Prefazione al volume "Giustizia Veneta"
di Edoardo Rubini
Filippo Editore Venezia


DISCORSO ALLA NAZIONE VENETA

Avogaro, Badoer, Balbi, Barbarigo, Barbaro, Basadona, Bolani, Bon, Bondumier, Bragadin, Canal, Cabriel, Cappello, Cicogna, Qvran, Contarini, Colalto, Condulmer, Corner, Correr, Dandolo, Diedo, Dolce, Do/fin, Donà, Duodo, Erno, Erizzo, Falier, Foscari, Foscarini, Foscolo, Garzoni, Gozi, Gradenigo, Grirnani, Gritti, Mando, Lion, Loredan, Malipiero, Marcello, Marin, Mani, Michiel, Mocenigo, Molin, Morosini, Da Mosto, Nani, Orio, Pesaro, Pisani, Pizamano, Alani, Priuli, Querini, Renier, Rezonico, Ruz'ini, Sagredo, Sardi, Sanudo, Savorgnan, Soranzo, Tiepolo, Trevisan, Tron, Valaresso, Valier, Valmarana, Vendramin, Venier, Vitturi, Zen, Zorzi, Zustinian.

Un pensiero devoto va ai Padri, i cui nomi celebri in mezzo a tanti altri appartenenti a "caxade" altrettanto antiche ed illustri ci riportano alla storia della Repubblica, che pure non appannaggio di famiglie o gruppi, ma patrimonio comune di un intero popolo: i Veneti.

Le radici culturali di questa nazione risalgono all'alba dei tempi: d'essa parlano i più grandi tra gli antichi scrittori, trovandosi le citazioni più antiche in Omero, seguito da Alemane, Euripide, Erodoto, Teopompo, Polibio, Tolomeo, Strabone, Plinio il vecchio, Tacito, Tito Livio, Marziale, Virgilio e altri ancora.

I Veneti durante l'Età del Bronzo popolavano vaste terre dell'Europa Centro-orientale comprese tra il Mar Baltico ed il Mediterraneo. La civilizzazione che portarono ha lasciato un'impronta inconfondibile in vari campi, non escluse le istituzioni politico-giuridiche. Le singole comunità si reggevano con assemblee democratiche, pur articolandosi in diverse classi sociali, ed erano tenute insieme da pacifici rapporti di tipo confederativo, basati sullo scambio e sul reciproco aiuto.

I mutamenti geopolitici intervenuti in seguito all'espansionismo romano non incisero sull'identità nazionale veneta, sicché agli albori del Medioevo poté prodursi l'embrione politico di un nuovo Stato. Fecero così la loro comparsa i Veneti Secondi, come li ribattezzò Filiasi.

I millecento anni della splendida Repubblica Veneta possono essere additati senza timore di smentite come raro esempio di democrazia compiuta nella storia dell'umanità.

L 'intensificarsi dei rapporti sociali e le mutate dimensioni territoriali indussero un modello di Stato costruito con più salda struttura, nondimeno la Serenissima si resse sul consenso collettivo e mantenne, nei suoi territori, quelle forme arcaiche di democrazia diretta che aveva conosciuto nel corso delle sue acquisizioni.
Si veda il caso delle Convalli di Antro e Merso: le fedeli comunità slovene della Schiavonia (poi slavonia; in veneto s-ciavonia da cui s-ciao-ciao)assolvevano l'importante incarico di custodire ogni giorno i confini nordorientali dello Stato con duecento uomini, vedendo sempre confermati, grazie a questi loro servigi, i tradizionali privilegi.
In forza di questo patto, la Slavia Veneta si autogovernò, mantenendo inalterata la sua identità etnica.

E' ancora il caso della comunità montenegrina di Perasto, che godette di un'autonomia amplissima, grazie alle circostanze in cui avvenne la sua dedizione: nel 1368, durante l'assedio di Cattaro, questa cittadella offrì spontaneo soccorso all'Armata Veneta.''' I Perastini eleggevano presso di loro 12 volontari, i più valorosi esponenti della loro nobiltà, cui era riconosciuto il titolo di Gonfalonieri e nei combattimenti navali spettava loro difendere le sacre insegne di San Marco fino alla morte.

I principi salienti dello stabile ed equilibrato sistema politico veneto vanno ricondotti a due fattori fondamentali: l) la forte responsabilizzazione della classe dirigente, costruita su basi adeguatamente larghe ed omogenee, 2) l'estromissione di tutte le altre fasce sociali dalla politica attiva.

Si crearono così una compagine ed uno stile di governo cementati da un'irriducibile condivisione di valori, che non offriva spazi al formarsi di fazioni o partiti, né a semplici accordi, cartelli od intese, né al vano rincorrere i favori popolari, né alla sterile concorrenza tra avversari politici.
Le ambizioni personali erano bandite, represse come causa d 'ogni male, il germe infetto da purgare nel perseguire una vera etica del potere: le più alte cariche erano trattenute in un intreccio di limitazioni e di controlli così fitto, che talora la prassi riservava qualche piccola umiliazione a chi le occupava, se questo giovava alla salute dello Stato.
Eppure il popolo riusciva ad essere parte integrante di quel sistema: la volontà delle genti lagunari riunite in Arengo fece sorgere il Dogado, elesse tutti i Dogi fino al milleduecento e sempre al popolo fu rimesso il potere dall abdicante Maggior Consiglio nel 1797.
Il bene universale era il riferimento sicuro delle scelte politiche. Il sistema era, dunque, democratico perché riproduceva negli organi di governo i processi di confronto e di sintesi di libere opinioni (in precedenza espresse nelle assemblee popolari e perché le scelte così maturate rappresentavano davvero la volontà della Nazione.

Le Arti organizzazioni di categoria al cui interno era organizzata la classe lavoratrice rispecchiavano la struttura e la filosofia dello Stato, promuovendo l'autogoverno del settore economico d'appartenenza, presso tutti i lavoratori.

Spirito popolare e spirito aristocratico si compenetravano mirabilmente, ad edificare lo splendore repubblicano.


Misurare l'essenza democratica di uno Stato su meri canoni formali conduce a madornali fraintendimenti: per il potere costituito non v'è niente di più facile che ridurre il consenso a mera fnzione. Anche il coinvolgimento nel suo esercizio può scadere a vuota ritualità, come accade oggi con lo stanco ripetersi delle consultazioni elettorali.
Sulla scorta di superati schemi ideologici, tanti studiosi perpetuano l'equivoco di una pretesa ascendenza oligarchica insita nel nostro sistema di governo nazionale; spesso si mistifica il ruolo giocato nell'assetto costituzionale dall'Eccelso Consiglio dei Dieci o dagli Inquisitori di Stato.
Noi Veneti chiamiamo "tiranti" quelle strutture metalliche che vediamo spuntare dai muri dei vecchi palazzi, quando facciamo un giro per il "Canalaso": privato del loro sostegno, forse il bell’edificio crollerebbe, sicché dovremmo giudicare tali congegni come necessari alla sopravvivenza dell'intera struttura. Tuttavia, a chi chiedesse quali siano gli dementi qualificanti del palazzo, si dovrebbe rispondere esaminando i suoi canoni architettonici ed estetici, lasciando in secondo piano il discorso sugli interventi occorsi per successive contingenze. Nel caso di una compagine statuale, poi, tali contingenze sono ancor più superabili dei problemi statici di un palazzo, giacché la Repubblica, evolvendosi, era in grado di mettere da parte una magistratura o un metodo di formazione decisionale e di produrne di più aperti, aggiornati e consoni alle esigenze da affirontare.
Fuor di metafora, a nessuna singola magistratura per quanto grande, terribile, insopportabile, odiosa" (così il N.H. Renier Zen usava ingiustamente apostrofare l'Eccelso Tribunale nel Seicento) si può attribuire un ruolo egemone all’interno di quel delicato gioco di contrappesi istituzionali, prioritariamente finalizzato all'equilibrata distribuzione del potere. L'istituzione di un alto tribunale politico ha risposto alla necessità storica di proteggere la Nazione proprio da derive egemoniche ed oligarchiche. Vari autori anglosassoni hanno voluto dimostrare che il potere a Venezia era tenuto in poche mani. Secondo GrendIer su 800 cariche complessivamente ricoperte dal patriziato (oltre all'appartenenza al Maggior Consiglio), erano 60 i posti chiave di governo. Secondo Davis, tenuto conto dell 'obbligo della "contumacia'; ci volevano cento patrizi per ricoprire le magistrature più importanti. Secondo Lowry era un gruppo più ristretto di circa trenta nobiluomini a monopolizzare la politica veneziana nell’arco di una generazione. C'è da complimentarsi con i loro sforzi di ridurre tutto a cifre e a dati quantitativi, ma l'intellettuale dovrebbe mirare alla qualità del dato storico. In realtà, tanti collaudati schemi ideologici tranquillizzano gli studiosi, mettendoli al riparo dalla verità.

Dati numerici che quantificano il potere di trenta, cento, sessanta o dieci uomini di governo poco significano, se non si comprende che tra i Veneti el controllo del potere non era affatto esclusivo, come lo era nelle monarchie.

Per l’uomo di Stato veneziano, l'incarico pubblico era un onere gravoso (commisurato all'alto l'onore che conferiva), tuttavia erano i nobili al servizio della Patria, non la Patria a servizio loro. Si consideri il profilo di questa classe dirigente: quegli uomini non si erano affermati grazie alle loro.facoltà economiche, ma grazie alle loro capacità personali. Le cariche maggiori avevano carattere onorifico (cioè non erano retribuite) e certo la piccola nobiltà aveva minore possibilità di accedervi, ma ciò non impedì brillanti carriere a chi godeva della stima generale. Tutti i documenti sono là in archivio, a perenne memoria di quanto sacrificio sia costato far vivere giustizia e libertà per tutti.
Nel nostro mondo, invece, politica e potere non si concepiscono se non in termini negativi, sicché risulterà scomodo spiegare che un tempo le cose andavano in modo diverso.
Una volta definita la nostra Repubblica oligarchia d'ancien régime, per la storia ufficiale tutto diventa semplice. Nell'esperienza quotidiana, del resto, il concetto di democrazia entra in crisi ogni giorno di più. All'università s'insegna che l'attuale modello di Stato liberal-democratico rappresenta la perfezione. Un costante martellamento ideologico celebra senza sosta l'apoteosi dell'Illuminismo. Oggi è convinzione comune che per aversi una democrazia basta dichiarare che la sovranità appartiene al popolo, dividere tra loro i poteri pubblici, rendere elettive le assemblee rappresentative, formare il governo sulla maggioranza dei loro consensi, instaurare in-fine l'eterno conflitto tra maggioranza e opposizione. Personalmente, vedo un altro dato sostanziale su cui dovrebbe misurarsi la democraticità del sistema; la capacità degli Stati di identificarsi nei gruppi nazionali di riferimento o, se si vuole, creare vera solidarietà tra popolo e classe di governo. Per far sì che ciò accada, è necessario che i governanti siano la più alta espressione della tradizione culturale di un certo popolo. Se ciò non è, i discorsi sulla democrazia diventano astrusità buone solo a confondere le idee. Sempre e comunque sarà una minoranza a governare: si tratta di capire che cosa rappresenti questa minoranza. Esprime la cultura di una Nazione? O esprime un aggregato incoerente di interessi contrapposti?

Nella democrazia della Veneta Repubblica governavano i migliori. A fungere da parametro di giudizio erano i valori etnici. Oggi si può parlare ancora di nazioni? In caso non esistessero più, su cosa si sorreggono le compagini statuali? Si ha l'impressione, davanti alla politica odierna, che democrazia sia divenuta sinonimo di governo dei peggiori.
Ultimamente, sono emerse correnti di pensiero neoconservatrici che respingono in blocco le tesi illuministe, prendendo a modello tutti gli Stati precedenti la Rivoluzione: ma i Veneti possiedono una specifica esperienza storica, di cui va presa coscienza. Inoltre, l'Illuminismo ha prodotto dei mutamenti che non si possono ignorare: bisogna piuttosto discernere tra i suoi contenuti, riconoscendo i suoi limiti. Quell'ideologia ha come fondamento il materialismo, che non è più una certezza. L'uomo d'oggi soffre di rigetto da benessere e corre ansiosamente senza meta, sprovvisto di valori in cui riconoscersi. Avevano spiegato a tutti che Dio è morto, eppure oggi siamo sottomessi al dio-denaro; il meschino interesse personale non spiega il senso della vita, così viviamo nel regno della utilità e dell'insipienza.
Tutti reclamano diritti, anche alle cose più assurde. Nessuno dichiara di avere dei doveri. I doveri, infatti, si fondano sui valori e senza gli uni viene a mancare il significato degli altri.

L'amore per la Patria non si sa più cosa sia. Colpa delle ideologie di destra, che hanno concepito il nazionalismo come sradicamento violento delle forme culturali non omologhe a quella ufficiale dello Stato. Colpa delle ideologie di sinistra, che hanno concepito l'internazionalismo come aspirazione a mescolare tra loro i diversi gruppi etnici, creando le premesse per la distruzione delle identità nazionali. Colpa di un mondo dove è la televisione, portavoce occulta dell'ideologia ufficiale, a decidere cos'è bene e cos'è male. Questo lavaggio dei cervelli collettivo è responsabile dell' informe sotto-cultura di massa che predomina ovunque.
E tempo di passare oltre. La nostra Repubblica ha tanto da insegnare.

I Veneti, essendo stati Nazione cosciente attraverso i millenni, non hanno mai praticato forme di nazionalismo, riuscendo invece a favorire la pace e la fratellanza tra i popoli. Il senso d'appartenenza alle proprie radici era così forte che lo Stato riuscì ad essere plurinazionale: terre slave e greche si aggregarono, ma quelle genti, che si consideravano comunità fedeli al Dominio di San Marco, mantennero indisturbate il loro patrimonio etnico e linguistico, ognuna libera e sicura sul proprio territorio.
Il più omogeneo nucleo veneto-friulano-istriano si componeva a sua volta di un complesso di magnifiche comunità. L'unione era data, oltre che da comuni radici culturali, dall'avanzata concezione federalistica posta alla base dei reciproci rapporti. Mai, poi, nei quattro secoli di lotta senza quartiere contro la potenza ottomana, si conobbe odio ideologico o religioso, ma solo l'incrollabile difesa di giusti valori e dell'amata fede cristiana; durante la battaglia di Lepanto, a Venezia la vita scorreva serena per la comunità tutta. Intellettuali moderni come

Indro Montanelli hanno affermato che Venezia non si sarebbe dimostrata un vero Stato.
Se il modello cui ci si ispira è il revanscismo italico, è chiaro che cambiano i parametri di giudizio. Per risolvere i loro problemi, la monarchia sabauda e le gerarchie burocratiche succedutesi nella penisola, non hanno certo lesinato coercizioni e violenze. I cosiddetti Stati nazionali, in genere, non hanno usato sistemi diversi. La Francia è stata costruita sulle macerie delle culture diverse da quella borghese-parigina (per esempio a danno di Provenzali e Bretoni), la Spagna sul la sottomissione di Catalani e Baschi al predominio dei Castigliani, la Gran Bretagna sulla colonizzazione violenta di Irlandesi, Gallesi, Scozzesi da parte della monarchia inglese, così come la Serbia ha oppresso Sloveni, Croati, Bosniaci e Montenegrini. Non sono certo questi gli unici esempi di nazioni antiche i cui diritti sono stati violati: si può dire che dal Medioevo al Novecento lo Stato ha di continuo rafforzato i propri strumenti di condizionamento. Oggi, invece, conosce una fase di declino, che non sarà per forza foriero di libertà. Il campo viene lasciato libero a potenti gruppi di interesse economico organizzati su scala sovrastatale, sicché i vecchi metri di giudizio per misurare la democrazia si dimostrano ancor più inadeguati.

Venezia fu un esempio unico di onestà e di correttezza: al suo interno nei confronti dei sudditi, e al suo esterno nei confronti degli altri popoli. Signora del Mediterraneo e di tante vie di traffico per l'Europa, non ha perseguito alcuna politica imperialista, mirando solo ad assicurarsi i suoi sbocchi commerciali. Tutte le aggregazioni territoriali si sono ottenute smalla base del consenso e del diritto internazionale. Le famose "dedizioni" (adesioni di Città e Terre alla Repubblica) comportavano il riconoscimento degli Statuti locali (ogni comunità manteneva le proprie leggi particolari), cui fu sempre tenuto fede.

Si guardi alla vergognosa politica coloniale inaugurata nel Cinquecento da Portogallo, Stagna, Olanda, Inghilterra, Francia, Germania, Belgio e per ultimo dalla revanscista Italia, segnata dalla cruenta sottomissione di genti orgogliose della propria libertà, attuata mediante lo sfruttamento selvaggio delle loro risorse e la distruzione d'immensi patrimoni culturali. L'aggressione dell’Africa, delle Americhe, di parti dell'Asia è stata giustificata con la stessa idea di progresso di cui oggi ci si serve per espandere imperi economici.

Non si dica che, volendo, i Veneti, con la loro potenza economica e politica, non avrebbero potuto partecipare al grande saccheggio. Chi di regola porta rispetto per il prossimo non lo fa per interesse, ma in buonafede. Si ripensi, dunque, all'esempio datoci dai nostri Padri. Soprattutto in questi giorni, in cui uno Stato logoro e in crisi di legittimazione pone il problema, ma anche la prospettiva, di un diverso esercizio della sovranità, lo studio e l'amore per la storia possono e devono fornire le risposte per il futuro. Né il diritto, né la politica devono prescindere da un superiore senso di giustizia, frutto di un preciso ordine etico-morale. Nella Serenissima, anche tensioni legate all’interesse particolare non hanno mai prevaricato il corretto ed ordinato svolgersi della vita istituzionale. Ritorni alla memoria il dettato della Parte con cui il Maggior Consiglio estese le competenze dei Decemviri il 25 settembre 1628: «Che per conservare la pace e la quiete tra i sudditi della repubblica e la sicurtà dei medesimi dalla oppressione dei potenti e grandi, contro li quali fosse necessaria la segretezza per venire in luce dei loro delitti, come materia importante e propria d'ogni buon governo, sia data autorità ad esso Consiglio dei Dieci di assumere quei casi i quali per la loro importanza meritassero di essere ispediti non solo con pena rigorosa, ma brevemente, ad esempio e terrore dei malviventi e sollievo degli oppressi».

Si osservi come in ogni tempo l'Eccelso Tribunale e gli Inquisitori di Stato onorassero fedelmente questo mandato; allora si comprenderà che era tale funzione antioligarchica il motivo della loro popolarità presso la gente comune. Ogni suddito sapeva che inoltrando una denuncia segreta (sottoscritta con il proprio nome), o presentandosi di persona, poteva far incriminare qualsiasi gentiluomo che si fosse macchiato di gravi colpe, per quanto questi fosse facoltoso potente. Il nome dell'accusatore sarebbe restato coperto da segreto, sicché egli non aveva da temere ritorsioni, inoltre lo Stato lo avrebbe adeguatamente ricompensato L’insigne costituzionalista Maranini é stato quasi l'unico autore a leggere il dilatarsi ed il contrarsi delle competenze dei Dieci alla luce delle esigenze oggettive dell'ordinamento; in effetti, i trapassi di funzioni tra Magistrature sono avvenuti consensualmente, talora dando luogo ad accesi dibattiti, ma senza trascendere, o solo far balenare, soluzioni in contrasto con la tradizione.

Una forte carica ideale animava l'intero sistema politico. Il continuo ruotare del patriziato da una carica all’altra creava una mentalità così elastica, da radicare in ognuno anche il punto di vista del proprio interlocutore. L'asservimento di tutte le risorse umane e spirituali al bene generale si accompagnava a grandi aspettative sull'intenzione e sull'operato del singolo. Si voleva che ognuno ascoltasse con attenzione gli altri per ponderare bene le decisioni e, finalmente, restasse solo con la propria coscienza nel momento di deliberare.

Guai a tradire la fiducia del popolo!

Questo atteggiamento è rimasto scolpito nell'immagine del Serenissimo Doge in ginocchio davanti al Leone Marciano, che contempliamo sulla facciata di Palazzo Ducale. Non è quella possente creatura mitologica a rappresentare lo Stato, come crede Wolters, dato che tale funzione è affidata alla figura del Doge stesso; quella forza ultraterrena - cui il potere si inchina - è, in realtà, lo spirito immortale della nazione. Ad oltre due secoli dalla caduta in oblio della Sovranità Veneta, ancora riecheggia l'insegnamento dei nostri Antenati: "Sono due gemelle la Libertà e la Dignità della Patria!", argomentava nel 1646 Jacopo Marcello, incombendo la minaccia ottomana, davanti alla quale non era concesso perdersi di coraggio. Oggi alla Patria Veneta è persino negato il diritto di considerarsi tale.

I diritti, però, non sono quelli concessi dal padrone: sono, invece, quelli scritti nella nostra coscienza con l'inchiostro della verità e della fede.

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Domando ai gestori del sito onde non continuare a perpetrare l'inganno della Padania, di aprire uno spazio dedicato all'irredentismo delle Genti Venete, intitolato Veneto o Le Venesie o Venesia.

Grasie tante.