Il liberismo comunista di Bersani & c.
Nulla di nuovo sotto il sole, almeno per chi è abituato a leggere gli eventi alla lente di ingrandimento, senza soffermarsi troppo sugli aspetti esteriori. Il 4 luglio è stato emanato il D.L. 223 Bersani sulle liberalizzazioni, provvedimento che ha investito diverse categorie professionali tra le quali tassisti, farmacisti ed avvocati; il decreto legge ha creato non pochi problemi con tanto di scioperi e manifestazioni da parte di queste lobbies colpite, ovviamente, nei propri interessi economici: l’obiettivo dichiarato del d.l. è la razionalizzazione del sistema economico, ma già il Titolo I è definito come “misure urgenti per lo sviluppo, la crescita e la promozione della concorrenza e della competitività, per la tutela dei consumatori e per la liberalizzazione di settori produttivi”. E questo si lascia commentare da solo.
Ma andiamo con ordine, analizzando ogni particella che compone questo atto del Governo che, ad opinione di chi scrive, è destinato a rivelarsi una bolla di sapone poiché, come spesso accade in Italia, si finge si smuovere le acque affinché tutto in realtà resti immutato.
In primis il provvedimento è stato adottato tramite la decretazione d’urgenza, ovvero il decreto legge, destinata a cadere nel vuoto qualora non vi sia la ratifica parlamentare entro i 60 giorni successivi all’emanazione del provvedimento medesimo; il Governo quindi segue una prassi utilizzata con frequenza negli ultimi decenni, infatti l’utilizzo del decreto legge permette di adottare provvedimenti immediati senza richiedere una particolare convergenza di opinioni all’interno del Parlamento: non è prevista una maggioranza, se non dopo i 60 giorni allorché il decreto va convertito in legge. Ma a quel punto i danni potrebbero già essere irreversibili e, come spesso ci ha insegnato la democrazia italiana, non c’è nulla di più stabile del precario, non è un caso se, fino a pochi anni fa, si era creato il c.d. ingorgo costituzionale determinato da decine di decreti legge continuamente reiterati (la riforma della scuola sessantottina ne è un palese esempio). La conclusione di questo ragionamento è che la democrazia, almeno quella parlamentare, è solo una veste comoda usata per mascherare il perseguimento di scopi personali: in poche parole, l’uso ossessivo di decreti legge rappresenta un atto autoritativo del Governo molto simile ai privilegi che emanavano i monarchi durante il feudalesimo. Indietro tutta quindi!
In secondo luogo va fatta un’analisi sul contenuto del provvedimento che, a parole, sembra voler colpire le lobbies con l’intento di smantellarle, seguendo una logica pseudo-marxista orientata verso la Rivoluzione in mutande e la dittatura del proletariato (leggasi “proletariato sotto dittatura”); il decreto ha colpito i tassisti, volendo ridurre il costo delle licenze ed abolendo le tariffe, gli avvocati, eliminazione delle tariffe minime e via libera alla pubblicità, nonché i farmacisti, libera vendita di alcuni farmaci anche nei supermercati e riduzione del costo delle licenze. Cerchiamo di razionalizzare. In linea di principio l’intervento ha del buono, in quanto il sistema degli ordini professionali e di determinate categorie lavorative, è fermo all’età della pietra, basterebbe pensare a quanto possa costare l’apertura di una farmacia oppure prendere un taxi a Roma; una pesante e concreta riforma è assolutamente necessaria, ma non nei modi e nei termini portata avanti dal ministro giacobino il quale sventola la presa della Bastiglia per poi inchinarsi immediatamente al Ancièn Regime: i tassisti scioperano, gli avvocati incrociano le braccia, i farmacisti abbassano le serrande ed il Governo scende a patti e tratta una resa a mutande abbassate. Le lobbies che dovevano essere colpite vengono alla fine rafforzate.
E così tanto rumore per nulla. Per un momento sembrava quasi di trovarsi di fronte ad una rivolta della nuova oligarchia borghese, arricchita da anni di privilegi, ma in realtà il Governo ha assestato i propri colpi alzando molto fumo solo per mascherare le proprie mosse; il “giavazzismo” (teoria della lotta alle lobbies del prof. Francesco Giavazzi) è divenuta così solo un’abile mossa di mercato per introdurre un nuovo equilibrio; ma il sistema chiede a gran voce di essere modificato radicalmente, perché i servizi offerti dai taxi restano scarsi e troppo costosi, perché il numero di avvocati cresce a dismisura senza che vi sia una reale selezione all’ingresso della professione, perché aprire una farmacia è divenuto privilegio sono per i “soliti noti”.
Un ultimo appunto. In questo grande trambusto nessun movimento politico ha preso una posizione chiara, perché gli interessi in gioco sono troppi e la fetta da dividere è abbastanza grande da far felici tutti, ciò che di certo va evitato è di cadere nel dualismo Bene-Male; la riforma è solo un palliativo e, al contempo, i tassisti non sono dei rivoluzionari ma solo dei privilegiati in difesa del proprio feudo, quindi ogni enfasi emotiva inerente gli scioperi rappresenterebbe benzina sul fuoco per il liberismo sfrenato; difendere certe categorie professionali varrebbe a dire difendere un’oligarchia clientelare, difendere Bersani varrebbe a dire,invece, affiancarsi ad una classe politica che dietro la maschera liberale e liberista, nasconde un animo profondamente comunista. Appiattimento verso il basso e gambe tagliate alla partenza.
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E' lungo, lo so. Ma vorrei avere qualche commento.




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