Il Bresciano più famoso del mondo
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Una volta mi capitò per diletto di fare un sondaggio, chiedendo a studenti universitari bresciani quale fosse, a loro avviso, il bresciano più famoso del mondo. In una provincia, quella bresciana, in cui la cultura colla C maiuscola sembra essere un orpello, un peso inutile da cui rifuggire come da una tribù di lebbrosi. Orbene il risultato del test fu sintomatico del livello culturale di noi bresciani: le risposte andavano da Franco Baresi, a Beretta, a Benedetti Michelangeli. Di questi tempi, il calciatore flerese Andrea Pirlo aggregato alla ciurma pallonara campione del mondo verrebbe forse additato come il bresciano più celebre sulla Terra.
Il nome più conosciuto è sicuramente quello legato alla nota marca di armi.
In particolare al massimo livello di Premi Nobel, NESSUNO degli interpellati ci seppe dire che il bresciano più famoso del mondo è Camillo Golgi, premio Nobel per la Fisiologia e Medicina giusto cent'anni fa.
A Golgi sono intitolati CENTINAIA di dipartimenti ed aule di biologia di tutto il mondo: da Harvard alle università giapponesi.
In ogni dove su questo pianeta qualsiasi studente di biologia e medicina, dalle scuole superiori all'università, è obbligato a studiare citologia. Uno degli organuli, "organelli", della cellula eucariote è il celeberrimo "apparato di Golgi". Le ricerche di Camillo Golgi, alle interrogazioni, sono lo spauracchio di tutti gli studenti di citologia, "orbis terrarum".
Io ho l'occasione di bazzicare per i dipartimenti di biologia della nuova università italica ammorbata dalla riforma Berlinguer ed ammazzata dalla riforma Moratti. Il livello della preparazione media degli studenti oggigiorno è rabbrividente.
Futuri biologi (e medici!), dietro il pezzo di carta, niente.
Di recente ho avuto opportunità di colloquiare con uno studente bresciano in biologia. Alla precisa domanda se almeno fosse conscio di chi era il bresciano più famoso del mondo trasse fuori un ghigno beffardo e pronunciò un "boh!". Alla successiva provocazione "Ma lo sai perché ci sono località che si chiamano, per esempio, Corteno-Golgi, Roncole-Verdi, Torre del Lago-Puccini?" mostrò un sorriso tra l'imbesuito ed il perplesso ribadendo "e che ne so!". Questo studente, sedicente "Jack", un ragazzotto vitaminico, menava pure vanto di essere quasi 25enne, al terzo anno dei corsi di biologia riformati. Poiché, consideriamo, gli studenti di biologia della Bassa Sassonia, se non una punta d'orgoglio, almeno la consapevolezza, studiando il "ciclo di Krebs", l'hanno. Della concittadinanza con Hans Krebs, pure egli premio Nobel per Fisiologia e Medicina.
Questo non è un caso ma la norma della scuola nell'italia multiculturale , "politicamente corretta" e che sforna degli "intellettuali" che non sanno distinguere un buco del .. da un buco per terra.
I gigabit di banda Internet disponibili presso le università italiche sono utilizzati per la ricerca. La ricerca tramite il "file-sharing" dell'ultimo film arrivato nelle sale, dell'artistico film per educande "Eva Henger, la signora dei cavalli" e roba simile. Questa è la vera "ricerca" che si fa negli atenei del "belpaese". Il perché i laureati italiani non li vogliono più all'estero. Non c'è bisogno di fare dibattiti ne tavole rotonde o di qualsiasi forma.
E non è che a livello di ragazze le cose stiano meglio.
Ricordo quando mi ero laureato la caterva di 110 con lode alle studentesse che poi a parlarci in separata sede, sembrava (e mi sembra tuttora!) di interloquire con delle svampite bamboline novenni, dalle unghie dipinte e col "cellu" a forma di cuore.
La cosa non provoca dei danni, credete?
Lo avrete annotato, dietro ogni scandalo italiano, dal calcio taroccato, ai re debosciati, ai politici mascalzoni vi sono appiccicate letterine e veline di ogni foggia ma della medesima sostanza. La forza della prugna.
Stelline di minima grandezza che in genere fuoriescono da certe università private per ricchi scemi nelle quali distribuiscono diplomi di laurea colla stessa velocità con cui li stampano.
Ci piacerebbe sentire se queste tipastre rimembrano vagamente cosa avvenne il 4 novembre, tanto da festeggiarsi. Tanto per fare un esempio. Oppure se qualche aspirante velina sicula ricordasse cosa avvenne a Palermo il 3 settembre 1982. E, chiederemmo troppo, ahinoi, che le pin-up cuneesi ne avessero udito.
A maggior ragione il discorso vale per la "Leonessa d'italia" e le sue letterine "in pectore". Dubitiamo assai sappiano chi è il bresciano più famoso del mondo, ne serbino ricordo di che avvenne in città, in piazza Loggia, il 28 maggio 1974.
Come potranno i bresciani difendere, portare a testa alta la loro "brescianità" se neanche la conoscono?
E' necessario, se non sarà troppo tardi, un cambiamento radicale di rotta, una rivoluzione copernicana; che le amministrazioni locali illuminate, nel giusto senso del termine, favoriscano la comprensione delle proprie radici e virtù nella popolazione. Le famiglie bresciane devono fare studiare i propri ragazzi, nelle scuole dove sembrano essere rimasto un rimasuglio di cultura degna di essere assimilata. Bisogna che i nostri Comuni aiutino i propri figli a interiorizzare (si spera con profitto) il ceppo di provenienza. Gli enti locali devono investire in ricerche e musei sulla storia e cultura inerenti, rispolverare tradizioni, ridare dignità ai nostri vecchi, ai nostri "Cafoni" di siloniana memoria.
Non servono i capannoni e le stalle ciclopiche a difendere la propria identità. Non è più il caso di gremire le campagne della Bassa, le rive dei nostri Laghi, finanche le medie Valli con iperilluminati, iperasfaltati insediamenti industriali, ipergravati di tasse per poi sentirci dire che "la provincia di Brescia fa schifo".
Non possiamo vantarci di essere bresciani se il prototipo del bresciano medio "intellettuale" è un "jack" qualsiasi il cui scopo nella vita è giocare online ad "accavallavacca" e convincersi che il cuscus è il tipico piatto bresciano perché servito alle feste dell'Unità. E neppure inorridendo di fronte alla Rai-Tv , un cui documentario aveva proferito "le ricerche del Golghi" come trattarsi di uno scienziato nepalese anzichè del premio Nobel nato tra le nostre montagne, il bresciano per il quale vale la pena sentirsi orgogliosi di questa terra.
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Nota 1: di Domenico Gatti del Canna-Power Team
Nota 2: Questo pezzo è stato scritto per i bresciani ma in realtà vale per tutte le entità socio-culturali di fronte all'immane prospetto globalizzatore. D. G.
da:
www.fottilitalia.com
il sito antitaliano per eccellenza
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