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    Predefinito D'Alema sei in pericolo.

    Maurizio Blondet
    17/08/2006

    Molto significativa la manovra degli esponenti ebraici italiani contro D’Alema. «Incredibilmente a braccetto con il rappresentante di un’organizzazione nemica della pace, non solo di Israele».
    A braccetto con il parlamentare libanese Hussein Hagji Hassan, D’Alema si è macchiato per di più di una colpa aggiuntiva: ha visitato le devastazioni di Beirut, ma «non è andato a constatare gli effetti dei bombardamenti libanesi in Israele», dice Pacifici, l’ultrà della curva-Likud.
    Da sinistra, Furio Colopmbo «si sorprende».
    Da destra-sinistra, il Capezzone cocco di Pannella: «dell’equivicinanza è rimasta solo la vicinanza ad Hezbollah».
    Irresponsabili come al solito, i giornali del Polo o contigui parlano di D’Alema anti israeliano.
    Una vera campagna, che - vedrete - crescerà.
    Molto significativa per vari motivi.
    Anzitutto, rivela cosa vogliano gli israeliani e i loro lobbysti italici dalla «forza d’interposizione»: che spari contro Hezbollah, che faccia il lavoro d’Israele.
    Secondo, non vogliono che nessuno «parli» con Hezbollah.



    E’ l’atteggiamento tradizionale dei likudnik: attorno a noi solo «terroristi», e non trattiamo coi terroristi; ergo, non abbiamo nessuno con cui trattare; ergo, il solo linguaggio possibile è quello della violenza e dei bombardamenti.
    Questa «politica» si basa su una menzogna iniziale e radicale; che palestinesi ed Hezbollah, Teheran e Siria, siano tutti solo dei folli, degli irrazionalisti fanatici, dei criminali esclusi dal consorzio umano in quanto non solo assetati di sangue, ma chiusi alla ragione.
    Il risultato è guerra totale e infinita, disastrosa per tutti, e alla fine, anche per Israele. (1)
    Sono riusciti ad imporre questa politica demenziale e nichilista agli Stati Uniti, che non trattano e non parlano, minacciano e sparano.



    In Europa, funziona meno bene.
    Funziona sull’opinione pubblica, allarmata dalla presunta cieca violenza delle cosiddette masse islamiche, immaginate tutte massicciamente pronte a sgozzare, ad esplodere e a morire nel jihad (intanto, compriamo il pane dall’innocuo panettiere egiziano dell’angolo).
    Ma la propaganda funziona meno bene con i politici europei; gli ebrei non riescono a chiudere completamente questa parte del mondo nel terrore che paralizza la ragione e il pensiero.
    Sub-normali come Bush non si trovano in tutti i governi.
    D’Alema ha fatto bene a «parlare con Hezbollah»: se no, con chi parlare?
    Hezbollah è uno dei belligeranti, e tenere canali aperti con loro è ovvia prudenza per la sicurezza stessa dei nostri soldati, visto che li vogliamo mandare nel tritacarne libanese.
    Inoltre, Hezbollah è un partito politico e una parte importante della società civile libanese: è ovviamente saggio aprire con loro una linea di convinzione e di dialogo, per vedere se è possibile indurli al disarmo.
    «Parlare» con le parti è il preliminare elementare di ogni tentata mediazione.
    E dunque, bisogna sottolineare il secondo fatto significativo: Israele e le sue lobby «non possono permettere che la politica del ‘parlare’ abbia successo».
    Tutta la loro egemonia sull’America si fonda sulla proclamata necessità della violenza come «prima ratio», sul presupposto che parlare è inutile, anzi addirittura criminale, con «terroristi».
    Già il fatto che Hamas «parli», che Hezbollah «parli» in modo articolato, indebolisce questa visione paranoica del mondo.
    E rischia di far fallire una strategia basata sul terrore per l’irrazionale, che hanno così felicemente cavalcato dall’11 settembre.
    Israele - l’Israele maggioritaria, paranoide - non può consentire alcun successo della trattativa.



    Ecco perché riteniamo, seriamente, che D’Alema sia oggi in pericolo; che sia più vicino il pericolo di un mega attentato «islamico» in Italia - magari lo rivendicherà Al Qaeda, la sezione «Al Qaeda in Hollywood» - e che un grave pericolo attenda i nostri soldati nella forza d’interposizione.
    Vanno là nella terra del «false flag», interposti tra specialisti dell’attentato vero a bandiera falsa.
    Speriamo che D’Alema sia cosciente di quanto sia serio il pericolo.
    Attento alle telefonate, attento alle foto.
    Che si circondi di guardie del corpo personali, fidate, magari di «compagni» esperti di sicurezza. Esperti anche tecnologicamente, capaci di controllare il funzionamento dell’auto, dell’aereo,
    di frugare bene la barca prima di una regata, ed ogni altro mezzo di trasporto.
    Coscienti di avere contro una forza piena di truce esperienza e di feroce immaginazione.
    E con i suoi «specialisti».



    Ricordiamo a D’Alema e alla sua security due fatti.
    Anna Lindh, la donna ministro degli Esteri svedese: trucidata a coltellate l’11 settembre 2003 (un altro simbolico 11 settembre!) pubblicamente, in un supermercato di Stoccolma.
    L’omicida, dissero i giornali era «un immigrato serbo senza chiare motivazioni politiche».
    In ogni caso, un professionista dell’omicidio, capace di colpire in modo non solo letale ma irreversibile (i medici del pronto soccorso furono agghiacciati da come era stato ridotto il fegato di Annal Lindh, così da provocare un’emorragia inarrestabile), e sparire da mezzo una intera folla.
    Quanto alle «motivazioni», Anna Lindh era filo-palestinese, garante di una politica mediterranea cordiale.
    Aveva creato un «Programma sul dialogo fra culture e civiltà» orientato sui giovani, l’istruzione e i media che costituiva la sostanza di un apposito Piano d’Azione varato a Valencia nel 2002.
    Insomma, un’azione esattamente contraria allo «scontro di civiltà».


    L'assassinato ministro svedese Anna Lindh con Arafat.



    Pochi mesi prima, 4 giugno 2003, era morto in modo non chiaro un altro politico di primo piano: il tedesco Juergen Moellemann, liberale, già vice-cancelliere in uno dei governi Kohl.
    Esperto paracadutista e atletico 57enne, secondo la procura di Muenster, Moellemann, era salito a bordo di un aereo assieme a nove paracadutisti all’aeroporto di Marl Lohmuehle (nord Reno Westfalia) e si era lanciato da 4.000 metri.
    Il suo paracadute però, non si era aperto.
    Suicidio, hanno detto subito.
    Ma nulla è più facile che manomettere un paracadute, per esperti professionisti di omicidio, per i kidon.
    Il paracadutista che si era gettato dopo di lui ha testimoniato: «Ho visto il suo paracadute aprirsi normalmente, ma poi staccarsi dal corpo di Moelleman».
    Suicidio?
    Il fatto è che Moellemann era appena stato espulso dal suo partito libera-democratico, che aveva fondato e di cui era presidente, per «antisemitismo».
    Era stato accusato in un talk-show televisivo condotto da Michel Friedman, giornalista televisivo che è anche il vicepresidente del Consiglio ebraico germanico.
    Accusato di fomentare sentimenti antisemiti, nel caldo del dibattito, Moellemann aveva ritorto: «Nessuno crea più antisemitismo di Ariel Sharon; e di Herr Friedman, col suo stile arrogante e intollerante».
    Seguirono, come disse lo stesso Moellemann, «sei mesi di caccia all'uomo contro di me, per sbattermi fuori».
    E aveva scritto un libro in cui accusava apertamente il Mossad, «Klartext» («Parlar chiaro»).


    L'ex vice-cancelliere Juergen Moellemann



    Era intenzionato a dar battaglia.
    Aveva detto: «Una cosa non farò mai: rinunciare a ciò a cui credo e al mio impegno verso ciò a cui credo. Per gli stessi scopi per cui mi sono battuto dentro l’FDP, ora mi batterò come democratico indipendente e indipendente parlamentare».
    Non si poteva permettere che un politico di così alto livello e prestigio avesse successo nella sua battaglia.
    Cercheranno di impedire a D’Alema di avere un qualunque successo.
    Le indignazioni di Pacifici e gli stupori di Furio Colombo devono suonare come segnali d’allarme. Attenzione, guardie del corpo.
    Attenzione, soldati in Libano.
    Attenzione agli attentati in Italia: ma questo, a chi dirlo?
    Ci sono patrioti italiani, nei servizi, consapevoli di chi sia il nemico da cui guardarsi?



    Un’aggiunta a margine, ma non fuori tema.
    Alcuni lettori mi chiedono di rispondere a un articolo contro di me (non è il primo né l’ultimo) postato su «Informazione Corretta».
    Chi vuole leggerselo, vada a http://www.informazionecorretta.com/...z=110&id=17343 .
    Questo sito mi risulta gestito da Angelo Pezzana, già famoso come fondatore del Fronte Omosessuale (Fuori) aggregato ai radicali; senza cessare questa attività, ha intrapreso anche quella di dare i voti di antisemitismo ai giornalisti italiani.
    Il fatto è che questo sito si è screditato da sé per le sue visioni paranoidi ed accuse eccessive («sproporzionate», direbbe D’Alema); in USA, simili liste di proscrizioni funzionano a meraviglia come intimidazione e come proposte di licenziamenti; in Italia, il ridicolo Pezzana non riesce a farsi prendere davvero sul serio.
    I giornalisti leggono e ridono.
    Ma mi preme smentire una frase del FUORI-corretto: «Blondet, riprendendo le voci incontrollate e non verificate sull’utilizzo da parte di Israele di nuove armi in Libano, lancia un accusa di genocidio, del tutto implausibile».
    Incontrollate e non verificate?



    Non tema Pezzana: in molti e qualificati, in tutta Europa, stanno raccogliendo informazioni precise e certificate.
    Specie dei medici di pronto-soccorso che, concordi, in Libano come a Gaza, hanno documentato gli effetti delle nuove armi.
    Questo materiale viene raccolto con tutte le garanzie legali, allo scopo di trascinare in giudizio i criminali di guerra.
    Vedrà il Pezzana che cos’è l'informazione corretta.
    Altra risposta non mi pare meriti.
    Solo, ho la piena consapevolezza che le indicazioni di questo personaggio possano costituire, oltre ad una schedatura, un’indicazione, sia volontaria oppure no, di bersagli per paranoidi e kidon, magari dilettanti e volonterosi.
    Ne sia consapevole anche lui, se dovesse accadermi qualcosa di brutto.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Da anni ormai Israele si comporta come se non ci fosse alcun interlocutore per la pace. Questo è il senso vero dei «ritiri unilaterali» dal Libano e da Gaza, tanto lodati dai suoi cantori e complici. Ritirandosi unilateralmente, Israele lo fa alle sue condizioni, rubando la terra che vuole quando vuole, senza negoziare nulla e anche senza impegnarsi a nulla verso la controparte, nemmeno con un patto di non-aggressione. La controparte «non esiste», è una bestia feroce e basta. Nel 2000 Ehud Barak troncò i negoziati di Oslo proclamando che Arafat «non era un partner per la pace»; subito dopo Sharon ha praticamente arrestato Arafat nel suo quartier generale a Ramallah, tentando più volte di ucciderlo come «terrorista». Israele ha bisogno di una lezione di galateo internazionale, deve imparare a stare al mondo; altrimenti sempre più Stati - e non solo i vicini angariati e violentati - cominceranno a concludere che è lo Stato ebraico la causa di troppi mali. Allora sì che sarà in pericolo «la sua stessa esistenza».


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    Predefinito

    fossi in d'alema, che comunque ai suoi tempi sarà stato addestrato dal kgb su come evitare certi pericoli, farei controllare anche la tazza del cesso prima di sedermici: non si sa mai... un attentato hb (con attentatore fornito di documento che indica l'appartenenza a hb, si intende) potrebbe accadere...

 

 

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