Qualche utile dato per capire meglio




Oltre all’influenza della lobby sionista, decisiva negli Stati Uniti, il governo americano ha iniziato ( ben prima del famigerato 11 settembre) ha pianificare un guerra in Medio Oriente di vasta portata per consolidare il suo potere egemonico mondiale.

La guerra era ed è una fase obbligata. La potenza mass mediatica sionista e americana tenta ( purtroppo con successo) di far credere che si tratti “di una guerra mondiale al terrorismo” ( una scemenza sin dalla sua enunciazione) e una guerra preventiva contro l’Islam.

Naturalmente è un falso anche se prima o poi sarà inevitabilmente così: se si dichiara “preventivamente” guerra a qualcuno quello è automaticamente in guerra con voi. Ma nessun cervello funzionante può credere che si combatta il terrorismo invadendo uno Stato ( l’Iraq poi, che con il terrorismo c’entrava niente!!)

Le ragioni vere sono evidenti: gli Stati Uniti hanno o stanno perdendo il primato economico mondiale, sono sempre più indebitati, il petrolio diminuisce in quantità e ovviamente aumenta in prezzo, il dollaro è in crisi nera. E se crolla il dollaro crolla l’infame lobby padrona di Wall Street e sfuma la potenza americana. Gli americani hanno solo più un grande vantaggio sul resto del mondo: sono la prima potenza miliare. Possono sperare di vincere la guerra e hanno cominciato a farla. Per salvare il primato della loro economia e del dollaro.

Parliamo dunque un po’ del dollaro.





Note di storia

Il Dollaro venne unanimemente scelto come unità monetaria degli Stati Uniti il 6 luglio 1785. Fu la prima volta che una nazione adottava un sistema decimale per la valuta.

Origine del termine

Il nome del Dollaro Statunitense deriva dal Dollaro Spagnolo (che a sua volta deriva dal Tallero), che era una moneta d'argento largamente diffusa durante la Guerra di indipendenza americana. Anche se le banche private emettevano valuta supportata dal Dollaro Spagnolo, il governo federale non lo fece fino alla guerra di secessione.





Fino al 1974 il valore del Dollaro era legato a quello dell'argento o dell'oro o a una combinazione dei due. Dal 1792 al 1873 il Dollaro era supportato liberamente da oro e argento, in rapporto di 15 a 1, con un sistema chiamato bimetallismo. Attraverso una serie di cambiamenti legislativi avvenuti tra il 1873 e il 1900, l'importanza dell'argento fu via via diminuita fino all'adozione formale del gold standard. Il gold standard sopravvisse, con molte modifiche fino al 1974. Oggigiorno, come per la valuta di quasi tutte le nazioni, il Dollaro non ha valore intrinseco.





La Federal Reserve iniziò a emettere valuta, supportata dal Dollaro Spagnolo, durante la Guerra di secessione americana (1862). Queste banconote, conosciute come greenbacks per il colore verde del retro, diedero inizio alla tradizione statunitense di stampare la valuta in verde. Contrariamente alle altre nazioni tutte le banconote statunitensi sono state stampate con lo stesso colore per la maggior parte del XX secolo.





Il 4 giugno 1963, il presidente JFK firmò l'ordine esecutivo numero 11110 che dava allo stato USA il potere di emettere moneta senza doverla "chiedere in prestito" alla Federal Reserve, che è una banca privata. Kennedy scelse come riserva monetaria l'argento. La moneta nel progetto di Kennedy aveva costo zero per lo Stato (invece che indebitarsi verso la FED) in quanto i certificati d'argento erano dollari USA, non obbligazioni sulle quali lo Stato pagava gli interessi. Viceversa la moneta della FED era prestata al Governo applicando un tasso di interesse. Diversamente dalla moneta della FED, era poi una moneta convertibile. Con il provvedimento il Tesoro americano, un ente pubblico, tornava ad emettere moneta come era avvenuto dalla fine della guerra di secessione fino agli anni '30 prima della costituzione della Federal Reserve. Presso la Corte Suprema non furono sollevati quesiti di anticostituzionalità contro questo provvedimento. L'ordine dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere certificati sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento, argento o dollari d'argento normali che erano nel Tesoro". Questo voleva dire che per ogni oncia di argento nella cassaforte del Tesoro, lo stato poteva mettere in circolazione nuova moneta. In tutto, Kennedy mise in circolazione banconote per 4,3 miliardi di dollari.

Le conseguenze furono enormi. Kennedy stava per mettere fuori gioco la Federal Reserve Bank di New York. Principale centri del potere sionista ( basta vedere da dove vengono i vari governatori della F.R. : Volcker, Greenspan, Bernancke ecc) Se fosse entrata in circolazione una quantità sufficiente di questi certificati basati sull'argento, questa avrebbe eliminato la domanda di banconote della Federal Reserve. Che è come detto, un consorzio di banche private. L'ordine esecutivo 11110 avrebbe probabilmente impedito (se non cancellato) al debito pubblico di raggiungere il livello attuale, poiché avrebbe dato al Governo la possibilità di ripagare il debito pubblico senza essere gravato dall'interesse richiesto da questa banca privata per la creazione di nuova moneta (Tasso di sconto).

Il debito cresce in quanto gli Stati chiedono nuovi prestiti di moneta non solo per le necessità correnti, ma per ripagare gli interessi (il tasso di sconto). L'ordine esecutivo 11110 dava agli USA la possibilità di crearsi la propria moneta garantita da argento. Kennedy fu assassinato dopo appena cinque mesi e non vennero più emessi certificati garantiti da argento.

Il suo assassino venne assassinato e così l’assassino dell’assassino. La verità non venne mai a galla. E per anni si montò l’accusa degli agenti…di Fidel Castro!

L'ordine esecutivo di Kennedy non venne mai cancellato da nessun presidente attraverso un altro ordine esecutivo, quindi è ancora valido ma ovviamente non viene utilizzato. Le moderne banconote statunitensi, indipendentemente dalla denominazione, misurano 6,63 cm. in larghezza, 15,6 cm. in lunghezza e 0,11 mm. in spessore.





Il 13 maggio 2003, la Federal Reserve annunciato l'introduzione di una banconota da 20$ a colori (la prima dal 1905). La scelta è dettata dalla necessità di contrastare la crescente contraffazione Le nuove banconote sono entrate in circolazione il 9 ottobre 2003. Altre banconote da 50$ e 100$ verranno introdotte nel 2004 e 2005, ognuna con differenti schemi di colori.







Alcune nazioni al di fuori della giurisdizione statunitense usano il Dollaro Statunitense (USD) come valuta ufficiale. Queste nazioni includono: Ecuador, Palau, Timor Est, Panamá e gli Stati Federati di Micronesia. L'Argentina usò un tasso di cambio fisso 1:1 tra il Peso Argentino e il Dollaro Statunitense dal 1991 al 2002. Il tasso di cambio del Dollaro di Hong Kong è stato mantenuto fisso fino ai primi anni 80, e il renminbi usato dalla Repubblica Popolare Cinese è stato informalmente ancorato al Dollaro fin dalla metà degli anni 90.





Il Dollaro è inoltre usato come unità valutaria standard sui mercati internazionali per la quotazione di beni come l'oro e il petrolio.





Moneta Standard dopo la Guerra mondiale

Luglio 1944: sorgono il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo (poi Banca Mondiale). Ogni Stato aderente deve assicurare la convertibilità della sua moneta e una parità fissa in oro o in dollari americani, con un margine di fluttuazione dell'1%. È la consacrazione della centralità economica americana nel mondo. L'Unione Sovietica decide di non partecipare al sistema a causa della debolezza in cui si viene a trovare alla fine della guerra.

Durante la seconda guerra mondiale, l'America accumulò una notevole riserva di oro, chiesto in pagamento degli aiuti del piano Marshall.





20 aprile 1933: Roosvelt emanò l’Atto di Emergenza per la Attività Bancarie , il quale ritirava gli Usa dal sistema monetario aureo. Ottenne così due risultati: (1) Impedire la convertibilità delle banconote in oro per i cittadini americani, permettendo però ai paesi stranieri di convertire i loro dollari in oro in qualsiasi momento, e (2) Rendere illegale la proprietà privata di oro, con l’eccezione dei collezionisti di monete rare. In pratica, nel sistema finanziario americano ci fu un spostamento da uno standard di rendiconto che vedeva l’oro come barriera al debito in eccesso, a un sistema nel quale non c’era nessun rendiconto.

Nel 1933, Roosvelt avvia il New Deal, un programma di spesa pubblica in disavanzo sostenuto dalla teoria kennesiana e quasi interamente finanziato con debiti dello Stato verso banche private. John Maynard Keynes pubblica nel 1936 il suo libro fondamentale (The general theory of employment, interest and money), ma già in passato era influente economista e consigliere personale di Roosvelt. Si crea la prima componente del debito pubblico cui seguirà quello di imprese e privati cittadini, in crescita dopo gli anni '70. Tale debito (di Stato, imprese e cittadini) pone oggi il dollaro a rischio di svalutazione.





Sempre negli anni '30, inizia la doppia quotazione dell'oro: internamente agli Stati Uniti e agli altri Stati il prezzo viene determinato dal mercato; per le transazioni internazionali il prezzo dell'oro è quello fisso di 35 dollari/oncia degli accordi di Bretton Woods.





A partire dagli anni'30, ininterrottamente fino ad oggi, l'oro come il petrolio si comprano e vendono esclusivamente in dollari alle borse di Londra e New York.





Sotto Bretton Woods, era d'obbligo tenere i dollari a riserva e dunque era nota la somma di dollari in possesso delle banche straniere, quantità prevalente della massa di dollari essitente fuori dagli USA. Inoltre, i dollari circolanti in USA (come ogni moneta circolante dentro uno Stato)erano un dato disponibile poiché la massa monetaria era ed è decisa dalla FED. Al tempo di Roosvelt era già risaputo che le oncie d'oro dichiarate nella riserva della FED non erano sufficienti nè a convertire il totale dei dollari esistente (dentro e fuori USA) nè quelli in possesso di stranieri. Nemmeno una forte svalutazione da 30 a 3 dollari/oncia avrebbe reso Bretton Woods un sistema di cambi sostenibile. Era chiaro che prima o poi la convertibilità sarebbe finita; l'aumento successivo dell'emissione di dollari (da convertire) accelerò questo processo.





Il provvedimento di Roosvelt parlò, infatti, di Gold Window (chiusa da Nixon, 40 anni dopo) come periodo di transizione per il ripagamento di una parte dei dollari in possesso di investitori stranieri (quelli che l'oro disponibile poteva ripagare).





Con la guerra in Vietnam e la crescita economica di Germania e Giappone, gli USA necessitano di finanziamenti eccezionali; l'indebitamento a causa delle guerre costrinse a coniare ingenti quantità di dollari e a svalutare la moneta, fissando un cambio inferiore rispetto all'oncia d'oro (e quindi alle altre valute) perché la riserva d'oro doveva bastare per una massa circolante di moneta molto più alta.

Per tentare di mantenere il sistema creato a Bretton Woods, si organizza un pool di banche centrali che mantengono il corso del cambio del dollaro sull'oro a 35 $ l'oncia, comprando titoli di Stato USA in caso di perdita e vendendoli in caso di risalita. La Francia si ritira dal pool nel 1967.





15 agosto 1971: il presidente americano Richard Nixon annuncia che nemmeno i dollari degli stranieri sono più convertibili in oro. La soppressione della convertibilità totale del dollaro in oro è per alcuni una dichiarazione implicita di bancarotta.

Dopo la guerra del Vietnam, vi era ormai più moneta circolante che riserve di metallo nella banca centrale che non poteva più assicurare la convertibilità della moneta in oro (ovvvero che un ipotetico cittadino si presentasse alla banca centrale, restituisse la banconota in dollari e chiedesse in cambio un'analoga quantità d'oro). Il Gold Standard poneva fine agli accordi di Bretton Woods con un uscita unilaterale degli Stati Uniti.





Di quegli accordi, continuava però a valere l'obbligo di tenere i dollari a riserva. Gli Stati stranieri non potevano spendere i dollari di cui erano in possesso, chiederne il cambio con la moneta nazionale nè con l'oro; potevano investirli nelle banche americane oppure in Treasury Bond USA.





La coniazione di dollari aveva subito una forte crescita per finanziare i conflitti americani nel dopoguerra (una guerra ognu due anni, dopo il 1945), con una crescita più marcata per la guerra in Vietnam. Il Gold Standard causa immediatamente una rivalutazione del marco e dello yen.





Contestuale è la crisi petrolifera del 1974. I Paesi OPEC ridussero drasticamente la produzione di petrolio, causando una crisi energetica mondiale. Il prezzo al barile e delle importazioni quadruplicò. Allora, il petrolio si commerciava soltanto in dollari: con la crisi petrolifera, quadruplicò la domanda mondiale di dollari (a parità di fabbisogni) e il cambio del dollaro si risollevò notevolmente, dopo il crollo detto prima su marco e yen a seguito del Gold Standard. Prima e dopo il Gold Standard e la crisi energetica, i Paesi OPEC continuarono a farsi pagare il petrolio in dollari e a investire i petrodollari nelle banche e titoli di stato americani. Non si trattò affatto di uno scontro fra mondo arabo e USA.





I Paesi arabi non scelsero di vendere il loro petrolio in una moneta diversa dal dollaro, nemmeno dopo il Gold Standard. Prima del '74 la maggior parte dei petrodollari tornavano in USA ed erano convertiti in oro. Dopo il '74, i produttori Arabi inziarono a investirli in Treasury Bond e in banche americane, sostenendo il cambio del dollaro attuale.





13 marzo 1979: creazione del Sistema monetario europeo (Sme) per ridurre i margini di fluttuazione delle monete europee tra loro. Contemporaneamente, la Riserva federale americana inaugura una politica del "dollar forte" con il deciso aumento dei tassi d'interesse. Partito a da un cambio di 1:4 rispetto al franco, il dollaro arriva al valore di 10:4 nel 1985.

Settembre 1985: accordi del Plaza (dal nome dell'hotel dove ebbe luogo la riunione), miranti a far abbassare il valore del dollaro; seguono alle gravi crisi legate al debito estero nell'America latina.

1 gennaio 1999: nascita dell'euro. Ricomincia la politica di deprezzamento del dollaro, per favorire l'economia interna americana.

2001: viene messa in circolazione la moneta da 1 dollaro che però non sostituirà la famosa banconota.

Attualmente il Dollaro resta la principale valuta di riserva.

Secondo l'economista Paul Samuelson, la richiesta di Dollari all'estero permette agli Stati Uniti di mantenere un deficit commerciale persistente senza avere un deprezzamento della valuta o un riaggiustamento dei flussi commerciali. Diversamente dal collocarsi su una nuovo punto di equilibrio previsto dal concetto di bilancia commerciale, il dollaro non si è svalutato nella misura prevista. Il tasso di cambio con le altre monete è poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni. Gli Uffici di cambio (che dipendono dale Banche Centrali) dei Paesi esportatori verso gli USA raccolgono i dollari che fatturano le loro multinazionali (in USA vendono le merci contro moneta locale, dollari) e li mettono nella riserva ( di valuta estera) della Banca Centrale; la Banca Centrale non chiedi di cambiare i dollari nella moneta nazionale, ma li mette in circolazione per comprare petrolio; i Paesi produttori di petrolio non chiedono alla FED di cambiare i petrodollari nella moneta locale dei Pasi Arabi, ma tengono i proventi del petrolio in conti correnti denominati in dollari e in buona parte investiti in titoli del Tesoro e azioni USA. Fondamentalmente i dollari emessi non si presentano al cambio condizionando il valore del dollaro sulle altre monete. D'altra parte sono investiti in titoli di lungo o in azioni che non vengono scambiate a forte frequenza: per cui quei dollari non sono nemmeno moneta circolante che produrrebbe inflazione rientrando in America.





Gli accordi di Bretton Woods imponevano alle banche centrali di tutto il mondo di tenere dollari a riserva senza poterli cambiare presso la Federal Reserve in cambio della moneta nazionale. Dal gold standard di Nixon, gli accordi di Bretton Woods non sono più in vigore; tuttavia, il dollaro è ancora la principale moneta di riserva (51% delle riserve mondiali in valuta estera) poiché il petrolio è contrattato esclusivamente in dollari presso l' International Petroleum Exchange (IPE) di Londra o la NYTMEX di New York.





In queste borse si stabilisce il prezzo al barile ed è unicamente possibile agli operatori acquistare partite di petrolio e gas. Le banche centrali devono tenere notevoli quantità di dollari per gli approvigionamenti nazionali. Di recente l'Iran ha in progetto l'apertura di una borsa in cui la compra-vendita della merce petrolifera avverrà in euro, una valuta alla quale non corrisponde un deficit commerciale così elevato.





I rischi del dollaro





Gli USA sono il maggior importatore di petrolio della Russia e acquirente di beni cinesi. Cina e Russia negli ultimi venti anni hanno accumulato una enorme riserva di dollari presso la banca centrale, che rischiano di perdere dal 25 al 40% del loro valore, se il dollaro venisse rivalutato.





Viceversa, la svalutazione del dollaro avrebbe l'effetto di rendere meno convenienti le importazioni d beni (russi e cinesi) e rallentare queste economie, come quelle europee che si reggono molto sulle esportazioni e sul tenore di vita americano, per taluni consumistico.









Svalutare il dollaro significa emettere meno dollari, ossia meno titoli di debito di quelli necessari a rifinanziare il debito attuale. La svalutazione genera allarme nei creditori che rischiano di non incassare il loro "credito commerciale" in dollari (gli interessi sui titoli di debito americani).





Ciò non avviene necessariamente; avviene in un sistema che emette moneta credito, ossia contro titoli di debito pubblico.





La svalutazione in sè porta ad un nuovo equilibrio del saldo delle partite correnti e di una bilancia commerciale pesantemente in deficit. Troppo. Unico rimedio: la guerra. Già la politica keynesiana di Roosevelt negli anni ’30 aveva portato vicino alla bancarotta gli Stati Uniti. La guerra alla Germania e al Giappone fu provvidenziale.





La guerra infinita





A questo punto ci si può porre due distinte domande.

1) quale economia occorre per mettere in atto una “guerra infinita”?

2) a quale situazione economica risponde la “guerra infinita”?

Del primo tema si sono occupati tutti quei critici dei più recenti sviluppi della politica estera USA i quali ritengono che l’attuale sforzo bellico statunitense non sia alla lunga economicamente sostenibile . Si tratta di una prospettiva certamente non priva di un suo fondamento. Essa valorizza una essenziale differenza tra la guerra nel Vietnam e quella dell’Irak – una differenza sfavorevole per gli Stati Uniti di oggi: se all’epoca della guerra del Vietnam gli Usa erano la potenza economicamente egemone (in termini di produzione, di attivo della bilancia commerciale ecc.), oggi le cose non stanno più così. In termini puramente economici, gli Usa non possono permettersi un prolungato dispiegamento di forze in Irak; più in generale, non possono permettersi né una presenza militare diretta – come l’attuale – in gran parte del mondo, né le attuali, spaventose spese in armamenti . È un punto di vista in fondo ottimistico: l’imperialismo americano sarà sconfitto (anche e soprattutto) per motivi economici.





Le cose, purtroppo, non sono così semplici. Per questo la domanda più interessante a cui rispondere è la seconda: a quale situazione economica risponde la “guerra infinita”? La risposta è semplice: ad una situazione di grave crisi, di crisi strutturale. È questo che rende la situazione internazionale attuale così grave (e, tra le altre cose, la posta in gioco della guerra in Irak così alta).





La crisi Usa






Il mantra dell’economia Usa che “vola”, “traina il resto del mondo”, esprime un “balzo” della produttività, mantiene una bassa disoccupazione, ecc. ecc., rappresenta uno dei luoghi comuni più ricorrenti della nostra pubblicistica economica (tra le peggiori del mondo in termini di qualità dell’informazione fornita). I dati, però, ci raccontano una realtà ben diversa. E ci dicono che i “deficit gemelli” degli Usa (bilancia commerciale e deficit pubblico) non solo non accennano a diminuire, ma si ampliano a dismisura. E, ciò che è peggio, che l’aumento della spesa pubblica Usa (+26%, pari a + 500 miliardi di dollari, da quando il giovane Bush si è impadronito della Casa Bianca) (3), e quindi dell’indebitamento pubblico, non ha comportato affatto un recupero in termini di bilancia commerciale.

Questo deficit è finanziato dal resto del mondo, soprattutto attraverso l’ acquisto di buoni del Tesoro Usa: in particolare, Cina e Giappone dal 2001 hanno comprato il 43% del debito pubblico Usa per evitare un crollo del dollaro, che avrebbe danneggiato le loro esportazioni in Usa.

Proviamo quindi a fissare qualche punto fermo.





Il debito Usa (pubblico e privato) nei confronti del resto del mondo è ormai fuori controllo: ha infatti superato del 300% il prodotto interno lordo . Guardando più da vicino la bilancia commerciale Usa, si nota che negli ultimi 5 anni le importazioni Usa sono cresciute del 38,4%, mentre le esportazioni sono aumentate solo del 9,7%; il che ha portato nel 2003 il disavanzo della bilancia commerciale da 160 a 495 miliardi di dollari. A fine 2004 siamo già a 600 miliardi di dollari. Cosa significa questo? Significa che la tanto declamata “crescita economica Usa” è fondata sul debito. Essa non si traduce in crescita della produzione e dell’export, in particolare manifatturiero. Né si traduce in una reale ripresa degli investimenti industriali, nonostante che il prezzo del denaro sia ormai da diversi anni ai minimi storici.

E difficilmente le cose potrebbero andare diversamente, visto che il grado di utilizzo degli impianti è all’incirca pari al 77% (il che significa capacità produttiva non utilizzata pari a poco meno di un quarto del totale).

Gli stessi buoni risultati di alcune grandi multinazionali basate in Usa sono prodotti dal reimpatrio dei profitti fatti nei terminali industriali che le grandi corporations statunitensi hanno in paesi come la Cina, l’ India, in Sud Est Asiatico e in America Centrale e Meridionale. In termini classici, si tratta di trasferimento di plusvalore su scala internazionale.

Quindi: profitti per le grandi multinazionali, disoccupazione per i lavoratori statunitensi. E conseguente accelerazione della polarizzazione sociale negli Usa (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri).

Certo, gli Usa restano destinatari di ingenti investimenti esteri. Però si tratta di una quota che va scendendo di anno in anno, e che privilegia sempre di più investimenti di portafoglio (per definizione più volatili) rispetto agli investimenti industriali diretti.

Per rendere l’idea, basterà ricordare che lo scorso anno gli investimenti in Usa sono ammontati a 40 miliardi di dollari, contro i 53 miliardi diretti in Cina. Si tratta di cifre ancor più significative se si pensa che nel 2002 gli investimenti negli Usa erano stati di 72 miliardi di dollari, e nel 2001 addirittura pari a 167 miliardi.

Si tratta di dati forniti dall’Ocse: essi provano che nel 2003 gli Usa hanno patito più di tutti gli altri 29 stati industrializzati membri dell’Ocse la caduta di investimenti diretti esteri.

Non solo: gli stessi investimenti di portafoglio (in particolare in titoli di Stato Usa) stanno divenendo sempre più rischiosi. E infatti le banche centrali dei principali paesi asiatici (Cina e Giappone), che più di altri hanno investito in titoli di stato americani per evitare il crollo del biglietto verde, stanno cominciando a correre ai ripari: non soltanto diminuendo i propri investimenti in dollari, ma anche cominciando a costruire un mercato unico delle obbligazioni asiatiche (che potrebbe rappresentare una valida alternativa agli investimenti in titoli di Stato Usa, oltreché il primo passo verso una moneta unica nippo-cinese); inoltre, il Giappone e soprattutto la Cina stanno accentuando la diversificazione delle proprie riserve di valuta, aumentando il peso dell’euro a scapito del dollaro.

E veniamo così al punto cruciale. L’attuale economia Usa, imperniata sul ruolo di grande consumatore nella distribuzione internazionale del lavoro (come dimostra la bilancia commerciale di quel paese, che è in rosso ininterrottamente dal 1976), si basa su un presupposto: sull’egemonia valutaria del dollaro a livello mondiale. È tale egemonia che ha reso possibile un flusso ininterrotto di investimenti di capitale negli Usa, e quindi ha consentito loro di avere una bilancia commerciale con il resto del mondo cronicamente in rosso senza che questo comportasse le conseguenze che ogni altro Paese del mondo al suo posto dovrebbe patire: svalutazioni, pagamento di cospicui interessi sui titoli di Stato, crisi finanziarie.

Il problema è che tale egemonia è oggi insidiata molto seriamente dall’euro . Come prova il fatto che, mentre il dollaro si svaluta nei confronti di quasi tutte le altre valute, l’euro fa passi avanti come valuta internazionale di riserva. La risposta degli Stati Uniti a questa situazione è la “guerra infinita”, concretizzatasi da ultimo nell’aggressione all’Irak.





. La guerra all’Irak come risposta alla crisi





La guerra all’Irak (e prima quella all’Afghanistan, ma anche già la guerra del Kosovo) va insomma inscritta in un quadro che è stato così tratteggiato sulla più importante rivista marxista statunitense: “il costante declino dell’egemonia economica americana, che avviene in presenza di una stagnazione economica globale del capitalismo che va approfondendosi, ha condotto gli Stati Uniti in misura sempre crescente a rivolgersi a mezzi extraeconomici per mantenere la propria posizione [dominante]: ponendo in movimento la propria gigantesca macchina bellica per infondere nuova vita ad un’egemonia economica sull’economia mondiale che sta svanendo” .

La replica è:

Il business della guerra





Se c’è una costante nella storia economica degli Stati Uniti, da più di un secolo a questa parte, essa è rappresentata dalla stretta correlazione tra interventi militari e ripresa dell’economia . Questa correlazione è così stretta che chi legga la tabella dettagliata dei cicli economici americani che si trova sul sito di un istituto governativo come il National Bureau of Economic Research si imbatte in questa avvertenza: “i dati in grassetto si riferiscono all’espansione economica dei periodi di guerra [wartime expansions], alle contrazioni economiche postbelliche e all’intero ciclo che include le espansioni dei periodi bellici” . In altri termini: dalla guerra civile americana in poi, il nesso tra guerra ed espansione economica è indiscutibilmente accertato e assolutamente ricorrente.

A partire dagli anni Quaranta del Novecento, questo è avvenuto con la Seconda Guerra Mondiale, con la guerra di Corea (che diede luogo al cosiddetto “boom coreano”), con la guerra del Vietnam, con la corsa agli armamenti di Reagan negli anni Ottanta, ed infine con la prima guerra del Golfo.

Le spese militari possono in effetti essere considerate come una forma di spesa pubblica per il rilancio dell’economia. Non a caso il Wall Street Journal del 4 febbraio 2003 scriveva che “mentre gli Stati Uniti si preparano per la guerra in Irak, la spesa militare rappresenta uno dei pochi aspetti positivi di un’economia debole”.

Nell’aprile dello stesso anno, una copertina del Business Week, sotto il titolo “Come la guerra trasformerà l’economia USA”, recava un sottotitolo ancora più esplicito: “una maggiore spesa governativa rende improbabile la recessione quest’anno”.

I vantaggi concreti delle spese militari sono molteplici:

1) La spesa militare alimenta un settore di grande importanza nell’economia degli Stati Uniti: si tratta di quello che Eisenhower (che guardava ad esso con preoccupazione) chiamava “complesso militare-industriale”, e che in tempi più recenti è stato definito “Aeronautic-Computer-Electronics complex” (ACE). Si tratta di un settore composto da più di 85.000 imprese, che impiegano milioni di lavoratori.

2) Questo settore è sottratto alla concorrenza internazionale (per “motivi di sicurezza nazionale”). Quindi i soldi spesi in armi vanno esclusivamente (o quasi) ad imprese statunitensi.

3) Le spese militari in realtà finanziano non soltanto imprese militari in senso stretto, ma anche le imprese dell’alta tecnologia, e consentono quindi di effettuare con danaro pubblico enormi investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico in uno dei settori produttivi più avanzati.

4) L’export di armi rappresenta una delle voci più importanti delle esportazioni degli USA, che sono leader mondiali in questo settore, con il 47% delle esportazioni mondiali. Tra l’altro, si tratta di un settore che gode sin dal primo accordo GATT (1947) della “national security exception”: una clausola in base alla quale pratiche protezionistiche e di sussidi all’export che non sono consentite per gli altri settori sono invece considerate lecite per l’industria delle armi.

Alla luce di quanto sopra, è facile intendere come per le industrie degli armamenti una guerra sia una vera e propria manna dal cielo. Il motivo principale è ovviamente che essa fornisce alla merce-armi il momento del consumo, e quindi ne rialimenta la produzione; ma non va dimenticato neppure che la guerra è un terreno ideale di sperimentazione di nuove armi e al tempo stesso rappresenta una sorta di “passerella” che consente di esibire ai potenziali clienti il funzionamento e l’efficacia delle armi che si desidera vendere loro. Sin qui la teoria. E la pratica? Due anni dopo ( poi le cose si sono messe male sul campo ma questo è un altro discorso) dallo scoppio della guerra in Irak, le rosee previsioni che abbiamo citato sui benefici per i produttori di armi erano confermate?

Assolutamente sì. Qualche esempio. ( Dati 2004)

Boeing. Nel terzo trimestre del 2004 i profitti di questa società nel settore della difesa avevano toccato gli 816 milioni di dollari (+45% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che pure era stato – per gli stessi motivi – un anno ottimo); nel settore bellico i ricavi sono cresciuti del 13%, giungendo a 8,26 miliardi di dollari; al contrario, i ricavi di Boeing nell’aeronautica civile sono diminuiti dell’8% (a 4,4 miliardi), a causa della competizione dell’Airbus europeo; infine, quest’anno Boeing ha fatto il pieno di contratti anche per la difesa missilistica Usa. Risultato: il titolo aveva guadagnato il 21,9% da inizio 2004.

Northrop Grumman. Nel terzo trimestre del 2004 gli utili di questa società sono saliti a 278 milioni di dollari (contro i 184 di un anno fa). Più in dettaglio: la divisione navale ha aumentato i profitti del 16% (a 96 milioni); anche il fatturato è in crescita (a 1,56 miliardi) soprattutto grazie alle vendite del nuovo cacciatorpediniere DD(X) alla Marina Usa. Molto buono anche il risultato operativo della divisione dei sistemi integrati di difesa, aumentato del 13% a 105 milioni; a questo riguardo l’analista finanziario Gary Liebowitz ha parlato di “buoni margini di profitto resi possibili dalla vendite di aerei da pattuglia E2 Advanced Hawkeye e E10A, utilizzati sia in Irak che in Afghanistan”. Anche in questo caso il titolo ha guadagnato in borsa: il 13% da inizio anno. Ancora poco, se confrontato con un’altra grande corporation del settore, la Raytheon, che ha guadagnato il 25,63% da inizio anno.(16) Alla Lockheed Martin le cose quest’anno sono andate meno bene (anche perché è stata coinvolta in una scandalo riguardante alcune forniture al Pentagono), ma anche in questo caso i suoi azionisti non hanno di che lamentarsi: in fondo, il titolo ha più che quadruplicato il valore delle sue azioni dall’11 settembre 2001 al 2004i…

Il punto è che la pacchia non è finita qui. Infatti nel corso del secondo mandato di Bush le spese militari Usa aumenteranno del 24% (da 375,3 a 465,7 miliardi di dollari all’anno). Il giro di affari mondiale per spese di difesa, che è stato di 925 miliardi di dollari nel 2003, secondo le stime dell’istituto di ricerca Teal Group sarà di 1.300 miliardi nel 2011. E questo soprattutto a causa degli Usa, le cui spese per armamenti passeranno dal 36% al 45% del totale. Alla luce di tutto questo, davvero non può stupire che il 2 e 3 novembre, nei giorni della vittoria di Bush, Northrop Grumman abbia guadagnato in Borsa il 4,07%, la Lockheed Martin il 3,29%, la Boeing il 2,55%.

Insomma: è convinzione diffusa che “per l’industria della sicurezza si apra una nuova età dell’oro”; tra gli esperti militari e gli analisti finanziari del settore “il sentire comune prevede anni di vacche grasse per le military stocks, i titoli militari”.





. Il business ( sperato) della ricostruzione





Dopo aver lucrato sulla distruzione di un paese, è possibile lucrare anche sulla sua ricostruzione. È quello che hanno fatto e stanno facendo le imprese statunitensi in Irak, a cominciare dai 5 colossi della logistica: Bechtel Group, Flour Corporation, Louis Berger Group, Parson Corporation, Halliburton.

Quest’ultima società (che sino al 2000 era stata presieduta dall’attuale vicepresidente americano, Dick Cheney), tramite la controllata Kellogg, Brown & Root, già durante la guerra si è vista assegnare un contratto del valore di 200 milioni di dollari per lo spegnimento ed il ripristino dei pozzi iracheni. Il problema però è: “chi paga”? Ecco cosa ne diceva, già prima della guerra, Ari Fleischer, allora portavoce di Bush: “i costi della ricostruzione restano un problema reale per il futuro. E l’Irak, contrariamente all’Afghanistan, è un paese ricco. Ci sono immense risorse che appartengono al popolo iracheno. Quindi, ci sono molti modi attraverso cui per l’Irak sarà possibile sostenere il costo della propria ricostruzione”.

Dopo la prima fase della guerra, le basi giuridiche per la rapina dell’Irak le ha poste Paul Bremer, il governatore Usa dell’Irak prima del governo fantoccio di Allawi. Il buon Bremer, prima di andarsene alla chetichella ha privatizzato l’economia dell’Irak (elettricità, telecomunicazioni, infrastrutture ecc.), eliminando ogni controllo statale sull’economia e dando il via libera alle società straniere.

Secondo i suoi decreti, le società straniere potranno acquisire il 100% del controllo delle società in ogni settore; potranno inoltre esportare il 100% dei profitti in valuta estera; l’aliquota fiscale massima, per privati e società, sarà del 15% (in precedenza la tassa sui profitti delle società era del 45%). Per quanto riguarda il fondamentale settore bancario, 6 banche internazionali (scelte dagli Usa) potranno acquisire il controllo degli istituti di credito iracheni per 5 anni (2 di esse avranno subito il via libera, altre 4 dopo i primi 5 anni). Con riferimento a queste misure di rapina legalizzata, il direttore regionale della Banca Mondiale, Joseph Saba, ha detto che si tratta “di un grande passo avanti per creare un ambiente favorevole agli investimenti”. In qualche caso l’ambiente è risultato un po’ troppo “favorevole agli investimenti”, e l’applicazione degli appalti ottenuti è risultata piuttosto spregiudicata. Al punto che il Wall Street Journal del 7 settembre 2004 riferiva dell’intenzione dell’esercito americano di rescindere il megacontratto con Halliburton, a causa delle accuse di aver praticato pesanti sovrapprezzi sulle forniture all’esercito americano in Irak. Lo stesso articolo riportava anche l’andamento delle quotazioni di questo titolo dal 19 marzo 2003 al 3 settembre 2004: da 20 a 30 dollari (+ 50%).





. Il controllo del petrolio iracheno e le multinazionali Usa del settore

Che dietro alla guerra in Irak ci sia il controllo dei 112 miliardi di barili di petrolio iracheno (riserve accertate), è francamente il segreto di Pulcinella (soltanto Marcello Pera si ostina a non capirlo – ma devo dire che per chi lo ha conosciuto all’università di Pisa, sperimentandone la vasta cultura e la profondità intellettuale, la cosa non desta il minimo stupore…). Del resto, anche i diretti interessati in qualche caso hanno ritenuto che non valesse la pena di nascondere questa verità. Prendiamo il Washington Post del 15 settembre 2002: “Lo spodestamento, diretto dagli Stati Uniti, del presidente iracheno Saddam Hussein potrebbe aprire un filone d’oro per le compagnie petrolifere americane a lungo bandite dall’Irak, facendo naufragare accordi petroliferi conclusi con Bagdad da Russia, Francia e altri Paesi, e provocando un rimescolamento dei mercati petroliferi mondiali”.

O l’editorialista Thomas Friedman, sul New York Times del 5 gennaio 2003: “È ridicolo negare che si tratti di una guerra per il petrolio”. Infine, ecco come il sionista Paul Wolfowitz, uno degli esponenti di punta dei “neoconservatori” che attorniano Bush, ha motivato la “preferenza” accordata all’Irak rispetto alla Corea del Nord: “la differenza più importante fra la Corea del Nord e l’Irak è che, sul piano economico, in Irak non abbiamo scelta: quella regione nuota in un mare di petrolio”. Si potrebbe obiettare che i vantaggi per le multinazionali Usa siano tutto sommato teorici, almeno fintantoché l’Irak non sarà “pacificato”. Non è così. Già oggi questi vantaggi sono concretissimi. Basti pensare al fatto che, grazie all’aumento del prezzo del petrolio (giunto a superare i 50 dollari al barile), le tre principali compagnie petrolifere statunitensi “hanno incassato 10 miliardi di dollari supplementari”. Quanto all’interesse delle compagnie petrolifere (più ancora dei paesi produttori) a tenere il prezzo del petrolio elevato, basterà citare un fatto che quando –all’inizio di dicembre – il prezzo del petrolio è ridisceso a 42 dollari al barile, subito la Exxon si è affrettata a rendere pubblico un report secondo cui la domanda energetica globale aumenterà dell’1,7% annuo sino al 2030.





3.4. Il controllo del petrolio iracheno e gli effetti sugli altri paesi produttori

Da un punto di vista strategico, più ancora che i vantaggi per le multinazionali Usa del settore, sono importanti alcuni effetti del controllo del petrolio iracheno sui principali paesi produttori e consumatori di petrolio. Per quanto riguarda gli effetti sugli altri paesi produttori, l’effetto del rientro in gioco sotto controllo USA del petrolio iracheno è duplice: ridimensionamento del ruolo dell’Arabia Saudita e più in generale del potere di mercato dell’OPEC; contemporaneamente, ridimensionamento delle ambizioni russe come fornitore alternativo all’Arabia Saudita. Il primo aspetto non necessita di particolari spiegazioni: con la piena entrata in campo del secondo produttore mondiale, l’Arabia Saudita ed il cartello dell’OPEC riceveranno un duro colpo. E del resto già oggi il delegato iracheno all’ OPEC esegue con precisione gli ordini degli USA.

Quanto al secondo aspetto, esso merita qualche parola di più: a seguito dell’11 settembre, la Russia ha tentato di imporsi come secondo produttore mondiale di petrolio.

L’operazione è riuscita, ed infatti la borsa di Mosca, trainata dai titoli energetici, ha registrato dopo l’11 settembre un rialzo spettacolare. Ora, il problema è che il petrolio iracheno ha costi di estrazione e (soprattutto) di trasporto significativamente inferiori a quelli del petrolio russso. Quest’ultimo potrebbe quindi trovarsi all’improvviso fuori mercato, qualora l’entrata in gioco del petrolio iracheno abbattesse i prezzi del petrolio sotto la soglia minima necessaria per rendere profittevole il petrolio russo (circa 20-21 dollari al barile). Questo sinora non è avvenuto unicamente perché le cose per gli invasori non sono affatto andate lisce come previsto.





3.5. Il controllo del petrolio iracheno e gli effetti sui paesi consumatori: Giappone e Cina

A differenza di quanto comunemente si pensa, il Golfo non è il principale fornitore di petrolio degli USA, che ricevono la maggior parte del petrolio che importano da Messico, Venezuela e Canada. Viceversa le risorse energetiche del Golfo sono fondamentali per i paesi asiatici, ed in particolare per Giappone e Cina. Nel 2001, su 5,2 milioni di barili al giorno importati dal Giappone, ben 4,2 provenivano dal Medio Oriente. Quanto alla Cina, nel 2002 ha importato in tutto 70 milioni di tonnellate di petrolio, di cui il 60% proveniva dal Medio Oriente. Nel caso della Cina, però, più importante della situazione attuale sono le linee di tendenza: a partire dal 1993 questo paese è diventato un importatore netto di petrolio; attualmente i fabbisogni energetici cinesi crescono del 15% annuo, e si calcola che nel 2020 l’incidenza del petrolio importato sul consumo interno raggiungerà il 50%. (27) La possibilità che gli USA giungano a controllare il Medio Oriente, potendo quindi bloccare le forniture alla Cina, costituisce una seria minaccia. È anche una minaccia reale, se pensiamo che la Cina è esplicitamente considerata dai teorici della destra americana, e non solo da loro, come la sfida più seria - almeno a medio-lungo termine - all’egemonia planetaria americana: il direttore dell’Economist, Bill Emmott (quello che Berlusconi considera un “comunista”…), nel suo ultimo libro considera la corsa della Cina al ruolo di prima potenza mondiale come una minaccia alla stabilità mondiale (evidentemente identificata con l’egemonia statunitense) più seria del terrorismo. È quindi tutt’altro che campato per aria quanto ha detto Giorgio Bocca, quando ha spiegato la guerra all’Irak “innanzitutto con l’obiettivo di assicurarsi il controllo dei beni del petrolio, il controllo del continente asiatico - in previsione di un futuro conflitto con la Cina”.

Non è un caso, quindi, che la Cina negli ultimi mesi abbia raddoppiato gli sforzi per trovare approvvigionamenti energetici alternativi, siglando accordi con l’Indonesia, il Kazakistan, la Russia, e da ultimo con l’Iran.

Che è peraltro uno dei più probabili prossimi obiettivi degli Stati Uniti.





3.6. Il petrolio iracheno e le dinamiche valutarie dollaro/euro

L’Europa, nonostante le riserve petrolifere britanniche e norvegesi (del resto in esaurimento), è ancora più drammaticamente dipendente dall’import di petrolio di quanto lo sia la Cina, anche se buona parte del fabbisogno energetico è colmata dalla Russia. In ogni caso le sue importazioni dal Golfo Persico sono cospicue. Nel caso dell’Europa, però, l’elemento da tenere presente è l’intreccio tra petrolio e dinamiche valutarie.

L’Irak di Saddam Hussein, sin dal novembre 2000, aveva deciso di farsi pagare il petrolio in euro, anziché in dollari. Qualora tale opzione fosse stata scelta anche da altri paesi produttori di qualche importanza, sarebbe venuto meno l’aggancio del prezzo del petrolio al dollaro, e con questo uno dei più importanti fattori dell'individuazione nel dollaro della valuta internazionale di riserva.

Ma perché è così importante per gli Usa che la valuta con cui si compra il petrolio sia il dollaro? Il motivo è spiegato con chiarezza in un articolo pubblicato da un periodico online americano: dal momento che il petrolio può essere comprato soltanto in dollari, “i paesi non produttori di petrolio devono vendere le loro merci contro dollari per poter comprare il petrolio.

Se non possono ottenere in questo modo dollari a sufficienza, devono prenderli a prestito dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, a cui ripagheranno questo prestito in dollari e con gli interessi”. La denominazione del petrolio in dollari, insomma, “crea una grande domanda per i dollari al di fuori degli Usa.” In questo modo, “il fatto che petrolio per un valore di miliardi di dollari sia prezzato in dollari garantisce il dominio mondiale del dollaro. Questo consente agli Usa di agire come la banca centrale a livello mondiale, stampando moneta che è accettata ovunque. Il dollaro è diventato una moneta garantita dal petrolio, non dall’oro. Se il petrolio dell’Opec fosse venduto in altre valute, ad es.in euro, il dominio economico degli Usa – l’imperialismo o egemonia del dollaro – sarebbe seriamente posto in discussione”. Da questo punto di vista, con l’invasione dell’Irak gli Usa hanno quindi ottenuto una serie di importanti obiettivi:

1) salvaguardare l’economia Usa ridenominando il petrolio iracheno in dollari, anziché in euro;

2) inviare un chiaro messaggio ad altri paesi produttori di petrolio su quello che potrebbe succedere se decidessero di abbandonare le transazioni in dollaro;

3) porre la seconda più grande riserva di petrolio del mondo sotto il controllo diretto degli Usa;

4) creare uno stato sottomesso agli Usa, nel quale mantenere grandi forze militari, utili per controllare il Medio Oriente e il suo petrolio;

5) dare un forte colpo all’Unione Europea ed all’euro.

Da questo punto di vista, la guerra all’Irak è un capitolo della guerra tra dollaro ed euro. E ritengo quindi che abbia ragione Slavoj Zizek nell’affermare che “la guerra Stati Uniti-Irak” è stata, “nei termini del suo reale contenuto sociopolitico, la prima guerra degli Stati Uniti contro l’Europa”.(33) Del resto, anche già soltanto l’effetto destabilizzante della guerra sull’area mediorientale ha inevitabilmente effetti negativi sull’economia e la valuta europee. Ecco quanto si poteva leggere, in tempi non sospetti, in uno studio pubblicato dall’Istituto Universitario Europeo di Firenze: i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa sono tra quelli “nei quali probabilmente il ruolo internazionale dell’euro crescerà più rapidamente ed estesamente. Già oggi l’euro gioca in molti di questi Paesi un ruolo preminente per la determinazione dei tassi di cambio come riserva in valuta straniera”. Per questo motivo “l’Europa sarebbe maggiormente colpita da crisi politiche ed economiche in Medio Oriente di quanto lo sarebbero, per esempio, gli USA”.





4. La crisi si aggrava: re dollaro ha perso il trono?





Alla luce di quanto si è visto, è indubbio che l’aggressione statunitense all’Irak abbia giovato all’economia americana. Una parte non piccola della crescita del PIL dalla fine del 2002 in poi ha proprio questa origine. Del pari targata Irak è la ripresa dei listini di borsa Usa dell’ultimo anno e mezzo in qua. Ma i problemi per gli Usa non sono risolti. Anzi. Insomma: la guerra all’Irak è servita, ma non è bastata. Il deficit commerciale cresce, quello pubblico anche (di recente il Congresso USA ha di nuovo autorizzato il governo a sfondare il tetto massimo di spese stabilite per legge). Ma è soprattutto il rapporto di cambio tra il dollaro e le principale altre valute che in questi ultimi mesi ha conosciuto un’accelerazione. Gli esiti possono essere imprevedibili.

Anche perché la svalutazione odierna del dollaro avviene in un contesto che presenta caratteri di assoluta novità rispetto al passato.

Per capire cosa sta succedendo è utile riprendere un recente articolo di James K. Galbraith: “Nel corso degli anni abbiamo lasciato deteriorare la nostra posizione commerciale nell’economia mondiale, passando dall’assoluta supremazia di 60 anni fa alla situazione attuale, in cui l’alta occupazione negli Stati Uniti genera deficit delle partite correnti ben superiori a mille miliardi di dollari all’anno. Per il mantenimento del nostro standard di vita siamo divenuti dipendenti dalla disponibilità del resto del mondo ad accettare assets in dollari (azioni, obbligazioni e liquidità) in cambio di beni e servizi reali: il prodotto del duro lavoro di gente molto più povera di noi in cambio di biglietti che non richiedono alcuno sforzo per essere prodotti.

Per decenni, il mondo occidentale ha tollerato l'‘esorbitante privilegio’ di un’economia fondata sul dollaro come riserva mondiale perché gli Stati Uniti rappresentavano la potenza necessaria per garantire - senza far ricorso all’oppressione e a violenza intollerabili – una sicurezza affidabile contro il comunismo e la rivolta sociale, così da creare le condizioni nelle quali molti paesi da questa parte della cortina di ferro hanno potuto crescere e prosperare. Queste motivazioni sono svanite 15 anni fa, e la “Guerra globale contro il Terrorismo” non ne rappresenta un sostituto persuasivo. Così, quello che un tempo era una transazione effettuata a malincuore con il paese egemone - che rappresentava pur sempre l’elemento di stabilizzazione del mondo - è ora visto, in cerchie molto ampie, come una perdurante sovvenzione ad uno stato predatore”.





Qualche settimana prima dell’inizio dell’aggressione all’Irak, Martin Wolf, un giornalista del Financial Times, osservò: “gli Stati Uniti sono al tempo stesso la più grande potenza del mondo ed il maggiore debitore del mondo. Questo ha permesso loro di dispiegare cannoni e di consumare burro…

Il burro lo paghiamo noi!

GM