex vice-cancelliere Juergen Moellemann

    Era intenzionato a dar battaglia.
    Aveva detto: «Una cosa non farò mai: rinunciare a ciò a cui credo e al mio impegno verso ciò a cui credo. Per gli stessi scopi per cui mi sono battuto dentro l'FDP, ora mi batterò come democratico indipendente e indipendente parlamentare».
    Non si poteva permettere che un politico di così alto livello e prestigio avesse successo nella sua battaglia.
    Cercheranno di impedire a D'Alema di avere un qualunque successo.
    Le indignazioni di Pacifici e gli stupori di Furio Colombo devono suonare come segnali d'allarme. Attenzione, guardie del corpo.
    Attenzione, soldati in Libano.
    Attenzione agli attentati in Italia: ma questo, a chi dirlo?
    Ci sono patrioti italiani, nei servizi, consapevoli di chi sia il nemico da cui guardarsi?

    Un'aggiunta a margine, ma non fuori tema.
    Alcuni lettori mi chiedono di rispondere a un articolo contro di me (non è il primo né l'ultimo) postato su «Informazione Corretta».
    Chi vuole leggerselo, vada a http://www.informazionecorretta.com/...z=110&id=17343 .
    Questo sito mi risulta gestito da Angelo Pezzana, già famoso come fondatore del Fronte Omosessuale (Fuori) aggregato ai radicali; senza cessare questa attività, ha intrapreso anche quella di dare i voti di antisemitismo ai giornalisti italiani.
    Il fatto è che questo sito si è screditato da sé per le sue visioni paranoidi ed accuse eccessive («sproporzionate», direbbe D'Alema); in USA, simili liste di proscrizioni funzionano a meraviglia come intimidazione e come proposte di licenziamenti; in Italia, il ridicolo Pezzana non riesce a farsi prendere davvero sul serio.
    I giornalisti leggono e ridono.
    Ma mi preme smentire una frase del FUORI-corretto: «Blondet, riprendendo le voci incontrollate e non verificate sull'utilizzo da parte di Israele di nuove armi in Libano, lancia un accusa di genocidio, del tutto implausibile».
    Incontrollate e non verificate?

    Non tema Pezzana: in molti e qualificati, in tutta Europa, stanno raccogliendo informazioni precise e certificate.
    Specie dei medici di pronto-soccorso che, concordi, in Libano come a Gaza, hanno documentato gli effetti delle nuove armi.
    Questo materiale viene raccolto con tutte le garanzie legali, allo scopo di trascinare in giudizio i criminali di guerra.
    Vedrà il Pezzana che cos'è l'informazione corretta.
    Altra risposta non mi pare meriti.
    Solo, ho la piena consapevolezza che le indicazioni di questo personaggio possano costituire, oltre ad una schedatura, un'indicazione, sia volontaria oppure no, di bersagli per paranoidi e kidon, magari dilettanti e volonterosi.
    Ne sia consapevole anche lui, se dovesse accadermi qualcosa di brutto.

    Maurizio Blondet

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    Il travaglio interno delle comunità ebraiche davanti all'"abbraccio"
    del parlamentare hezbollah a D'Alema. Chi lo attacca e chi lo difende
    Grande gelo tra ebrei e vicepremier
    Luzzatto: ma lui si è battuto per la pace
    Il presidente Gattegna: "Troppa solidarietà con chi vuole eliminare Israele"
    Pacifici: "Si facciano sentire le voci moderate della sinistra"

    di ALESSANDRA LONGO


    Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema
    ROMA - Dove sono Piero Fassino, Francesco Rutelli, "le forze moderate del centrosinistra", coloro che avevano "lodato la politica estera filoisraeliana" di Berlusconi considerandola "l'unica cosa buona" di quel governo? Aperte l'altro giorno le ostilità con il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, ormai liquidato come un quasi amico di Hezbollah, Riccardo Pacifici, energico portavoce della comunità ebraica di Roma, da sempre in ottimi rapporti con Gianfranco Fini, ha lanciato ieri un appello ai moderati dell'Ulivo. Facciano qualcosa per raddrizzare il timone, invoca Pacifici, che fa uno più uno e sospetta, dopo aver letto un'intervista a Diliberto sul Corriere della Sera, "una virata" dell'esecutivo verso le posizioni della sinistra radicale.

    E il resto delle Comunità ebraiche? Con molta fatica, coperta dall'anatema di Pacifici (respinto al mittente dalla Farnesina), ieri è uscita una nota del nuovo presidente dell'Unione, Renzo Gattegna.

    Brucia ancora, 48 ore dopo, l'immagine di D'Alema, in visita a Beirut, preso sottobraccio dal deputato Hezbollah, Hussein Haji Hassan. Ma sono soprattutto le dichiarazioni attribuite al titolare della Farnesina che fanno trarre conclusioni tranchant a Gattegna: "Al di fuori di una linea di chiarezza, e in contrasto con le espressioni verbali di amicizia ripetutamente profferite dal ministro, registriamo i suoi attestati di comprensione e di solidarietà nei confronti di Hezbollah".

    Ecco l'accusa: caro D'Alema, eravamo convinti che fossi un amico di Israele ma ti ritroviamo invece accanto ai nostri nemici. Non solo, stai usando due pesi e due misure. Con gli israeliani "non hai lesinato espressioni di grande durezza nel valutare le azioni militari di autodifesa che sono stati costretti ad adottare". Con gli altri, sottinteso, vai a braccetto.

    Esordisce così, bruscamente, la nota dell'Unione delle comunità ebraiche, compensata solo dal riconoscimento "dell'attività politica e diplomatica promossa dal governo e direttamente dal ministro degli Esteri" che ha avuto come conseguenza "il positivo contributo" all'approvazione della risoluzione Onu sul cessate il fuoco. Tradotto: D'Alema aveva cominciato bene ma adesso sta andando fuori rotta. Di qui la richiesta: "Il governo adotti una linea chiara di isolamento e di contrasto di questi gruppi terroristici".

    Tutti d'accordo nell'imputare al ministro degli Esteri un atteggiamento troppo morbido nei confronti di Hezbollah? Non certo Amos Luzzatto, che è stato al posto di Gattegna: "Penso che D'Alema abbia condotto una buona azione diplomatica cercando di creare un ponte tra le parti in causa. Personalmente non ricordo sue dichiarazioni a favore di Hezbollah. Altra cosa sono le espressioni di solidarietà verso la popolazione libanese sofferente". Luzzatto, uomo fuori dal coro, evoca anche la recente visita di D'Alema a Gerusalemme: "La sua corona al Museo dell'Olocausto è stata un gesto di solidarietà, un omaggio alle vittime".

    In pochi sono disposti a parlare così. Emanuele Fiano, deputato Ds, senza più incarichi nella Comunità, vede come fumo negli occhi le posizioni di Diliberto, accusato di dare "una patente di democraticità" ad Hezbollah, ma si rifiuta di mettere nello stesso tritacarne D'Alema: "Ha svolto un lavoro che ha portato a sancire il diritto di Israele all'autodifesa e alla reazione".

    C'è sbandamento, disagio, difficoltà evidente in gran parte della sinistra ebraica che non vuole finire nelle braccia della destra politica, "vicina solo per calcolo politico", ma non approva nemmeno la linea ultima della Farnesina. Dice Viktor Magiar, della Comunità di Roma, orfano dichiarato "dell'equilibrio di Fassino e Veltroni": "D'Alema non può dire che la guerra è stata un errore. Questa guerra non l'hanno voluta gli israeliani. Né può fare battute a fini di politica interna. Se critica Israele deve dire anche che Hezbollah è una banda di assassini".

    I giudizi sono netti, il clima nervoso, ultimativo. Ecco la sentenza di Claudio Morpurgo, vicepresidente dell'Unione: "Andiamo oltre D'Alema e facciamo in modo che tutto il mondo della politica italiana sia concorde sugli obiettivi della missione di pace". Dal suo buen retiro, il vecchio Luzzatto scuote la testa: "Di fronte ad un tema così immenso, non si va da nessuna parte con le battute e gli schematismi".

    (18 agosto 2006) Torna su

 

 

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